La scuola, edito da Uovonero, è un’opera che esplora con grande sensibilità le complessità nascoste dietro la vita scolastica, trasformando l’esperienza quotidiana dell’infanzia in qualcosa di ricco di significato e simbolismo. Attraverso una narrazione semplice ma potente, il volume ci immerge nel mondo dei bambini e nel loro rapporto con l’autorità, offrendoci un punto di vista diverso e affascinante.
Fin dalle prime pagine, La scuola costruisce un’atmosfera particolare, dove gli spazi familiari della scuola si presentano in modo distante, quasi distorto. Questa rappresentazione visiva invita il lettore a riflettere sul divario tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Riflessioni che portando alla luce domande che molti di noi si sono posti riguardo all’educazione e alla disciplina.
Le illustrazioni giocano un ruolo cruciale in questo. Attraverso un uso sapiente delle ombre e dei dettagli, i disegni trasmettono un senso di profondità emotiva, che arricchisce la storia e aggiunge strati di interpretazione. Ogni pagina ci invita a guardare oltre il semplice racconto scolastico. La narrazione lascia spazio a riflessioni più ampie sulla natura delle istituzioni educative e sul loro impatto nella vita di ciascuno.
Uno degli aspetti più affascinanti di La scuola è proprio la sua capacità di lasciare al lettore la libertà di interpretare. Sebbene la trama sia lineare, ci sono molti sottotesti che aprono la strada a varie letture, stimolando la riflessione anche a libro chiuso.
Un volume consigliato non solo agli appassionati di graphic novel, ma anche a chi cerca un’esperienza di lettura visivamente suggestiva e concettualmente ricca.
Un racconto di decisa tenerezza e impressionante realismo. Nel testo anzitutto. Un testo in prima persona, animato dai collage delle frasi dei tanti personaggi che vi partecipano. Un testo illustrato da primi piani e campi lunghi che catturano l’attenzione ed entrano dentro come una domanda che disorienta. È il racconto di una giornata come tante in una scuola media come tante, giornate che poi non sono mai come tante, ma uniche piuttosto. E anche questa è così. Unica perché qualcosa nasce per la prima volta e qualcosa cambia una volta per tutte. Unica perché i protagonisti di quella giornata in quella classe, invece che ripetere i cliché del giorno precedente, fanno faticosamente spazio a ciò che sono davvero o iniziano ad essere ciò che diventeranno. Gli stessi adulti ritratti, le figure parentali o significanti, come gli insegnanti, sono del resto presentati come sono, ma il lettore sente come potrebbero, e a volte dovrebbero, cambiare. Forse cambieranno, forse no. Ma qui la scuola che viene dipinta è aderente alla realtà, senza voti né giudizi, né squalifiche. Per tutti.
di Luca Orsenigo
Recensione di Le strade di manila su L'Osservatore Romano
Recensione di L'isola dimenticata su Occhio sullo scaffale
Occhio sullo scaffale, Accaparlante - 15 ottobre 2024
1914, Oceano Atlantico. Solo una piccola scialuppa è scampata al naufragio del piroscafo che stava viaggiando verso il Brasile. A bordo Isabella e il fratello Giacomo affetto da numerosi di tic che solo lei riesce ad accettare. Con loro Lucas, un giovanissimo mozzo. Approdati su di una piccola isola, i ragazzi scoprono ben presto che non sono soli. Lì vive un piccolo gruppo di strani personaggi, apparentemente molto ospitali ma che non sembrano disposti a farli ripartire. Ciascuno di loro nasconde un segreto che pian piano verrà a galla mentre Lucas cerca il modo di fuggire. Quando arriverà la salvezza, Giacomo deciderà di restare nell’unico luogo dove viene accettato per quello che è. Il romanzo, stampato con criteri di alta leggibilità è dotato anche di un qr code che ne permette l’ascolto.
Recensione di L'altalena su psicologacristinamariani.com
psicologacristinamariani.com - 25 giugno 2024
Di luoghi che conservano ricordi e di ricordi che conservano luoghi.
Di tempo che passa.
Della leggerezza dell’infanzia, di amicizia, di giochi, di risate, di sogni, di segreti.
Di crescita, di amore, di nuove generazioni, di riti che superano i giorni e passano da genitore a figlio.
Di esperienze, di perdita, della forza dei pensieri, del trovarsi e ritrovarsi.
E poi ancora di tempo che passa, che fa crescere e cancella, di rinascita e di tempo che ritorna.
Di memoria che non si cancella ma si tramanda. Mi affeziono molto ai luoghi, alcuni posti hanno la capacità di legarsi indissolubilmente a me.
Forse perché i luoghi hanno un’anima o, meglio, ogni luogo risuona di tutte le storie e di emozioni di cui è stato testimone.
Quando era piccola, in adolescenza, avevamo un posto alcuni amici ed io… un albero in un parco vicino alle nostre case. Quanti pomeriggio ci siamo ritrovati lì, al nostro albero e quante emozioni abbiamo condiviso in quel posto. Ci sono tornata spesso in quel parco una volta cresciuta e ogni volta che, per caso, passavo di lì è un po’ come se le nostre risate risuonassero ancora. E leggendo queste pagine ho ricordato questo e molti altri luoghi dei miei ricordi.
L’autrice ci racconta di un’altalena, in cima ad una collina di fronte al mare. L’ altalena è lì da sempre, immobile, che accoglie chiunque si avvicini. Si può far finta di toccare il cielo e volare, si può spingere qualcuno o lasciarsi trasportare, si può immaginare di lasciar andare tutti i pensieri, ci si può ritrovare e si può amare. E davanti ai nostri occhi, girando una pagina dopo l’altra e perdendosi nelle illustrazioni scorre la vita, quella di ognuno di noi.
L’altalena è un luogo che ha il potere di riportare a galla ricordi, emozioni e riflessioni, proprio come le onde del mare che la accarezzano. In questo albo illustrato di Britta Teckentrup, l’altalena non è solo un oggetto, ma un simbolo sospeso tra cielo e terra, tra passato e presente, che racconta frammenti di vita.
Il libro si sfoglia con delicatezza, come se ogni pagina fosse un pezzo di un ricordo prezioso, conservato con cura. Le illustrazioni sono un susseguirsi di momenti di vita che si intrecciano attorno a questo spazio semplice ma potente, dove il tempo sembra fermarsi. Ogni volta che qualcuno si siede su quell’altalena, si apre una nuova storia. Ci sono bambini che ridono, famiglie che si incontrano, amori che nascono e amicizie che si rafforzano.
Questa altalena è speciale perché è testimone silenziosa di tutto ciò che accade intorno a lei. Come un osservatore paziente, guarda il passare delle stagioni, delle giornate luminose di sole e quelle più fredde e malinconiche. Ogni volta che la si guarda, si scopre un nuovo dettaglio, un nuovo frammento di vita che si aggiunge al grande puzzle di emozioni.
Questo libro ha una qualità che lo rende unico: riesce a farci riflettere sul tempo che scorre e su quello che rimane. Ci invita a pensare a chi siamo stati, a dove siamo diretti, e a quanto i piccoli momenti, come quelli su un’altalena, possano significare. Pagina dopo pagina, l’altalena diventa il simbolo della nostra continua ricerca di equilibrio tra il desiderio di volare in alto e la necessità di avere i piedi ben piantati a terra.
E poi, proprio come nella vita, c’è un ritorno. Una storia in particolare chiude il cerchio: un bambino, ormai adulto e padre, torna a quel luogo della sua infanzia per restaurare l’altalena, rovinata dal tempo. E in quel gesto c’è tutto: la volontà di conservare i ricordi, di restituire a un luogo così speciale il suo antico splendore, e di trasmettere quelle emozioni, quei sogni e quelle storie alla generazione successiva.
Britta Teckentrup ci regala un libro che è più di una semplice lettura: è una riflessione visiva, emozionale e profonda sul ciclo della vita, sulle persone che incontriamo, sulle partenze e i ritorni.
VOTO: 10
Il libro L’altalena ha la copertina rigida e conta 160 pagine illustrate a colori. È stato curato e pubblicato dalla casa editrice Uovonero nella collana “I geodi”.
Contrariamente alle mie abitudini inizio questo articolo in prima persona, ma per passare subito alla terza. Tempo fa avevo concluso una breve recensione de Il mistero del London Eye di Siobhan Dowd su "MilanoNera", webmagazine di thriller gialli noir, con una frase che ho ritrovato - con soddisfazione, lo ammetto - come "strillo" promozionale in quarta di copertina della nuova edizione: «Il più bel giallo per ragazzi (e non solo), degli ultimi vent'anni. Imperdibile. Indimenticabile». E senza un morto ammazzato. "Un piccolo capolavoro"scrive Simonetta Agnello Hornby nella prefazione. Non a caso finora ha venduto in Italia più di 170.000 copie e ha vinto il Premio Andersen.
Confermo quanto scritto e cerco di spiegare l'apparente enfasi del giudizio con un po' più di spazio a disposizione. L'ambientazione londinese è quella della tipica famigliola piccolo borghese britannica, ma... Il padre è un esperto in demolizioni di edifici, la madre infermiera, la tredicenne Kat sta attraversando l'adolescenza con tutte le paturnie del caso e bullizza fraternamente il dodicenne Ted che appare come un tipo strano, bizzarro, che non ama i contatti fisici e non capisce le metafore perché prende le parole alla lettera con un effetto straniante per lui e buffo per il lettore ("gambe in spalla", "siamo in un vicolo cieco", "il tempo passa"), non sa dire bugie, però... In compenso sa tutto sulla meteorologia, ascolta i bollettini radio, gli piacciono i sistemi con molte variabili (come il tempo, i venti, ecc.), insomma ha un cervello con un sistema operativo diverso che gli permette di vedere cose che altri non vedono. Le sue onde cerebrali probabilmente hanno qualcosa in comune con quelle di Andy Warhol e Einstein.
Il meccanismo del giallo si mette in moto quando arriva zia Gloria, sorella (un po' scentrata) della mamma con il figlio Salim, anche lui un po' diverso perché mezzo asiatico (un paki), senza amici (o meglio ne ha uno solo, un altro paki) e per questo stanno per partire per New Work. I due fratelli accompagnano il cugino a fare un giro sul London Eye, ruota panoramica alta 135 metri che compie un giro completo in 30. Trascorsi i quali la capsula tocca terra e quando la porta si apre tutti scendono, ma non Salim. Sparito.
La polizia inizia le ricerche: fuga? rapi- mento? qualcosa di peggio? Indagano anche Kat e Ted, che con il suo strano cervello è sempre un passo avanti alla pur volenterosa ed empatica ispettrice e intuisce, in base al principio della fisica chiamato Forza Coriolis e determinato dalla rotazione terrestre, che stanno guardando le cose da un punto di vista sbagliato. Le indagini sono complicate e
talora lungo false piste: vicino al fiume viene trovato un asiatico morto, l'amico di Salim ha un ruolo importante ma am- biguo, i nostri scovano un uomo che dice che una "pollastra" gli ha consegnato un biglietto per salire sul London Eye perché lui lo desse a sua volta a Salim in fila (le galline non consegnano biglietti, pensa Ted).
Il finale diventa un thriller angosciante, una corsa contro il tempo per salvare Salim che è effettivamente uscito dalla ruota, malgrado video e foto dicano il contrario, ma poi qualcosa è andato storto rispetto alle sue intenzioni. Ted lo capisce esattamente come un meteorologo che osserva, misura e costruisce una teoria per predire dove la tempesta cadrà a terra, ma poi interviene una variabile (l'Effetto Coriolis, la cui spiegazione Dowd affida alle chiare parole del ragazzo). Kat prende in mano risolutamente le redini della ricerca sommando la sua capacità d'iniziativa al non comune cervello del fratello funzionante come un computer, ma dotato di minor capacità d'azione. E potrà concludere trionfalmente: "Il mio bizzarro fratello è un genio".
È un giallo onesto, che non bara con il lettore, al quale mette sotto gli occhi tutti gli elementi e indizi per risolvere il mistero come tessere di un puzzle. Se poi il lettore non ci riesce, resta l'incanto di un romanzo che affascina e lega con i suoi enigmi, una forte carica di umorismo e disincanto, un po' di meteorologia e di fisica.
Il libro contiene anche una Guida Libristica con attività didattiche e altri contenuti leggibile con un codice QR. Molto intelligentemente l'editrice Uovonero ha separato il testo dall'apparato scolastico, così che il ragazzo o la ragazza possono leggere il romanzo senza timore di verifiche e schede, una guida che comunque un insegnante altrettanto saggio saprà utilizzare con la sensibilità necessaria a non guastare quello che il titolo di un non molto vecchio sempre valido saggio di carta raccontava e raccomandava: Il piacere di leggere. Un altro codice QR permette di ascoltare alcuni brani dell'audiolibro letto da Pietro Sermonti ed edito da Emons.
di Fernando Rotondo
Recensione di Le degenerate su Testefiorite
Testefiorite.it - 16 ottobre 2024
Che dire di Le degenerate?
Provo a mettere in ordine un pochino i pensieri dopo aver mandato giù il senso di claustrofobia e ingiustizia che questo romanzo riesce a produrre nel lettore. Ci vuole qualche giorno per riemergere da questa narrazione, nonostante il finale aperto, e infatti ecco che qualche giorno è passato e io provo a trovare qualche parola per raccontarvi questo romanzo davvero interessante.
Le degenerate di J. Albert Mann edito da Uovonero con la traduzione di Giuseppe Iacobacci ci porta negli Stati Uniti di fine anni Venti, siamo esattamente tra il 1928 e il crollo della borsa del 1929, il luogo in cui veniamo rinchiusi per l’intero romanzo insieme alle protagoniste è la scuola Fernald, la scuola del Massachusetts per deboli di mente, in cui chi viene rinchiuso non è affatto detto che sia debole di mente ma è assolutamente detto che è destinato a non uscire mai più.
Il nostro posto, di lettori e lettrici, è nella sezione femminile della scuola, non sappiamo cosa accada nella maschile ma non sarei stupita dallo scoprire che la situazione nel reparto femminile è peggio, non foss’altro perché nell’istituto ci sono anche le ragazze, come London, perfettamente sane di mente che vengono rinchiuse come dementi per essersi fatte mettere incinta senza nessuna sicurezza. Ecco, lei, London, è una delle protagoniste che ci porterà con sé in questo luogo da incubo dove la routine disumana regna sovrana almeno tanto quanto le diagnosi incredibili e le pratiche inumane rivolte ai più fragili.
Insieme a London, che apre la narrazione con un incipit memorabile ma ci torno tra un attimo, conosceremo Alice, Maxine e Rose, ognuna rinchiusa per motivi diversi, tutte abbandonate dalla famiglia che non va nemmeno a trovarle nei rari giorni di visita.
Forse sino a qui vi ho dato l’impressione che si tratti di un romanzo corale, con i diversi punti di vista interni narranti, invece non è così, qui abbiamo un narratore onnisciente che non interviene mai ma che ci fa sapere che sa di più di quanto non sappiano le protagoniste, direi che ci va bene così, che è stata una scelta adeguata al romanzo, avremmo davvero fatto fatica ad ascoltare la voce di Alice o di Rose, ad esempio, forse però non avremmo fatto fatica a seguire quella di London la cui personalità è talmente forte da costringere il narratore a cambiare tono e stile per adeguarsi ai modi di London… e poi ci sono, certamente, i dialoghi in cui quelle voci prendono forma nel corso del romanzo.
Le 4 ragazze creano un sodalizio, 3 di loro in realtà ce l’hanno già da un bel po’ e vivono nel terrore che si rompa l’anno in cui diventeranno “adulte” per l’istituto e saranno separate, e poi arriva London a scombinare le carte e a portare una forza che lì dentro sembra tanto una boccata d’aria quanto un tentato suicidio.
Ma torniamo un attimo all’incipit che potrebbe essere portato ad esempio di come siano efficaci gli inizi che puntano sulla deviazione apparente dall’argomento principale della narrazione.
London continuava alla ripensare alla ragazza nel polmone d’acciaio, tenuta in vita da due settimane nel grosso bidone di metallo.
Lo stesso tempo era trascorso da quando s’era resa conto lei stessa di covare qualcosa di vivo dentro di sé.
Non c’era alcun rapporto fra una cosa e l’altra, ma non riusciva a non collegarle, mentre percorreba Chelsea Street
Le degenerate inizia così, con una metafora che si rivelerà tale non solo rispetto alla condizione di London, come lei sembra intuire, bensì con l’istituto in cui la ragazza verrà rinchiusa da lì a breve e dove incontrerà le altre
ragazze. In realtà questa è una metafora al contrario, in qualche modo: se è vero che il polmone d’acciaio è una macchina che procede per pratiche stabilite come lo sarà l’istituto Fernald, è anche vero che il primo tiene in vita, il secondo non è detto che ci riesca, anzi…
London, Alice, Maxine e Rose diventano creature vive e vicine al lettore o lettrice in brevissimo tempo, l’autrice riesce con abilità a farci sentire che queste non sono creature di carta ma in carne e ossa, persone che sono state travolte dall’istituto e dalla storia, magari non proprio con quei nomi, e a cui la letteratura, la finzione verosimile dona nuova vita e speranza. Tanta speranza che ad un certo punto, verso la fine del libro, ho temuto che la narrazione cedesse alla tentazione di trovare una via di uscita impossibile e utopica che tanto avrebbe gratificato la frustazione della situazione ma tanto avrebbe pure nuociuto alla qualità della costruzione narrativa. E invece no, la fine sorprende e tiene bene insieme quel filo di speranza e la realtà optando per un finale aperto che sta a noi immaginare in toto facendo ognuno i conti con la propria capacità di sopportazione del dolore e dell’immaginazione dell’impossibile.
Le degenerate è un libro molto documentato, l’appendice che segue il romanzo è illuminante su alcuni aspetti delle cosiddette cure e diagnosi della scuola per deboli di mente ed anche le parole dell’autrice sulle motivazioni e modalità che hanno mosso la scrittura sono decisamente interessanti. Ma non vorrei che tutto questo schiacciasse il romanzo sul suo argomento, sulla situazione narrata, sull’indignazione rispetto a quanta sofferenza l’essere umano è stato capace di creare e perpetrare. Se così fosse non faremmo un buon servizio al libro, alla letteratura e soprattutto ai giovani lettori e lettrici a cui spero lo proporrete: Le degenerate riesce a produrre un tale senso di empatia con le protagoniste e di indignazione e di costernazione e di incredulità e chi più ne ha più ne metta, SOLO e soltanto perché è scritto (e tradotto) in maniera davvero efficace.
London, Alice, Maxine e Rose sono qui a renderci parte della loro storia, attraverso la maestria della narrazione, non solo e non tanto per “denunciare” ciò che l’eugenetica è stata, ma per riprendersi la loro vita attraverso la scrittura che le rende non figure piatte stereotipate come facevano i medici dell’istituto, bensì creature che provano emozioni, amano, soffrono, ridono, piangono, ricordano, pensano, ballano… insomma vivono.
Potrei continuare a lungo sulla questione della verosimiglianza e soprattutto dell’eugenetica ma vi risparmio per invitarvi a leggere il libro e trovare voi le strade che meglio sapranno parlare al vostro cuore e alla vostra testa.
Uovonero celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale (10 ottobre)
con una storia di amicizia, coraggio e solidarietà contro i pregiudizi di ieri e di oggi.
Arriva in Italia il romanzo dell’autrice e attivista per i diritti J. Albert Mann
ispirato alle vicende delle internate nella Scuola del Massachusetts per deboli di mente. Una storia che racconta le atrocità inflitte, nel nome della “scienza”, a ragazze e donne considerate inadatte e incapaci di vivere nella società e per questo rinchiuse.
«Mann ha ricostruito in maniera efficace e dettagliata l’ambientazione, ma, cosa più importante, ha creato quattro personaggi complessi che traggono forza e ispirazione l’uno dall’altro. Affrontando temi come disabilità, pregiudizi, abusi e resilienza, spinge il lettore a riflettere sul modo in cui vengono usate e attribuite le etichette».
Stati Uniti, anni ’20 del secolo scorso: la Scuola del Massachusets per deboli di mente è un luogo da cui, una volta entrati, non si può più uscire. Le giornate sono scandite da orari e regole ferree: il fischio alle cinque e trenta del mattino nel dormitorio, le sedute periodiche ai gabinetti, le camminate in tondo sulle piste dell’istituto, i pasti, le attività pratiche di Educazione alla Manualità, le punizioni per chi non rispetta le regole.
È il destino che accomuna Rose, Maxine e Alice, tre ragazze definite “idiote”, “imbecilli” o “ritardate”. Rose ha la sindrome di Down e deve fare i conti con operatori crudeli e compagne prepotenti. Maxine, sua sorella maggiore, cerca in tutti i modi di proteggerla. Alice è stata abbandonata lì dal fratello per via del suo piede equino ed è innamorata di Maxine, ma l’omosessualità viene considerata una malattia, quindi è costretta a nascondere i suoi sentimenti. Eppure, in quel luogo dove non è consentito esprimere emozioni, dove ognuna nasconde ciò a cui tiene di più, le tre ragazze sono amiche e complici, sostegno e ragione di vita l’una per l’altra.
L’arrivo di London, coraggiosa e ribelle, cambierà le loro vite e rafforzerà il legame che le unisce. London è incinta, non è sposata ed è ritenuta debole di mente e moralmente instabile. Non ha però alcuna intenzione di accettare passivamente il giudizio di una società ingiusta ed è determinata a correre ogni rischio pur di fuggire. Proprio come Edmond Dantès, il protagonista de Il conte di Montecristo, il romanzo di Alexander Dumas che London legge e rilegge, affascinata dalle sue avventure. Riuscirà a instillare nelle compagne un germe di libertà?
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, istituita il 10 ottobre 1992 con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sui problemi di salute mentale e combattere stigma e discriminazioni, arriva in Italia Le Degenerate, di Jennifer Albert Mann, attivista statunitense per i diritti delle persone disabili e autrice di numerosi romanzi middle grade e young adult. Un romanzo sul coraggio e la forza dell’amicizia in grado di combattere i pregiudizi e scardinare le regole.
ISPIRATO A VICENDE REALI
«Una ritardata è un elemento pericolosissimo per la società. Da un punto di vista biologico è un essere umano inferiore. È una cosa certamente sgradevole a dirsi, ma scientificamente inappuntabile».
London, Alice, Maxine e Rose e tutti gli altri personaggi che si incontrano fra le pagine del romanzo danno voce a persone realmente esistite, le cui vite si sono intrecciate nella Scuola per idioti e deboli di mente del Massachusetts (chiamata in seguito Scuola del Massachusetts per deboli di mente, poi Scuola Walter E. Fernald dopo la morte del dottor Walter Fernald, uno dei sovrintendenti). La scuola fu fondata nel 1848 e rimase in funzione ben oltre l’epoca di London, Rose, Alice e Maxine, chiudendo i battenti solo nel 2014.
«Tutte le affermazioni discriminatorie pronunciate dai medici e dalle infermiere sono state davvero scritte da medici e infermieri nella realtà. Ho ripreso parole e frasi da documenti e relazioni, cambiando solo i pronomi o i tempi verbali secondo necessità, e le ho inserite nella narrazione. La struttura, il metodo e i programmi di questo istituto, e di molti altri in tutti gli Stati Uniti – spiega ancora Mann – sono cambiati pochissimo nel corso di quei 166 anni. Il mondo è andato avanti… dimenticandosi delle persone rinchiuse in quegli istituti. Oggi, purtroppo, si sta ancora rimediando ai danni creati dall’idea che la diversità debba essere punita anziché valorizzata».
Dalla nota di J. Albert Mann al termine del romanzo
IL RUOLO DELL’EUGENETICA
Le teorie e i metodi applicati nella scuola Fernald sono riconduncibili all’eugenetica, pseudoscienza che negli Stati Uniti fece propria l’idea del miglioramento della razza umana e definì come “migliori” gli uomini e le donne di pelle bianca, delle classi medie e alte, gli eterosessuali e “normodotati” che vivevano secondo gli standard sociali e morali del tempo. Chiunque non rientrasse entro quei confini perché ‘diverso’ rischiava di venire rinchiuso in istituto e/o sterilizzato, anche contro la sua volontà. Si stima che tra il 1907 e il 1980 negli Stati Uniti siano state sterilizzate settantamila persone. Gli Stati Uniti non furono i soli a adottare programmi di eugenetica che prosperarono in America Latina, Europa e Asia e nella Germania nazista.
LA SCUOLA FERNALD E I MANICOMI ITALIANI
Il pregiudizio nei confronti dei ‘diversi’ ebbe conseguenze anche in Italia. Le vicende delle protagoniste del romanzo ricordano le sorti toccate ai ‘matti’ segregati nei manicomi in condizioni degradanti e disumane, senza prospettive e abbandonati a sé stessi. Fu solo la legge Basaglia sul finire degli Anni Settanta a restituire dignità alla malattia mentale, chiudendo i manicomi e considerando il paziente come una persona da accogliere, ascoltare e aiutare, e non da recludere o nascondere. Molto è stato fatto, ma ancora oggi permane lo stigma nei confronti della malattia e del disagio mentale.
UNO SGUARDO AL PASSATO CHE CI SPINGE A RIFLETTERE SULLA NOSTRA SOCIETÀ
Sebbene ambientato nel passato, Le Degenerate è un romanzo che fornisce molti spunti di riflessione sulla società attuale: le vicende delle protagoniste ci spingono a interrogarci su quanto ancora oggi etichette e pregiudizi condizionino i nostri atteggiamenti e comportamenti.
«Oggi rimaniamo allibiti di fronte a idee come quelle del dottor Fernald quando definisce Maxine come una criminale appellandosi a ragioni biologiche, e diagnosi come ‘idiota’, ‘imbecille’ e ‘ritardato’ sarebbero considerate semplicemente assurde. Ma se è facile guardare al passato e chiedersi come si facesse a credere cose così ridicole, molto più arduo è guardarci intorno adesso e chiederci quali parole e idee che consideriamo vere e affidabili diventeranno ridicole in futuro». Dalla nota di J. Albert Mann al termine del romanzo.
Le degenerate di J. Albert Mann, edito da uovonero, è un romanzo che sin dal suo titolo si presenta nella sua brutalità e concretezza. È un romanzo che racconta storie di donne, ispirate a donne realmente esistite; storie fatte di silenzio e troppo spesso nascoste o volutamente dimenticate; storie che risalgono al secolo scorso ma il cui sfondo, il cui palcoscenico è rimasto integro e attivo sino a pochi anni fa, sino al 2014.
Le degenerate è un romanzo che si srotola su una trama corale, le cui voci sono affidate a quattro ragazze, London, Alice, Maxine e Rose. Quattro ragazze con un passato differente che, per un motivo o per un altro, si ritrovano a condividere spazi e vita all’interno di una struttura per persone considerate non idonee al mondo.
Le quattro protagoniste di questo volume sono diverse per indole e carattere ma tutte, in un modo o nell’altro, prima o dopo, lottano, lottano per vivere, chi mantenendo il ritmo e la ripetitività delle azioni che le sono state imposte, chi ribellandosi e fuggendo, chi ricercando un’ora d’aria attraverso sogni ad occhi aperti.
È un libro difficile, soprattutto perché sceglie, volutamente, di utilizzare termini che, oggi, non sono più utilizzati né sono più considerati umanamente accettabili. Lo fa, consapevolmente, perché nei documenti legati a queste strutture le internate erano così classificate, definite, degradate. Lo fa per scuotere e ci riesce, nella maniera più intima possibile. Nonostante il lessico deciso, grezzo, disturbante, il lettore non percepisce disagio leggendo ma intima comprensione, rabbia taciuta.
Le degenerate è un romanzo che fa pensare, su più temi: libertà di espressione; libertà di essere; omosessualità; disturbi mentali; autismo; femminismo; violenza; maternità.
Ma quel che tocca, maggiormente, è come tutto questo è reale, tutto quello che è raccontato in queste pagine è accaduto davvero, magari non a una London ma a una ragazza con un nome diverso, con dei capelli diversi, con lo stesso destino.
RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI A PARTIRE DAL LIBRO
Questo libro è ispirato alle vicende delle internate nella Scuola del Massachusetts per deboli di mente. Una storia che racconta le atrocità inflitte, nel nome della “scienza”, a ragazze e donne considerate inadatte e incapaci di vivere nella società e per questo rinchiuse.
Dove? A fare da sfondo alle vicende narrate nel romanzo è la Scuola per idioti e deboli di mente del Massachusetts (chiamata in seguito Scuola del Massachusetts per deboli di mente, poi Scuola Walter E. Fernald dopo la morte del dottor Walter Fernald, uno dei sovrintendenti). La scuola fu fondata nel 1848 e rimase in funzione ben oltre l’epoca di London, Rose, Alice e Maxine, chiudendo i battenti solo nel 2014.
L’eugenetica. Le teorie e i metodi applicati nella scuola Fernald sono riconducibili all’eugenetica, pseudoscienza che negli Stati Uniti fece propria l’idea del miglioramento della razza umana e definì come “migliori” gli uomini e le donne di pelle bianca, delle classi medie e alte, gli eterosessuali e “normodotati” che vivevano secondo gli standard sociali e morali del tempo. Chiunque non rientrasse entro quei confini perché ‘diverso‘ rischiava di venire rinchiuso in istituto e/o sterilizzato, anche contro la sua volontà. Si stima che tra il 1907 e il 1980 negli Stati Uniti siano state sterilizzate settantamila persone. Gli Stati Uniti non furono i soli a adottare programmi di eugenetica che prosperarono in America Latina, Europa e Asia e nella Germania nazista.
Oggi ci sentiamo a disagio per ciò che è accaduto. Oggi storciamo il naso per etichette che sono state affibbiate con superficialità a quella persona piuttosto che a quell’altra in un ieri più o meno recente. Ma la sensibilità e il distacco con cui riusciamo lucidamente a comprendere il passato, sono altrettanto umani e puntuali quando dobbiamo descrivere il presente?
Lo senti forte sul viso il pugno sferrato da questo libro. Lo senti come lo sente London, che, dopo un'infanzia tra orfanotrofi e una breve parentesi di libertà a casa della vecchia Dumas, viene malmenata e caricata su una camionetta verso una nuova prigionia. Ha quattordici anni, è incinta (e questa è la sua colpa e la dimostrazione, per l'epoca, di essere incapace di controllarsi moralmente) e dunque il luogo deputato ad accoglierla è la scuola Fernald, detta anche "la Scuola per idioti e deboli di mente del Massachusetts" (realmente esistita e chiusa solo nel 2014). Qui sono internate, in una rigida routine, anche le sue coetanee Alice e Maxine, che a breve compiranno però quindici anni e dunque passeranno al reparto delle adulte, e Rose, la sorella di Maxine, che prova fin da subito grande simpatia per la nuova arrivata. Le ragazze sono rinchiuse per motivi diversi, più o meno "patologici", o meglio, certamente patologici per il tempo in cui si svolge la storia, il 1922.. Tutte le ragazze ospiti della struttura sono sostanzialmente state dichiarate inadatte alla vita sociale e pertanto vengono ingabbiate in questa rigida quotidianità fatta di momenti atti all'esercizio fisico (correre in tondo...), l'igiene personale, parchi pasti, attività manuali e poco altro, in una scansione alienante e sempre uguale. L'arrivo di London è un piccolo terremoto: la ragazza non ha paura di niente, non è per nulla mite e soprattutto è molto intelligente. Il suo guiz-zo vivo affascina Rose, che è stufa di essere sottovalutata e vuole aiutare la nuova amica a fuggire, agendo per la prima volta senza il coinvolgimento della sorella, che da sem- pre la protegge. Maxine è una sognatrice che, nonostante tutto, non smette di deside- rare un futuro felice, come famosa cantan- te e libera dal giogo scolastico. E continua anche a pensare che la mamma tornerà a prendere lei e Rose. Alice, dal canto suo parla poco e non nutre alcuna speranza. Ha imparato suo malgrado a nascondere i suoi sentimenti sotto un guscio inattaccabile.
Li sotto c'è anche il suo amore per Maxine, un amore incoffessabile e proibito. Sono loro le degenerate del titolo: quattro ragazze schiacciate da una società che cre- de all'eugenetica e al mito della razza, che punta il dito su quanto devia dalla "norma"
sia esso il colore della pelle, un piede equi- no, una gravidanza indesiderata...- e so- prattutto punta il dito sulle donne, sempre e comunque. Il romanzo è denso e corposo: ci saranno tentativi di fuga, perdite e rinasci- te e ancora perdite e ancora nuove vite. J. Albert Mann scrive un racconto a dir poco potente, partendo da una realtà storica in- quietante e stordente, ma che proprio per questo merita di essere raccontata a voce altissima e intorno alla quale intavolare dia- loghi, confronti, considerazioni più che mai attuali. Lo dedica "A tutte le ragazze che si son sentite dire di abbassare un po' il tono" e, già da qui, si può capire quanto affilate siano le sue parole. Magistrale.
London si senti stingere il cuore dalla rabbia, come un pugno. Non voleva aiuto. Non voleva gentilezza. La vita faceva schifo e a lei andava bene così. Era più semplice così. Strinse le labbra e fece di no con la testa, e la ragazzina si accigliò. Merda. London si indicò il braccio e fece il muscolo, per mostrare a Rose quant'era forte, e la ragazza sorrise. Che diamine, il sorriso della ragazzina era tenerissimo, e pur continuando a tenersi stretta la rabbia che le ronzava in tutto il corpo, London non seppe trattenere gli angoli della bocca dal piegarsi in un sorriso.
di Martina Russo
Recensione di Le degenerate su Parole e immagini per la salute
serenaneri.it, Parole e immagini per la salute - 9 ottobre 2024
“Le degenerate” parla di salute mentale attraverso la storia e le storie di ragazze americane del 1928, ma non pensate che non centri nulla con ciò che accade oggi, non pensate che non descriva situazioni attuali, racconta dove tutto ha avuto inizio.
la trama
Ci troviamo in America prima della crisi del ’29, i fatti si svolgono in parte lunghe le strade povere di una qualsiasi città statunitense, e per la maggior parte tra le 4 enormi mura di un manicomio femminile. Qui troviamo le storie di London, immigrata italiana il cui vero nome è Filomena, che cerca di sopravvivere alla povertà e alla mancanza dei genitori, e che si trova incinta al momento del suo internamento. Rose ha la sindrome di Down e sua sorella Maxine che cerca in ogni modo di prendersene cura, si trovano qui perché “ritardate”, Alice abbandonata dalla famiglia perché ha il piede equino ed è qui inserita fra le incorreggibili perché afroamericana. Nella storia si intrecciano questioni sociali, politiche e personali; troviamo pregiudizi, l’inizio della psichiatria con test assolutamente primitivi e non scientifici. Nella storia troviamo la voglia di fuggire ma anche trovare piccole strategie per sopravvivere: una bacchetta magica, i lavori manuali, rubare il cibo.
Questa storia parla in modo semplice di storie difficili e complesse (TW: attenzione, si parla di violenza, razzismo ed aborti), ma con tanti spunti di riflessione, provo a suggerirne alcuni.
la salute mentale femminile
In questo libro troviamo solo donne: donne che lavorano nel manicomio, donne che si prendono cura delle ragazze, donne internate (sarebbe meglio dire anche bambine e ragazzine), donne con potere di decidere diagnosi e interventi, se così possiamo definirli.
Ci sembra che sia lontano dalla nostra realtà, ma non è così.
Molti studi confermano che esiste ancora una disparità di genere rispetto alla relazione fra salute e donne: Cooper et. al., 2017 hanno confermato come le donne con demenza ricevono mediamente trattamenti medici meno efficaci rispetto agli uomini con la stessa condizione. Yu, 2018 ha indagato sul fatto che alle donne vengono diagnosticati più spesso disturbi mentali e che questo comporti come alle donne vengono prescritti più spesso psicofarmaci (Bacigalupe & Martin, 2021 ).
Per non parlare poi delle neurdivergenze: Loomes et. al., 2017 hanno condotto ricerche proprio su quanto l’autismo nel genere femminile sia sotto diagnosticato. Questo perchè la maggior parte dei test diagnostici che utilizziamo non sono stati tarati, pensati e provati sulle donne. Questo crea discriminazione e crea pregiudizi ma soprattutto dolore alle donne con questi disturbi: ad esempio non venendo riconosciuta la propria neurodivergenza, aumenta il masking, cioè la modalità in cui maschero ciò che provo per adattarmi al contesto esterno e a ciò che mi viene richiesto, anche in quanto donna. Se vuoi saperne di più ti consiglio di partecipare ai corsi della dott.ssa Eleonora Marocchini che spesso si occupa anche di neurodivergenze e genere https://www.narraction.com/divergente
pregiudizi
Nel libro troviamo pregiudizi sul colore della pelle, sulla nazionalità di appartenenza, sui corpi e sul funzionamento intellettivo. Molti pregiudizi sono ancora reali e concreti, sia se si ha un disturbo mentale, ma anche se si è un operatore per la salute mentale. Possiamo trovare pregiudizi nelle persone se condividiamo un percorso personale di cura, ma anche se siamo operatori richiamo di ricorrere alle etichette perchè più immediate rapide. Ogni tanto occorre fermarsi a pensare a quali pregiudizi vediamo e sentiamo intorno a noi o il rischio è quello di essere sommersi e inglobati nel sistema.
Tutti e tutte! La storia è adatta dai 13 anni, ci sono descrizioni abbastanza crude, ma sia all’inizio che al termine del libro si trovano le spiegazioni storiche e tutte le note a riguardo. Credo anche che possa essere anche un ottimo strumento didattico per chi studia scienze umane, descrive in modo realistico i manicomi femminili di inizio ‘900 e, come descritto nell’articolo, si colleghi in modo molto concreto con tante realtà odierne riguardo la salute mentale.
Per comprendere cosa Le degenerate possa smuovere dentro la testa e il cuore dei lettori, bisogna sapere cosa si nasconde dietro la pseudoscienza conosciuta come “eugenetica”.
Opera della statunitense J. Albert Mann, da oggi in libreria grazie alla casa editrice Uovonero e con la robusta traduzione di Giuseppe Iacobaci, il romanzo infatti descrive in sintesi il dramma di cosa sia stato mettere in atto la teoria eugenetica negli Stati Uniti del XX secolo.
Pubblicato per la prima volta nel 2020, Le degenerate è sorprendentemente una opera indirizzata a un pubblico YA. Eppure la storia e lo svolgimento hanno al loro centro l’idea di “purezza” veicolata dall’eugenetica, il suo intento di migliorare la specie umana attraverso la riproduzione selettiva, eliminando cioè malattie e tratti sgradevoli o pericolosi. La realtà dei fatti che la Mann sottintende è che la società americana non ci mise molto a radunare «i soliti sospetti di sempre – i poveri, i disabili e gli emarginati (incluse le persone di colore, gli indigeni, gli immigrati e i membri della comunità LGBTQIA+) –» per rinchiuderli in appositi istituti da cui, una volta internati, non si poteva più uscire. E se a qualcuno scappa un parallelismo con le efferatezze della Germania nazista, dico che non è per nulla sbagliato. Aggiungo che gli istituti dove “ricoverare” elementi “non in sintonia” con la società sono rimasti attivi almeno fino agli anni Ottanta del Novecento.
Ambientato nella Boston del 1928, dentro gli spazi della Massachusetts School for the Feeble-Minded, il romanzo della Mann mette in scena, prima ancora che un atto di ribellione nei confronti di una visione del mondo razzista e senza possibilità di contraddittorio, qualcosa che potremmo definire come la rivincita verso di esso.
Innesco ed esplosivo sono dentro London, una ragazzina di quattordici anni approdata in America dall’Italia nel 1918 con i genitori. Una speranza di vita nuova che si dissolve nel giro di nulla: l’epidemia di influenza porta via madre e padre. Da lì in poi London trascorre «notti e notti rinchiusa in dormitori lerci di orfanotrofi o in case affidatarie più lerce ancora, in camerate piene zeppe di gente che non conosceva». Non basta a salvarla dall’Istituto il vivere nel monolocale di Thelma Dumas, una anziana donna ruvida e strampalata. Perché attorno le cose si muovono in fretta: London resta incinta, arrivano i poliziotti che se la portano via e viene sbattuta in istituto. Mann tratteggia la figura di London come fosse uscita dalla costola di un personaggio dickensiano. In realtà è buona parte del romanzo a richiamare elementi dell’autore inglese. Ma London ha qualcosa di diverso rispetto a Twist e soci. Lei è fornita di un carattere indomito, che illumina di una luce tutta sua il romanzo.
Ed è lei indubbiamente lei a portare avanti la storia, a trovare nelle pagine del Conte di Montecristo la possibilità di ribellarsi all’ineluttabile: l’idea della fuga dalle angherie e dal destino che medici e infermieri impongono sulle loro vite. È lei che «tenuta in vita da una forza simile a un mantice» muove, stimola il desidero di libertà e fa crescere la speranza di un mondo da vivere autonomamente nelle altre ragazze dentro la struttura. Ragazze con cui entra in relazione per vari motivi e tutte con problemi comportamentali o handicap fisici: Maxine, Alice, Rose. Per chi le controlla sono tutte delle “ritardate”. Nemmeno ribelli, solo “idiote”, pezzi inutili alla società: che ha deciso di vederle come tali, non come esseri umani.
Ma Le degenerate non narra unicamente “sotto mentite spoglie” l’incoercibile desiderio di libertà, il voler vivere la propria vita da parte delle protagoniste. Non è nemmeno una storia in cui si voglia, via metafora, ammonire sul come idee di eugenetica tornino a far capolino nelle nostre società. È anche e soprattutto un grande affresco interiore, che porta sul proscenio le protagoniste, mostrando come vivono e quanto reprimono di sé per paura delle conseguenze.
Mann racconta questo e molto altro usando una lingua schietta, a volte persino dura. Al suo interno appaiono parole oggi definibili come offensive e che risuonano lungo la partitura del racconto come vere rasoiate. Credo che nella scelta stilistica non vi sia unicamente il bisogno di una contiguità son la Storia, ma che il suo essere attivista per i diritti delle persone disabili negli Stati Uniti abbia permesso una maggiore frontalità nel dire le cose. E Le degenerate non nasconde mai dietro un velo di pietismo cosa realmente significhi perdere la propria libertà e ostinatamente rivolerla indietro. Ribellandosi quando risulta necessario farlo, per tornarne in possesso.
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, istituita il 10 ottobre 1992 con l'obiettivo di aumentare la consapevolezza sui problemi di salute mentale e combattere stigma e discriminazioni, arriva in Italia Le Degenerate, di Jennifer Albert Mann, attivista statunitense per i diritti delle persone disabili e autrice di numerosi romanzi middle grade e young adult. Un romanzo sul coraggio e la forza dell'amicizia in grado di combattere i pregiudizi e scardinare le regole.
Stati Uniti, anni ’20 del secolo scorso: la Scuola del Massachusetts per deboli di mente è un luogo da cui, una volta entrati, non si può più uscire. Le giornate sono scandite da orari e regole ferree: il fischio alle cinque e trenta del mattino nel dormitorio, le sedute periodiche ai gabinetti, le camminate in tondo sulle piste dell'istituto, i pasti, le attività pratiche di Educazione alla Manualità, le punizioni per chi non rispetta le regole.
È il destino che accomuna Rose, Maxine e Alice, tre ragazze definite “idiote”, “imbecilli” o “ritardate”. Rose ha la sindrome di Down e deve fare i conti con operatori crudeli e compagne prepotenti. Maxine, sua sorella maggiore, cerca in tutti i modi di proteggerla. Alice è stata abbandonata lì dal fratello per via del suo piede equino ed è innamorata di Maxine, ma l'omosessualità viene considerata una malattia, quindi è costretta a nascondere i suoi sentimenti. Eppure, in quel luogo dove non è consentito esprimere emozioni, dove ognuna nasconde ciò a cui tiene di più, le tre ragazze sono amiche e complici, sostegno e ragione di vita l'una per l'altra.
L'arrivo di London, coraggiosa e ribelle, cambierà le loro vite e rafforzerà il legame che le unisce. London è incinta, non è sposata ed è ritenuta debole di mente e moralmente instabile. Non ha però alcuna intenzione di accettare passivamente il giudizio di una società ingiusta ed è determinata a correre ogni rischio pur di fuggire. Proprio come Edmond Dantès, il protagonista de Il conte di Montecristo, il romanzo di Alexander Dumas che London legge e rilegge, affascinata dalle sue avventure. Riuscirà a instillare nelle compagne un germe di libertà?
Recensione di Le strade di Manila su Piccoli lettori crescono - Book Avenue
BookAvenue - 1 ottobre 2024
Sacha segue sua madre, medico che lavora per una ONG, in un'altra delle sue missioni umanitarie. Questa volta il campo base del Rifugio si trova a Navotas, nelle Filippine. La ONG ospita una decina di ragazzi minorenni, tutti membri di una gang chiamata Sputnik. Sacha rimane affascinato dal profondo rapporto di amicizia che li lega, e chiede di entrare a far parte del gruppo. Ma non è così semplice conquistarsi la fiducia dei gang member: il ragazzo dovrà superare diverse prove per mostrare il suo valore. Qualche giorno dopo essere diventato un membro ufficiale degli Sputnik, Sacha parte con suo padre, capo di stato maggiore della NATO, per una settimana ad Anilao, paradisiaca località di mare. Immerso nell'acqua cristallina e intento a fare snorkeling, si accorge troppo tardi che la corrente lo trascina sempre più lontano dalla spiaggia. Quando finalmente approda in una caletta, viene immediatamente fatto prigioniero da un ragazzo e una ragazza poco più grandi di lui, che dall'aspetto sembrano guerriglieri. Tra rocamboleschi viaggi in gommone e piani quasi perfetti decisi nel retro di un centro massaggi, la vacanza di Sacha prenderà una piega del tutto inaspettata.
Libri per bambini e per ragazzi, back to school tra giochi e test
SkyTG24 - 16 settembre 2024
Britta Teckentrup ritorna con un nuovo albo illustrato, rivolto a studenti e insegnanti, fondamentale nel passaggio al mondo ricco di novità della scuola secondaria. La scuola è una realtà complessa: è un luogo di apprendimento e di crescita, di compiti e ricreazioni, di regole da rispettare, di interrogazioni e aspettative, rimproveri e incoraggiamenti; è dove si stringono amicizie e si scatenano scontri tra coetanei, dove si cerca di entrare nel "gruppo" per non sentirsi diversi e restare esclusi.
Recensione di La grande fabbrica delle cacche su Il Rosicchialibri
Il Rosicchialibri - 21 settembre 2024
Che cos’hanno in comune gli esseri umani e gli animali di tutto il mondo?
Semplice: tutti fanno la cacca (e alcuni producono delle cacche davvero artistiche)!
Bella, brutta, puzzolente, profumata, compatta, sciolta o colorata il “residuo solido della digestione” -ovvero la CACCA- fa sempre parlare di sé… e non solo in bagno!
Ecco quindi il libro perfetto per esplorare a fondo questo (innominabile) elemento naturale!
Un libro che come ogni saggio affronta il tema da tanti punti di vista: fisici, sociologici, anatomici, zoologici e artistici!
Qual è il percorso che fa il cibo all’interno del nostro corpo prima di diventare cacca? Cosa succede nel nello stomaco nell’intestino tenue e nell’intestino crasso?
Come sono fatti i gabinetti nel mondo?
Gli animali come “vanno in bagno”?
Quali informazioni contiene la cacca?
E le forme?
I colori?
La cacca in effetti offre molti spunti di conversazione e solleva tantissime curiosità, forse perché essendo qualcosa che accomuna tutti gli esseri viventi contiene tantissime informazioni. Oppure perché non è mai carino parlare di cacca, così quando si ha l’occasione di farlo lo si fa con un pizzico di malizia.
Sicuramente un libro che tratta l’argomento dal punto di vista scientifico è utilissimo per comprendere qualcosa in più sul cibo, sulla storia, sulle usanze, sugli animali e… su di noi!
“Una scuola è buona nella misura in cui lo sono gli insegnanti, gli alunni, gli amici, i genitori e i presidi…”
Britta Teckentrup torna con un nuovo meraviglioso albo, il cui intento primo è quello di raccontare la scuola attraverso gli occhi di una ragazzina che, abbattendo la quarta parete, parla al lettore. Un monologo intenso, in cui i primi e i primissimi piani delle illustrazioni sembrano voler porre l’accento proprio sui sentimenti che caratterizzano i protagonisti.
Infatti, l’opera, edita da Uovonero, attraversa differenti storie, ponendo il proprio focus su sorrisi, introversioni, idiosincrasie, indecisioni, abbracci e scontri.
Conosceremo la preoccupazione di Marie, le difficoltà di Paula, la sicurezza di Djamila, le doti di Linda e la cattiveria di Max, specchio di un bullismo inquieto.
L’albo, narrato dalle illustrazioni realistiche dell’autrice, strizzando l’occhio al mondo del rotoscope, riesce a scattare istantanee descrittive di un mondo variegato, in cui le differenze, talvolta, sono motivo di conflitto e isolamento, troppo spesso sottovalutato dagli insegnanti, protagonisti essi stessi di questa intensa narrazione.
Proprio tra righe del plot, l’autrice riesce con accortezza a raccontare non solo gli alunni, ma anche docenti e genitori, attraverso le loro abilità, i loro errori e il loro lassismo, ombra nera di quello che dovrebbe essere la formazione e l’educazione dei nostri ragazzi.
Insomma, un albo più che consigliabile, il cui target +11 si estende verso il mondo adulto.
Si torna a scuola e dunquequesti sono i giorni appropriati per parlare di un libro che ha per titolo… «La scuola». È scritto e illustrato da Britta Teckentrup, la traduzione è di Maria Carla Dallavalle, l’editore è uovonero, 128 le pagine, 20 euro il prezzo, adatto per ragazze e ragazzi e partire da 10 anni.
Già: cos’è una comunità scolastica? Quanto è importante la scuola nella vita di ognuno di noi? E gli adulti sanno sempre cosa fare? A cercare queste risposte è una celebre artista e illustratrice di libri per bambini. Nata ad Amburgo, ha studiato illustrazione a Londra e ora vive a Berlino. A partire dal 1993 ha pubblicato più di 100 titoli tradotti in diversi Paesi. In Italia uovonero ha già portato alcuni suoi libri illustrati di grande successo: «L’uovo», «La penna», «Il germoglio che non voleva crescere», «Il mondo è rosso», «Di corvi e cornacchie», « L’altalena» e »La vecchia casa sul canale», con testi di Thomas Ha rd i n g .
Ecco dunque tornare Britta Teckentrup con un nuovo albo illustrato che parla a ragazzi e insegnanti e racconta la complessa realtà della scuola attraverso gli occhi di una undicenne dalla spiccata sensibilità. Un libro prezioso e profondo, ideale per accompagnare il passaggio alla scuola secondaria di primo grado, che con grande ricchezza di sfumature fornisce tanti spunti di riflessione su come l'esperienza scolastica segni la crescita di ognuno di noi.
Al suono della campanella troviamo Max, che entra sempre per ultimo per non incontrare Tom, un bullo che gli rende la vita impossibile; poi c’è Djamila, che viene da un altro Paese ed è scappata dalla guerra, e Kathrin, che dovrà impegnarsi molto per prendere la sufficienza in matematica, ma per fortuna la professoressa Feretti crede in lei. Laura si rammarica perché viene sempre scelta per ultima quando si formano le squadre a educazione fisica, mentre Konstantin vive nel suo mondo ed è bravo nel trovare soluzioni a cui nessun altro ha p e n s a to.
Ogni storia racconta a suo modo di equilibri persi e ritrovati, di vulnerabilità e di crescita. Attraverso lo sguardo limpido della ragazzina narrante, l’autrice tocca con grande rispetto e delicatezza temi importanti e condivisi come la diversità, il bullismo e l’inclusione, sollevando domande anche sul ruolo degli adulti nell’educazione dei giovani.
Come hanno sottolineato in Germania, quando è uscito il libro, queste sono pagine che «inebriano il lettore con la sua incredibile ricchezza di colori e immagini. Lo stile di Teckentrup è qualcosa di speciale, capace di ispirare sia i bambini che gli adulti. Questo albo illustrato è una guida perfetta per collage e digitale, l’i n c o n fo n d i b i l e firma dell’autrice tedesca, si complesso microcosmo di una comunità scolastica. Quella in cui entriamo è una scuola come tante altre: nelle sue aule nascono amicizie e si consumano drammi, tra i suoi banchi si ride e si imparano regole da rispettare, si creano e si sciolgono gruppi e si scorge il bagliore di sogni e speranze. Ognuno dei ragazzi e delle ragazze che incontriamo ha qualcosa da raccontare e nei loro sguardi è possibile ritrovare ogni dubbio, incertezza e ogni risata che ha fatto parte della nostra stessa esperienza. Tra i libri vincitori nel 2019 del Premio Beste 7, prestigiosa lista compilata da una giuria di esperti, questo albo riccamente illustrato attraverso una tecnica mista di rivolge sia agli studenti sia agli insegnanti, offrendo interessanti spunti di riflessione sull’importanza di un luogo che ha accompagnato la vita di ognuno di noi.
di Carlo Martinelli
Recensione di La scuola su Popotus
Popotus, Avvenire - 12 settembre 2024
Riparte un nuovo anno Racconti di allievi e di maestri. Ritratti di bambini in un interno Paul che ha lasciato la vecchia scuola e un bullo che lo tormentava. Max che entra per ultimo in classe, sperando di non incontrare Tom e la sua banda. Lisa accogliente e positiva, Linda dalla bella voce, Djamila fuggita dal suo Paese in guerra. Sono solo alcuni dei tanti bambini approdati in prima media raccontati e ritratti insieme ai loro insegnanti ne La scuola da Britta Teckentrup (Uovonero; 20 euro) per voce di una di loro. Ne esce il profilo di una comunità, un mondo dove convivono timidezze, solitudini, insicurezze, aggressività, allegrie e amicizie. Dove s'incontrano insieme al sapere la vita degli altri, le sue regole e le infinite eccezioni. E si cresce condividendo la propria storia, le tante diversità e intelligenze, sogni e paure per il futuro, mettendo a nudo i limiti insieme ai talenti. Fantastiche le illustrazioni di Britta Teckentrup. Dagli 11 anni.
di Rossana Sisti
Recensione di La grande fabbrica delle cacche su Sunflowers roads
Sunflowers road - 14 luglio 2024
In attesa di avere tra le mani e di leggere questo albo, soprattutto in compagnia delle mie bimbe, penso che ci siano già tutte le premesse perché sia il libro ideale per chiarire ogni incertezza sull’argomento che accomuna tutti, ma proprio tutti… la cacca!
Qui di seguito troverete un riassunto dei testi forniti dall’Ufficio stampa dell’editore uovonero.
Dopo il successo di “La grande fabbrica dei bambini,” uovonero introduce con rigore scientifico ed umorismo un nuovo volume nella stessa serie, firmata dall’autrice Nadja Balhadj con le illustrazioni di Philippe de Kemmetter.
Il divertente pinguino-guida illustra, narra e spiega con chiarezza e ironia tutto ciò che c’è da sapere, mescolando scienza, biologia e chimica con una vasta gamma di informazioni naturalistiche, artistiche e linguistiche.
In questo viaggio, i giovani esploratori conosceranno cosa sono gli escrementi, il perché li produciamo e come questi scarti corporei, spesso maleodoranti ma fondamentali, collegano tutte le creature del nostro pianeta.
«“Caro cucciolo umano, il tuo corpo è una specie di grande fabbrica che va tenuta continuamente in funzione. Tutto quello che mangi o bevi è usato da questo macchinario incredibile per permetterti di crescere e, molto semplicemente, di vivere. Il resto, dritto in pattumiera!”».
Tra scienza e curiosità mostra che le cacche comprendono differenti tipi di scarti e che la medicina in passato si è avvalsa anche di cure a base di “profumatissime” deiezioni; che i rifiuti di alcuni animali sono addirittura essenziali per la salvaguardia del pianeta, e tanto altro ancora.
«“Lo sterco d’elefante è prezioso per le foreste. L’elefante non digerisce la cellulosa contenuta nei vegetali che ingerisce. Questa si ritrova nei suoi escrementi. Viene recuperata per essere trasformata in pasta di legno. Si ottiene così una carta del tutto inodore senza aver dovuto tagliare nessun albero”» .
Utilizzando un linguaggio semplice e accessibile, Nadja Belhadj riesce a coinvolgere lettori di ogni età. Le informazioni sono precise, presentate attraverso testi brevi e fumetti, intervallati da gag e curiosità divertenti che rendono la lettura dell’albo piacevole e dinamica.
Le vivaci illustrazioni di Philippe de Kemmeter, giocose e originali, si ispirano al mondo del fumetto contemporaneo, unendo e guidando le diverse sezioni tematiche dell’albo con creatività e fascino.
In conclusione, uovonero porta in Italia: “Un albo illustrato di divulgazione a dir poco geniale.” – BFM TV
E’ un quadro reale e realistico della scuola quello che Britta Teckentrup ci offre con questo libro illustrato rivolto ai ragazzi, agli insegnanti, ai genitori, a tutti coloro che, a vario titolo, “girano intorno” al mondo della scuola. Non si tratta di una storia, non è una narrazione, piuttosto un testo descrittivo del mondo scolastico della secondaria di primo grado in tutta la sua complessità.
E’ il primo giorno di scuola e una delle studentesse ci parla del suo istituto, dei suoi compagni, dei suoi insegnanti. Non succede nulla di particolare, ma tante cose “normali” che caratterizzano l’esperienza tra quelle mura: ci sono le storie personali dei singoli ragazzi, ci sono le relazioni tra di loro, ci sono gli atti di bullismo, ci sono le amicizie più profonde, ci sono l’invisibilità di qualcuno e il protagonismo di altri, ci sono gli insegnanti che capiscono le personalità diverse dei loro studenti e quelli che capiscono meno, ci sono i prof che riescono a rendere le lezioni piacevoli e divertenti e quelli che ci riescono meno. C’è un mondo variegato racchiuso dai muri della scuola. Certo è che sono le persone che compongono la scuola, persone che formano una comunità, che lo vogliano o meno. Si piacciono e si odiano, competono per l’affetto, il riconoscimento e lo status e formano una complessa rete di relazioni. E, a rendere questa rete ancora più complessa (ma anche più sfidante e stimolante), è il fatto che si tratta di una rete di preadolescenti, di studenti e insegnanti di una scuola secondaria di primo grado, presenza nei libri illustrati decisamente meno frequente di quella della scuola primaria.
Questo libro racconta storie molto diverse tra loro, come quella di Max, che ha paura di Tom e fa di tutto per non incontrarlo. O quella di Johannes, la cui materia preferita era l’arte fino a quando non è arrivata a scuola Frau Brahms, la strega. Questa scuola è come tante altre. Né buona né cattiva. Con molte cose che possono essere migliorate se solo si vuole vederle, perché una scuola è buona quanto lo sono le persone che la frequentano.
Come in tutti i libri illustrati di Britta Teckentrup, anche in questo il ruolo fondamentale lo ricoprono le illustrazioni che, con la loro consueta eloquenza, rendono il lettore parte della comunità scolastica che descrive. Se si guarda attentamente, si può leggere nei volti delle persone ritratte, nelle loro posture e nei loro movimenti il ruolo che ciascuno di loro svolge a scuola, specchio, in fondo, dell’intera società. Un microcosmo complesso di cui tutti fanno o hanno fatto parte e che su tutti ha un’influenza fondamentale. E ciò che attraverso la voce narrante della studentessa emerge non è tanto il concetto di scuola come luogo di istruzione, bensì scuola come luogo di relazioni, di incontro di personalità diverse, di crescita. Luogo dove gli adulti non sono detentori del sapere da elargire ai ragazzi, ma in cui il rapporto tra le persone in tutti gli intrecci possibili determina il successo del percorso di educazione.
Un libro pieno di domande, con poche risposte, quindi perfetto per riflettere da soli o in gruppo sul significato di stare a scuola e/o di iniziare un nuovo percorso scolastico.
Recensione di Un pesce sull'albero su I libri sono un antidoto alla tristezza
I libri sono un antidoto alla tristezza - 6 settembre 2024
Ally ha dodici anni, un talento per l'arte ed è molto sveglia, così sveglia da riuscire a nascondere a tutti un grande segreto: da sempre ha difficoltà a leggere e sospetta che in lei ci sia qualcosa che non va, ma teme il giudizio e le prese in giro al punto che preferisce passare per una ribelle, piuttosto che per una stupida. Ogni volta che si trasferisce riesce a ingannare gli insegnanti con astuti trucchi e nessuno ha mai sospettato di lei, fino a che non arriva il signor Daniels. Stavolta i trucchi di Ally non bastano. Lui vede la ragazza geniale che si nasconde dietro alla maschera e si rende conto della battaglia che sta combattendo da tutta la vita. Ally finalmente avrà un supporto, un aiuto, una spiegazione ai suoi problemi. Non è stupida, è solo dislessica e grazie al suo nuovo insegnante avrà finalmente i mezzi per affrontare la situazione. Anche i suoi nuovi amici saranno indispensabili in questo nuovo percorso. Dopo tanto scappare, Ally scoprirà cosa significa essere davvero se stessi ed essere apprezzati per quello che si è.
RECENSIONE
Lynda Mullaly Hunt ormai si è conquistata un posto nel mio cuore. L'ho conosciuta con Una per i Murphy, libro vincitore del Premio Strega ragazze e ragazzi nel 2020, e mi ha letteralmente spappolato il cuore. Siccome mi piace soffrire poi ho letto anche Non è colpa della pioggia, e dopo un altro pianterello ho pensato che visto che ormai ero arrivata fin lì tanto valeva leggere anche Un pesce sull'albero, libro vincitore del Premio Cento 2018. A differenza degli altri due libri, qui non ho pianto, i temi trattati sono un pochino più leggeri, ma non mancano comunque di profondità. É un autrice che consiglio tantissimo sia agli adulti che ai ragazzi, con la sua delicatezza saprà conquistare il vostro cuore (dopo averlo stritolato per un po')
La dislessia nascosta dietro alla maschera
Ally è un personaggio a cui è impossibile non volere bene. La sua evoluzione da ragazza insicura, che si sente sempre inadeguata, a giovane che trova la sua voce e il suo talento artistico, è il fulcro del romanzo. Intelligente e creativa, quanto scaltra, pur di non farsi notare per le sue mancanze si nasconde dietro alla maschera della ragazza difficile, della ribelle, recitando un ruolo fatto di silenzi e sotterfugi. Rendersi conto che in noi c'è qualcosa che non va, qualcosa di diverso, che non riusciamo a comprendere, è sempre molto complicato da affrontare. C'è chi trova il coraggio di chiedere aiuto, c'è chi si nasconde, sperando di cavarsela senza che nessuno si accorga mai di quella nota stonata.
Ally mi ha fatto ripensare tantissimo a me stessa ai tempi delle scuole medie. Il mio problema era solo una leggera miopia, ma sapevo che appena mi avessero beccato avrei dovuto mettere gli occhiali e che mi avrebbero preso tutti in giro, così ho fatto finta per un sacco di tempo e come Ally ho inventato mille trucchetti. Quando l'insegnante scriveva alla lavagna copiavo dal quaderno della mia compagna, fingendo di essere lenta e di non aver fatto in tempo a copiare tutto, e se mi veniva fatta una domanda, pur di non ammettere che non vedevo la lavagna, preferivo fingere di non sapere la risposta. Alla fine sono stata beccata dagli insegnanti e gli occhiali sono arrivati, ma quella è un'altra storia. Nonostante il problema di Ally fosse un po' più complicato, l'ho capita profondamente e sono stata veramente felice che finalmente un insegnante si sia accorto di lei, della sua mente vivace, della sua intelligenza soffocata e della sua invisibilità indossata come un mantello, solo per nascondersi.
L'insegnante che tutti vorrebbero
Il Signor Daniels è il ritratto dell'insegnante ideale, il tipo di persona che ci auguriamo di incontrare lungo il nostro percorso scolastico o che speriamo per i nostri figli. È un insegnante innovativo e incoraggiante, che si preoccupa sinceramente dei suoi studenti. La sua capacità di vedere oltre le difficoltà di Ally e di valorizzare il suo talento è fondamentale per la crescita della protagonista. Riesce ad aiutarla e ad aprirle gli occhi, senza farla sentire diversa o sbagliata. Toglie dalle sue spalle un peso enorme e lo fa con naturalezza e dolcezza.
Piano piano le mostra un modo nuovo di vedere le cose, le spiega tutto sulla dislessia e le insegna come mettere in ordine quello che il suo cervello scombina. Lui è riuscito a vederla, a vedere il suo talento, non si è lasciato ingannare dalla sua recita, dimostrando grande spirito d'osservazione e tanta dedizione per il suo lavoro e per i suoi ragazzi.
Quando una debolezza diventa un punto di forza
Il romanzo offre uno spaccato educativo sulla dislessia, evidenziando la difficoltà di apprendimento nel contesto scolastico e sociale. La dislessia è spesso malinterpretata, in tantissimi casi viene scambiata per pigrizia o poca attitudine allo studio, ma attraverso il personaggio di Ally, l'autrice riesce a sensibilizzare il lettore sull'importanza di riconoscere e comprendere questa condizione. Ally lotta per accettarsi e per capire che la dislessia non definisce il suo valore, impara anche a riconoscere e ad accettare le sue abilità uniche, trasformando le sue debolezze in punti di forza e uscendo finalmente dal guscio, o meglio, scendendo dall'albero.
Lo consiglierei?
Certo! Un pesce sull'albero è un romanzo che offre molto più di una semplice storia di crescita. Attraverso la lotta di Ally, Lynda Mullaly Hunt riesce a toccare temi universali di accettazione, resilienza e l'importanza dell'educazione inclusiva. Lo consiglio ai lettori di ogni età perché questo libro non solo intrattiene ma aiuta anche a promuovere la comprensione della dislessia e delle sfide che molti ragazzi affrontano ogni giorno. Lo amerete!
Stella ce la mette davvero tutta per non essere considerata “strana” o “diversa”, ma non è facile con una madre come la sua. Quando, durante un ritrovo in famiglia, la donna annuncia ai parenti l’arrivo del menarca della figlia, Stella decide che è arrivato il momento di dire basta. Non vuole che la sua mamma svitata le rovini la festa del suo imminente tredicesimo compleanno con qualche trovata delle sue. Prende così il via, in una catena di gag comiche e situazioni esilaranti, l’operazione segreta: “Trasformiamo la mamma”.
Come in un gioco di scatole cinesi o in un caleidoscopio colorato, pagina dopo pagina l’autore aggiunge particolari che, un tassello alla volta, vanno ad arricchire e approfondire le sfaccettature dei vari personaggi. I colpi di scena non mancano e il romanzo pone grande cura nel raccontare le dinamiche complesse e misteriose che si instaurano tra Stella e i suoi cari.
Il passaggio dall’infanzia alla preadolescenza è fatto di soglie da attraversare, cambi repentini di umore, sensibilità che si accendono e vibrano di cocenti delusioni e altrettanto dolorose frustrazioni. Ci sono spazi nuovi da conquistare, confini da costruire, verità da assimilare. Cambia lo sguardo, cambia la percezione di sé. Insicurezza, timidezza, pudore, vergogna e desiderio di sparire dalla faccia della terra si intrecciano alle sfide quotidiane e al desiderio di essere compresi, visti e apprezzati.
La narrazione accompagna lettori e lettrici verso un finale spumeggiante, liberatorio, che non manca di riservare una piccola, grande sorpresa.
Videorecensione di La scuola su Ascoltando le figure
Ascoltando le figure - 11 settembre 2024 di Silvia Pighetti
10 libri da leggere per il rientro a scuola
Focus Junior - 03 settembre 2024
Un racconto illustrato per conoscere le persone che animano “una scuola come tante” “buona nella misura in cui lo sono gli insegnanti, gli alunni, gli amici, i genitori e i presidi...” con gli alunni più fragili e i bulli e con genitori e insegnanti che difficilmente comprendono quello che succede davvero. Da 7 anni Da leggere perché Bellissime immagini accompagnate dai pensieri dei ragazzi: “Che ne sarà di tutti noi dopo la scuola?” “E se non dovessi farcela?” “Che caratteristiche ha una persona di successo? È felice?”
Vorrei non mettere il link a quella recensione, che ho citato pure troppo e non ce la faccio più. Non vorrei sembrare ripetitiva, ma è invitabile quando la tua categoria non ha mai avuto una rappresentazione rispettosa che non ti facesse passare da spalla comica la cui “goffaggine” fa ridere e basta. Di fatto l’unico personaggio disprassico realistico che esiste è Ryan Siclair di Doctor Who, serie che non ho visto, ma della quale ho cercato gli spezzoni su questo personaggio e ho avuto la conferma che è realistico e non una macchietta buffa.
Mi sono creata da sola un “Trope” per oppormi a questi stereotipi: il Dyspraxic Disaster, perché, effettivamente, sono un disastro ambulante e ne vado fiera. Le mie difficoltà non mi rendono una “bambina buffa”, sono una persona adulta e nessuno deve arrogarsi il diritto di infantilizzarmi solo perché ho difficoltà in azioni che per la maggioranza delle persone sono banali.
Quando ho scoperto che Elle McNicoll è disprassica come me e ha deciso di parlarne in un suo romanzo non ancora arrivato in Italia, che è anche un fantasy, i miei occhi si sono illuminati. Questo libro fa parte di una dilogia e si intitola Like a Charm, la protagonista è Ramya Knox.
In questa storia si parla di streghe e creature del folklore scozzese, chiamate Hidden Folks, che funge da parallelismo con la situazione di Ramya, ragazzina disprassica che è costretta a sorbirsi ore e ore di terapia occupazionale per correggere i suoi comportamenti invece di permetterle di usare gli strumenti compensativi che sarebbero suo diritto. La vogliono forzare a rendere perfetta la sua grafia, che è pessima perchè le sue capacità motorie lo rendono difficile. Ora, da persona sia digrafica che disprassica ho riflettuto molto su questo particolare e sulla frequenza con la quale viene ripetuto, come se fosse l’unica difficoltà degna di essere considerata per Ramya in ambito scolastico: il confine tra disgrafia e disprassia sembra molto labile visto che la pessima grafia deriva dal fatto che la penna viene tenuta nella maniera scorretta e la mano si stanca molto velocemente quindi un compito in classe di due ore è una enorme fonte di stress per una persona disgrafica. Una persona disgrafica non riesce a rispettare lo spazio nel foglio protocollo e, anche se viene richiesto di piegarlo, questa scriverà anche sulla colonna che servirebbe al professore per le correzioni, quindi un vero caos. Io resto con il dubbio che Ramya sia anche disgrafica, un pò come Addie di Una specie di scintilla, visto che anche la grafia di questa piccola protagonista viene definita “poco personalizzata e immatura per la sua età”. Io alle medie copiavo la grafia delle mie amiche per personalizzarla, con l’unica conseguenza che veniva fuori un marasma ancora meno leggibile e vi assicuro che spesso nemmeno io capisco cosa ho scritto quando rileggo i miei vecchi quaderni.
La famiglia materna di Ramya è composta da streghe e ha una zia autistica di nome Opal. Ramya è frustrata dalla sua situazione scolastica e odia con tutta sè stessa la persona che dovrebbe seguirla a scuola, che lei chiama Baronessa, e detesta gli inutili workshop ai quali viene sottoposta ogni giorno con altri ragazzi come lei. Tutti gli alunni SEND – la sigla UK per BES – sono ammassati in un gruppo compatto abbastanza abbandonato a sè stesso, a un certo punto Ramya incontra un ragazzo dislessico. Ripete sempre che non è giusto imporle correzioni solo perchè il suo cervello processa le informazioni in modo differente e a livello motorio azioni apparentemente semplici per lei sono uno scoglio. Oltretutto si sente continuamente dire che è abbastanza intelligente da poter superare le sue difficoltà, quando non è così semplice e non la aiutano realmente.
La svolta per Ramya arriva quando scopre che il nonno le ha lasciato un compito non da poco e un libro speciale: deve riscrivere tutto ciò che gli umani sanno sulle creature magiche, perchè lei vede oltre la patina che protegge le creature magiche, chiamata Glamour, che funziona come il masking imposto alle persone neurodivergenti. In questa avventura sarà accompagnata dal cugino Marley, che non vede oltre quella patina e deve raccontarle come gli appaiono quelle creature. Ramya scopre che una delle sue due zie, Leanna, ha la capacità di far crescere le piante. La madre non è felice che Ramya debba seguire le orma del nonno, ma Ramya non si lascia fermare e, alla fine, la madre racconta la verità alla figlia. L’altra zia, Opal, è stata espulsa da scuola ed è molto amareggiata che dopo anni le persone come lei e la nipote subiscano sempre le stesse dinamiche tossiche e abiliste.
Marley è un ragazzo che legge molti libri sulla mitologia e fornisce un grande aiuto a Ramya. Le creature alle quali devono fare particolare attenzione sono le Sirene, creature capaci di manipolare attraverso la voce. Qui c’è una puntualizzazione da fare: in italiano abbiamo un solo termine per racchiudere due esseri mitologici differenti, mentre in inglese parlano di Sirens per quelle descritte nella mitologia classica, che sono metà uccello e metà donne, e Mermaid per le creature come Ariel. Il nonno ammonisce Ramya dicendole “Beware the Sirens” e, a un certo punto, viene citata l’Odissea, quindi immagino che siano le Sirene “classiche” e non quelle del secondo tipo. Ramya è immune alla voce delle Sirene.
Ramya è dotata di una grande ironia, che si manifesta proprio nel momento in cui scopre dell’esistenza della magia:
Learning disabilities and magic seem equally mysterious to me. To know that I might have both in me is too much to think about in this moment.
Sì, perchè le capacità magiche non c’entrano con l’assetto neurologico: sono due caratteristiche che coesistono in Ramya, così come nelle altre donne della sua famiglia visto che si suppone che la madre e la zia Leanna siano neurotipiche. Infatti Ramya non è la Prescelta, non è un’eroina, è solo una ragazzina che cerca la sua identità e una Comunità della quale sentirsi parte senza subire pregiudizi.
Un altro punto che, da persona disprassica, mi ha fatto morire per quanto è accurato è una scena in cui Ramya deve scendere le scale a chiocciola ma è un pò in soggezione perchè non percepisce bene la profondità e la discesa è piuttosto buia. La sua affermazione a riguardo è questa:
“Fantastic. A dyspraxic ‘s wrost nightmare”
Semplice, ma efficace: una frase basta per lasciar comprendere come si sente lei davanti a una scala ripida e discontinua che non le dà stabilità, visto che mantenere l’equilibrio richiede enorme concentrazione per una persona disprassica e lo perdi con una facilità estrema. Questo è un modo corretto di mostrare la nostra difficoltà a percepire la profondità, non quello di farci imbambolare davanti a una porta girevole per almeno quattro volte senza trovare mai una strategia efficace per superare l’ostacolo. Noi persone disprassiche possiamo diventare testarde davanti a questi intoppi, è vero, infatti Ramya per esempio si incaponisce di voler mangiare delle polpette con le bacchette e non con il cucchiaio, così come io litigo ogni giorno con la cerniera del giacchetto che puntualmente si inceppa, ma quello di Avvocata Woo non è un esempio altrettanto valido per i motivi che ho già sviscerato più volte, a partire dal fatto che se non introduci la disprassia e il disturbo visuo – spaziale il pubblico non capirà mai perché lei si blocca davanti alla porta girevole.
Ma Ramya è anche una ragazzina piena di rabbia e frustrazione e non si può biasimarla per questo, la prima frase che mi ha colpito che lei pronuncia è questa:
There’s a price to being unlike the other people, People can sense it. I grew up with faces frowning down at me in confusion and frustration. I became a mesuring stick for people’s characters. For their patient, their compassion, their empaty.
Se dovessi tradurre questa frase direi “Sono diventata la misura della soglia di tolleranza delle persone. “, che è notoriamente molto bassa, quindi non credo di dover aggiungere altro. E’ esattamente così in quasi tutti i contesti e la gente ci mette un secondo a passare dalla compassione al fastidio, purtroppo.
Per quanto Ramya abbia difficoltà nella coordinazione motoria, è un’abile nuotatrice, è questo è un dettaglio fondamentale per comprendere quali siano le sue capacità magiche, delle quali lei non è consapevole perchè hanno fatto di tutto per spingerla a perderle, esattamente come fanno di tutto per “guarirla” dalla disprassia con la terapia occupazionale e comportamentale. Ramya farà amicizia con i Kelpie, che stanno lentamente sparendo a causa di alcuni rapimenti inspiegabili e Ramya deve trova la Strega Affranta – Heartbroken Witch in originale, preferisco renderlo così nella mia testa invece che con la traduzione letterale di “Dal cuore spezzato” perchè ha anche un significato metaforico che la stessa Ramya spiega a un certo punto quando scopre chi è. Il riferimento al cuore c’è, ma mi piace di più chiamarla così. -, unico essere in grado di salvare queste creature marine.
Queste Sirene hanno smesso di annegare i marinai e ora si nascondono tra la gente per seminare scompiglio, un esempio di lavoro che svolgono è quello del politico o dell’avvocato. Anni prima Ramya aveva avuto un incontro ravvicinato con una di queste, con la conseguenza che la sua famiglia si era divisa e la madre l’ha allontanata dal nonno, mentre nel presente ne incontra un’altra che si lega alla zia Leanna e manipola sua cugino, con il quale stava instaurando un bellissimo rapporto e stavano collaborando. Le Sirene non vogliono una comunità coesa, vogliono la guerra, come le Fae\ fate \ Sprites, che in questo tipo di mitologia sono esseri negativi e malvagiche arrivano molto vicini a uccidere Ramya e Marley, salvati per miracolo dal fatto che Ramya manifesti la sua magia proprio in quel preciso istante.
Parlando con il cugino che le dice che è un’eroina che può cambiare la visione della società sulle creature magiche, Ramya risponde piccata con quest’affermazione::
“Exactly. These stories about fairies and giants and vampires and trolls… they may have been written them completely wrong. But you’re still more likely to find a magical monster in a story than someone like me.”
Questa frase mi è risuonata dentro e ha fatto male, perchè, in effetti, noi persone disprassiche siamo invisibili anche all’interno della stessa comunità neurodivergente, infatti la disprassia è spesso sovrapposta all’autismo, quando non tutte le persone autistiche sono anche disprassiche, ma alcune persone disprassiche sono anche autistiche. In casi come il mio la disprassia motoria è una co- occorrenza dell’autismo, ma può esistere anche da sola. Un secondo caso è quello in cui la gente ti corregge pensando che tu stia parlando della dislessia, perchè è l’unico DSA di cui si parla più spesso. La disprassia non è di per sè un DSA, ma è un disturbo del neurosviluppo che riguarda la coordinazione motoria e la programmazione dei movimenti, sia di motricità fine che grossa, ma può interessare anche la capacità di esprimersi verbalmente, infatti esiste la disprassia verbale. Ramya ripete più volte che odia la sua lentezza, che le deriva dalle sue funzioni esecutive e dal modo in cui elabora il comando che le viene dato per svolgere una certa azione. Capisco benissimo cosa intende perchè anche quando una certa azione la conosco alla perfezione, se le mie funzioni esecutive si guastano mentre sto cercando di farlo, mi ci vorrà il doppio del tempo a completare il movimento. Purtroppo è una cosa che succede e basta, non è un fatto di forza di volontà o pigrizia. La neurodivergenza funziona così.
In ogni caso, Ramya non ha tutti i torti ad asserire che è più facile trovare la descrizione di una creatura magica che di una disprassica, è decisamente avvilente realizzare una cosa del genere…
Il viaggio di Ramya, che conclude la missione del nonno, che non poteva vedere oltre l’Incanto e non resisteva alla voce delle Sirene come la nipote. Opal era la figlia preferita del nonno e sua madre ha rinunciato alla magia per un incidente successo mentre cercava di proteggersi dai bulli e, dato che il suo potere è generare fuoco, ha appiccato involontariamente un incendio e la colpa è ricaduta su Opal solo perchè è autistica e i professori volevano liberarsi di lei. La strega che Ramya cercava era proprio Opale la madre tornerà a usare i poteri che aveva represso nel momento in cui Ramya e Marley saranno in pericolo. Ramya trova la sua comunità e finalmente può essere sè stessa, nuotando insieme ai Kelpie.
La magia è un dono, un talento, è ciò che la rende speciale, non la disprassia. Il suo ribadire di essere diversa per la sua neurodivergenza evidenza quanto soffra perchè è stigmatizzata da chiunque, le ripetono che è abbastanza intelligente da poter superare le sue difficoltà come se bastasse l’impegno. Questo è solo un modo per semplificare una realtà molto più complessa di così, infatti a un certo punto Ramya esplode e grida che le devono permettere di usare il computer, invece di insistere ossessivamente sulla coordinazione oculo- motoria per arrivare a un obiettivo irrealistico come quello della “grafia perfetta”. E’ abilista dirci che siamo speciali solo perchè neurodivergenti o disabili, lo so che questo discorso non piacerà a molti, ma è un dato di fatto e la comunità disabile e neurodivergente lo evidenzia spesso. Per dirmi che sono speciale mi devi conoscere a tutto tondo, perchè sono una persona come te e ho una mia personalità che va oltre l’essere neurodivegente. Sembra un discorso ovvio, ma purtroppo non lo è.
Sicuramente leggerò il volume conclusivo della dilogia, Like a Curse, perchè voglio vedere come evolverà Ramya ora che ha preso coscienza di essere una strega e si è autodefinita apprendista strega, definizione che mi ha ricordato Luz Noceda, protagonista della serie Disney The Owl House, anche questa a tema neurodivergenza in un contesto fantasy. Non ho mai parlato di quella serie, ma mi sta molto a cuore. E, tra le altre cose, anche la protagonista del mio ultimo fantasy è una strega disprassica, questa coincidenza mi ha fatto molto sorridere, anche se la mia protagonista è più grande di Ramya e sa già di essere una strega, ma non riesce ad accedere al suo potenziale magico perchè la disprassia non è compresa nel mondo magico e gli incantesimi possono essere solo manuali. Ma questa è un’altra storia.
Questa recensione si conclude qui, spero di avervi incuriosito e avervi fatto comprendere come mi sono sentita durante la lettura di questo romanzo,
Come sempre vi aspetto nei commenti,
Alla prossima.
Aggiornamento: Uovonero ha tradotto questa dilogia e il primo è già uscito con il titolo di Come un incantesimo, il secondo, Come una maledizione, uscirà sempre quest’anno. Prendete le mie traduzioni con le pinze dato che sono andata a logica con il senso della frase. Sono molto felice che siano arrivati anche in Italia, ora devo decidere se riprendere anche il primo tradotto per vedere come sono state rese certe frasi o lasciar stare. Il secondo ormai lo leggo in lingua originale perchè sarebbe strano leggerlo tradotto visto che il primo è in lingua originale.
Questa è stata un’estate particolare per me, a tratti difficile, ma sostenuta di ricordi, sensazioni e presenza nonostante la mancanza.
La prima estate senza mio padre, nella sua casa che ci ha visti essere e crescere famiglia.
Un’estate in cui le emozioni hanno fatto su e giù come in altalena, in cui mi sono sentita ancora più legata ai luoghi che abbiamo abitato insieme e che si vestono adesso di nuova importanza.
Tempo che passa, vita che cambia, mentre alcune cose restano.
E questo è il filo conduttore di un libro meraviglioso ed emozionante che ho sfogliato spesso.
Ferma lì tra il cielo e la terra, testimone di vita, di stagioni che si susseguono, di cambiamenti, partenze e ritorni, l’altalena custodisce segreti e stati d’animo di chi si ferma su e attorno a lei.
In una lunga serie di splendide tavole -il libro ha 160 pagine- che mantengono quasi sempre la stessa inquadratura, vediamo amori che nascono, famiglie che si allargano, amicizie, confidenze, giochi, mentre la natura fa da sfondo in tutta la sua ricchezza e cambia colore, come le persone.
Giornate che brillano di sole e luce, altre fredde e piovose.
L’altalena è di fronte al mare e invita tutti a sedersi.
Un posto dove giocare ed essere felici, pensare e prendere decisioni importanti.
Un posto dove tutto comincia e finisce.
Un posto pieno di vita, di sogni e di storie.
E sono diverse le storie che si intrecciano in questa altalena.
Ogni illustrazione racconta un diverso istante, i personaggi cambiano pagina dopo pagina.
Storie accennate, frammenti di vite, mentre le illustrazioni sono poesie in cui immergersi, dai colori ora luminosi ora scuri come la notte.
Ogni lettore può vederci anche la sua.
E una storia in particolare torna alla fine del libro, con un bambino diventato padre che si ritrova in quel posto dove trovava pace da piccolo e che si mette all’opera per riportare l’altalena, rovinata dalle intemperie e dall’incuria, alla bellezza di una volta.
Un’opera poetica, delicata e potente, senza età, in cui perdersi e trovarsi.
Sul tempo che passa ma anche sull’amore e la cura per le cose e per i luoghi del cuore e su quello che rappresentano.
Qui si libera l’altalena dalle erbacce, noi liberiamo il giardino di papà e prendercene cura è tenerlo in vita nel cuore e negli occhi.
di Nuccia Zito
La recensione della grande fabbrica delle cacche
Zebuk - 28 agosto 2024
Divertente, con illustrazioni pazzesche e un sacco di curiosità La grande fabbrica delle cacche è un libro perfetto perché insegna come avere un rapporto felice con la cacca nostra e degli altri.
Seguendo un simpatico pinguino come guida questo illustrato ci porta tra escrementi di ogni tipo, abitudini diverse, cibo, digestione ed espulsioni fecali.
Che si tratti di animali terrestri volatili o pesci tutti defecano. È così importante che ci sono tantissime espressioni per parlarne. Possiamo addirittura dire che in qualche modo la cacca sia magica perché cambia a seconda di chi la produce e questo ci consente, osservando gli escrementi, di sapere quale animale li ha deposti.
E se non bastasse si parla anche di caccole che escono dal nasco e di occhi cisposi la mattina, di opere d’arte dove la cacca è protagonista e di insospettabili profumi che derivano nientepopodimenoche dall’intestino del capodoglio.
La cacca però non è per niente piacevole, diciamocelo con franchezza. È brutta da vedere e puzza tanto.
Però se ce la raccontano in un libro che è un fumetto con disegni a volontà e curiosità di ogni tipo ecco che la cacca diventa non solo interessante ma persino meno disgustosa.
Insomma La grande fabbrica delle cacche è un concentrato di scienza e curiositàperfetto per rispondere alle mille domande dei bambini che ogni giorno scoprono qualcosa di nuovo e vogliono sapere tutto all’istante.
Ted e la sorella Kat devono venire a capo della misteriosa scomparsa del cugino Salim dopo un giro sul London Eye di Londra da cui non è mai sceso. Sembra facile. E sembra "solo" la trama di un avvincente ed eccellente giallo per ragazzi che, in questo caso, gioca sull'equilibrio perfetto tra mistero e ironia. Ma questo libro del 2007 è narrato da Ted, irresistibile dodicenne affetto da Sindrome di Asperger, che fin dalle prime pagine crea un rapporto speciale con noi lettori aprendoci un canale privilegiato per sentire le sue emozioni, che diventano le nostre. Grazie a questo corto circuito empatico, l'eccellente giallo è diventato "un classico" della letteratura per ragazzi: 180 mila copie vendute solo in Italia che hanno portato a questa riedizione con nuova copertina firmata David Dean e contenuti extra (la Guida Libristica da scaricare con approfondimenti e percorsi sui tanti temi trattati nel romanzo utilissima per gli educatori che cercano spunti per il nuovo anno scolastico.
Atolli e arcipelaghi: storie circondate dal mare
Andersen - luglio/agosto 2024
Isole: mete agognate, sognate, simbolo di pace e esilio dal mondo, specialmente nell'immaginario tropicale o mediterraneo. Certo, essere circondati dall'acqua può essere anche un po' claustrofobico, specialmente se l'isola in questione non la si è raggiunta per le vacanze, ma in seguito al naufragio di un transatlantico che da Genova doveva raggiungere il Brasile. Questo quanto accaduto ai fratelli Isabella e Giacomo e al marinaio Lucas, protagonisti de L'isola dimenticata (Uovonero, pp. 176, euro 16,00, disponibile anche in audiolibro grazie alla collaborazione con Emons) di Guido Quarzo e Anna Vivarelli: i tre si ritrovano su un atollo popolato da persone alquanto eccentriche, le cui storie sulle vicende che li hanno portati al volontario isolamento non sembrano sempre coincidere. Il mistero si fa via via più fitto e i tre ragazzi, ospitati ognuno da un'abitante diverso dell'isola, iniziano a ragionare sulla possibilità di ripartire. Lucas, in particolare, non si fida della combriccola e inizia a immaginare un piano di fuga. Isabella dal canto suo non sa che fare, la vita borghese un po' le sta stretta e allo stesso tempo è affascinata dal tempo sospeso e senza problemi che sembra circondare l'isola. Giacomo invece sta trovando piena realizzazione di sé, lui che da sempre è stato oggetto di sguardi e critiche a causa dei suoi numerosi tic. D'altra parte gli stessi abitanti dell'isola sono inquieti e, con la loro esagerata premura sembrano proprio voler tenere nascosto quanto accaduto in passato. A questo si aggiunga l'inquietudine dell'atollo, soggetto a numerosi terremoti... Un romanzo misterioso e avvincente, capace di giocare con gli stilemi del genere con intelligenza e senza scadere in banalità, senza forzare la mano, ma anzi, dando vita ad un intreccio ponderato e accattivante, che tiene col fiato sospeso fino all'ultima pagina.
di m.r.
Recensione di Una mamma svitata su Il piccolo missionario
Il Piccolo Missionario - 12 agosto 2024
Stella sta per compiere 13 anni e ha paura che la mamma possa metterla in imbarazzo il giorno del suo compleanno. Vede la mamma troppo stana rispetto a quelle delle altre e allora decide un piano per cambiarla. Ma durante il corso del suo piano comprenderà tante cose, anche di sé stessa. Perché la mamma sarà pure una boomer ma…
Recensione di L'isola dimenticata su Monopoli tre rose
Monopoli tre rose - 23 agosto 2024
A quattro mani, invece, Anna Vivarelli e Guido Quarzo scrivono "L'isola dimenticata", edizione Uovonero, 2024, 176 pagine.
Un romanzo, che parla di isolamento e di lontananza. Un desiderio di cambiare ritmo di vita. I trabocchetti e gli inganni degli adulti. Una visione disincantata del mondo adolescenziale.
Avvincente. Riporta i lettori ai primi anni del Novecento. Un naufragio. Un grande piroscafo diretto in Brasile. Una tragedia.
Solo tre ragazzi, approdando su una terra deserta, si salvano. Una spiaggia provvidenziale. Isabella, sempre attiva e intraprendente insieme a suo fratello Giacomo. Tra questi anche Luca, il mozzo della nave, molto estroverso.
L'isola sembra un piccolo paradiso. Un deserto. Ma i tre ben presto si accorgono di non essere soli. Personaggi ambigui li accolgono. Scoprono subito che nascondono segreti poco chiari. Un passato non completamente limpido? Di cui sono prigionieri? Appare immediatamente che quell'isola serve per arrivare. Per restare. Non per ripartire. È esattamente questo il problema?
Recensione di La grande fabbrica della cacca su Allenatori di lettura
Allenatori di lettura - 3 agosto 2024
“La grande fabbrica delle cacche” è un libro che attrarrà subito bambine e bambini. Il tema, ovviamente, ma anche la forma sono davvero irresistibili: un grande formato in brossura con font ad alta leggibilità e illustrazioni divertenti in stile fumetto e con diversi ballon. Il libro racconta la cacca come elemento inclusivo e trasversale: pensateci un po’, poche cose ci legano a così tante altre creature! Dunque, accompagnati da un simpatico pinguino, andiamo alla scoperta della cacca umana e del sistema digestivo (ma con anche una digressione su caccole, muco, cispe agli occhi come altri scarti del corpo molto interessanti) e poi esploriamo le cacche animali in tutta la loro meravigliosa varietà, le abitudini delle diverse specie rispetto al momento della deposizione delle feci, cacche come tracce, possibili usi e persino arte legata al tema. Insomma, al termine di quest’agile lettura, capace di coniugare perfettamente rigore scientifico e umorismo, sarete dei veri esperti e se avete letto fin qui storcendo un po’ il naso, beh, probabilmente siete irrimediabilmente adulti, tenetene conto quando dovete scegliere un libro per bambine e bambini! Ah, i bambini di casa ci tengono ad aggiungere, con aria deliziata, che il libro contiene delle parolacce. Del resto bisogna pure imparare i sinonimi dei nomi comuni!
Un nuovo libro per giovani lettori e lettrici scritto a quattro mani da Anna Vivarelli e Guido Quarzo, fra le più belle penne della letteratura per ragazzi, con cover e illustrazioni di Peppo Bianchessi, pubblicato da Uovonero, progetto editoriale accessibile e inclusivo per il quale leggere è un diritto di tutti.
1914, Oceano Atlantico. In un’Europa teatro di guerra, un piroscafo diretto in Brasile affonda tra i flutti. Solo una piccola scialuppa si salva e approda su un’isola dimenticata. Gli unici sopravvissuti sono i tre adolescenti protagonisti di questa coinvolgente storia, un’avventura che è una dura prova e insieme una preziosa occasione per trovare se stessi e scegliere il proprio destino, liberamente. Una storia piena di mistero e un romanzo di formazione che ci riporta ai più amati classici, da Robinson Crusoe a Il signore delle mosche, da Jules Verne a Rudyard Kipling.
Grazie alla collaborazione con Emons, il romanzo è disponibile anche in audiolibro, narrato da Stefano Guerrieri
'Hank Zipzer e il giorno dell'iguana', terzo esilarante capitolo della serie creata da Henry Winkler tra spettacoli di magia, un film horror imperdibile e la forza dell'amicizia
dilettanicastro.blogspot.com - 31 luglio 2024
Trama: Primi Anni Duemila. New York.
Hank Zipzer, studente dislessico di quarta elementare, è emozionato. Il gruppo di magia creato assieme agli amici Frankie e Ashley è stato scritturato per la festa dei cugini Jake e Zack!
La data della festa coincide, però, con la trasmissione di un film dell’orrore attesissimo da Frankie: La tarma mutante che mangiò Chicago. Ma niente paura. Zipzer assicura che lo zio Gary ha il dvd recorder e si potrà registrare il rarissimo film mentre loro fanno lo spettacolo! Gli amici partono con la famiglia Zipzer (e qualche intruso!), ma non tutto va come ci si aspettava. Lo spettacolo è un disastro e la registrazione del terrificante film non viene perché Hank commette un errore madornale nella programmazione, dovuto alla sua difficoltà nel leggere i numeri. Frankie si infuria e litiga pesantemente con l’amico del cuore. Hank cerca di ricucire il rapporto facendo un avventato esperimento di scienze (riuscendo però solo a rompere il decoder) e l’iguana di Emily, sorella minore di Hank, decide di prendere il deconder rotto come sua cuccia per covare le uova. E’ tutto un caos E Hank ha bisogno di Frankie, ma l’amico è ancora furioso. Come si ricucirà il rapporto?
Commento: Hank Zipzer e il giorno dell’iguana è il terzo (su 17 ma solo 12 al momento tradotti in italiano) romanzo della serie dedicata a Hank Zipzer, bambino dislessico dal gran cuore ma con grandi difficoltà di apprendimento. Si tratta di un romanzo adorabile capace di coinvolgere dalla prima all’ultima pagina (che bello ritrovare gli amati – e gli odiati – personaggi della serie!) e che diverte molto, insegnando anche l’importanza dell’amicizia, del sacrificio e del perdono.
Henry Winkler Come già spiegato nella recensione di Breve storia di un lungo cane (secondo capitolo della tetralogia prequel della serie di Hank), l’autore altri non è che Henry Winkler, famoso in tutto il mondo per aver interpretato Fonzie in Happy Days. Si dice che bisogna scrivere quello di cui uno sa, e questo ha fatto Henry Winkler: ha messo nero su bianco tutte le difficoltà che ha vissuto in prima persona da piccolo e poi i suoi figli a causa della dislessia. E il risultato è eccellente. Storie ricche di energia, di brio e di tutta la gioia di vivere dei bambini.
La tarma mutante che mangiò Chicago Ovviamente il film La tarma mutante che mangiò Chicago (The Mutant Moth That Ate Toledo in inglese) non esiste ed è una sorta di parodia dei film horror di serie B che diventano cult. Un sottofondo eccellente per raccontare la storia portante. Ed è descritto così bene che si avrebbe voglia che venga girato!
Deus ex-machina Nella storia è inserito un elemento tipico delle commedie greche: il deus ex-machina che all’improvviso risolve tutti i problemi (bello trovare questo stratagemma narrativo in un libro per ragazzi!). Nel romanzo è interpretato da Tom, l’uomo del decoder, che non solo sostituisce il decoder rotto, ma sa tutto sulle iguane e le uova e… non svelo il finale!
Complessivamente è un libro delizioso, consigliatissimo ai bambini di nove-dieci anni per una lettura sana e divertente, contro le brutture profuse a go go oggigiorno. Carinissime le illustrazioni di Giulia Orecchia. Concludo con il commento di mio figlio che ha letto il libro interamente a voce alta: “Questo libro è un messaggio agli amici del cuore. Se il tuo amico del cuore sbaglia una cosa che a te è molto cara, tu lo devi perdonare perché tu sei il suo amico del cuore e se ha bisogno di te, tu ci sarai sempre anche se non ti ha registrato una cosa che tu amavi e aspettavi da tanto tempo”.
Recensione di Il mistero del London eye su NL La Lettura
Newsletter La Lettura del Corriere - 19 luglio 2024
Salim, un ragazzino sveglio, sale su una ruota panoramica con un gruppo di turisti. Al termine del giro tutti scendono, tranne lui che è ssparito nel nulla... Ecco Il mistero del London Eye di Siobhan Dowd (Uovonero edizioni, pp.362, euro 16, da 11 anni), premiato romanzo bestseller per ragazzi che in Italia ha venduto 170 mila copie. L'indagine (non autorizzata) sulla strana sparizione in una Londra piena di sorprese è portata avanti dai cugini di Salim, Ted, un teenager autistico, e la sorella Kat. L'appassionante giallo, diventato un cult tra i giovani lettori, esce ora in una nuova edizione che comprende una prefazione di Simoneetta Agnello Hornby, un estratto della versione audiolibro e una Guida con materiali e approfondimenti per insegnanti e classi, accesssibile online tramite QR code.
Un singolare viaggio dentro il corpo umano
il T - La giostra 24 luglio 2024
Cari lettori della Giostra, grandi e piccini, oggi il libro proposto è assai particolare. Nasce a partire da una considerazione banale, eppure assai vera. È o non è vero infatti che c’è una cosa che accomuna tutti gli esseri viventi e che questa cosa è ... la cacca? Bene, allora sappiate che il nuovo, giocoso, volume della serie «La grande fabbrica» della coppia Nadja Balhadj e Philippe de Kemmeter è u n’avventura illustrata, un po’ fumetto e un po’ divulgazione, per bambine e bambini curiosi che vogliono scoprire tutto, ma proprio tutto, su come funziona il nostro corpo e quello degli altri esseri viventi. Benvenuti allora alla scoperta de «La grande fabbrica delle cacche», testi di Nadja Belhadj (redattrice, traduttrice e scrittrice per giovani lettori, vive a Parigi), illustrazioni di Philippe de Kemmeter (fumettista e illustratore belga), traduzione di Sante Bandirali. L’editore è uovonero, lettura adatta a partire da 8 anni, 48 pagine, 15 euro. In Francia, dove è stato pubblicato tre anni fa, è stato definito «un albo illustrato di divulgazione a dir poco ge n i a l e » . Già. Dove va a finire il cibo che mangiamo, di cosa è fatto il muco oppure perché la mattina ci svegliamo
con le cispe agli occhi che ci appannano la vista? «La grande fabbrica delle cacche» è quel che ci vuole per fugare ogni dubbio sulla materia! Dopo «La grande fabbrica dei bambini» – e mentre già è annunciato un nuovo titolo per l’anno prossimo, «La grande fabbrica delle puzze» – le edizioni uovonero (sì, si scrive così, minuscolo) portano in libreria un nuovo titolo della serie di albi illustrati firmata da una coppia sempre più affiatata, che affronta alcune delle tematiche più «gettonate» da bambine e bambini con umorismo e rigore scientifico. Un pinguino chiacchierone ci accompagna alla scoperta di cosa sono gli escrementi, perché li produciamo e in che modo questi spesso maleodoranti ma essenziali scarti corporei legano tutte le creature del nostro pianeta. Un libro illustrato dettagliato e spiritoso che spiega le tipologie e l’evo l u z i o n e della cacca nella storia dell’Uomo, la sua utilità e addirittura le opere d’arte che, tra applausi, critiche e scalpore, sono state dedicate alla pupù. Una piccola «Enciclopedia caccosa» mostra quanto il lessico sull’a rgo m e n to possa essere ricco e variopinto e come vada usato con moderazione; che le cacche comprendono differenti tipi di scarti; che la medicina in passato si è avvalsa anche di cure a base di «profumatissime» deiezioni; che i rifiuti
di alcuni animali sono addirittura essenziali per la salvaguardia del pianeta, e tanto altro ancora. Tra scienza, biologia, chimica, ma anche con tante informazioni naturalistiche, artistiche e linguistiche, il simpatico pinguino-guida descrive, racconta e commenta in modo chiaro e ironico tutto quel che c’è da sapere. Attraverso un lessico semplice e comprensibile, il testo Nadja Belhadj cattura l’attenzione di lettori di tutte le età: informazioni puntuali sono veicolate attraverso testi brevi, inframmezzati da gag e notizie divertenti che rendono piacevole e vivace la lettura dell’a l b o. Le illustrazioni, contemporanee, scherzose e originali, strizzano l’occhio al mondo del fumetto, e fanno da filo conduttore alle varie sezioni tematiche. Alla fine del volume, un test invita a giocare con il libro ed esorta i lettori a non nascondere mai la propria curiosità (sì, anche quando si parla di cacca)! Perché, per dirne una, lo sterco d’elefante è prezioso per le foreste. L’elefante non digerisce la cellulosa contenuta nei vegetali che ingerisce. Questa si ritrova nei suoi escrementi. Viene recuperata per essere trasformata in pasta di legno. Si ottiene così una carta del tutto inodore senza aver dovuto tagliare nessun albero.
di Carlo Martinelli
Recensione di L'isola dimenticata su Rosicchialibri
Il Rosicchialibri - 19 luglio 2024
1914.
Mentre in Europa scoppia la Prima Guerra Mondiale, un piroscafo diretto in Brasile viene distrutto da una tempesta.
Gli unici superstiti del piroscafo sono tre ragazzi: i fratelli Isabella e Giacomo e il giovane mozzo Lucas.
Comincia così questa vicenda incastonata in un contesto storico e in un luogo degni dei migliori romanzi d’avventura di inizio Novecento.
I tre ragazzi approdano di un’isola dove credono di essere soli, ma presto si accorgono che l’isola è abitata da personaggi ambigui ognuno dei quali ha qualcosa da nascondere…
Un romanzo dal ritmo incalzante dove nulla è come sembra, con capitoli brevi, motivi che decorano i capitoli come minuziose incisioni e un testo ad alta leggibilità.
I tre naufraghi vengono divisi e seguendo le vicende separatamente, il lettore ha la possibilità di entrare nel quotidiano dell’isola dimenticata da tre punti di vista differenti.
Isabella è ospite della Contessa, una donna elegante e dai modi eccessivamente raffinati.
Giacomo (che soffre della sindrome di Tourette) invece trova alloggio presso il Governatore, l’unico uomo che sembra in grado di mantenere l’ordine sull’isola.
Solo Lucas non si fida degli isolani e cerca una sistemazione tutta per sé, mentre studia un modo per lasciare quel luogo.
E poi c’è l’isola: viva, rumorosa e insofferente, quasi un personaggio a sé stante, che manifesta continuamente la sua presenza con borbottii e terremoti.
Un romanzo d’avventura dove nulla è come sembra e dove tutti sembrano mentire poiché è chiaro che nessuno vuole lasciare l’isola (o che altri lo possano fare).
Un’isola dimenticata, appunto, un luogo lontano dalla civiltà dove gli abitanti hanno trovato un equilibrio fra le cene eleganti e i terremoti, fra gli atteggiamenti educati e la natura selvaggia.
Un libro che è anche un romanzo di formazione, perché i tre protagonisti a turno entrano prepotentemente nelle dinamiche del mondo adulto mentre riflettono su quello che era il loro ruolo nella società prima del naufragio.
Un’avventura scritta a quattro mani da due grandi autori che non deludono mai.
Nel libro troverete anche un QR code personalizzato per scaricare l’audiolibro.
Anno 1914: in Europa soffiano venti di guerra. Una tempesta distrugge la nave Zeus diretta in Brasile. Una piccola scialuppa con a bordo due ragazzi e una ragazza resiste alla furia delle onde e approda sulla spiaggia di un’isola sperduta. L’equipaggio è composto da Isabella, sveglia e intraprendente, da suo fratello maggiore Giacomo, timido e malvisto a causa dei suoi numerosi tic, e dal giovane mozzo franco-genovese Lucas, abituato sin da bambino a sopravvivere anche nelle condizioni più dure. Sono loro i tre protagonisti de “L’isola dimenticata” (uovonero, 2024, pp. 176), romanzo per ragazze e ragazzi scritto a quattro mani da Anna Vivarelli e Guido Quarzo e disponibile, grazie alla collaborazione con Emons, anche in audiolibro narrato da Stefano Guerrieri e scaricabile tramite un QRcode inserito nel libro cartaceo.
Sbarcati sull’isola, sede di una prigione fino a poco tempo prima, i tre naufraghi scoprono che non è affatto disabitata, ma popolata da un gruppo di strani personaggi, cinque uomini e una donna, una sparuta colonia guidata da un sedicente Governatore. Ciascuno di loro si è creato una seconda vita e una nuova identità. I ragazzi conosceranno a poco a poco i motivi che li tengono nascosti in quel luogo lontano da tutto: un piccolo paradiso circondato dal mare dove si può essere liberi o prigionieri, a seconda dei punti di vista.
Metafora dell’adolescenza e racconto sul desiderio di costruire o ri-costruire il proprio destino, “L’isola dimenticata” è un romanzo con molti richiami ai classici della letteratura e del teatro.
Ad Anna Vivarelli chiediamo allora quali sono state le fonti di ispirazione del libro:
«Certamente "L’isola dimenticata” deve molto alle nostre letture, ma, come sempre ci succede, queste fonti letterarie le scopriamo a posteriori, quando la storia è finita e riflettiamo sul nostro lavoro. Il primo titolo che viene in mente è Robinson Crusoe di Defoe, ma soltanto per il topos letterario dell’isola deserta. Molto più presente è L’hôtel del ritorno alla natura di Georges Simenon, che ci aveva colpiti soprattutto perché era ricalcato su una serie di crimini misteriosi realmente accaduti sull’isola di Floreana nel 1934. Ma nei ragazzi viziati e inetti che diventano adulti grazie a un naufragio c’è sicuramente l’eco di Capitani Coraggiosi di Kipling e de L’isola misteriosa di Verne. Nel tentativo di autogovernarsi su un’isola lontana, il riferimento immediato è a Il signore delle mosche di Golding. Ma il gioco di inganni e di ruoli tra personaggi che sembrano recitare un copione scritto da loro stessi rimanda al teatro di Pirandello. Dunque, L’isola dimenticata, per suggestioni, echi o perfino contrapposizioni, è certamente nata dalla nostra esperienza di lettori, ma non più e non diversamente da altri nostri romanzi».
Possiamo considerare il vostro come un romanzo di formazione?
«Senza dubbio: l’isola è una evidente allegoria della società, il grande palcoscenico del mondo dove ognuno interpreta il ruolo che si è scelto. Lucas, Giacomo e Isabella assistono allo spettacolo, vi partecipano ma al tempo stesso non ne fanno mai del tutto parte. L’isola rappresenta il mondo adulto in cui i ragazzi entrano, anzi naufragano, e faticosamente conquistano un’identità. È un mondo incerto, pericoloso, che non smette mai di tremare e sembra destinato a esplodere».
Cosa divide i personaggi di Isabella e Lucas da quello di Giacomo?
«Inizialmente i due fratelli sono separati da Lucas da una barriera invalicabile fatta di ricchezza, educazione, ceto sociale, tutte cose che sull’isola non hanno più alcuna importanza. E mentre Isabella e Lucas scoprono pian piano un modo superare quella barriera e avvicinarsi, Giacomo viene assimilato dalla piccola società dell’isola perché nel mondo di prima non è mai stato accettato».
L'isola per i tre protagonisti è una possibilità o un'esclusione dal mondo?
«Entrambe le cose. Per Lucas è l’ennesimo nascondiglio, ma anche il luogo che finalmente gli permette di scoprire che non desidera più nascondersi. Per Isabella rappresenta l’opportunità di diventare più forte e provare a scegliere il proprio futuro: per questo oscilla tra la tentazione di restare e quella di fuggire. Per Giacomo, che a causa della sua sindrome è sempre vissuto da emarginato, l’isola rappresenta la libertà, e in questo si rivela molto simile agli abitanti dell’isola».
Una curiosità: come riuscite a lavorare a quattro mani? Avete un metodo prestabilito?
«Più che di metodo, si può parlare di consuetudine. Una nostra storia a quattro mani nasce in primo luogo dalle chiacchiere e dallo scambio di idee, a partire da qualcosa che abbiamo letto o che ci ha colpito. Poi comincia la fase della documentazione: per L’Isola dimenticata, ad esempio, clima, vegetazione, piroscafi. Ognuno la fa per conto proprio e insieme si costruisce un grande file di dati. Quando passiamo alla pagina, però, scriviamo insieme sempre, dalla prima riga all’ultima. In pratica, riscriviamo modificando, aggiungendo o cancellando l’uno le pagine dell’altra. Lo facciamo usando un sistema di colori che è noioso da spiegare ma che per noi, ormai, è quasi automatico. E naturalmente, mentre la storia procede, discutiamo sull’evoluzione della trama, sui colpi di scena eccetera. Facciamo a parole ciò che ogni scrittore fa nella propria testa quando lavora da solo. Ciò che ci sembra importante è che le storie scritte insieme hanno una voce terza, come se nascesse uno scrittore che non è sovrapponibile a nessuno di noi due».
L’isola dimenticata di Guido Quarzo e Anna Vivarelli, editato da uovonero, è un libro affascinante. Intriga fin dalla copertina di Peppo Bianchessi che narra esattamente ciò che c’è nel libro, promettendo mistero, viaggio e avventura, con quel pizzico di inquietante che tiene incollati alle pagine.
L’isola dimenticata narra di un nave in viaggio verso il Brasile che naufraga; intanto in Europa impazza la Prima Guerra Mondiale. Dal naufragio, grazie a una scialuppa, si salvano tre ragazzi
I ragazzi sono due ragazzi e una ragazza: Isabella, intraprendente e dinamica, suo fratello Giacomo, un ragazzo solitario e affetto da vari tic, e Lucas un giovane mozzo italo francese abituato fin da bambino a vivere in condizioni dure e forse per questo diffidente e guardingo.
Il romanzo inizia con i ragazzi sulla scialuppa, la situazione è molto incerta; Lucas ha causa di una botta in testa, ha perso conoscenza; Giacomo e Isabella remano verso la costa. In maniera fortunosa riescono a sbarcare in quella che loro pensano sia un’isola deserta.
In realtà, come si accorgono quasi immediatamente, l’isola è abitata da strani personaggi che si aggirano tra le dune e i boschi. Ognuno vive per conto proprio ma ogni tanto si incontrano per delle cene o per altri eventi da loro creati. Sono cinque uomini e una donna. Il gruppo è guidato da un sedicente Governatore e tra di loro c’è anche una Contessa.
Il lettore – come i tre protagonisti – non sa nulla di questi cinque bizzarri personaggi; capisce fin dalle prime righe che c’è qualcosa che non va, ma non sa cosa. C’è un’aria di mistero. Si è portati a parteggiare a volte per l’opinione di Lucas che considera i cinque pericolosi, a volte con Isabella che sembra stregata dai modi raffinati e bizzarri della “Contessa”. Di fatto il lettore – come i tre ragazzi – non sa nulla.
I cinque vivono come se fossero in una perenne vacanza, passeggiando, mangiando frutta, filosofeggiando e organizzando incontri e cene.
L’isola è costantemente attraversata da scosse sismiche a cui tutti sembrano non fare caso; l’unico a interessarsene è il professor Boyer un sismologo che le studia, le misura e le registra. Boyer sembra essere l’unico ad avere un’idea di ciò che potrebbe accadere, gli altri come soavi (e tragici?) personaggi cecoviani ammirano il fiorire degli alberi.
Isabella, Giacomo e Lucas, accolti dalla strana combriccola, non sanno cosa fare. Se Lucas è guardingo e sospettoso, Giacomo sembra aver trovato una sua dimensione. Nessuno sembra fare caso ai sui tic e lui si sente per prima volta libero dai condizionamenti sociali.
Se Lucas ha come unico obiettivo quello di ritrovare la scialuppa, misteriosamente scomparsa, e tornare sulla terra ferma, Isabella, affascinata dalla Contessa, passeggia con lei parlando della vita.
I sei abitanti, isolati dal resto del mondo, danno l’impressione di recitare delle parti. Al lettore appare abbastanza chiaro – come d’altro canto anche ai tre ragazzi, seppur con delle differenze – che gli abitanti dell’isola non sono chi dicono di essere. È come se arrivando lì ognuno di loro abbia iniziato a recitare una parte nella quale è talmente immerso da non riuscire più a distinguere la realtà dalla finzione, concetti che sull’isola cambiano completamente di significato.
Nel dispiegarsi della trama, il lettore – come i tre protagonisti – capisce che i sei, nel loro mondo, erano degli emarginati, dei liminari. Sull’Isola ognuno ha potuto (ri)costruirsi una vita diversa.
L’isola dimenticata è un romanzo affascinate e coinvolgente che strizza l’occhio ai grandi classici del genere; non possiamo non pensare a Robinson Crusoe, a Il signore delle mosche e a Jules Verne.
I personaggi che vivono sull’isola sono splendidamente pirandelliani. Ogni gesto, ogni situazione, ogni frase sprizza teatro pirandelliano.
Isabella Giacomo e Lucas sono giovanissimi, il doversi misurare con degli adulti bizzarri li mette in condizione di doversi confrontare con mondi e modi diversi e li costringe superare i pregiudizi che hanno gli uni degli altri e sul mondo. Obbligati a guardarsi dentro, L’isola li cambierà per sempre inducendoli a fare le loro scelte.
Romanzo che potrà essere amato sia dal giovane lettore esperto che amerà ritrovare i riferimenti ai Grandi Romanzi sia dal lettore meno esperto che sarà rapito dal mistero e dall’avventura.
Le illustrazioni interne di Peppo Bianchessi che fanno da frontespizio sono dei piccoli gioielli incastonati nei capitoli. Lanciano il capitolo, lo descrivono e fanno volare la fantasia.
L’isola dimenticata è anche un audiolibro, realizzato in co-edizione con Emons audiolibri ed è ascoltabile dall’app tramite un pratico QRcode inserito nel libro cartaceo.
Sulla ruota di Londra un mistero per il dodicenne Ted
Vita Trentina - 27 giugno 2024
Quando Salim, il cugino di Ted e Kat, visita Londra, insiste per salire sul “London Eye”, la grande ruota panoramica. Per una serie di vicende, Salim riceve da uno sconosciuto un biglietto gratuito e sale da solo nella cabina, mentre i cugini lo aspettano a terra. Mezz’ora dopo, quando il giro è terminato, tutti i passeggeri scendono, ma Salim è sparito: non è sceso, non è nemmeno rimasto nella cabina.
Quello che segue è un intricato mistero, Il mistero del London Eye (Uovonero; età 11+), raccontato dal punto di vista del dodicenne Ted, che si definisce dotato di un sistema operativo che lavora in modo diverso da quello degli altri. è, infatti, affetto da un disturbo dello spettro autistico, che non viene ben precisato, ma che si deduce da come Ted si comporta, pensa e parla. Ted è un pensatore brillante ma letterale, vede le cose in termini di probabilità matematiche, non ama il contatto fisico, non ha amici, è fissato con la meteorologia, non sa dire bugie, non conosce il linguaggio del corpo, non riconosce le emozioni, non capisce le metafore. Si agita molto facilmente, sopporta malamente rumori e confusione, sa, però, anche essere molto acuto e coraggioso. Ed è proprio la sua mente logica quella necessaria per risolvere il mistero e salvare la vita del ragazzo.
Quello che Uovonero ripropone con la nuova traduzione di Sante Bandirali e la font ad alta leggibilità, è un giallo perfettamente costruito in cui la logica degli elementi si configura pian piano e porta passo passo alla soluzione. Una storia che tiene in tutti i suoi sviluppi: perfetta nella caratterizzazione dei personaggi, dalle caratteristiche della malattia in Ted, all’inadeguatezza e sventatezza della madre di Salim, dagli atteggiamenti adolescenziali di Kat, al diverso modo di affrontare la stressante situazione da parte dei genitori. Una storia perfetta anche nella narrazione che come una tipica mistery story segue, confuta e accantona una per una tutte le ipotesi di soluzione fino ad arrivare ad un finale intrigante e per nulla scontato. Un libro che cattura il lettore fin dalle prime pagine, mantenendo alto il livello di tensione e coinvolgendolo nell’analisi degli indizi che portano alla soluzione. Una buona lettura perfetta per le vacanze.
Di corvi e cornacchie. Quanto ne sapete sui corvidi?
Penna di corvo - 26 giugno 2024
Il corvo: animale mitologico che, fin dall’antichità, alimenta miti e leggende col suo alone di mistero. Ponte tra questo e l’altro mondo, presagio di morte, essere dal fascino unico. Ma… quanto ne sappiamo davvero sui corvi?
In nostro soccorso arriva Uovonero edizioni ed il testo Di corvi e cornacchiedi Britta Teckentrup. Britta è un’artista e illustratrice tedesca, ha vissuto e lavorato diversi anni in Inghilterra. Le sue opere sono state esposte alla London Gallery e in diverse fiere d’arte internazionali. È autrice di più di 60 libri per bambini, tra cui numerosi best-seller, pubblicati in oltre venti paesi in tutto il mondo.
Corvo o cornacchia?
Il testo Di corvi e cornacchie, suddiviso in sette capitoli, parte dalla definizione: corvi o cornacchie? Le splendide illustrazioni di Britta inondano già da questo primo capitolo le pagine, rendendo graficamente le differenze tra i vari tipi di corvidi con cui ci troveremo a familiarizzare durante la lettura.
Fatta la doverosa premessa, il volume di Uovonero si addentra nei miti e le leggende che vedono protagonista i nostri volatili preferiti. Dai seguaci di Zarathustra nell’antica Persia alla Pallade Atena in Grecia i miti e le leggende hanno da sempre visto i corvidi giocare un ruolo fondamentale nella costruzione delle mitologie. Culmine del loro utilizzo nell’epica è sicuramente quello norenno, che vedeva i corvi Huginn e Muninn associati al Dio supremo, Odino.
I corvi nel quotidiano
Davvero molto interessanti anche i capitoli successivo dove si analizza nello specifico l’aspetto comportamentale dei corvi. Avreste mai detto che sono degli animali premurosi, quasi alla stregua di alcuni mammiferi, umani inclusi? Sono degli animali intelligentissimi, che pianificano in anticipo le azioni da compiere dopo ver studiato l’ambiente circostante.
Hanno imparato, nel corso dei secoli, a sfruttare gli ecosistemi umanizzati a loro vantaggio. Ad esempio nelle città usano le automobili per rompere le noci, avvicinandosi alla strada solo quando il semaforo e rosso. Ancora una volta hanno appreso studiando l’ambiente circostante. Un bel vantaggio per poter sopravvivere al meglio!
Letteratura e corvi
Molto bello ed interessante è il capitolo dove si affronta la presenza dei corvi nella letteratura. Oltre allo scontato E.A. Poe e la sua Il corvo, numerosissimi sono i testi dove i corvi fanno la loro presenza. Da Esopo ai fratelli Grimm, dalle leggende cinesi alle fiabe polacche, è sorprendente come l’utilizzo di questi volatili sia diffusissimo nella letteratura di tutto il mondo.
Cosi come è diffusissima la loro presenza nelle città dell’uomo, cosi come affrontato nel capitolo finale del volume, dove delle illustrazioni davvero evocative accompagnano la descrizione di come questi animali abbiamo adattato la loro esistenza ed il loro comportamento a seconda della natura ed il funzionamento delle città.
Insomma lo avrete capito, se siete curiosi di approfondire a tutto tondo la vita di questi volatili il volume di uovonero è sicuramente un testo validissimo, capace di affrontare numerose dinamiche della loro esistenza e contempo allietare gli occhi con delle illustrazioni davvero interessanti ed evocative.
Recensione di L'isola dimenticata su Interzona.news
Interzona.news - 26 giugno 2024
Metti una labile cornice storica, un’isola vulcanica abbandonata (una sorta di Alcatraz dell’Atlantico), un mistero che incombe sui pochi abitanti dell’isola, tre ragazzi naufraghi, e nasce un romanzo ricco di climax, costruito con tante figure narratologiche, da impareggiabili maestri di letteratura ragazzi, capaci di avvincere e scatenare la magia dell’immedesimazione del lettore nei protagonisti.
Suggestiva è la modalità del riconoscimento dei vari personaggi, che avviene lentamente con l’avanzare della vicenda; e mentre la storia si snoda, il lettore si carica di ansia per i protagonisti che vengono a capo della situazione e con spirito d’iniziativa, trovano una via di fuga, da un’isola in cui si arriva ma non si riparte.
I protagonisti sono artefici del proprio destino, e in questo progredior gli autori mettono in campo tutte le caratteristiche dell’avventura feuilleton.
Il mozzo Lucas e Isabella con il fratello Giacomo sono gli unici superstiti di un piroscafo affondato; giungono su un’isola abitata da pochissime persone, che assumono da subito atteggiamenti affettati, di un formalismo tipico di quella realtà da cui rifuggono.
Tra verità smozzicate, Lucas conosce la verità riguardo gli abitanti dell’isola e le ragioni per cui essi non possono che rimanervi.
Mentre i tanti medaglioni personali vengono a galla, i racconti sono permeati di altri temi, com’è nelle corde degli autori: di madri abbandonate, infanzia negate, ignoranza verso il diverso (nella fattispecie per i soggetti con sindrome de la Tourette, conosciuta col film “I segreti di una città” e con l’insuperabile interprete Edward Norton).
Naturalmente al di là dei vari temi che infarciscono la storia, L’isola dimenticata è un libro fondamentalmente di avventura perché i protagonisti superano situazioni imprevedibili e rischiose, col naufragio che ne è un paradigma; è presente la lotta con le forze della natura (terremoti, alluvioni) e con le aberrazioni umane.
Il carattere narrativo che primeggia è la fabulazione arrembante che rende la trama un vortice continuo di avvicendamenti con l’incombenza che qualcosa stia per accadere.
Il romanzo è un bel congegno che crea emozioni, sia per le peripezie compiute dai protagonisti, sia per la tecnica di mettere i cattivi tutti da una parte e i buoni (ragazzi) dall’altra, per cui chi legge spera che questi ultimi si salvino.
A rendere viva la narrazione ci pensa sia la scelta della struttura dialogica incalzante, attraverso cui si snoda l’azione, sia il lessico immediato.
Così, per le tipologie umane incontrate, per il corso di sopravvivenza sperimentato sul campo, per la capacità di padroneggiare gli avvenimenti, per l’arguzia nel disvelare i falsi volti, il romanzo apre le porte ad un altrove pensato e agognato, nella fattispecie usato come misura della realtà, mostrando l’inappropriatezza di alcune scelte, le ragioni di problemi irrisolti, le cause dell’anaffettività.
Infine, emerge una sotterranea verità, celata dietro alle bizzarrie esistenziali: che la vita è una perenne battaglia al termine della quale la vittoria arride a chi non si arrende.
Bellissimo è il finale a sorpresa, con le parole di Isabella, in coda al romanzo, che sono un palese messaggio metatestuale: “Forse mi metterò a cercare anch’io la mia isola della Libertà”; come a dire, che ognuno nella vita deve avere una seconda chance, nel cercare un percorso che porti alla felicità, al di là degli errori, delle incomprensioni e degli stigma.
Recensione di Come un incantesimo su Letteraturaecinema.blogspot.com
Letteraturaecinema.blogspot.com - 25 giugno 2024
"Come un incantesimo" di Elle McNicoll è un romanzo fantasy per ragazzi che segue le avventure di Ramya Knox, una giovane neurodivergente con la disprassia, che scopre di poter vedere un mondo magico nascosto a Edimburgo. Dopo la morte del suo adorato nonno, l'unico che la comprendeva e sosteneva, Ramya apprende che la magia è reale e che solo lei può percepirla. La storia si snoda attraverso le sue avventure con creature magiche come troll, streghe, kelpie e vampiri, tutti minacciati dalle sirene, esseri pericolosi che usano la loro voce per controllare gli altri...
"Come un incantesimo" di Elle McNicoll è un romanzo che mescola magia e realtà, ambientato nella pittoresca città di Edimburgo. La protagonista, Ramya Knox, è una giovane neurodivergente che affronta la disprassia, una condizione che rende difficoltosi i movimenti coordinati. La sua neurodivergenza viene trattata con grande sensibilità e realismo, mostrando come Ramya percepisca il mondo in modo diverso ma non meno affascinante. Edimburgo è descritta con grande attenzione ai dettagli, aspetto che contribuisce a creare un'atmosfera ricca e coinvolgente. Le strade, i vicoli e gli edifici storici della città forniscono uno sfondo affascinante per le avventure di Ramya., tanto che la città stessa diventa quasi un personaggio, con i suoi segreti e misteri che si svelano man mano che la storia procede.
Il romanzo affronta temi profondi come l'elaborazione del lutto e le complessità della neurodiversità. In tal senso, la rappresentazione di Ramya sfida gli stereotipi e offre un ritratto positivo e realistico della condizione. Il viaggio di Ramya non riguarda solo la scoperta della magia, ma anche la comprensione delle proprie forze e dell'importanza delle sue differenze. Tra i punti di forza del romanzo anche il rapporto tra Ramya e suo cugino Marley, che inizialmente sembra molto diverso dalla ragazza, salvo poi diventare uno dei suoi alleati più stretti, aiutandola a superare le sfide magiche che affrontano insieme. L'autrice costruisce efficacemente la suspense mentre Ramya cerca di svelare i piani delle sirene e proteggere sia il mondo magico che quello umano. "Come un incantesimo" è un inno alla diversità, all'accettazione di sé e alla forza dell'immaginazione. Un libro pensato per i ragazzi ma capace di affascinare e far riflettere i lettori di tutte le età.
Recensione di La grande fabbrica dei bambini su Penna di corvo
pennadicorvo.it - 23 giugno 2024
Un libro particolare, sembra un quaderno su cui sono riportate, con disegni e vignette, tutte le tappe che riguardano la “fabbricazione” di un bambino.
Un albo illustrato edito Uovo nero, dettagliato, divertente, umoristico e allo stesso tempo accurato, risponde in maniera esaustiva alla domanda che ogni genitore sente porsi: “Come sono venuto al mondo?”
In questo primo volume di una trilogia di albi illustrati davvero fuori dal comune, un pinguino loquace spiega, racconta e commenta, in modo chiaro e spiritoso, la più strabiliante delle avventure: la nascita dei bambini!
Fare un bambino richiede un sacco di lavoro. Tra la divisione cellulare, la costruzione della placenta, la formazione delle ossa e lo sviluppo dell’apparato respiratorio, succedono molte cose prima che possa uscire dal grembo materno.
Dalla cellula allo zigote e poi dall’embrione al feto, il bambino attraverserà molte fasi, dal concepimento al 9° mese, quando finalmente arriva il suo grande momento: ecco che, tuffandosi di testa, il piccolo supereroe inizia la sua discesa verso la scoperta della vita!
L’albo si chiude con un approfondimento sugli animali che, come noi umani, sono in grado di fare cose straordinarie fin dal momento della nascita.
Un’idea carina che può essere di aiuto ai neogenitori nella risposta alla domanda più gettonata di sempre da parte dei nostri bambini, “Come siamo venuti al mondo”
Recensione di La vecchia casa sul canale su pinoboero.com
pinoboero.com - 18 giugno 2024
Un grande albo per vecchie e nuove generazioni che racconta la storia di Anna Frank dal punto di vista della casa che, costruita nella prima metà del Seicento, fu l’ultima dimora della ragazza destinata con il suo Diario a diventare testimone di una barbarie che molti oggi vorrebbero farci dimenticare. Un albo educativo e non didattico, un albo che non nascondendoci nulla della storia è capace, grazie anche alle straordinarie illustrazioni di Britta Teckentrup, a riportarci indietro nel tempo, a incrociare storie e vite di personaggi lontani, a dirci insomma che anche i muri possono parlare e dirci che la storia è maestra di molto che riguarda anche la nostra contemporaneità troppo spesso priva di memoria.
Addie è una ragazzina intelligente, curiosa e con molti interessi. Inoltre, è autistica. La sua neurodiversità le crea qualche problema a scuola, dove non solo viene presa di mira dai compagni e messa da parte dalla migliore amica dell’infanzia, ma c’è anche una terribile insegnante, Miss Murphy, che non perde occasione per mortificarla. Per fortuna stringe una nuova amicizia con Audrey; può contare su mamma, papà e sulla sorella maggiore Keedie, che più di tutti può capire ciò che prova, perché è autistica come lei. Un giorno, grazie a una lezione di storia, scopre che secoli prima, nel villaggio scozzese in cui vive, molte donne furono torturate e condannate a morte con l’accusa di essere streghe. In realtà, erano soltanto persone sole, spesso incomprese ed emarginate dalla comunità: impossibile per Addie non empatizzare con loro! La sua missione è chiara: costruire un memoriale per le donne uccise un tempo solo perché “diverse”.
Nonostante l’ostilità dei suoi concittadini – sempre pronti a giudicare chi, a loro avviso, devia dalla “norma” –, Addie si batte per il suo obiettivo, consapevole che ricordare costituisca una necessità affinché certe discriminazioni non si ripetano più.
Recensione di Una specie di scintilla su Laraccoglistorie
Laraccoglistorie - 16 giugno 2024
Nel piccolo paesino scozzese di Juniper, a poca distanza da Edimburgo, vive Adeline “Addie” Darrow, una bambina di undici anni.
Addie è tranquilla e pacata, ha i capelli biondo miele, un grande interesse per i libri e la lettura, trova che gli squali siano degli animali assai affascinanti per la loro singolarità. L’affascinano molto anche gli antichi egizi e i dinosauri, quando un argomento le interessa vuole immediatamente approfondirlo il più possibile e sente tutto molto intensamente. Perché Addie è autistica.
La sua forma di autismo è lieve e le permette di fare tutto come tutti gli altri. Addie ha una grandissima memoria, è una bambina molto empatica che cerca sempre di far sentire gli altri a proprio agio e la sua memoria è molto visiva (pensa alle parole come immagini concrete)… … Ma detesta i rumori forti (il suo udito super sviluppato le fa spesso percepire come forti anche le voci pronunciate con un minimo di enfasi in più), ha una “brutta” calligrafia non per sua scelta, le luci sfarfallanti la mettono molto a disagio, come anche gli abbracci prolungati e gli sguardi giudicanti che posano su di lei. Sebbene lei sia una bambina deliziosa che non dà fastidio a nessuno, viene costantemente giudicata da tutti, perché la gente non vuole capirla e non vuole nemmeno pensare che l’autismo possa avere svariati aspetti… ma tutti assolutamente innocui e non contagiosi!
C’è addirittura chi pensa che lei non possa provare empatia, né possa formulare pensieri propri… quando invece è assolutamente tutto il contrario!! È solo che Addie vede le cose in modo diverso dagli altri… e questa sua diversità spaventa gli ignoranti e gli ottusi.
Per lei le cose diventano decisamente molto più difficili da sopportare quando inizia un nuovo anno scolastico e le capita come insegnante la crudele e bigotta Miss Murphy: questa non fa che mortificarla a gran voce davanti a tutti, prenderla in giro e accusarla di cose che Addie non ha mai fatto… insomma sarebbe difficile per chiunque essere vessati a tal modo, in particolare a quell’età!
E, come se non bastasse, di punto in bianco la sua migliore amica Jenna non le rivolge più la parola, ma si è attaccata a Emily, una bulla arrogante che non perde occasione per prendere pesantemente in giro Addie!
Per fortuna c’è qualcuno che è dalla sua parte, come il bibliotecario della scuola Mr. Allison: è a lui che Addie si rivolge, quando va a nascondersi in biblioteca durante l’ora del pranzo. Mr. Allison non la giudica per le sue diversità, ma anzi le mette da parte dei libri che sa potrebbero piacerle.
Inoltre, è arrivata Audrey, una nuova compagna di classe che viene da Londra, e nonostante la sua parlata diversa, non esita un secondo a dimostrare non solo sostegno nei confronti di Addie, ma anche di trattarla senza pregiudizi e soprattutto di volerle essere amica.
Addie non ama molto i cambiamenti e ha sempre voluto tenere un profilo basso per non essere presa di mira, ma ora con la presenza di Audrey si può finalmente sentire più libera anche a scuola, quasi come fa a casa, dove ha una famiglia amorevole che l’adora e la difende.
In particolar modo le sue due sorelle maggiori Keedie e Nina. Sono gemelle, ma non potrebbero essere più diverse. Nina ha scelto di diventare una make-up influencer, mentre Keedie ha iniziato l’università. Ed è proprio Keedie quella a cui Addie è più legata in assoluto: è la sua guida, la sua mentore, la sua confidente… perché anche Keedie è autistica!
Il legame tra le due è così forte perché si capiscono in tutto: Keedie è veramente legatissima alla sorellina (più che alla gemella) ed è protettiva nei suoi confronti proprio perché le può spiegare tutte quelle cose che provano entrambe, la può indirizzare su come incanalare le proprie emozioni forti e come interpretare le reazioni altrui, in modo che la piccola non debba passare tutte le sofferenze e le difficoltà che ha vissuto lei in prima persona in passato. Per questo la cosa a cui Addie tiene di più in assoluto è il regalo di Keedie: un piccolo thesaurus tascabile, per poter utilizzare sempre parole nuove e differenti.
Proprio grazie a Keedie, Aubrey e Mr. Allison, le giornate di Addie sono leggermente meno terribili. Addie è una bambina che tende a non esternare le proprie preoccupazioni, però con loro sente di potersi aprire un pochettino di più.
Ma è quando a scuola l’insegnante parla con noncuranza di un fatto storico accaduto proprio lì a Juniper molti secoli prima, che Addie sente di esserne estremamente coinvolta empaticamente: molte donne sono state torturate, condannate ingiustamente e uccise perché ritenute streghe.
Questo fatto sconvolge moltissimo la piccola Addie, che percepisce l’ingiustizia fin nelle ossa. Percepisce quelle donne che non si sono potute difendere, che sono state calunniate e incastrate, e che sono state giudicate solo per il loro “non essere come tutti gli altri”, per le loro “stranezze”. Strana come lo è lei stessa agli occhi degli altri…
«Quando agli adulti non piace quello che abbiamo da dire, danno la colpa al nostro autismo e dicono che non conosciamo la nostra mente.». Lei sospira e fa spallucce. «Era la norma quando ero in quella schifo di scuola. Mi accusavano costantemente di copiare. Non riuscivano a credere che le idee fossero mie.» «Ma questo è…» Sento l’impulso di battere il piede ma lo ricaccio giù. «Mi fa sentire come le streghe! Come se non potessimo vincere!» «Lo so».
La storia narrata in “Una specie di scintilla” è piena di empatia, di lotta per la giustizia, di accettazione per le diversità e soprattutto per il perseguimento dei giusti ideali. Perché quando la Storia viene dimenticata, può essere che venga ripetuta.
La piccola Addie non solo deve affrontare molte avversità perché autistica, ma farà grande fatica a far capire agli adulti del paese quanto sia giusto e importante creare un memoriale per tutte quelle donne innocenti brutalmente uccise e additate come streghe. Sa benissimo che non si può tornare indietro… ma comprende altrettanto bene quanto sia estremamente necessario che ciò NON si ripeta più.
È su questo duplice filone che si svolge la trama di questo romanzo: due tematiche molto complesse, molto importanti e molto più connesse di quanto si possa immaginare. Ho apprezzato moltissimo il carattere della protagonista, che seppur giovanissima, comprende in maniera così lucida e profonda il valore dell’empatia e della giustizia, della gentilezza e di fare la cosa giusta. Pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, Addie accompagna il lettore nei suoi pensieri profondi, nelle sue emozioni, nelle sue sensazioni, e lo fa parlando in prima persona, dando un punto di vista puro, vero, genuino e altruista.
Non sapevo di cosa parlasse il libro quando ho scelto di leggerlo, ma sentivo che sarebbe stata una lettura importante, una lettura assolutamente adatta a me. Ed è stato proprio così! Sono stata piacevolmente coinvolta dalla scrittura di Elle McNicoll, la quale è stata in grado di dare grande spessore, delicatezza e rilevanza alla storia della piccola protagonista, dotata di una forza d’animo e una tenacia non da poco. La decisione di Addie di fare qualcosa per ricordare e dare dignità alle streghe è talmente forte da sprigionare una determinazione non da tutti, e lo fa sempre con grande educazione e rispetto.
Addie dimostra di essere molto più saggia, giudiziosa, empatica e previdente di tanti adulti del libro, e lo fa sì con un iniziale timore, ma con una costanza che le permette non solo di scavare maggiormente dentro di sé, ma anche di far arrivare agli altri il suo validissimo pensiero.
Questo è il primo libro che leggo di Elle McNicoll, ma ho scoperto non solo che è stata tratta una serie tv da “Una specie di scintilla” (non vedo l’ora di vederla!!), ma anche che l’autrice ha deciso di scrivere una sorta di seguiti dedicato a Keedie! Ha inoltre scritto altri libri con storie differenti e separate da questa, ma tutte con un filo conduttore in comune: la neurodivergenza, la diversità e l’empatia. Questo sia perché l’autrice stessa è neurodivergente, ma soprattutto perché ha scelto di far conoscere maggiormente queste “diversità” e la loro preziosità.
Una lettura che mi ha molto colpita emotivamente, e che mi sento di consigliare veramente a tutti, con la speranza che chiunque riesca a comprendere quanto ciascuno sia “diverso e prezioso” proprio così com’è, senza doversi omologare a standard banali o a rientrare per forza in etichette “normali”.
P.S. = se volete scoprire come mai l’autrice abbia scelto di dare questo titolo al suo libro, non vi resta che leggerlo! È una motivazione molto speciale.
P.P.S. = La versione italiana è stata composta utilizzando il font ad alta leggibilità, quindi adatto davvero a qualsiasi tipo di lettore.
Recensione di Tanto amore non può morire su Laraccoglistorie
La raccoglistorie - 26 maggio 2024
Lea è una bambina svedese felice e spensierata che trascorre le sue giornate punzecchiando suo fratello maggiore Lucas e il migliore amico del fratello, Abbe, ma soprattutto trascorrendo ogni momento assieme alla propria migliore amica Noa (sarebbe Nora, ma fin da piccolissima l'ha sempre chiamata così). Lea e Noa sono proprio inseparabili e complementari, ogni ricordo che hanno comprende l'altra.
Non potrebbe andare meglio di così, tra risate, acconciature ai lunghi capelli, molti goal con la squadra di calcio... ogni cosa in tandem con la sua migliore amica.
Tutto cambia però quando all'improvviso, a scuola, Noa dice a Lea "Tua mamma sta per morire, l'ho vista ieri sera in TV al Galà del Cancro". Queste parole non solo destabilizzano totalmente Lea, ma la catapultano in un vortice di disperazione, rabbia e soffocante sensazione di esser stata tradita: dalla sua migliore amica, da sua mamma, dalla sua famiglia, dalla vita.
Non è possibile, non può essere vero!! Sua mamma sta benissimo, e se davvero fosse malata, gliel'avrebbe detto lei di persona... o no??
La guardo. Ha qualcosa di diverso, ma non so cosa. C'è qualcosa che mi fa paura. Le mamme non dovrebbero cambiare. Le mamme dovrebbero rimanere sempre uguali.
Il mondo le crolla letteralmente addosso. Da quel momento Lea decide due cose: che odierà terribilmente Noa per averglielo detto, e tratterà con cattiveria chiunque proverà a compatirla. Lea non ha nessun problema a fare a pugni con chiunque, siano le bambine smorfiosette e pettegole della sua classe, sia Konrad (il bambino che ha palesemente una cotta per lei), o le compagne della squadra di calcio... insomma da un momento all'altro Lea inizia a detestare tutti. Perfino la maestra Anna, che è sempre stata così buona con lei.
L'esistenza della bambina è totalmente travolta dal dolore e dalla paura, perché dura è constatare quanto la notizia sia purtroppo vera, ma ancor di più è vivere con la costante ansia che sua mamma Johanna possa morire da un momento all'altro. La sua mamma così giovane (ha solo 38 anni!), così speciale e con la quale è così in sintonia, quella mamma forte che sta lottando con tutte le proprie forze contro la malattia e che vuole trasmettere positività e voglia di vivere a chiunque la vada a trovare a casa: i nonni, i vicini di casa, le sue amiche e soprattutto Nadja, la mamma di Noa.
Questo è forse il problema più grande: Nadja è la migliore amica di sua mamma, ma Lea deve categoricamente evitare di vedere lei e la figlia, perché crede che solo finché continuerà a odiare e evitare Noa, sua mamma non morirà. Non importa se dovrà rinunciare a un’amica inseparabile, agli allenamenti di calcio e alla scuola: è disposta a tutto pur di bloccare il tempo.
Gli atteggiamenti improvvisi e scorbutici di Lea vengono compresi dagli adulti che la circondano, ma quella che si stupisce maggiormente del proprio comportamento è Lea stessa. Non sa cosa fare, ma non vuole parlarne con nessuno, non vuole trovare soluzioni, non vuole più essere felice, e stare da sola è forse la maniera migliore per lei, in quel periodo, per affrontare qualcosa di così grande e tremendo, qualcosa che vorrebbe tanto sconfiggere ma che va ben oltre le sue capacità.
Tra fughe e nascondigli, pomeriggi interi passati dalla vicina Alma col cane Ragnar, lacrime che non scendono o che scorrono a fiumi, litigate, riflessioni e attacchi di panico, la protagonista di questo libro affronta una situazione tosta che la vita le ha messo di fronte. Solo quando Lea capirà che non servirà a nulla impuntarsi e detestare tutti, comprenderà il vero significato della vita e dell'amore che le sta trasmettendo sua mamma, a prescindere da tutto.
Ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, bisogna imparare a navigare tra entrambi, e soprattutto non ci si deve scordare mai di una certezza:
tanto amore non può morire!
Scrivendo "Tanto amore non può morire", l'autrice Moni Nilsson parla di una tematica forse tra le più difficili che un bambino possa affrontare: la perdita prematura e dolorosa della mamma per colpa della malattia. Vederla soffrire, sperare in una guarigione, provare rabbia e impotenza sono solo alcune delle sensazioni che l'autrice ha descritto in maniera assolutamente veritiera narrandola dal punto di vista della piccola Lea.
(La toccante dedica a inizio libro è la motivazione che ha spinto l'autrice a scegliere proprio questo tema per il libro.)
Ho apprezzato molto il modo in cui l'autrice è entrata nel profondo dei sentimenti di Lea, ha descritto atteggiamenti, pensieri e sensazioni che, a tratti arrabbiati, a tratti quasi umoristici, ma soprattutto pieni di enfasi e calore, invadono, sconvolgono e riempiono le giornate della bambina negli ultimi mesi di vita della sua mamma.
Una bambina di soli dieci anni non può sapere come funzioni la "vita degli adulti" e non vuole assolutamente lasciar andare la mamma, anche se questa sta già preparando varie soluzioni per rimanere accanto alla figlia anche "dopo".
Mi hanno colpita moltissimo le ultime scene tra madre e figlia, il significato che entrambe hanno voluto dare ai ricordi, ai viaggi, alle battute, ai nomignoli e a tutto ciò che hanno condiviso... e solo nelle ultime pagine del libro ho compreso il motivo della scelta così azzeccata, colorata e profonda della copertina che è stata scelta per la versione italiana del romanzo. Davvero complimenti alla casa editrice Uovonero per questa scelta, sia grafica che emotiva!
Sono arrivata per caso a questo libro, ma l'ho letto con molto trasporto e ne consiglio vivamente la lettura a qualsiasi età. La versione italiana è stata composta utilizzando il font ad alta leggibilità, quindi adatto davvero a qualsiasi tipo di lettore.
Ramya ha dodici anni e si è da poco trasferita a Edimburgo da Londra. La nuova scuola non le piace molto perché si sente continuamente emarginata e costretta a fare attività che non le piacciono e che reputa una perdita di tempo. La ragazza ha la disprassia e questo comporta che abbia difficoltà ad eseguire alcuni movimenti, come ad esempio trasportare il vassoio con il pranzo senza farlo cadere, o scrivere in maniera chiara e comprensibile.
Edimburgo è la città dove abitano le sorelle della madre e anche i nonni materni non sono lontani. Ramya però con loro non ha più rapporti da dodici anni in seguito a un terribile litigio. Quando suo nonno muore per la ragazza è un duro colpo. La cosa che la sconvolge di più è però venire a sapere che il nonno le ha lasciato qualcosa: un libro con le pagine tutte bianche. Da quel momento Ramya scoprirà molte cose su Edimburgo e la sua famiglia e ancor di più scoprirà cose su sé stessa e su quanto sia in grado di affrontare e di sopportare con le sue sole forze.
La mia opinione su Come un incantesimo di Elle McNicoll
Come un incantesimo è una bella storia di crescita, formazione e magia in una Edimburgo oscura e misteriosa fatta di stradine che si intrecciano tra loro, personaggi incantati e librerie bellissime.
Ramya è una ragazza che vorrebbe prima di tutto non essere più catalogata come quella diversa. La disprassia per lei non è un problema ma sente che ogni giorno a scuola, per tutti, diventa una sorta di etichetta che la accompagna ovunque. Ramya rivendica la sua possibilità di essere altro oltre alla ragazza con la disprassia, vuole essere lasciata in pace dagli insegnanti che pretendono che faccia le cose a modo loro costringendola a venire sempre a patti con sé stessa.
Scoprire il mondo incantato di Edimburgo e il Popolo Nascosto – elfi, fate, orchi – e anche di essere una delle poche persone a poterlo vedere la rende di colpo consapevole delle sue capacità. La ragazza inizia a capire che nella magia, come nel quotidiano, bisogna credere in sé stessi senza paure.
Elle McNicoll, qui al suo terzo romanzo, racconta una protagonista neurodivergente determinata a non essere etichettata. Ramya nel corso del romanzo cambierà profondamente e l’incontro con le creature magiche sarà determinante. Dare voce e restituire la verità agli esseri magici, andando oltre gli stereotipi e i falsi miti, aiuterà la ragazza a trovare la sua forza fino a farle comprendere qual è il suo ruolo all’interno del mondo magico.
A ottobre uscirà il secondo libro della serie, Come una maledizione.
Addie è una ragazzina intelligente, curiosa e con molti interessi. Inoltre, è autistica. La sua neurodiversità le crea qualche problema a scuola, dove non solo viene presa di mira dai compagni e messa da parte dalla migliore amica dell’infanzia, ma c’è anche una terribile insegnante, Miss Murphy, che non perde occasione per mortificarla. Per fortuna stringe una nuova amicizia con Audrey; può contare su mamma, papà e sulla sorella maggiore Keedie, che più di tutti può capire ciò che prova, perché è autistica come lei. Un giorno, grazie a una lezione di storia, scopre che secoli prima, nel villaggio scozzese in cui vive, molte donne furono torturate e condannate a morte con l’accusa di essere streghe. In realtà, erano soltanto persone sole, spesso incomprese ed emarginate dalla comunità: impossibile per Addie non empatizzare con loro! La sua missione è chiara: costruire un memoriale per le donne uccise un tempo solo perché “diverse”.
Nonostante l’ostilità dei suoi concittadini – sempre pronti a giudicare chi, a loro avviso, devia dalla “norma” –, Addie si batte per il suo obiettivo, consapevole che ricordare costituisca una necessità affinché certe discriminazioni non si ripetano più.
Narrativa per ragazzi: cinque libri per una vacanza indimenticabile
Avvenire - 11 giugno 2024
Guido Quarzo e Anna Vivarelli scrivono a quattro mani L’isola dimenticata (Uovonero, pagine 176, euro 16,00) una storia sulla lontananza e l’isolamento, sul desiderio di cambiare vita, gli inganni del mondo adulto e lo sguardo disincantato degli adolescenti. Un romanzo avvincente che riporta i lettori ai primi del Novecento, al tragico naufragio di un piroscafo diretto in Brasile. Solo tre ragazzi si salvano e approdano su una spiaggia deserta. Sono l’intraprendente Isabella, suo fratello Giacomo e Luca, l’acuto mozzo del piroscafo. L’isola sembra un piccolo paradiso deserto, ma presto i tre scoprono di non essere soli e che gli ambigui personaggi che li accolgono oltre a nascondere oscuri segreti sul proprio passato in realtà li tengono prigionieri. Quella, sostengono, è un’isola in cui si può solo arrivare e non ripartire. Sarà davvero così? Dagli 11 anni.
"Come un incantesimo" di Elle McNicoll - Dialogo con l'editore di Uovonero - Giorno 3 In&Aut Festival
Libri d'aMARE
Teste fiorite - 6 giugno 2024
Invece, ai ragazzi che l’anno prossimo frequenteranno l’ultimo anno delle medie, indico Thornhill, una storia nera, davvero, davvero, particolare. Il libro racchiude due narrazioni diaristiche parallele, la prima attraverso le parole, la seconda attraverso le immagini. Un mio alunno lo ha definito un silent con le parole, ed è proprio così. Edito da Uovonero e scritto da Pam Smy, il libro tratta tematiche di grande interesse, come il bullismo, l’amicizia e l’adolescenza e si offre, per la descrizioni ad immagini, come un testo inclusivo, aperto a tutti.
Sapevo che era troppo bello per durare. Lei è tornata. L’ho capito senza nemmeno vederla. Ho sentito la sua risata risuonare per le scale, il solito bussare a tutte le porte del corridoio, mentre tornava alla sua vecchia stanza. Sentire questi suoni mi ha parallizato. La paura mi ha dato un brivido nel collo e nella schiena, come se quell’antica sensazione mi fosse penetrata nelle ossa.
UNA FIABA CLASSICA SUPER DIVERTENTE COME “IL GATTO CON GLI STIVALI”. PAGINE CHE SI SFOGLIANO CON FACILITÀ RIVELANDO ILLUSTRAZIONI COLORATISSIME CHE SCORRONO COME UN CARTONE ANIMATO. UNA NARRAZIONE AFFIDATA A SIMBOLI GRAFICI CHE VISUALIZZANO LA STORIA IN MODO COMPRENSIBILE ANCHE AI PICCOLI CHE NON SANNO ANCORA LEGGERE OPPURE CHE NON CONOSCONO LA LINGUA. PERCHÉ LA “LETTURA” È UN GESTO INCLUSIVO CHE CREA LEGAMI E SUPERA OGNI BARRIERA.
Per i piccoli l’approccio ai libri è un’esperienza multisensoriale: anzitutto tattile, poi visiva e infine uditiva. Perché il libro è un oggetto intrigante, che si può tenere tra le manine e che, come un ventaglio caleidoscopico, si apre magicamente per rivelare agli occhi meravigliati dei giovani lettori una sequenza mutevole di immagini divertenti e variopinte proprio come un film di animazione. Con il pollice e l’indice stretti “a pinza”, un’abilità appresa grazie alle prime manipolazioni dei giocattoli, il piccolo scopre
il prodigioso effetto di un gesto in apparenza banale come sfogliare un albo illustrato: a ogni “giro” di pagina, infatti, cambia lo sfondo e si profila un nuovo scenario, popolato di personaggi, paesaggi, azioni e fatti che si snodano seguendo il filo di una storia di fantasia. Che cosa si dicono i protagonisti? Come agiscono o reagiscono agli eventi? Quali sono i loro pensieri e sentimenti? La narrazione è affidata all’adulto che legge a voce alta, indica i simboli grafici riferiti ai passaggi della trama e commenta con il bimbo le illustrazioni capaci di rendere con immediatezza sia il racconto dei fatti sia la natura dei personaggi, come l’astuzia del gatto con gli stivali.
Maneggiare un libro, entrare nel suo universo, immergersi in una storia, calarsi nei sentimenti di ciascun personaggio, parteggiare per l’uno o per l’altro, imparare parole nuove e frasi articolate, capire come funzionano
i dialoghi, vedere paesi e luoghi sconosciuti, visitare campagne e città, fattorie e castelli, incontrare contadini e sovrani, imbattersi in animali domestici o selvaggi... Difficile immaginare un’avventura intellettuale,
un viaggio immaginario che, al pari della lettura di un libro di fiabe, possa fornire un complesso di stimoli multisensoriali, cognitivi, psicoaffettivi e linguistici di tale ricchezza e intensità. Non solo: quando la lettura è condivisa con una figura di riferimento per il bambino, la loro relazione
si consolida e s’innalza la qualità del tempo vissuto insieme. Con positivi riflessi sulla maturazione delle facoltà comunicative perché i primi anni di vita sono un periodo “sensibile”, una finestra temporale irripetibile in cui la predisposizione all’apprendimento è al suo massimo e privilegia il canale del coinvolgimento emotivo. Ecco perché il rito della lettura unisce intrattenimento, sviluppo delle competenze linguistiche e affettività.
La favola del gatto con gli stivali è emblematica e insegna al piccolo che non tutto quello che brilla è oro perché, ben al di là d’ogni ricchezza, il vero tesoro sta nello spirito d’iniziativa dell’individuo che, come il sacco dell’astuto felino, cela in sé risorse insospettate e le soluzioni più brillanti ai problemi. La storia inizia con il lascito di un padre ai tre figli e con l’apparente svantaggio del minore che, a differenza dei primi due, non eredita beni materiali ma un gatto. Insomma, un racconto di formazione che prende le mosse da una grave perdita e mette tre giovani di fronte all’urgenza di prendere in mano il proprio destino e di affrontare l’età adulta senza la protezione paterna. A chi arriderà la fortuna? Le vicissitudini dei tre fratelli seguiranno un percorso prevedibile, scontato, coerente rispetto alle premesse oppure il disegno imperscrutabile del fato riserverà loro delle sorprese? Ebbene, la morale è che poter contare su un alleato intelligente può fare la differenza nella vita, trasformando l’handicap iniziale in uno straordinario punto di forza e ribaltando la prospettiva. Le forze che ci governano, dunque, sono due: da un lato il caso e dall’altro il libero arbitrio.
Ogni bambino ha bisogno di sapere che, proprio come accade nello svolgimento rassicurante di una bella fiaba a lieto fine, anche nella vita c’è spazio per la speranza, per la rinascita, per il sogno di un futuro promettente, colmo di felicità e di aspirazioni che si potranno realizzare. Di fatto, il punto di partenza del gatto con gli stivali è una crisi, che il personaggio affronta con un amico al fianco che sa il fatto suo e che lo conduce in un percorso di riscatto. Grazie al suo intervento, guadagnerà i favori e la gratitudine del re, incontrerà l’amore della vita, una bellissima principessa che contraccambia i suoi sentimenti, e sgominerà un “cattivone” mettendo le mani sui suoi averi e aggiudicandosi fortunosamente il suo patrimonio. Insomma, un finale roseo a cui si approda dopo una traversata cominciata all’insegna di una perdita dolorosa, dell’elaborazione del lutto e di oscuri presagi. Una vicenda che non smette di incantare intere generazioni di piccoli lettori, perché attraverso il personaggio irresistibile del gatto con gli stivali, suggerisce con garbo e ironia il primato dell’individuo, dell’ingegno e del merito sul privilegio per nascita, i beni materiali e le ricchezze ereditate.
Di Elisabetta Zocchi
Recensione di Hank Zipzer 13 su Area Onlus
Area ONLUS - 20 maggio 2024
Avventura numero 13 per Hank Zipzer, il bambino combina-disastri-e-trova-soluzioni più simpatico di New York. 13 è un bel numero, soprattutto considerando che la qualità delle storie che compongono la serie di cui Hank è protagonista è finora sempre rimasta elevata. Come fare per mantenerla tale? Può certo essere utile una scossa, un elemento inatteso, una novità che mescoli un po’ le carte in tavola, devono aver pensato Lin Oliver ed Henry Winkler. Detto fatto: ecco che in questo nuovo volume della serie qualcosa di sorprendente accade: Hank sta per diventare fratello maggiore!
Il problema è che la sorpresa non tocca solo il lettore ma anche e soprattutto Hank stesso, che tutto si aspettava fuorché di ritrovarsi in pochi mesi con un bebè che gironzola per casa. La sua reazione è, dunque, tutt’altro che composta. Oltretutto la notizia arriva a pochi giorni dal suo compleanno e tutti sembrano più interessati a dare il benvenuto al bambino che ad aiutarlo a organizzare una festa epica. Per fortuna c’è Papa Pete, nonno insuperabile, che abbraccia le emozioni di Hank (belle e brutte, che siano) e lo accompagna nel negozio di animali per scegliere un regalo di compleanno adeguato alle aspettative. Deciso a fare uno sforzo e ad allenarsi nel prendersi cura di una creatura piccola come potrebbe essere un fratellino, Hank opta per una tarantola che decide di chiamare Rosa. Inutile dire, se un poco si conosce la serie, che la combo Hank+tarantola non può che generare scompiglio, soprattutto se si considera che Hank decide di auto-organizzarsi una festa di compleanno in solitaria, portando in pubblico la sua nuova amica. Guai e pezze (peggiori dei guai stessi) sono dunque dietro l’angolo, ma con loro anche qualche inattesa sorpresa che fa capire ad Hank che l’arrivo di un fratellino non divide l’amore dei famigliari ma piuttosto lo moltiplica. Il che può sembrare strano, in effetti, ma è proprio vero. Questione di matematica affettiva, la discalculia questa volta non c’entra!
Divertente e scorrevole come di consueto, Hank Zipzer. Chi ha ordinato quel bambino? ruota meno di molti volumi precedenti intorno al tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, come se questi fossero ormai una peculiarità assodata del personaggio, che emerge di tanto in tanto proprio come accade nella realtà, senza che debba necessariamente scatenare degli eventi narrativi. Restano inalterati tutti gli accorgimenti di alta leggibilità che Uovonero mette in campo in questa collana (font, spaziatura, margini, sbandieratura, colore della carta) e che continuano a renderla particolarmente gradevole non solo nei contenuti ma anche alla vista.
inalmente è tempo di vacanze, tempo di leggere solo per il piacere di immergersi in una storia. Negli scaffali delle librerie ci sono migliaia di titoli tra cui scegliere e spesso sono divisi per generi, indicati da targhette che li contraddistinguono: libri di avventura, romantici, storici, fantasy. Noi ci dobbiamo concentrare sui libri gialli, e capire quali caratteristiche ci fanno dire che un libro rientra proprio in questa categoria.
La prima considerazione da fare è che la dicitura “Giallo” è solo italiana e nasce dal colore dominante delle copertine della prima e forse più famosa collana dedicata a quel genere di storie, il giallo appunto. Se prestiamo attenzione a come vengono chiamati in altre lingue, forse le cose si fanno più chiare: mistery, crime, noir, thriller. Mistero, crimini, atmosfere cupe, brivido, in maniera un po’ grossolana possiamo tradurre così i termini sopra, ed ecco che cominciamo a delineare le caratteristiche del genere. C’è chi indaga, un poliziotto, un investigatore o una persona particolarmente perspicace, c’è un colpevole da scovare e di solito il mistero si svela all’ultimo capitolo. Tra tanti indizi e sospetti, si devono ricostruire gli eventi che hanno portato a un delitto o a un crimine per scoprirne il colpevole.
Nel mare dei libri gialli per ragazzi, ne sceglieremo solo alcuni, va da sé, perché parlare di tutti sarebbe ovviamente impossibile.
[...]
Nuovamente ambientata a Londra, ma ai giorni nostri, la storia de Il mistero del London Eye vede Ted e la sorella indagare sulla sparizione del cugino durante un giro sul London Eye. Non si può non restare affascinati dalla mente complessa di Ted, ragazzo autistico capace di osservare e notare ciò che ad altri sfugge.
Da «Papiro» a «Per mano» le storie nutrienti e i punti di vista insoliti di Sante Bandirali
Il Mattino - 21 maggio 2024
L’ultimo albo per bambini e ragazzi (ma non solo) di Sante Bandirali è Per mano, illustrato da Gloria Tundo e pubblicato da Uovonero edizioni ― sigla indipendente e di progetto di cui Bandirali è cofondatore dal 2010 e direttore editoriale, accanto alla nuovissima Officina Babùk ―, tra i vincitori della settima edizione del progetto/premio Il mondo salvato dai ragazzini 2024.
Un libro in cui la musica e uno spiazzante punto di vista diventano leitmotiv di una vicenda complessa e per certi versi dura ma aperta alla speranza, che riesce a parlare ai più giovani ma anche a lettori di tutte le età di padri autoritari, male di vivere, guerra, ferite dell’anima e mutilazioni (concrete) con elegante delicatezza, screziata di poesia e riverberata dai soffusi cromatismi seppiati di tavole (realizzate per il progetto curato da Uovonero nel corso di Ars in Fabula, Master in illustrazione per l’editoria) che evocano oniriche vecchie foto d’epoca.
Per mano (nella collana I Geodi, per albi illustrati e libri di narrativa che aiutano gli altri a capire e ad accettare chi è diverso: Marchio Microeditoria di Qualità 2023) narra una potente ed esemplare storia di formazione, dolore e resilienza di perturbante attualità, ispirata dalla vita vera del pianista Paul Wittgentstein (1887-1961) e ambientata nell’Europa della Belle Ėpoque, segnata dalla prima guerra mondiale. Siamo a Vienna, nei primi del ‘900, nel cuore dell’Impero austroungarico. Qui la ricchissima e potente famiglia Wittgenstein è capeggiata da papà Karl, autoritario capitano di industria nel settore dell’acciaio, a cui non garba che alcuni dei suoi otto figli sentano il fascino dell’arte (come la loro sensibile madre Leopoldine, che ospita a casa Brahms, Mahler, Clara Schumann, Bruno Walter) anziché seguire le sue orme. Tre di essi si suicideranno. Il fratello di Paul, Ludwig, diverrà il noto filosofo. Il sensibile Paul, invece, mancino e talentuoso pianista, dovrà superare un ostacolo più grande delle ristrette e vessatorie vedute paterne: l’amputazione del braccio destro, perso in guerra nel 1914. La sua storia di resilienza, coraggio e rivalsa (narrata dalla mano mancante) ri/comincia da lì: da un campo di internamento russo in Siberia. Fino al ritorno con successo sui palcoscenici del mondo. Con importanti musicisti, come Maurice Ravel, che comporranno musiche dedicate espressamente a lui, come il concerto per mano sinistra.
Di quest’albo toccante per tutte le età dice Sante Bandirali stesso: «La trovo una storia esemplare, che dimostra quanto molto spesso la disabilità sia creata dall’ambiente in cui vivi, dalle barriere che ti impediscono di esprimerti. Se l’ambiente invece è inclusivo, se è un concerto per la mano sinistra, allora la disabilità sparisce». E si nota la presenza, non l’assenza.
Recensione di I vestiti nuovi dell'imperatore su Senzalinea
Senzalinea - 23 maggio 2024
Recensione: Ritorna la celebre fiaba scritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1837. La storia, nota per la sua semplicità e il suo profondo messaggio, è rimasta un classico della letteratura per bambini, ma la sua rilevanza va ben oltre l’infanzia, offrendo spunti di riflessione anche agli adulti.
La trama è nota a tutti i lettori “cresciuti” e sono felicissima che si sia ripresa una fiaba classica che i più piccoli, purtroppo, non conoscono.
Il racconto di Andersen è un magistrale esempio di satira sociale. Esplora temi come la vanità, la conformità sociale e la paura del giudizio altrui.
Uno degli aspetti più affascinanti di questa fiaba è il suo finale, in cui l’innocenza di un bambino svela l’ipocrisia collettiva degli adulti. Questo elemento sottolinea il valore della sincerità e del coraggio.
“I Vestiti Nuovi dell’Imperatore” è una lettura che non perde mai di attualità e grazie a Uovonero torna in una nuova versione, diciamolo pure, una nuova veste!
La sua capacità di rivelare le debolezze umane con ironia e profondità ne fa un’opera senza tempo. Ogni lettura può portare nuove interpretazioni, rendendo questo racconto di Andersen un vero e proprio gioiello della letteratura mondiale, una fiaba che va ben oltre il semplice intrattenimento per bambini. È un’opera che sfida il lettore a guardare oltre le apparenze e a riconoscere il valore della verità e dell’onestà. Un classico imprescindibile che merita di essere letto e riletto in ogni fase della vita e questa riedizione è magnifica, grazie ai pittogrammi della CAA che accompagnano il testo, e con ironiche illustrazioni che calano la storia in un contesto moderno, tutto da esplorare: troveremo Tv, cellulari, monopattini…
Lettura autonoma in immagini e simboli
Come non notare il selfie allo specchio del vanitoso imperatore, il sovrano che fa shopping online o l’eleganza della copertina che tanto assomiglia a quelle del magazine Vogue? Il tema del conformismo e del coraggio di sostenere le proprie opinioni passa anche attraverso l’espressività delle illustrazioni: basta infatti osservare i volti dubbiosi, increduli o sghignazzanti dei personaggi per indovinare i loro pensieri e raccontare (o raccontarsi) la storia senza perdersi nemmeno un passaggio.
Nadia Corfini, giovane illustratrice esordiente che con I vestiti nuovi dell’imperatore fa il suo primo ingresso sugli scaffali delle librerie, offre ai lettori un albo illustrato chiaro e descrittivo con personaggi da ritrovare in ogni pagina e tante citazioni spassose per il divertimento anche dei lettori adulti.
Le brillanti e spiritose illustrazioni di Corfini, ricche di dettagli umoristici e caratterizzate da una delicata palette pastello, nascono dal progetto di Ars in Fabula Master in illustrazione per l’editoria, coordinato dal docente Mauro Evangelista.
Il testo della fiaba tradizionale è stato adattato da Enza Crivelli con una sintassi semplificata e lineare perfetta per la trasposizione in simboli. Le frasi disposte su un’unica riga, la font in maiuscoletto e l’utilizzo dei simboli PCS (picture communications symbols) rendono questo libro accessibile a tutte e a tutti.
Recensione di Rumple Buttercup su Unatappatralerighe
Unatappatralerighe - 11 maggio 2024
Ha vinto il Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2024 nella sezione Miglior Libro d’Esordio. Ne ho parlato tantissimo, l’ho regalato tantissimo, l’ho consigliato tantissimo e mi spiace non averne scritto tantissimo, in questi mesi. Ma sono contenta, tantissimo (Tappa, guarda, ci starebbe bene un tantissimo, ogni tanto) perché l’ho trovato un libro buffo e tenero, umoristico ed efficace.
Una storia di banane, appartenenza ed essere se stessi.
Per raccontare diversità, unicità, e i soliti blabla, si trovano tante, tantissime storie (un po’ tutte uguali, diciamolo. – Voce fuori campo: Tappa fai la brava). Rumple Buttercup è un vero e proprio personaggio: ha 5 denti sbilenchi, 3 ciuffi di capelli, la pelle verde e un piede (il sinistro) leggermente più grande dell’altro (il destro). Non è un bambino (anche se ne incontrerà). Non è una bambina (anche se ne incontrerà). Siamo fuori dalla comfort zone, ci possiamo i m m e d e s i m a r e, facendo partire quella magia che solo alcune storie – le migliori – permettono di attivare. Uscire dal mondo reale e provare esperienze, apparentemente impossibili, e attraversarle, tra sorrisi, arguzie, ingegno, timidezza e paure. Un mondo complesso di emozioni, che – mi piace ricordarlo ogni tanto – raramente vivono come isole isolate nel nulla ma, più spesso, nella vita, sono arcipelaghi che a volte si fiorano, altre si guardano, e capita anche che si fondano tra loro. Altro che piccole contee solitarie, le emozioni! (terreno amatissimo di scrittori scrittrici che sembrano vedere il mondo solo in bianco e nero, attraverso opposizioni nette).
Onomatopeico, buffo anche nel suono, Rumple Buttercup potrebbe forse essere tradotto con ranuncolo spiegazzato (non ci giurerei, ma ho sorriso tra me, scoprendolo). Di una cosa veniamo subito a conoscenza, nel caso non ci avessimo pensato.
Era strano.
Lo incontriamo così, al centro della pagina, il pensiero che che può essere constatazione o giudizio. Ed è in quel vuoto attorno, in quello spazio senza parole che riempie il foglio, dove trovo il primo grande elemento di potenza: constatazione o giudizio? è la nostra posizione a fare la differenza. Ed è da qui che prende il volo la narrazione. Rumple aveva paura … (di un sacco di cose, raccontate con delicatezza e umorismo) e per questa paura aveva trovato una strategia formidabile (le strategie che ci permettono di sopravvivere alla paura sono, sempre, straordinarie. Non ce lo insegnano, ma è così). Poi arriva il “Ma“. Arriva l’incontro con l’altro. Con l’altro-da-sé. Gli “altri” che fanno un sacco di cose e soprattutto Non erano strani.
Le frasi che fanno la differenza, quelle che fanno da sveglia, da click, che si tuffano senza autorizzazione, le incontriamo sempre da sole. Occupano il centro della pagina. A farne da contraltare c’è il racconto, ci sono gli appunti e una storia che si srotola tra pensieri riflessioni confronti osservazioni decisioni convinzioni. Pagine buffe, tenere, bizzarre, argute, affilate, tristi (dipende da quali sottotracce vuoi seguire, da quanto si è attenti alle sfumature della storia, da quanto leggi, anche :-D).
Cosa può portare Rumple Buttercup fuori dalla sua confortevole bolla (che ricorda un po’ una prigione?). E cosa accade se e quando decide di uscire? Senza svelare – ovviamente – la trama e le sorprese di questo piccolo gioiellino, ho trovato davvero molto, molto, molto interessante il fatto che in modo simbolico si attraversino argomenti e nodi importantissimi: il travestimento come maschera – l’invisibilità – lo sguardo degli altri – il nostro personale sguardo sugli altri, tra i primi che mi vengono in mente. E il senso profondo di essere / scoprirsi / costruirsi comunità.
Il canale della storia di Anna Frank in un albo illustrato.
InCartaMenti - 14 aprile 2024
Prigione e luogo di evasione dei sogni di una adolescente, custodia della memoria e luogo dello scandalo, domus della storia e stanza di una bambina che ha saputo mettere su carta la sua breve ma intensa vita. La casa di Anna Frank ad Amsterdam, con l’annesso Museo della Fondazione che porta il suo nome, ancora oggi visitata da milioni di persone, è un luogo fortemente iconico, evocativo dei suoi giorni, dei suoi ricordi affidati al Diario, uno dei libri più letti al mondo. La casa sul canale in cui Anna Frank si è nascosta per sfuggire ai nazisti diventa in questo libro un luogo narrante e narrato. Nel suo testo, Thomas Harding riesce a rendere al lettore intense sensazioni, che affondano anche nel non detto, nel detto tra le righe, nelle poche parole iconiche. Con le sue illustrazioni poi, Britta Teckentrup fa parlare gli ambienti, i colori del tempo, le angustie cromatiche di un mondo sull’orlo del precipizio, ma anche la natura che fluisce libera e felice attraverso il canale, lungo via Prinsengracht 261, dove si innalza una casa alta e stretta. Costruita 400 anni fa, è usata prima come abitazione, poi magazzino, scuderia e infine come nascondiglio segreto. È un luogo incredibile pieno di storia, dalla rapida crescita della città durante il “Secolo d’oro” olandese fino all’occupazione tedesca dei Paesi Bassi durante la Seconda Guerra Mondiale, e per due anni è stato anche un rifugio sicuro per Anna Frank e la sua famiglia. “La vecchia casa sul canale”, pur nella sua vacuità, è densamente abitata dalla nostalgia e questo libro ne contiene tanta. Ma è una nostalgia diversa, come diverse sono le pagine di Anna, non solo tristi, ma piene di gioia, voglia di vivere, fede nei sogni. Un libro da regalarsi e da regalare, adatto alla lettura per bambini e adulti.
Occhio sullo scaffale, Accaparlante - 28 marzo 2024
“È tutto quello che ho sempre desiderato. Per tutta la vita. Essere semplicemente inclusa. Essere diversi dagli altri ha un prezzo. Un fiore mette le spine quando è stato estirpato dal terreno troppe volte. O quando non riceve mai un raggio di sole. […] Io sono la resilienza. Ho un cervello, un paio di mani e due occhi che fanno le cose in modo diverso dal resto del branco […] a volte le mie mani possono tremare, ma questo non impedirà loro di riuscire. I miei passi possono farmi cadere più volte di quanto non voglia ammettere, ma nessuno riesce a rialzarsi più velocemente di me”. Ramya è disprassica e questa sua caratteristica la fa soffrire e la isola dal resto della famiglia. Quando muore l’amato nonno entra in possesso di un libro che le fa scoprire un mondo magico che ha bisogno del suo aiuto. Come tutti i libri della collana, anche questo romanzo è stampato con criteri di alta leggibilità.
Futuro meteorologo e quasi detective: vi presento Ted!
15 aprile 2024 - Daydream on a bookshelf
Per il Mese della consapevolezza e dell’accettazione dell’autismo, iniziato il 2 aprile, vi parlo di un libro che avevo in lista da molto tempo, ma del quale rimandavo continuamente la lettura per via di alcune idee sbagliate che mi ero fatta quando l’ho analizzato per la bibliografia realizzata durante il tirocinio presso la Biblioteca Tiziano Terzani durante il mio percorso di laurea magistrale. Il libro in questione è Il mistero del London Eye di Siobhan Dowd, che in realtà ho ascoltato in audiolibro. Di questa esperienza parlerò in un articolo dedicato che spero di riuscire a pubblicare per la Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore del 23 aprile.
Il romanzo è uscito nel 2007 per Uovonero, casa editrice che, con la sua collana I geodi, vuole raccontare la neurodivergenza e la disabilità ai più piccoli.
Quando lo lessi velocemente per la bibliografia citata sopra, ci furono due cose che mi fecero storcere il naso: la prima era che il protagonista parlasse di Autismo ad Alto Funzionamento e la seconda è che Ted si mettesse a fare il detective anche se ha solo dodici anni. Il fastidio nei confronti del secondo punto nasce a causa de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, primo libro con un protagonista autistico che ho letto durante il percorso diagnostico, dove il protagonista si improvvisa detective anche se il padre gli dice di smettere solo perchè hanno ucciso il cane dei vicini, al quale lui era molto affezionato. In realtà i due protagonisti, ovvero Ted e Christopher, non hanno assolutamente nulla in comune – se non la condizione neurologica, ovviamente – e Ted non intralcia la polizia nelle indagini come fa l’altro con la sua indagine completamente inutile, anzi, indirettamente ci collabora anche perchè la persona oggetto dell’indagine è un suo parente, quindi mi pare il minimo che voglia cercarla. Per il primo punto era un fatto puramente personale perchè in quel momento ero particolarmente suscettibile a certi termini, ma, dopotutto, il mio libro del cuore parla di Sindrome di Asperger, di conseguenza ho capito che si può soprassedere sui termini se la rappresentazione è ben fatta e i temi trattati sono fondamentali, come in questo caso che, tra le varie cose, parla di razzismo. Non leggerlo solo perchè Ted parla di Alto Funzionamento sarebbe stato un errore enorme e una valutazione alquanto superficiale del libro stesso.
Dopo questa ammenda personale, passiamo al libro.
Ted vive a Londra con la famiglia, lui e la sorella Kat, detta anche Kat-astrofe, con la quale ha un rapporto molto complesso e non sempre vanno d’accordo. Ted è un ragazzino dotato di una grande capacità intuitiva e ironia, che sogna di diventare meteorologo e si addormenta ascoltando il Bollettino dei naviganti. E’ stata un’esperienza catartica ascoltare con che dovizia di particolari spiega ogni modo di dire o ogni espressione facciale delle persone con le quali interagisce, mi ha fatto molto sorridere. La sua espressione facciale peculiare, soprattutto quando è confuso, è descritta come ” Un’anatra che non sa fare qua qua. “, che ho interpretato come lui che piega la testa di lato per indicare che non capisce bene cosa sta succedendo e penso di farlo anch’io a volte, quindi lo capisco. L’altra sua caratteristica peculiare che lo identifica è il fatto che grugnisce spesso, soprattutto se è infastidito o confuso. infatti durante le discussioni tutti gli dicono di “Non fare MMH”. In un certo senso capisco anche questo, perchè anch’io mi esprimo spesso così, soprattutto se mi innervosisco.
Il padre di Ted lavora come esperto di demolizioni e la sua squadre deve demolire il Casermone, il palazzo più alto del loro quartiere dove abitano persone emarginate dalla società. La quotidianità di Ted e della sua famiglia viene scossa quando la sorella della madre, Gloria, avvisa la famiglia che verrà a trovarli con il figlio Salim. Gloria è una persona molto esuberante e Salim è un ragazzino in parte asiatico, dettaglio importante per uno dei temi fondamentali del libro. La zia e il cugino arrivano da Manchester.
Ted, per descrivere il suo assetto neurologico, usa uno dei parallelismi più famosi per accostare la mente neurodivergente a quella neurotipica: paragonare il nostro assetto neurologico a quello di un computer e dice che gira su un sistema operativo differente. Una metafora semplice ma efficace. Si ritrova a dividere la stanza consuo cugino Salim e i due parlano: Salim subisce bullismo per essere per metà asiatico, come un altro suo compagno di classe e unico amico che viene chiamato paki anche se non è pakistano, ma è in grado di rimettere i bulli al loro posto tanto da essere definito Supremo, ovvero uno che merita rispetto e sa il fatto suo. Purtroppo, non si può dire lo stesso di Ted che è considerato uno sfigato e tutti lo tengono a distanza solo perchè è autistico, infatti a volte lui vorrebbe non esserlo. Il lato problematico della definizione data da Ted è proprio l’affermazione che i medici abbiano detto che lui è classificabile nella parte ad Alto Funzionamento dell’autismo. A oggi sappiamo che immaginare l’autismo come una linea continua divisa tra Basso e Alto Funzionamento è, per certi versi, fuorviante, è più corretto usare l’immagine dello Spettro della luce con le diverse sfumature e le co- occorrenze associate, come per esempio l’ansia ( sia sociale che generalizzata ) o la depressione. Si può perdonare questa terminologia anche perchè è un libro che, da questo punto di vista, è “vecchio”, essendo uscito nel 2008.
Il giorno seguente Ted, Kat e Salim girano per la città e decidono di andare sul London Eye, da qui succede il marasma: Salim sparisce e nessuno capisce dov’è finito. La prima persona simile a lui che viene trovata è annegata nel fiume, almeno apparentemente, purtroppo non si scoprirà mai chi è. Arriviamo al punto saliente: Kat mette la pulce nell’orecchio a Ted per indagare sulla scomparsa del cugino, ma non intralciano MAI le indagini della polizia, al contrario di Christopher con la sua inutile indagine, anzi, paradossalmente, a modo loro collaborano nelle ricerche di Salim visto che la polizia ha molte difficoltà in questo caso. In un primo momento Kat propone al fratello di buttare giù una lista di teorie su cosa può essere successo su quella ruota. Alcune teorie sono completamente illogiche, come per esempio l’idea che il cugino sia finito dentro un portale dimensionale, ma una in particolare si rivelerà vera solo se guardata da un’ottica diversa.
Salim ha un rapporto burrascoso con la madre che vuole portarlo via da Manchester e trasferirsi a New York, il ragazzo non è per nulla d’accordo a trasferirsi ma la madre non lo ascolta. I suoi genitori sono divorziati e il padre raggiungerà la madre e gli zii quando lo informeranno che il figlio è sparito e verrà contattata anche la stampa. Salim voleva fuggire dalla madre, ma cambia idea molto velocemente anche perchè si rammarica all’idea che i cugini finiscano nei guai a causa sua, ma, mentre sta tornando a casa di Ted, si perde e non riesce più a tornare indietro.
Uno dei momenti che mi è rimasto più impresso è proprio quello in cui viene trovato il corpo di questo ragazzo che potrebbe essere Salim perchè in parte asiatico: Ted, che non aveva mai pensato alla morte, viene assalito da questa immagine angosciante e resta molto scosso all’idea che il cugino possa essere all’obitorio. Fortunatamente non è lui, ma dentro Ted si smuove qualcosa di potente alla sola idea che potesse esserlo e diventa sempre più motivato a trovarlo. Avevo un nodo alla gola in quel momento, perchè ti ricorda, che, nonostante tutto, Ted è poco più che un bambino quindi non ha mai sperimentato questa esperienza e, anche se lui sembra sempre distaccato da tutti e spesso gli rinfacciano di non prendere abbastanza sul serio la situazione, in cuor suo lo fa eccome.
Le ricerche non si fermano e i due fratelli fanno la loro parte utilizzando le due foto che hanno a disposizione: la prima l’ha scattata Salim, appassionato di fotografia, prima di salire sulla ruota, la seconda è quella scattata dalla cellula della fotocamera interna della cabina della ruota panoramica. Sulla prima foto intravedono un uomo della Sicurezza, colui che ha regalato il suo biglietto per il giro a Salim perchè è claustrofobico, mentre nella seconda non c’è traccia del cugino, almeno apparentemente. Dopo il ragazzo annegato nel fiume. la polizia rintraccia un secondo ragazzo che vaga da solo sulla metropolitana ed è simile a Salim, ma, di nuovo, non è lui: è Marcus, l’amico che i bulli chiamavano paki solo perchè per metà asiatico, Salim lo ha coinvolto nel suo piano di fuga prima di cambiare idea, infatti è l’ultima persona che il ragazzo ha chiamato prima di sparire. Ted continua a osservare le foto e cerca di trovare dei collegamenti sensati per capire dove sia Salim, mentre la sorella lo spinge più volte a mentire per uscire da casa di nascosto e seguire le tracce. L’Ispettrice Pierce, la poliziotta alla quale è affidato il caso, in realtà tiene molto in considerazione ciò che stanno facendo i ragazzi, soprattutto ascolta le teorie di Ted e le sue intuizioni, infatti gli farà i complimenti per aver capito la verità prima di loro dopo che Marcus confessa.
Salim viene trovato appena in tempo perchè Ted intuisce dov’è: mentre tornava a casa, si è distratto a causa della sua passione per la fotografia ed è voluto salire all’ultimo piano del Casermone per scattare una foto al panorama prima della demolizione. Il padre di Ted e Kat stava perlustrando il palazzo per sigillarlo, ma non ha notato il nipote perchè non ha fatto in tempo a controllare l’ultimo piano, visto che la madre dei ragazzi l’ha chiamato per informarlo di quella sparizione proprio mentre stava per arrivare all’ultimo piano dell’edificio. Salim è rimasto intrappolato lì senza nemmeno il telefono, perchè lo aveva ceduto al suo amico. Gloria, che sembrava inamovibile nella sua idea di trasferirsi a New York, capisce che il figlio non vuole e la paura provata nei tre giorni in cui si svolge il libro le fa realizzare che deve ascoltare il figlio ed essere meno rigida sulle sue posizioni.
Insomma menomale mi sono decisa a dare una possibilità a questa storia, che tratta temi molto importanti da diffondere tra i ragazzi. Può sembrare forzato che un dodicenne sia così intuitivo da capire che fine ha fatto il cugino solo attraverso due foto? Probabilmente sì, ma, dopotutto, è utile per invogliare i più giovani a leggere e non staccarsi dalle pagine. Un preadolescente della stessa età di Ted – dodici anni – legge più volentieri con un espediente del genere anche se per un adulto può sembrare assurdo. Mi ha fatto sorridere anche che Ted si autodefinisca geografo dislessico perchè non comprende appieno le direzioni della metropolitana e non sa leggere le cartine, lo comprendo perfettamente, infatti se mi cerchi sul treno diventa una partita a nascondino perchè, puntualmente, confondo cima e fondo.
Questo è il mio contributo per il Mese della consapevolezza e dall’accettazione dell’autismo, spero che questa recensione vi abbia incuriosito e aspetto le vostre riflessioni,
Una storia apparentemente di fantasia, nata dalla penna di Matthew Gray Gubler, ma che trova parecchi riscontri con la realtà.
Scopriamo, prima di tutto, qualche dettaglio tecnico.
I dettagli
Si tratta di un albo illustrato che conta 132 pagine. La copertina è rigida, la carta utilizzata per la stampa è spessa e già graficamente attira i piccoli lettori: il font richiama alla scrittura a mano e ad ogni pagina corrisponde solo qualche frase accompagnata da un disegno a colori dello stesso autore. Poche righe, semplici e lineari, dirette. Senza giri di parole, che i ragazzi non amano. Soprattutto senza pietismo, in uno stile asciutto e accattivante.
Le illustrazioni si trovano già sulla prima di copertina e sullo sfondo dei risguardi, e ci danno un’anteprima tangibile dello stile caratteristico dell’opera. Anche la quarta di copertina è ben curata e presenta un Qr code che, se inquadrato, ci svela tanti contenuti extra. Particolari forse un po’ nerd, che però riescono a svelare ad un occhio attento se si ha a che fare con un’opera di qualità. E questa, senza alcun dubbio, lo è.
Fa parte della collana I geodi, il prezzo al pubblico è di 17,50 euro e l’età di lettura consigliata è 6 anni.
La casa editrice
Rumble Battercupè pubblicato in Italia da Uovonero, casa editrice nata nel 2010.
Le varie collane editoriali che hanno delineato comprendono libri con supporti comunicativi avanzati, che utilizzano gli strumenti della Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), pensati sia per i bambini in età prescolare sia per coloro con difficoltà cognitive; opere con simboli PCS o versioni WLS (Words and Language Symbols); saggi che esplorano l’autismo; albi illustrati e narrativa che promuovono la comprensione e l’accettazione della diversità; e libri ad alta leggibilità che affrontano la dislessia in modo attento ma leggero e divertente.
Infine, una collana di giochi che unisce divertimento e apprendimento, promuovendo il rispetto delle differenze e la collaborazione non competitiva.
Di cosa parla Rumple Buttercup?
Rumple Buttercup è strano e ne è consapevole. Abita sottoterra, ha cinque denti sbilenchi, tre soli ciuffi di capelli su un testone verde, la pelle squamosa e un piede più grande dell’altro. Inoltre, comunica solo con il suo amico immaginario Candy Corn Carl, che è realizzato interamente di robaccia appiccicosa trovata in spazzatura. Rumple Buttercup non esce quasi mai dal suo rifugio, se non in rare occasioni, come durante la Parata Pigia Pigiama, in cui si festeggia mangiando frittelle allo zucchero filato. E per farlo, indossa sempre una buccia di banana.
Anche questa volta Rumple è determinato a partecipare, ma… non ci sono più bucce di banana nel cestino della spazzatura! Il mostriciattolo verde è quindi costretto ad uscire ugualmente allo scoperto.
Diversità come unicità
Rumple Buttercup è un libro che celebra l’unicità e l’importanza dell’amicizia, dedicato a tutti coloro che si sentono un po’ diversi, ovunque nel mondo.
Matthew Gray Gubler si focalizza sul tema, raccontandocela senza peli sulla lingua: in un mondo in cui omologarsi sembra l’unica scelta possibile – soprattutto tra i ragazzi –, ci sottolinea con ilarità che diversità vuol dire unicità.
Può sembrare una tematica abusata, ma proviamo a volgere lo sguardo indietro e a metterci nei panni dei più piccoli: tutti ci siamo sentiti, anche per una volta, soli, incompresi, o semplicemente troppo timidi per uscire fuori dalla nostra stanzetta, la nostra alcova da cui abbiamo guardato il mondo scorrere, stagione dopo stagione, fino a diventare adulti. Il desiderio di appartenenza può (e deve) andare di pari passo con il bisogno di tutelare la propria individualità.
In questa società uniformante che ci vuole svelti e infallibili, ricordare ai bambini che in fondo siamo tutti strani e imperfetti, mi sembra proprio la scelta più azzeccata.
Un mostro dalla pelle verde con cinque denti in bocca e tre capelli in testa. Non c’è che dire, questa storia ha come protagonista una creatura davvero strana. E strani sono pure i disegni di questo libro con le sue pagine giallognole, spesse, preziose. Il personaggio di cui si parla si presenta subito: « ciao », ci dice guardandoci timidamente con i suoi occhi a palla, uno posizionato perennemente fuori dalle orbite. Disegni essenziali, surreali, delicatamente grotteschi, parole scritte a mano, e una storia che racconta la diversità attraverso un personaggio ben riuscito sono gli ingredienti di un libro che negli Stati Uniti è un best seller. Una storia scritta e disegnata dall’attore e regista Matthew Gray Gubler che tra le altre cose per anni è stato tra i protagonisti della serie Criminal minds. Un personaggio lui stesso strampalato, bello e buffo, pieno di voglia di giocare e divertirsi, almeno da quello che si evince dal suo profilo Instagram in cui ha postato diversi video che lo ritraggono vestito da ranocchio alle prese con capriole mal riuscite, contornato da pupazzi a forma di rana o vestito tutto di verde. Ma cosa racconta questa storia? Cosa succede a questo adorabile ranocchio? Succede che si sente così brutto e strano che decide di vivere sottoterra, nascosto, perché sa che se qualcuno lo vedesse urlerebbe dallo spavento. E così passa i suoi giorni da solo fino a che nella spazzatura trova un « mucchio di vecchi dolcetti » con cui costruisce Candy Corn Carl, un dolcissimo amico immaginario che attacca alla parete. Ma quello che gli sembrava essere un antidoto alla sua solitudine ed emarginazione, presto non gli basta più e, così, non gli resta che aspettare il suo giorno preferito, quello in cui in città si organizza «la parata annuale delle frittelle allo zucchero filato Pigia Pigiama». Ogni anno, in un sabato d’estate, tutti fanno festa in strada e lui con gli altri travestito con una buccia di banana sulla testa per non essere notato da nessuno. Il giorno arriva, Rumple è felice, ma scopre con orrore che il cestino della spazzatura vicino al tombino è vuoto! Niente buccia di banana dunque, non gli resta che piangere a dirotto, fino a che non sente una voce che lo chiama. Subito pensa che sia il suo amico Candy che finalmente si è deciso a proferire parola, ma no, è qualcuno in strada che gli parla. Dopo un primo momento di stupore paralizzante il ranocchio scopre che quella voce è di un bambino che non ha paura di lui nonostante tutto, « Beh, guarda me », gli dice, « ho delle guance molto grandi, i denti ricoperti di metallo e ho tutto il corpo ricoperto di lentiggini ». Rumple non si sente più così solo. Si alza sulla punta dei piedi e guarda fuori dal tombino, è così che scopre che sì, in effetti, non è l’unico strambo: c’è chi ha le dita dei piedi come carotine, chi somiglia a una rana, chi ha il monociglio, chi ha i capelli liscissimi… E così finalmente esce allo scoperto e, alla fine, sale persino sul carro più alto della parata, mentre tutti intorno, piccoli e grandi, festeggiano con una buccia di banana sulla testa: il travestimento preferito di tutti i suoi nuovi amici.
di Daniela Carucci
Recensione di Come un incantesimo su Fantasy Magazine
Fantasy Magazine - 2 aprile 2024
Elle McNicoll soffre di disprassia, un disturbo della coordinazione motoria che le rende complicati gesti che per la maggior parte delle altre persone sono normali. Questo non le ha mai impedito di fare ciò che desiderava fare, scrittura compresa. Con il suo disturbo diagnosticato quando aveva 9 anni, i libri che leggeva, per quanto belli, non parlavano di lei. Non c'erano bambini neurodivergenti in quelle storie o, se c'erano, erano una difficoltà in più di cui si doveva occupare il protagonista, quando non erano addirittura l'antagonista.
Forte della convinzione che ogni bambino merita di vedersi riflesso in modo positivo nelle storie che legge, McNicoll ha iniziato a scrivere per rimediare a quest'assenza. E se lei stessa definisce disordinata la sua scrittura, i suoi romanzi sono in grado di colpire ugualmente l'immaginazione dei giovani lettori, come provato dai numerosi premi in cui si è distinta.
Dopo Una specie di scintilla, libro finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi del 2022 nella categoria Migliore libro d'esordio avente per protagoniste due ragazze autistiche, e Mostraci chi sei, romanzo di fantascienza con due protagonisti neurodivergenti, è appena arrivato in libreria Come un incantesimo. Ambientata in una Edimburgo fantastica, la storia della disprassica Ramya Cnox si concluderà in ottobre con il secondo libro della dilogia, Come una maledizione.
La sinossi
Edimburgo è una città piena di creature magiche. Nessuno le può vedere per come sono realmente, tranne la dodicenne Ramya Knox. Quando viene coinvolta nel mondo di segreti e incantesimi della sua famiglia, Ramya si mette al lavoro per scoprire la verità sul Popolo Nascosto, con tre sole parole di avvertimento da parte di suo nonno: Attenzione alle sirene. Lo scopo della sua missione è quello di andare oltre gli stereotipi e i falsi miti, e di scoprire quali sono le reali caratteristiche delle creature magiche, che a volte sono anche molto diverse da quelle che la letteratura e il cinema vogliono farci credere. Ramya è disprassica, e la disprassia non è esattamente la caratteristica migliore per una strega. Ma, immersa in un'avventura che cambierà tutto per lei e per gli altri, tra vampiri gentili e fate inquietanti, Ramya scoprirà presto che i suoi poteri sono molto più forti di quanto avesse mai immaginato.
L'autrice
Elle McNicoll è una scrittrice scozzese e neurodivergente che vive a Londra. Si è laureata in scrittura creativa e ha lavorato come libraia, barista, blogger e babysitter, il tutto mentre si divertiva a scrivere storie.
Dopo aver completato la sua tesi di laurea sulla scarsa rappresentazione dei bambini neuro-divergenti, si è stancata della mancanza di inclusività nell'editoria e ha scritto lei stessa un libro. Nel 2020 ha pubblicato il suo primo romanzo, Una specie di scintilla, opera diventata il “libro per bambini della settimana" sia del Times che del Sunday Times. Il romanzo ha vinto il Blue Peter Book Awards nel 2021, ed è stato nominato per la Carnegie Medal. La storia è stata trasformata in una serie televisiva della BBC, trasmessa in Italia da Rai Play e Rai Gulp. Il suo secondo romanzo, Mostraci chi sei, è del 2021.
Recensione radio di Alfred e la gogna su Radio InBlu2000
InBlu2000 - 30 marzo 2024
L’ultimo consiglio di lettura lo affidiamo a Luca della libreria “Viale dei Ciliegi” di Rimini che ha scelto “Alfred e la gogna” di Jesper Wung-Sung (Uovonero). Tanto tempo fa, nessuno ricorda più quando né perché, Alfred fu messo alla gogna per lesa maestà. Poi un nuovo re sale al trono e una cameriera di nome Rebecca comincia a recarsi da Alfred tutti i giorni, per lavarlo, dargli lezioni di buone maniere e parlargli del mondo al di là della piazza, di luoghi che Alfred ha dimenticato. Una fiaba schietta e grottesca che parla di diversità e inclusione, libertà e passaggio all’età adulta, ma anche del potere salvifico dell’amore. Età di lettura: da 8 anni.
A volte capita di leggere un libro, innamorarsene e volerne sapere di più su chi lo ha scritto. Inizi a chiederti che tipo di persona sia, cosa pensa mentre scrive, come ha avuto l’idea per realizzare il romanzo che hai adorato e che effetto farebbe conoscerla. Poi succede che la incontri e la trovi semplicemente “luminosa”. Questo è proprio ciò che è accaduto conoscendo a Più Libri Più Liberi 2023 Inés Garland, autrice, traduttrice, giornalista e insegnante di scrittura creativa in Argentina. Una persona sorridente, semplice e disponibile. Un’anima che definirei pura e che sa arrivare al cuore delle persone con le sue parole.
Il cane Lilo ti è apparso davanti agli occhi un giorno per puro caso, ma secondo te cos’è che ti ha spinto a parlare di lui, a creare una storia su di lui? Cos’è davvero Lilo? Lilo ha questo senso di inadeguatezza che lo accompagna, non si sente bello e amato dagli altri per via del suo aspetto insolito e io capisco molto bene questa condizione. Spesso, nel corso della vita, non mi sono sentita compresa per via del mio aspetto, così fuori dagli standard argentini, ma anche perché amavo leggere, scrivere e spesso mi isolavo per farlo. Lilo è un modo per uscire dalla visione che abbiamo di noi, mettendoci nei panni degli altri e capire così che quando ci si apre al mondo poi il mondo si apre a te. Anche il fatto di saper annusare le emozioni è una metafora che permette al protagonista di creare empatia con chi lo circonda. Il cercare di capire le persone lo fa uscire dalla sua solitudine, dalla gabbia mentale che si era creato e lo spinge a superare i propri limiti. Il desiderio di Lilo è quello di dare gioia a chi lo circonda e questa è una cosa che ho scoperto appartenermi.
È bellissimo il paragone tra la paura e il lievito, com’è nato? Ho avuto l’ispirazione guardando gli animali, quando loro hanno paura si gonfiano e si fanno più grandi, sempre più grandi. Io ho una gatta molto paurosa che, quando devo portarla dal veterinario, arruffa moltissimo il pelo. Un giorno, quando l’ho tirata fuori dal trasportino, ho sentito un odore molto forte che mi ha subito ricordato il lievito: così è nata l’associazione.
Con che cuore e che testa si dovrebbe leggere questo tuo Lilo? Io non lo so con esattezza, ci sono libri che hanno bisogno di un tempo o un momento specifico. Magari un giorno ne inizi uno che però non riesci a leggere e lo abbandoni, per poi riprenderlo e finirlo in un secondo momento. Penso inoltre che non esista un libro che non possa essere letto a qualsiasi età, i libri sono per tutti a prescindere dal target consigliato. Per me attitudine alla lettura vuol dire apertura totale a tutti i generi. Il senso di inadeguatezza fa parte della vita di ognuno di noi, quindi tutti possono leggere questo libro a prescindere dallo stato mentale. Se un bambino ha questo senso di inadeguatezza può leggerlo e trarne beneficio, ma se non ce l’ha magari conosce un amico che invece sta vivendo quel problema e quindi può diventare più empatico nei suoi confronti e aiutarlo.
Com’è stato lavorare con Maite Mutuberria? Che ne pensi della disegnatrice basca? Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda, perché durante le interviste della premiazione, mi sono dimenticata di dire che lei con i suoi disegni ha preso un lato di Lilo che è perfetto. Il tratto con cui ha realizzato lui e le illustrazioni mi ha fatto subito pensare che avesse centrato in pieno lo stile del racconto. Per me ora Lilo è esattamente come lei lo ha disegnato, non potrei più immaginarlo in un altro modo. Quando ho ricevuto i disegni ho chiesto come avesse fatto a vedere tutto questo nel personaggio basandosi solo sulle mie parole: è dolce, tenero, divertente, bello, tutto, ha tutto. Io e lei non eravamo in contatto, le è stata mandata la storia e dopo averla letta ha realizzato questi disegni, per questo ero ancora più sorpresa. Lei è una persona tanto carina, calda, tenera, simpatica, anche lei è un po’ come Lilo. Come anche Francesco Ferrucci, il traduttore italiano, che è riuscito a portare tutti i tratti comici e il senso esatto della storia in un’altra lingua.
Perché hai deciso di scrivere una storia sull’abuso delle tecnologie da parte dei bambini? Non ho scelto di scrivere questa storia, le parole sono uscite da sole nel momento in cui ho visto Lilo passare in un parco, sapevo solo che volevo parlare di lui e dell’idea che aveva di sé stesso. Volevo che uscisse fuori dalle sue idee perché solo così si possono vedere davvero gli altri, le loro insicurezze e capire così che non si è soli. No, io non decido mai in anticipo di cosa scriverò o come si evolverà la storia. Victoriano, uno dei bambini a cui ho dedicato il libro, in quel periodo mi raccontò di una sua compagna di classe che riceveva molti messaggi di odio da parte di una coetanea. Quando sento queste cose io cerco sempre di capire il motivo per cui vengono fatte, non perché non crei empatia con la vittima, anzi, una persona che è vittima di una qualsiasi violenza o azione cattiva va protetta e tutelata, ma mi viene da chiedermi cosa accada in quell’altra persona, cosa la spinga a fare ciò che fa. Questo è ciò che accade in Lilo, lui vuole capire il motivo che fa stare male la sua padroncina, ma finisce con lo scoprire la storia dell’altra ragazzina. Io non volevo scrivere appositamente della tecnologia, è stata una sincronia, come accade spesso quando scrivo, dato che non so dove sto andando mentre lo faccio, sono aperta a tutto ciò che mi circonda o accade intorno a me, così le cose passano attraverso me e prendono vita sul foglio.
Dove trovi spunto per le tue idee e dove ti piace scrivere? Ho uno studio in cui lavoro, ma amo scrivere su taccuini che mi porto dietro, annotando tutto ciò che mi colpisce in strada, passeggiando, fermandomi in un bar o in parco. Lilo è venuto fuori molto velocemente, ero davvero ispirata, ma non sempre è così. Io paragono la scrittura alla pesca: annoti un’idea, poi butti l’amo e magari ci metti tantissimo prima di tirare su qualcosa di buono, a volte non è quello che volevi, ma forse è anche meglio e altre volte non tiri su niente e resta un’idea scritta su un taccuino. Magari un’idea non prende vita subito, ma torna dopo anni, perché io non ero pronta per scriverla o non era il suo momento e ha bisogno di più tempo per maturare. Per scrivere bisogna avere molta pazienza.
Secondo te come si può contrastare il cyberbullismo? Io non voglio con le mie storie dare un messaggio netto o una ricetta su come fare le cose perché non mi appartiene. Io penso solo che si debba comunicare tanto, parlare, non chiudersi nel proprio dolore e aprirsi agli altri: solo condividendo si può trovare comprensione. I bambini spesso non raccontano perché si colpevolizzano per tutto, pensano che se gli accade una cosa brutta è perché se lo sono meritato in qualche modo o perché cercano di proteggere i loro genitori. Ma se noi adulti per primi siamo distratti e abbiamo tutto il giorno gli occhi puntati sui telefoni, allora non riusciremo a sintonizzarci con loro. Dobbiamo far capire loro che possono raccontarci le cose che fanno loro male. Spesso i ragazzini si aprono quando un adulto gli racconta un aneddoto di lui da bambino, vedendo che anche lui ha passato in un certo senso quello che stanno passando loro, provano empatia e riescono ad aprirsi. Poi è soggettivo, ogni adulto deve trovare il suo modo di comunicare con i bambini, basta che ci provi.
Recensione di La vecchia casa sul canale su Meglio un libro rivista
Meglio un libro rivista - marzo 2024
Una casa è il luogo degli affetti, dove viviamo e costruiamo parte delle nostre vite, così diventa delle esistenze e a volte capita che le racconti. È questo il ruolo che assume La vecchia casa sul canale, scritto da Thomas Harding e illustrato da Britta Teckentrup, dove è mostrata l'evoluzione dell'edificio, dalla costruzione fino alla descrizione di chi vi ha abitato. Lentamente, grazie a illustrazioni che sembrano scatti di realtà dipinti a pastello, si delinea la forma della tipica abitazione olandese, che ricora la tela Case con panni stesi colorati di Egon Schiele. Sembrerebbe la semplice storia di un qualunque quartiere, invece c'è una rivelazione inaspettata: si tratta del luogo in cui ha vissuto Anna Frank. A quel punto il libro assume un altro valore: quello di testimonianza, di ricordo della persecuzione degli ebrei e di Anna, di cui oggi, come si racconta qui, la "vecchia casa sul canale" custodisce la memoria e la rende possibile a chi va a visitarla.
di Giulia Ausilio
Recensione di La vecchia casa sul canale su Storie Accessibili
Storie Accessibili - marzo 2024
Ripercorrendo la storia di chi l’ha abitata, l’albo racconta dell’abitazione in cui trovarono rifugio Anne Frank e la sua famiglia. Era proprio Anne che la chiamava “la vecchia casa sul canale”. Costruita più di Quattrocento anni prima, la casa è stata testimone dell’ascesa di Amsterdam e del periodo d’oro dell’Olanda cui sono seguiti anni più bui fino all’occupazione dei nazisti e alla persecuzione degli ebrei. Dopo la guerra avrebbe dovuto essere demolita ma è stata invece donata alla città ed è diventata un logo della memoria visitata ogni anno da moltissime persone.
Recensione di Il gatto con gli stivali su Libri accessibili
Libri accessibili - marzo 2024
La famosa fiaba di Perrault segna una nuova uscita per la collana Pesci parlanti, dedicata ai bambini che hanno difficoltà comunicative. Per loro, ma anche per tutti quelli che hanno voglia di leggere ma fanno fatica a farlo, per i bambini pigri e i bambini stranieri.
La fiaba è raccontata attraverso i simboli PCS, utilizzati nella Comunicazione Aumentativa Alternativa, immagini grafiche che rappresentano parole, frasi, concetti con disegni semplici e chiari, facilmente riconoscibili.
Recensione di Di corvi e cornacchie su Il Giornalino
Il Giornalino - 17 marzo 2024
Fin dai tempi antichi corvi e cornacchie accompagnano le vicende dell’umanità: uccellacci del malaugurio o creatori di mondi, volatili diabolici o profetici veggenti. Un libro illustrato ci fa conoscere questi protagonisti del cielo. Le diverse specie, il loro linguaggio, le fasi di apprendimento sono spiegate pagina dopo pagina; non mancano poi poesie, racconti e favole che testimoniano la presenza dei corvi nella letteratura, nei miti e nelle leggende. Di corvi e cornacchie ti aspetta in libreria!
Sulle ali del mondo
Il cicarampa - 19 marzo 2024
Il problema, con questi testi, è che più ci si addentra tra le pagine e più se ne rimane affascinati, tanto che se ne vorrebbe ancora e ancora. Per fortuna ci sono editori come Uovonero che decidono di scendere in profondità e di pubblicare dei libri come quelli di Britta Teckentrup.
Teckentrup è un’autrice abbastanza poliedrica, mai suoi libri di divulgazione legati all’ornitologia sono, a mio avviso, dei piccoli gioielli. Il mio preferito è quello dedicato alle penne.
Come scrive l’autrice: “Le penne sono tra le cose più straordinarie mai fatte dalla natura. Sono delicate, complesse, stravaganti, belle e forti: tutto questo nello stesso tempo.” E tutto questo ci viene mostrato e spiegato per bene nel volume in questione.
Quello che si scopre in un libro come questo, è che non serve tanto cercare qualche notizia bizzarra circa un determinato argomento per renderlo più appetibile e fruibile. È sufficiente affrontarlo nel modo più completo possibile, ovviamente rapportandosi con l’età del possibile lettore. Il risultato è un testo affascinante, in cui le informazioni diventano meraviglia perché sono meraviglia. Non servono effetti speciali. La natura ha saputo creare qualcosa che è difficile da inventare ed è sorprendente leggere, pagina dopo pagina, ciò che riguarda le penne.
Ad accompagnare il tutto ci sono delle splendide illustrazioni che definirei ‘nordiche’ e un’ultima parte che racconta del rapporto dell’uomo con le penne e le piume, riuscendo così a collegare la scienza con l’antropologia e la storia e la cultura umana, come a ricordarci che tutto è connesso.
Per Uovonero si trovano anche altri due testi, sempre di Teckentrup, legati agli uccelli: L’uovo e Di corvi e cornacchie. Lo schema è all’incirca lo stesso: una spiegazione del soggetto per poi arrivare a concludersi con il rapporto di questo soggetto con noi umani. In particolare, nel libro sui corvi c’è un’importante sezione dedicata anche alla letteratura e alla mitologia connessa con questi uccelli, diventando un volume davvero interdisciplinare e degno di stare nelle librerie di qualsiasi età.
Questo coinvolgente albo illustrato, dalla forma orizzontale, ci porta in un viaggio poetico assieme alla protagonista dallo sguardo curioso. Si parte in un vagone di treno a vapore con tavole acquarellate dai toni seppia per avvicinarci a luoghi miste- riosi, fantastici, esotici, descritti in immagini a tutta pagina coloratissime. Gli AA. creano una sorta di narrazione evocativa avva- lendosi dei significati di nomi di numerose nazioni (primeggiano quelle africane, mancano molte delle europee tra cui l’Italia). La loro etimologia, spiegata nell’appendice, rimanda a azioni, luoghi, caratteristiche etniche, animali. Un’opportunità per conoscere i popoli della Terra e per capire l’uso delle parole, il loro cambiamento e la loro importanza.
di Claudia Camicia
Recensione di L'altalena su Alir
9 marzo 2024 - Alir
Britta Teckentrup con L’altalena ci conduce attraverso un viaggio sia reale che fantastico.
Un delizioso albo dal formato quadrato venti per venti, ben cento sessanta pagine in cui nulla è lasciato al caso, le immagini evocative e il testo si fondono in quella che diventa pura poesia.
L’altalena rossa svetta sul mare “invitava tutti a sedersi, era un posto dove incontrarsi”, è lì la protagonista di questa storia, che pagina dopo pagina ci guida attraverso i corsi e ricorsi della nostra vita, non è solo infanzia, ma anche crescita, amicizia, perdita. Britta Teckentrup parla così delle stagioni della vita e ci fa riflettere sull’importanza dei gesti, delle piccole cose, noi lettori ci troviamo come di fronte a uno schermo le cui immagini rappresentano i due sedili dell’altalena su cui si avvicendano persone di ogni età, c’è il bambino da solo, ci sono i bambini insieme che giocano, c’è la coppia che deve fare delle scelte, c’è la nuova famiglia, c’è l’anziana signora che rimasta sola osserva il mare, ci sono la mamma e la bambina, c’è Mia con la sua nonna.
L’altalena è vita, emozione, sull’altalena si è felici, ma anche tristi, a volte un po’ arrabbiati perché si litiga, ma poi si ritorna nuovamente amici. Così in tarda primavera intorno all’altalena fioriscono denti di leone e margherite, poi arriva la calda estate le cui notti sono ricche di suoni e profumi, giunge l’autunno dove tutto è cupo e a fatica si intravede il mare, con l’inverno arriva la neve e poi ancora la primavera, ma questa volta dopo due giorni di tempesta l’altalena non è più la stessa, è lì abbandonata, rotta, nessuno più se ne prende cura, passano anni e la vegetazione prende il sopravvento. Finché un giorno Peter e il suo bambino decidono che è tempo di ridare vita a quella altalena che ritornerà a essere bella come un tempo.
“L’altalena è ancora lì. Guarda verso il mare e invita chiunque a sedersi. È un posto dove iniziano le cose”
Sì chiude così questo delicato albo, un inno al sentirsi liberi, liberi di agire, liberi di pensare, liberi di amare.
Recensione di Di corvi e cornacchie su Senzalinea.it
Senzalinea.it - 7 marzo 2024
Appassionati di ornitologia e non, a rapporto!
La cornacchia grigia è l’uccello che Britta Teckentrup preferisce, ma si fa presto a dire corvi e cornacchie, l’autrice, in questo meraviglioso albo divulgativo, ci porta nella Terra dei corvidi. La “t” maiuscola è voluta, per indicare il luogo abitato da questa numerosissima popolazione.
Esistono 129 specie differenti, 23 generi e sapete che questi pennuti parlano almeno due dialetti?
Fossero solo queste le nozioni sugli appartenenti all’ordine dei passeriformi… Scopriremo perché il corvo ha un piumaggio nero; le caratteristiche per le diverse specie; i tipi diversi di comunicazione attraverso i toni.
L’autrice ci porta nei miti, nella letteratura e poesia in cui i corvidi sono i protagonisti e l’origine del detto “uccellaccio del malaugurio”. Seguiremo la loro vita come in un documentario, dall’ accoppiamento, all’essere genitori, alle colonie, al loro richiamo.
Sono animali estremamente intelligenti, dotati di grande memoria, capaci di apprendere non solo tramite osservazione, ma anche attraverso la comunicazione con i loro simili.
Faremo tappa a Berlino; New York, Tokio e Londra, metropoli in cui questi uccelli hanno un significato particolare.
Un albo che non è assolutamente destinato ad un pubblico di piccoli, è talmente ricco di informazioni interessantissime che andrebbe tenuto sullo scaffale delle nostre librerie anche se non si è appassionati all’argomento.
Un lavoro di ricerca minuzioso e perfetto, accompagnato da illustrazioni affascinati.
Recensione di La grande fabbrica dei bambini su Più in cielo che in terra
Più in cielo che in terra - 23 febbraio 2024
Come nascono i bambini? Cosa accade dentro la pancia della mamma? Per gli animali come funziona?
Uovonero porta in Italia La grande fabbrica dei bambini di Nadja Belhadj, qui tradotta da Sante Bandirali. L’albo, proposto in grande formato e copertina flessibile, ci accompagna nel grande miracolo della vita, raccontando ad un target più sei le dinamiche, i segreti e le curiosità della nascita.
Il volume, inserito nella collana I Geodi, dopo aver raccontato la “macchina” umana, ci accompagna nel viaggio straordinario dello zigote verso l’utero, per poi narrarci, mese dopo mese, la crescita dell’embrione, mostrando con ironia e semplicità le dinamiche della gestazione.
Accompagnati da un buffo pinguino, impareremo qualcosa di più sulla fecondazione in vitrio, sull’inseminazione artificiale e sulla magia dei gemelli. Insomma un lungo e convincente sentiero, reso attrattivo e divertente, anche grazie alle illustrazioni di Philippe De Kemmeter, pronto a dare vita ed espressività alla narrazione.
Recensione di La grande fabbrica dei bambini su Interzona news
Interzona.news - 2 marzo 2024
Un albo illustrato, tradotto da Sante Bandirali, che consente di muovere i primi passi nell’educazione sessuale, per tutti i cuccioli umani curiosi di sapere come sono venuti al mondo e cosa si nasconde dietro al mistero della vita.
Sarà proprio il futuro bambino a raccontarci cosa accade in ogni fase del suo sviluppo: da quando, nel primo bimestre, sembra ancora un girino ed è addirittura provvisto di coda a quando, verso il terzo mese, una sottilissima lanugine inizia a ricoprire il suo corpo facendolo assomigliare a un cucciolo di Yeti; dal quinto mese quando scopre di poter eseguire movimenti degni di un ballerino provetto, fino al settimo mese quando inizia ad avere memoria del gusto e degli odori, e poi via fino al suo grande momento! Ogni passaggio è importante per dirigersi sicuro, come un piccolo supereroe, verso una vita tutta da esplorare.
"Alla sera, sgombrate le bancarelle e tornati tutti alla proprie dimore, in piazza rimanevano soltanto lui, Alfred, e un gran numero di ratti e topi. Le bestiole pelose schizzavano a destra e a manca in cerca di cibo e, con tutti i frutto e ortaggi marci che venivano lanciati ad Alfred, trovavano sempre un bel mucchietto di avanzi ai suoi piedi.
Di tanto in tanto un ratto o un topo gli mordeva il ditone, ma non ci riprovava più, perché lui gli mollava un calcio che lo faceva volare fin sopra i tetti."
Alfred, da che tutti si ricordino, è sempre stato in quella piazza con mani e collo imprigionati in una gogna. La ragione precisa perché lui si trovi lì, alla berlina, zimbello di tutti, sembra risalire alla prima volta che dileggiò senza pietà il re in occasione dell'incoronazione. Ma anche questa circostanza si perde nella notte dei tempi. Apparentemente Alfred si accende di rabbia così, come uno zolfanello, e poi prende a male parole i sovrani, uno dopo l'altro, incoronazione dopo incoronazione. E la cosa strana è che il tempo non sembra essere passato per lui. Le generazioni di sovrani si sono succedute, tutti a turno hanno inflitto ad Alfred altri anni di gogna per le sue male parole, ma lui sembra non patirne e men che meno invecchiarci in quei ceppi.
Le sue giornate sono un po' tutte uguali: male parole per chi gli passa accanto, lancio di ortaggi marci da parte della popolazione che se ne fa gioco, pur temendolo un po', quattro chiacchiere con il ratto di turno - se ne sono susseguiti 515 stando ai conti dello stesso Alfred che li ha battezzati uno per uno. Qualche acrobazia con il cibo che atterra ai suoi piedi e una sostanziale "atarassia" nei confronti delle intemperie. Mani e piedi luridi, pelle cotta dal sole e dal freddo, capelli lunghi e lerci, ma sotto due grandi occhi verdi e un viso da ragazzo.
Questa routine che fa di Alfred un "monumento alla rabbia feroce e indomabile" a un certo punto si inceppa per l'arrivo di una ragazza, Rebekka, e del nuovo giovane re.
Il loro sguardo su Alfred è del tutto nuovo. E questa è la storia di come un re possa anche essere un buon sovrano, di come una contadina possa essere anche una buona compagna, e un matto possa essere anche un brav'uomo...
Sono varie le cose che stupiscono in questa storia che arriva dalla Danimarca. E che quindi la rendono interessante.
La prima è la circostanza di partenza. Un contesto decisamente insolito, un'epoca passata non definita con precisione, che potrebbe oscillare tra il Medioevo, in cui la gogna era in grande voga (prima citazione nel Salterio di Utrecht nel IX secolo), fino all'Ottocento, quando venne in larga parte abolita. E uno spazio, per converso, limitatissimo. Tutto il racconto ruota intorno a un metro quadro di spazio, che è l'area di azione o non azione di Alfred. E degli altri che ronzano là attorno.
La seconda cosa originale è Alfred stesso. Molto esplicito il suo pervicace risentimento verso il mondo tutto e in particolare i governanti, risentimento che, a ben vedere, spesso e volentieri, ha la capacità di sfuggirgli di bocca. Quasi fosse suo malgrado. E qui impariamo a prendere atto che la personalità di Alfred, apparentemente il matto del villaggio (le sue mani lo sono ancora più di lui), ossia uno sciocco che non sa tenere mai la lingua a freno, in realtà è piuttosto complessa, piena di ombre e lati oscuri, di fragilità e delicatezze inaspettate. Alfred è magnifico e grottesco. Dolcissimo e implacabile. Fragile e resistente.
Decisamente interessante.
La terza cosa degna di attenzione è ancora Alfred, nel suo essere abitante del tempo e, per assurdo, dello spazio. Attraversa le stagioni da non si sa quanto, senza che queste abbiano effetto su di lui e anche con lo spazio ha un rapporto davvero originale. Un po' come se entrambi non fossero importanti, non lasciassero segni durevoli.
O almeno non lo sono fino a un punto esatto della narrazione, ovvero quando il suo essere 'immobile' non gli basta più perché qualcuno gli sta 'muovendo' i pensieri verso il passato e soprattutto verso il futuro e lo sta anche portando qui e là, nella bottega del cappellaio oppure sul fiume, oppure, oppure... con l'unico mezzo a lui concesso: l'immaginazione.
Ma l'atto di pensare al futuro non è forse uno dei segni più evidenti dell'essere diventati grandi? Finisce anche per Alfred l'età del qui e ora.
La quarta cosa interessante è la sua rabbia e il suo rapporto con essa. Qui si entra in una dimensione speculativa, se si vuole andare al di là dal divertimento del suo modo di esprimersi quando è arrabbiato, ossia quasi sempre. Quali siano le debolezze e le incrinature che essa crea nei pensieri delle persone. Quali le conseguenze, quale la difficoltà di organizzarne l'energia verso altri obiettivi.
La quinta cosa interessante richiede di nuovo uno scatto ulteriore da parte del lettore. Ed è il racconto di come avvenga l'incontro tra persone. E di cosa possa - o debba succedere - dopo. E di che senso ed esito esso abbia. Amore? Rispetto? Comprensione? Cosette così.
Questa è forse la parte più filosofica che emerge in tutta la sua grandezza e importanza. La cosa che più di tutte ci accompagna nella lettura, senza mai essere esplicita. Seguiamo i monologhi che poi si fanno dialoghi tra il giovane re - ex Piccolo Principe? - e Alfred, oppure tra Rebekka e Alfred, i piccoli 'teatrini' e scenari che lei imbastisce per lui, e tutto scorre tra i fili della trama e poco più.
Solo a libro chiuso, ci ritroviamo nelle mani un ricamo magnifico che ci interroga su cosa voglia dire nel profondo essere creature sociali.
Recensione di La vecchia casa sul canale su Indiepercui
Indiepercui - 25 febbraio 2024
Capolavoro pulsante vita all’interno di un universo inerme che ruota attorno alla nascita di una città, di una casa, tra sensazioni e profumi nascosti e lontani e quel senso unico e irripetibile che ci sia stato davvero qualcosa di speciale a dare un senso a quel determinato luogo, a quel posto ora diventato celebre.
Un’abitazione che ha trovato nel suo essere tipica la chiave di lettura della storia. Anna Frank e il suo diario, la sua famiglia, le sue speranze di bambina e quei sogni racchiusi tra i vetri e i mattoni di una manciata di stanze affacciate su di un canale.
Cambio di visioni e prospettive, mutamenti inevitabili che conoscono l’incedere del tempo costruendo architetture di sentimenti imbrigliate nello scorrere quotidiano, nel lento progredire.
Emozioni colorate e trasformate per l’occasione che incontrano le coordinate del cuore e in modo del tutto naturale riescono a dare un’immagine sicuramente più completa di un triste momento della realtà per come la conosciamo.
La vecchia casa sul canale racconta, con capacità intrinseca straordinaria, l’evoluzione di un’abitazione nel cuore di Amsterdam. Una casa che ha conosciuto numerosi proprietari fino ad ospitare, durante la seconda guerra mondiale, la ditta di Otto Frank, papà di Anna e successivamente il nascondiglio della sua intera famiglia.
Le pagine raccolte si fanno teatro esistenziale per narrare una vicenda universale. Uno spaccato in progressione che diventa punto di unione, di condivisione, nel tentativo di fotografare il particolare nella complessità.
L’importante lavoro di fondo di Thomas Harding e Britta Teckentrup vive grazie ad un’edizione di spessore, uscita in Italia per Uovonero. Un cartonato raffinato, elegante e anacronistico nella sua concezione.
Una storia che appassiona e incuriosisce dando valore al nostro tempo. Un libro da sfogliare, un libro da leggere, per ammirarne la bellezza nascosta. Pagine racchiuse nelle profondità del nostro stare per un illustrato che nel ricordo dona un senso alla memoria di ognuno di noi.
Recensione di Dove sei, piccolo Giulio? su Ombre e luci
Ombre e luci - febbraio 2024
Con sensibilità e delicatezza, in questo albo illustrato Colaneri solleva il complesso tema della neurodivergenza, raccontando il quotidiano di un bambino con autismo. Lo fa misurando con precisione sartoriale le parole e lasciando intorno ai disegni color pastello eloquenti spazi bianchi. La voce narrante è quella della mamma e con lei, tavola dopo tavola, andiamo cercando il piccolo Giulio. Ogni supposizione termina con un punto fermo, come a simboleggiare che lui è qui: sta a noi vederlo e farci trovare. Giulio non verbalizza i suoi mondi, le emozioni, le tante difficoltà; se qualcosa va storto scappa, si nasconde: bisogna dunque essere pazienti, avvicinarsi piano, cogliere il momento giusto per sedersi accanto. Colaneri ci porta al centro dell’universo di Giulio, non lo spiega: lo fa sentire nella sua complessità e ricchezza, scardinando i preconcetti secondo cui una persona con disabilità è imperscrutabile, priva di fascino o fantasia. Un albo profondo e leggero, fruibile a tutte le età e da tutte le prospettive. «Giulio, ti vedo, sei davanti a me».
Rumple Buttercup vive in un nascondiglio sotterraneo, ha cinque denti storti, tre ciuffi di capelli, la pelle verde e squamosa e il suo piede sinistro è leggermente più̀ grande del destro. Si sente diverso ed esce di nascosto solo se ha una buccia di banana in testa con cui pensa di passare inosservato. Ma scoprirà di essere stato notato e che l’unica cosa strana che vedono gli altri in lui è… la sua buccia di banana!
Lilo, protagonista del romanzo vincitore del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2023 categoria +8, è un bel pastore tedesco nero (un po’ meticcio) ma…ma ha le gambe corte, e se ne vergogna, tanto che al parco si nasconde dietro i cespugli per non farsi vedere dalla cagnolina Adele che gli piace tanto. Vive in simbiosi con Emi, ma quando la bambina diventa triste, passa tutto il tempo davanti al computer o al telefonino a leggere e scrivere messaggi e non vuole più andare al parco, Lilo sente odore di paura e di pianto, cioè di limone stantio. In parole povere, puzza di bruciato.
Così riunisce i vecchi amici, il bavoso ma affettuoso Armando, il bellissimo pastore Lio, e uno nuovo: il randagio Olivertwist. Un cane da strada pulcioso e rognoso, randagio da quando è morto il bibliotecario presso cui viveva, ma di grande cultura letteraria e soprattutto conoscitore dei maggiori investigatori (Sherlock Holmes, Poirot, Marlowe) e per questo dotato di grande fiuto poliziesco. Olivertwist fa conoscere agli altri Berenice, gatta nera occhi verdi, a cui recita le poesie di Elliot sui gatti e che vive in una casa buia e tetra con un’altra bambina, Kai, anche lei triste, arrabbiata e sempre al computer. A questo punto anche un lettore adulto può fare 2 + 2.
Con la complicità di Berenice Lilo si introduce in casa di Kai, che lo scopre e lo chiude dentro, lo ribattezza Lars e lo nutre con succose bistecche con l’osso che quasi quasi gli fanno dimenticare la sua missione e persino la sua padroncina. Allora nemmeno Kai è davvero cattiva, anche se pure lei odora di limone stantio? (Si capisce che l’odore delle emozioni è la chiave del romanzo). Non fatevi ingannare: non è un banale libro pedagogico sul/contro il bullismo (anzi cyberbullismo), è una bella storia di gelosia, rabbia, tristezza, amicizia e riconciliazione, sdrammatizzata e rallegrata da cani e gatti che pensano e parlano come umani e da umani che talora non sanno vedere al di là del loro naso. Alla fine Emi e Kai camminano insieme chiacchierando e mangiando un gelato e Lilo sente odore di cioccolata – e questa è la morale, se proprio la vogliamo – e poi con Adele corre corre corre fino allo sfinimento.
Via Prinsengracht (“Canale del Principe”), Amsterdam. Tra gli edifici alti e stretti che sorgono dai canali, ce n’è uno con la porta verde varcata ogni anno da milioni e milioni di persone. È la casa di Anna Frank (1929-1945), dagli anni Sessanta una casa-museo che continua ancora oggi a essere viva, vissuta e ricordata ogni giorno, soprattutto, nel Giorno della Memoria il 27 gennaio. Anche chi non l’ha mai visitata, può viaggiare oltre i confini e tra le maglie del passato grazie alle pagine della Vecchia casa sul canale (albo illustrato, cartonato, pp. 56, € 20,00). Si possono sentire l’odore dell’acqua stagnante dei canali, il profumo del legno, i rumori della città, la bellezza di una casa che fu costruita quasi quattrocento anni fa.
Essa ha ospitato famiglie facoltose e persone umili, è stata anche un magazzino e addirittura una stalla, nonché nascondiglio durante la Seconda guerra mondiale per gli ebrei che scappavano dai nazisti, tra cui la famiglia Frank che, fuggita dalla Germania, trovò proprio qui rifugio per due anni (1942-1944). Il padre Otto Frank, commerciante di spezie e prodotti alimentari, predispose al pian terreno della casa il suo magazzino. Al piano superiore, tra gli scaffali dell’ufficio, un armadio-libreria scorrevole dava accesso al nascondiglio segreto della mamma Edith, delle figlie Margot e Anna e di un’altra famiglia ebrea.
L’importanza di fare memoria
Questa storia narrata con semplicità e intensità (“poche e buone parole”) dal britannico Thomas Harding è illustrata da Britta Teckentrup e tradotta da Sante Bandirali, uno dei fondatori della casa editrice Uovonero. Tutti autori pluripremiati nel mondo della letteratura per bambini e ragazzi. Una garanzia, quindi, con il bollino di qualità per far avvicinare anche i lettori più piccoli alla grande Storia.
Nell’albo illustrato il testo e le tavole poetiche, espressive, ricche di dettagli e allo stesso tempo di profondità, si fondono e completano andando a creare un vero e proprio “film storico e narrativo”: nel nascondiglio ci sono delle scale ripide che portano alla mansarda e siamo lì con i protagonisti, al buio, talvolta al freddo, cercando di non far rumore per non destare sospetti e aspettando qualcuno che porti del cibo caldo. «A volte la porta verde dell’ingresso era aperta, a volte restava chiusa perché faceva troppo freddo», e le persone si chiudevano dentro, con la speranza di salvarsi dai rastrellamenti. C’è una cosa, però, che quelle mura hanno protetto e salvato: il famoso diario scritto da Anna a soli tredici anni che lei stessa aveva intitolato “Il ripostiglio segreto”.
Le due sorelle Anna e Margot, scoperte e catturate, morirono nel campo di concentramento di Bergen-Belsen nel 1945. È stato il padre a ritrovare il Diario, a leggerlo e curarne la trascrizione unendo al corpo principale del testo anche altri fogli volanti scritti dalla figlia. Fu pubblicato per la prima volta nel 1947. E da allora, consegnato al patrimonio mondiale. Al civico 263 sembra che ancora niente si sia fermato. Oggi la Casa, oltre a essere un museo, ospita un centro educativo e la Fondazione Anna Frank. Sulla porta, come ci suggerisce un’immagine del libro, sono ritratti lei e il padre che ci guardano con un sorriso.
Ancora una fiaba tra le più classiche, ancora un libro accessibile anche a chi ha difficoltà di lettura. La storia del gatto furbacchione munito di stivali che trasforma il figlio povero e sfortunato di un mugnaio in un marchese promesso sposo della figlia del re è l’ultima arrivata della collana Pesci Parlanti di Uovonero. Una fiaba arcinota, adesso anche in questa versione della serie di volumetti robusti, dalle pagine cartonate con una particolare e unica sagomatura che rende il libro facile da sfogliare per chiunque. Il doppio valore dei Pesci Parlanti riguarda da un lato il testo, sintetizzato e studiato per essere comprensibile dai più piccini o da chi ha difficoltà nell’apprendimento della lettura: allo stampatello maiuscolo si affianca l'uso di simboli PCS (Picture Communication Symbols) capaci di rendere più semplice e accattivante la lettura. Ma anche le illustrazioni di Roberta Angeletti hanno una loro particolarità: sono realizzate sì con un tratto tradizionale ma in modo che gli atteggiamenti e le espressioni dei personaggi lascino intravvedere le intenzioni e le emozioni di ciascuno. Onore all’editore Uovonero da sempre impegnato nella battaglia per rendere davvero inclusivo il diritto di leggere: diritto di tutti i bambini, anche di quelli che per qualche motivo faticano a farlo.
Recensione di L'architetto e l'albero su Senzalinea
Senzalinea.it - 22 febbraio 2024
Trama: Un architetto pignolo e spigoloso impara a infrangere le proprie regole scontrandosi con l’imperfetta perfezione della natura.
Eugenio progetta edifici dritti e ordinati. È davvero orgoglioso della sua ultima opera: una casa enorme con finestre e muri perfettamente perpendicolari. Un giorno, però, si trova davanti a una sorpresa inaspettata: c’è un albero, spuntato dal nulla, nel bel mezzo del salotto della casa gigantesca. Invece di tagliarlo, Eugenio studia la pianta e ammira le proporzioni dei rami, delle radici, delle foglie e del tronco. Messo di fronte all’inatteso, Eugenio imparerà a vedere la natura sotto una nuova luce – non come l’esatto opposto di un ordine preciso, ma come qualcosa che ha un suo straordinario equilibrio. Questa rivelazione cambierà profondamente il suo lavoro di architetto…
Un albo illustrato stratificato che, utilizzando un linguaggio divertente e accessibile, si interroga su una via di conciliazione tra il rigore della struttura e la plasticità degli organismi viventi, sul ruolo dell’architetto nella nostra società e sull’importanza di una progettazione consapevole e attenta alle specificità.
Uovonero
Recensione: Solo gli sciocchi non cambiano mai idea e ce lo conferma Eugenio, un architetto fissato per il rigore, le linee dritte ed il cemento.
Un evento naturale come la caduta di un albero, lo porta a riflettere e risistemare tutte le sue convinzioni che, per fortuna, non sono radicate in maniera inamovibile come quelle dell’albero caduto.
Eugenio rivede tutto il suo credo, e da ciò parte una storia di adattamento e stretto rapporta tra la natura e l’uomo. Non si tratta dell’ennesima lezione di ecologia, ma il discorso è molto più vasto, prende come soggetti gli architetti (io inserirei anche gli ingegneri) che per far fronte allo sviluppo urbano, agiscono spianando ed abbattendo qualsiasi filo d’erba pur d’innalzare palazzi, invece di integrarli con il paesaggio naturale preesistente.
Thibaut Rassat è esso stesso un architetto e in questo albo ci racconta un po’ il suo punto di vista: l’architettura deve ispirarsi all’imperfetta perfezione della natura.
Una curiosità: l’edificio di Eugenio si ispira liberamente al lavoro dell’architetto e artista americano Gordon Matta-Clark, in particolare all’opera Conical Intersect, realizzata in occasione della Biennale di Parigi del 1975. Questo “anti-monumento” che consisteva in un buco effettuato in due edifici destinati alla demolizione adiacenti al molto criticato Centro Georges Pompidou, e che consentiva ai passanti di osservare lo scheletro degli edifici, aveva lo scopo di criticare la gentrificazione attraverso la contemplazione delle moderne rovine urbane. Thibaut Rassat ha voluto con questo riferimento omaggiare la creatività e l’inventiva dell’artista statunitense.
L’architetto e l’albero è il libro vincitore del Prix du livre d’architecture pour la jeunesse 2020, conferito dall’Accademia francese d’Architettura ed è rientrato nella selezione 2020-2021 del Premio Nénuphar de l’album jeunesse.
Stella, sta per compiere 13 anni e deve fare i conti con una mamma un po’ fuori da quelli che lei considera i canoni della normalità e di cui si vergogna. Canta brani d’opera, non fa mistero di quello che accade in famiglia e ha sempre idee stravaganti. Così Stella vara il piano “trasformiamo la mamma” nel quale cerca di coinvolgere anche i fratelli. In un crescendo di situazioni divertenti, si intravede tra le righe che anche Stella ha qualche problema nell’accettazione di se stessa. Scoprirà alla fine che la sua mamma non è poi così male e che “esistere è una condizione mentale” e concluderà dicendo: “Mi ricordai di quanto fosse fantastico Siggi. Non gliene fregava un bel niente se la gente lo prendeva in giro per la sua erre. E se il mio fratellino di sei anni stava così bene nei suoi panni, lo stesso avrei potuto fare io. Sorrisi fra me e me. In fondo era una figata che tutti mi stessero fissando”.
Alfred e la gogna, di Jesper Wung-Sung, trad. di Eva Valvo, Uovonero edizioni - Una fiaba moderna e grottesca che parla al nostro presente con ironia e con il linguaggio non edulcorato dei grandi classici di Andersen o dei fratelli Grimm. Una storia sulla diversità, sul passaggio all'età adulta ... e su Alfred, che dalla gogna grida a gran voce il suo dissenso per trovare il suo posto nel mondo.
Recensione de Il mistero del London Eye su Qualcunoconcuicorrere
Qualcunoconcuicorrere - 22 febbraio 2024
Tutto inizia in una mattinata apparentemente normale: Ted e la sua famiglia stanno facendo colazione, quando d’ un tratto, la madre entra in cucina reggendo una lettera… zia Gloria (o “zietta Glo”, come ama chiamarla Ted), farà loro visita e rimarrà a vivere con loro per un po’ di tempo, in compagnia del figlio, Salim. La notizia sconvolge tutti: la zia è considerata “un uragano” poiché ovunque lei passi, semina sempre caos e problemi. Quando i due ospiti giungono a casa della famiglia, Ted si accorge subito che Salim si comporta in modo bizzarro: sta spesso a fissare il telefono, e quando squilla, lui si affretta a isolarsi per rispondere.
Ted non è esattamente un esperto nel decifrare le emozioni o i comportamenti altrui… il suo insegnante deve aiutarlo nel comprendere lo stato d’ animo degli altri e nel relazionarsi coi suoi compagni. Pur non avendo amici ed essendo un tipetto un poco particolare, lui è un personaggio che non si arrende facilmente… un giorno Ted e la sorella, Kat, accompagnano Salim a fare un giro sul London Eye, la più celebre ruota panoramica al mondo. Mentre sono in fila, uno sconosciuto si avvicina, offrendo loro il proprio biglietto. I due fratelli decidono di far salire solamente il cugino: loro lo aspetteranno lì una volta finito il giro. Alla partenza, Ted conta 21 passeggeri. Kat e Ted salutano Salim, ignari del fatto che non lo avrebbero più visto scendere da quella ruota.
Quando, al termine del giro, scendono solamente 20 passeggeri, tutta la famiglia entra nel panico più assoluto: Salim non può essersi volatilizzato durante il giro sulla ruota panoramica!
Da qui inizieranno le indagini e le ricerche per trovare Salim. Anche i due fratelli si impegneranno per risolvere il caso. Coraggio e determinazione sono doti che ho amato in loro. Questo racconto non è solamente avvincente, ma racchiude anche un tema importante: la diversità. Ted è un ragazzo con alcune difficoltà, che vede il mondo in un modo differente da come lo vedono altre persone. Non per questo deve essere considerato inferiore o semplicemente “uno strano”. Oggi tutti vorremmo essere perfetti, e talvolta siamo persino in grado di giudicare gli altri perché hanno un brutto taglio, si vestono male o perché hanno qualche difficoltà a scuola.
Beh, io mi domando questo: chi ha mai imposto dei requisiti per essere perfetti?
Nelle pagine dell'albo illustrato L'architetto e l'albero, pubblicato per i tipi d i uovonero e tradotto per l'edizione italiana da Sante Bandirali, il giovane architetto francese Thibaut rassat esprime il suo talento. L'autore presenta Eugenio, un architetto riconoscibile per una precisione quasi maniacale che definisce il mood nel lavoro e nella vita privata.
le sue opere devono corrispondere all'ideale categorico di edificio, ovvero essere perpendicolari, bilanciate, stabili, dritte, ordinate, visibili, equidistanti (anche eleganti), così come gli attrezzi nel cantiere, perché il disordine visivo gli crea disagio esistenziale. Orgoglioso del nuovo edificio che sta realizzando, l'architetto si lamenta della sua città fatta di costruzioni dalle forme e dai colori diversi, sognandone una a modo suo, per sentirsi meglio. Sarà la natura, che segue, un ideale di perfezione diverso, a suggerirgli un vocabolario alternativo per dare una svolta decisiva al progetto: un albero è caduto nella nuova costruzione mettendo in subbuglio tutto il cantiere. L'architetto Eugenio, di fronte a questo squarcio, riguarda con occhi diversi l'imperfezione e fa nascere nuove idee perfettamente in linea con le esigenze di socialità degli abitanti, dall'albero ai cani, dagli insetti agli anziani. Prospettiva rivoluzionaria, che mette da parte una misura dagli orizzonti ridotti e sposta l'attenzioeone sul contesto ambientale visto con realismo poetico, da un lato, e con fiducia nella spinta sociale dell'architettura dall'altro. L'autore di Mauvaise herbe - questo il titolo originale del libro - ispirandosi liberamente all'opera Conical Intersect (1975) dell'architetto americano Gordon Matta-Clark, ribalta l'idea di edificio, in quanto re dello spazio abitabile inerte e statico, e lo trasforma in artefice di narrazioni urbane. Rassat ha scelto una palette di pochi. colori per creare tinte piatte su fondo bianco con l'uso di acquerelli e disegni al tratto, linee sottili e minuscoli effetti di stencil per comporre illustrazioni e dare vita a una trama alquanto singolare da consegnare ai giovani lettori come suggerimento per costruire spazi di convivenza comune e per ripensare in modo diverso alla parola "inclusione".
di Adolfina De Marco
Recensione di Tanto amore non può morire su Liber
Liber 140 - settembre/dicembre 2023
Tanto amore non può morire è un romanzo sulla morte e sull'elaborazione del lutto. Leggerete senz'altro altrove che è un romanzo sulla vita, sugli affetti, sulle relazioni, sulla famiglia e sulla paura: è tutto vero ma questo è anche e soprattutto un romanzo sulla morte, il mistero più grande della vita, il più difficile da comprendere e accettare. Moni Nilsson ha il coraggio di scriverne in modo estremamente diretto (verrebbe da dire come potevamo aspettarci solo da un'autrice del Nord Europa) e afronte di questo coraggio narrativo a noi che ne parliamo occorre corrispondere con il coraggio di dire con chiarezza quale tema è il suo cuore. Lea, voce narrante della storia, ha dieci anni: quando il libro si apre viene a sapere da un'amica, in modo particolarmente doloroso, che la madre, malata già da anni, probabilmente sta per morire. Il libro si chiude con la morte della mamma. Anche qui, inutile omettere, divagare, lasciare in sospeso: questo non è un giallo, il finale è ciò che attendiamo e a cui cerchiamo di prepararci dall'inizio. In mezzo c'è la vita quotidiana con i suoi spazi di normalità e un tempo dedicato a prepararsi a ciò che sta per accadere e acostruire riti che celebrino l'amore. Tra le pagine. c'è lo spazio per le reazioni diverse, tutte estremamente umane, sebbene non ugualmente "adeguate", del papà, del fratello maggiore, della nonna, di Lea, dei vicini, delle amiche della mamma. C'è spazio per la rabbia, la tristezza, la tenerezza, il rifiuto e l'accettazione senza che emozioni e sentimenti si dispongano in una evoluzione lineare quanto fasulla. La scrittura è poetica, intensa e insieme semplice e iretta, caratterizzata da molti dialoghi e da frasi e capitoli brevi. Colpisce che la voce di Lea sia quella di una bambina, e che grazie a questa scelta il libro parli anche a lettori molto giovani che non. hanno ancora raggiunto l'adolescenza, età che pare spesso editorialmente la prima in cui è legittimo usare un po' di franchezza sugli aspetti difficili dell'esistenza. Ne esce un romanzo insieme doloroso e lieve, che non ha nessun timore di essere commovente e di far versare al lettore copiose lacrime. Siamo umani, moriamo, a volte quando non è giusto: piangere non è forse un reazione legittima nel dircelo?
di Alice Bigli
Recensione di La vecchia casa sul canale su Marerosso
“Durante la notte saliva di nascosto al piano di sopra e osservava dalla finestra il castagno del giardino.
Guardava le stelle e la luna e sognava un futuro dorato. E fuori il mondo andava avanti, senza di loro".
Quante volte è stata raccontata la storia di Anne Frank? A partire dal suo diario, noto in ogni angolo del mondo, sono nate narrazioni parallele di carattere letterario, cinematografico, figurativo, artistico.
Si è cercato di mantenere viva quella che chiamiamo Memoria – anche se spesso sembra che non ci riusciamo affatto – e farlo attraverso il racconto di vita vissuta di una ragazzina, stretta tra stanze e silenzi a cui proviamo a dare un senso, ci dà la sensazione di rendere ancora più reale e vivido un passato che bussa alla nostra porta sotto forme differenti ma che continuano a ripetersi.
Maremosso Feltrinelli - 23 gennaio 2024
Uovonero con La vecchia casa sul canale – scritto da Thomas Harding e con le suggestive illustrazioni di Britta Teckentrup – vira sul tema spostando il punto di vista sullo stabile, sulla casa, sulle molteplici attività e quotidianità che quel palazzo stretto e lungo ha vissuto prima di divenire un rifugio segreto, per tracciare un percorso di profumi e faccende che amplia la visione, portandoci a riflettere che il prima e dopo di una tragedia ne fanno parte e ne determinano conseguenze e risultati.
La narrazione segue la storia dell’edificio prima ancora che venga costruito.
Siamo in quello che oggi è il centro di Amsterdam, circa quattrocento anni fa, e infatti della particolare, colta e libera città ancora non vi è traccia. Aironi, topolini, gabbiani, mucche, su un terreno paludoso.
Giungono poi gli uomini e le donne, inizia a sorgere il centro abitato e viene creato nel 1612 un canale, il Canale del Principe, proprio lì, dove nel 1635 verrà edificato il palazzo che sarà abitazione, stalla, magazzino, e infine un nascondiglio, la vecchia casa sul canale, come Anne Frank l’aveva soprannominata.
Costruirono una casa deliziosa con solidi muri di mattoni, robusti pavimenti di pino e una porta d’ingresso verde. Il tagliapietre voleva più spazio. Così, dietro la casa principale, aggiunsero un edificio con un'ampia soffitta. Quando la casa sul canale fu completata la inaugurarono con una festa.
I tratti delle illustrazioni sono netti, rigidi, precisi, quasi fotografici, come a voler ricalcare l’architettura nelle sue mutazioni, e al tempo stesso si mescolano tra loro come brillanti acquerelli, mettendo in risalto le figure, umane e animali, che si avvicendano tra le mura del palazzo. I toni diventano scuri quando arrivano i soldati, gli anfratti del luogo segretosi fanno stretti nel voler spiare nelle stanze e infine sembra quasi che la luce vada fuori fuoco, a sfumare, quando la casa diviene uno dei più importanti luoghi della memoria che conosciamo.
L’impianto narrativo è semplice, una favola moderna, adatta a un pubblico di bambini e bambine già a partire dai sei anni. L’albo illustrato racconta con i dettagli necessari l’avvicendarsi delle persone, del lavoro, della peste, di un incendio, di chi arriva, delle feste, dei profumi e delle grida gioiose dei più piccoli, dando una vita propria alla casa sul canale, mostrandoci come i luoghi possono essere parte integrante del nostro passaggio dentro le loro mura, come ciò che viene vissuto può essere caratterizzato e condizionato da dove lo stiamo vivendo.
Il punto di vista speciale con cui arriviamo alla vicenda dei Frank mette in luce come un fatto storico di tale importanza, di tale orrore, si possa collocare nel quotidiano insinuandosi nello scorrere del tempo di ogni giorno.
L’albo, in uscita proprio oggi, è di splendida fattura, cartonato, un pezzo speciale da tenere nella propria libreria.
Nelle pagine finali è corredato dai riferimenti storici, con le date, i nomi dei costruttori e dei proprietari dell’edificio, le note che riguardano l’attuale utilizzo che del palazzo viene fatto, prima di ogni altra cosa museo, testimonianza di ciò che è stato; e inoltre centro educativo, un punto di raccolta per imparare ogni giorno ad ascoltare la voce dei ragazzini e delle ragazzine, piccoli o più grandi che siano, che sanno leggere la realtà, anche quella più dolorosa, donandoci spunti alternativi arricchenti e speciali.
La vecchia casa sul canale, di Thomas Harding, con illustrazioni di Britta Teckentrup (Uovonero)
Ecco un albo che attraverso i suoi diversi piani di lettura diventa l’occasione perfetta per parlare di un tema delicatissimo come la Shoah anche con i più piccoli. La parole di Thomas Harding e la grazia delle tavole di Britta Teckentrup raccontano di una dimora piena di storia e storie, che nell’arco dei secoli ha vissuto molte vite: è stata costruita, vissuta, danneggiata dalle intemperie e riparata di nuovo. È stata abitata da persone ricche e da persone povere ed è stata persino un nascondiglio per coloro che vi si sono rifugiati durante la persecuzione degli ebrei in Europa, come la famiglia di Anne Frank, che lì ha trovato protezione per due anni. Nonostante i rastrellamenti dei soldati, anche quando la famiglia Frank viene deportata, la casa resta rifugio per il prezioso diario di Anna, che grazie a suo padre arriverà agli occhi e ai cuori di tutto il mondo. E oggi la vecchia casa sul canale è diventata un museo, un centro educativo e la sede della Fondazione Anna Frank. È visitata ogni anno da oltre un milione di persone. Consigliato dagli 8 anni
Don Don Don Don. Quattro volte ogni ora. È questo il ritmo che attraversa - nel tempo e nello spazio - la lettura de « La vecchia casa sul canale ». Un campanile che diventa il battito di una storia: la storia di un’abitazione e le mille storie in quella abitazione dimorano nel tempo. Come quella di una famiglia che proprio in quella casa, sulle acque di Amsterdam, trova rifugio e nascondigli: la famiglia di Anna Frank. L’albo, realizzato dai pluripremiati Thomas Harding e Britta Teckentrup, è un autentico gioiello: un racconto lento e poetico - con la complicità di illustrazioni avvolgente e rasserenanti - che prende per mano le lettrici e i lettori più piccoli e riesce a toccare con delicatezza temi di estrema intensità. Non c’è un’età sbagliata per cominciare a parlare di memoria e affrontare tematiche complesse: c’è però un modo giusto per farlo. E questo libro lo fa, rispettando la Storia e chi questa storia deve farla propria. Partendo da una casa per arrivare a parlare di ognuno di noi.
Quella casa che fu rifugio, che fu vita, che fu tragedia
Nuvole in scatola - 27 gennaio 2024
"Se i muri potessero parlare...", si dice.
Ecco: certi muri parlano, in effetti, a volte perché portano i segni di qualche evento passato, altre volte perché qualcuno li ha resi testimonianza materiale della vita – o della tragedia – che hanno vissuto.
La vecchia casa sul canale di Thomas Harding e Britta Teckentrup (quella di L'albero dei ricordi, ma anche di L'altalena, pubblicato da Uovonero, come l'albo di cui vi parlo oggi) fa parlare i muri di una casa molto speciale, quella che fu il nascondiglio di Anne Frank, prima di essere catturata dai nazisti.
La prospettiva di quest'albo è molto originale: la storia della shoah viene approcciata in modo marginale, pur senza farle perdere di intensità, inserita in una più generale storia dell'umanità o, se vogliamo, del mondo.
La prima scena dell'albo ci riporta infatti a un'epoca in cui, nel luogo dove oggi sorge la casa, l'uomo non era ancora arrivato: nelle incantevoli illustrazioni di Britta Teckentrup non vediamo che una palude, con due aironi, un paio di mucche al pascolo, uccelli che punteggiano il cielo sereno.
Qui arriva il lavoro dell'uomo, che bonifica, costruisce un canale. La storia della casa diventa anche storia di Amsterdam stessa.
Nell'angolo in alto a destra, le date ci mostrano lo scorrere del tempo. La costruzione della casa, il passaggio da un proprietario all'altro, ma anche da una funzione all'altra: da dimora di un ricco mercante, a stalla, a bottega. Finché la casa non diventa nascondiglio. Alla tragedia della deportazione di Anne viene dedicata appena qualche pagina in più. Ne vediamo i fatti, con qualche sfumatura di emozione, ma il punto di vista resta quello della casa e di ciò che può testimoniare.
La vecchia casa sul canale non è un libro pensato per raccontare la storia di Anne Frank, né la shoah: è certamente destinato a chi quel contesto già lo conosce. Potrebbe piuttosto essere trattato come una "guida turistica" prima di un viaggio ad Amsterdam, per leggere la vita e la storia di quella casa prima di visitarla.
Ma credo ci si possa leggere molto di più.
Nel raccontare la casa negli anni, ci sembra di avvertire l'indifferenza dello scorrere del tempo, di quel campanile che continua a battere le ore allo stesso modo, come se non ci fosse differenza tra un prima e un dopo. Il destino di Anne è un punto nella storia di un edificio che ignora la portata del fatto storico che ha contenuto. Questa impossibilità di entrare davvero nella vita di Anne genera nel lettore un senso di incompiutezza e di ingiustizia che forse raccontano il senso della giornata della memoria molto più di quanto non facciano le storie più dettagliate.
La vecchia casa sul canale è anche la dimostrazione di come quella memoria spetti a noi mantenerla viva, perché è solo grazie all'insistenza del padre di Anne che la casa, ormai quasi in rovina, è divenuta museo e testimonianza degli eventi tragici che ha vissuto.
Solo grazie a un uomo, al suo dolore, alla sua testarda volontà, la tragedia ha cabiato il corso delle cose, spezzando il susseguirsi di propietari e di destinazioni e rendendo quella casa una testimonianza.
Recensione di La vecchia casa sul canale su La Svolta
La Svolta - 27 gennaio 2024
La storia di un edificio che nell’arco dei secoli ha vissuto molto vite: è stato costruito, abitato, danneggiato dalle intemperie, dalle guerre e riparato di nuovo. Tra le sue mura, è rimasto nascosto, perfettamente custodito, il diario di una ragazzina che tutti conosciamo. La piccola Anne Frank, che vi si era rifugiata con la famiglia durante la persecuzione nazista degli ebrei.
Oggi quel palazzo sul canale di Amsterdam è un museo, un centro educativo e la sede della Fondazione Anne Frank, ed è visitato ogni anno da oltre un milione di persone.
Un albo firmato da Thomas Harding e Britta Teckentrup che offre un punto di vista del tutto originale per riflettere sulla Shoah e sul valore della memoria.
Recensione di La vecchia casa sul canale su Sololibri
sololibri.net - 27 gennaio 2024
Thomas Harding, famoso autore di best seller inglese, e Britta Teckentrup, illustratrice di libri per bambini, firmano insieme La vecchia casa sul canale, appena pubblicato con traduzione italiana di Sante Bandirali da uovonero.
Protagonista del bell’albo formato quadrato grande è una casa la cui storia viene ricostruita dal 1580, in un luogo deserto che diverrà poi il centro di Amsterdam. Nelle pagine del volume seguiamo la storia di questo edificio che sorgerà nei pressi di un canale nel 1635, quando un tagliapietre ne comincerà la costruzione; verrà circondata da altre case, alcune con tetto piatto altre con tetto a punta. La nostra casa avrà una porta verde, un soffitta, una dependance. Nei pressi sorgerà una chiesa che fa sentire i rintocchi del campanile quattro volte al girono. Verrà abitata da una donna con dodici figli, ma all’inizio del ’700 arriva la peste, la donna rimase sola e alla sua morte la casa restò disabitata e cominciò a deperire. Alla fine del secolo riprese vita, quando fu abitata da un ricco mercante, ma poi, nello scorrere del tempo, fu adibita a stalla, a fabbrica.
Nel 1885 andò a fuoco e fu abitata da un fabbro e dalla sua famiglia, fino a quando i nazisti occuparono l’Olanda: era il 1940. Mentre un castagno cresceva ombreggiando la casa, questa fu occupata dall’azienda di un distinto signore che vendeva e impacchettava spezie. Sua figlia Anne visitava il padre, ma ormai gli ebrei erano nel mirino delle truppe tedesche d’occupazione, e alla famiglia Frank non restò che nascondersi nella soffitta, in una specie di rifugio segreto, mentre al piano terra continuava l’attività delle aziende Opekta e Pectacon di proprietà di Otto Frank. I Frank, la madre Edit, il padre Otto e le due sorelle Margot e Anne, dividevano lo spazio angusto con un’altra famiglia, i Pels. Ma il 4 agosto 1944 il nascondiglio fu scoperto, tutti gli abitanti arrestati e deportati, nessuno di loro sopravvisse, tranne il padre. Nel 1945 tornato nella casa sul canale, gli fu consegnato il diario che la figlia aveva scritto nei due anni di segregazione. Negli anni ’50 la casa rischiò di andare in rovina, i pavimenti di legno marcivano come la porta verde. Otto Frank ottenne che la casa non fosse venduta e collaborò al suo restauro, con l’apporto della intera comunità: una nuova porta verde fu messa all’ingresso.
Oggi, al numero civico 263, la casa di Anne Frank viene visitata da persone che arrivano da ogni parte della terra: il suo diario è stato letto e tradotto in tutte le lingue, la campana torna a suonare quattro volte ogni ora. La ragazza dagli occhi lucenti che sognava un futuro dorato continua a vivere nel ricordo di chi visita la sua casa. Tra i tanti libri che hanno per protagonista una casa, questo appare particolarmente efficace, forse per la straordinaria qualità delle illustrazioni che ci fanno attraversare la storia, nel corso di quattro secoli, ricordando quanto le mura di una casa riescano a conservare la memoria delle persone che ci hanno vissuto, la loro gioia, le loro disavventure, la felicità di una festa da ballo, ma anche l’orrore di chi, innocente, è stato portato al macello in un tempo molto vicino al nostro. Anne Frank Haus è un luogo fortemente evocativo che molti ragazzi non conoscono, un libro di storia e memoria particolarmente efficace, per non dimenticare, ancora una volta.
Recensione di La vecchia casa sul canale su Il Rosicchialibri
Il Rosicchialibri - 27 gennaio 2024
“Nel centro di Amsterdam, accanto a un canale, c’è una casa alta e stretta. Fu costruita quasi 400 anni fa ed è stata utilizzata come casa, magazzino, stalla e nascondiglio.”
Dal 1600 fino ai giorni nostri la casa/nascondiglio che ospitò la famiglia Frank durante la Seconda Guerra Mondiale apre le sue porte (anzi, la sua porta verde) per raccontare una storia lunga quattro secoli.
Dal 1960 la casa dove si nascose la famiglia Frank è un museo che accoglie più di un milione di visitatori all’anno, ma dall’inizio del 1600, cioè da quando è cominciata la costruzione del Prinsengracht (il Canale del Principe), ha cambiato tante volte proprietari e destinazione d’uso.
Quella sul canale è’ una casa ben costruita, fatta di robusti mattoni rossi, pavimenti di pino, una soffitta e un’accogliente porta verde.
La casa fu costruita da un tagliapietre nell’età d’Oro dei Paesi Bassi quando venne bonificata la palude intorno al canale, poi piano piano spuntarono altre costruzioni e infine un intero quartiere.
Gli anni passarono e la casa ebbe nuovi proprietari, accolse una donna con dodici figli durante la peste del 1700, poi ospitò un mercante che organizzava molte feste, fino a diventare una stalla cento anni dopo nel 1800.
Anche un incendio lasciò il segno sulle pareti della vecchia casa sul canale poi, nel 1940 un uomo alto con un bel vi trasferì la sua azienda. L’uomo alto aveva due figlie, una delle due possedeva un diario e un sorriso gentile.
Da questo momento la casa diventa uno scrigno che per un breve periodo protegge dal rastrellamento nazista otto persone, prima che vengano scoperte dai nazisti (forse a causa di un tradimento) e deportate nei campi di concentramento: la famiglia Frank, la famiglia Pels e Fritz Pfeffer.
Oggi conosciamo tutti i dettagli di quella fetta di mondo attraverso le pagine del diario di Anna Frank (pubblicato nel 1947) che descrivono minuziosamente la vita silenziosa nella piccola stanza alla quale si accedeva da una scala dietro una libreria.
Un ambiente che nella sua “pancia” ha accolto tante storie mentre i suoi muri si impregnavano di risate e di lacrime.
Un punto di vista diverso per raccontare una tragedia, anche attraverso gli ambienti che hanno fatto da sfondo a quello che stava succedendo. Così qualcosa di semplice come una casa su un canale in un quartiere di Amsterdam, diventa un testimone silenzioso dell’espandersi di una città, dei suoi cittadini, degli accadimenti e (purtroppo) dell’ultima guerra.
I disegni straordinari di Britta Teckentrup accompagnano come cartoline d’epoca il testo di Thomas Hardinge e, in questo modo, i due autori non solo ci regalano solo un viaggio nel tempo, ma ci dicono che la storia può essere raccontata in tanti modi, anche da un oggetto inanimato.
All’inizio c’è un terreno dove uccelli e altri animali grandi e piccoli vivono sereni. Pescano, nuotano, volano. Poi arrivano gli operai e iniziano a urbanizzare quel tratto di terra. Costruiscono case, magazzini, una chiesa con un alto campanile. Erigono anche una casa con una dependance sul retro. Una casa fatta di mattoni con una grande porta verde, solidi muri, pavimenti massicci e ampie finestre da cui far entrare il sole.
Vite e persone si avvicenderanno in quelle stanze: il vociare dei bambini, la vita di società di una coppia agiata, nitriti di cavalli. E poi botteghe, artigiani, piccole industrie.
Fino ad arrivare all’ultimo proprietario, un uomo chiamato Otto Frank, che sceglie la casa sul canale come sede della sua ditta.
La mia opinione su La vecchia casa sul canale di Thomas Harding, Britta Teckentrup
Raccontare la Shoah attraverso un edificio è quello che fa il bellissimo libro scritto da Thomas Harding e illustrato dalla sempre eccellente Britta Teckentrup.
Il volume è un susseguirsi di immagini, sembrano tanti piccoli quadri, scatti minuti di un passato operoso, che ricordano un po’ le scenografie di teatro. Seguiamo la storia della casa, immaginiamo chi ci ha vissuto e ripercorriamo con passo leggero i terribili accadimenti della seconda guerra mondiale e del destino della famiglia Frank.
La vecchia casa sul canale è un libro che stupisce perché riesce a coniugare perfettamente l’orrore della Shoah con la semplicità necessaria per parlarne ai più piccoli. Il risultato è un libro straordinariamente luminoso che si chiude con la riproduzione della casa com’è oggi, un museo e un centro ricreativo che tiene sempre vivo il ricordo di Anne e del suo coraggio.
Il libro dell’artista e illustratrice Britta Teckentrup ci porta, con disegni e testi originali, suggestivi e coinvolgenti, alla scoperta del variegato universo dei corvidi, uccelli totemici spesso bistrattati ma dalle grandi abilità e virtù
Betty e Abel sono proprio una coppia ingegnosa e lungimirante: per procacciarsi un po’ di cibo si sono costruiti un amo da pesca usando del semplice fil di ferro. Sorprendente, vero? Soprattutto se consideriamo che i due prodigi in questione sono cornacchie. Ed è appunto Di corvi e cornacchie che parla il godibilissimo libro dell’illustratrice e autrice tedesca Britta Teckentrup, edito in Italia da uovonero. Prima ancora di leggerlo, questo albo speciale va sfogliato pagina dopo pagina con lo stupore del bambino. Sorridendo estasiati alle sagome cariche di vita che ci vengono incontro e colorano un mondo che, magari, credevamo fosse fatto soltanto di grigio e di nero.
La carta d’identità dei corvidi
La prima parte del libro ci avvicina con parole semplici e schiette agli aspetti zoologici di questi pennuti dalla fama controversa. Scopriamo così che corvi e cornacchie, taccole e gazze, gracchi e ghiandaie sono tutti riuniti nella grande famiglia dei corvidi (Corvidae) e sono considerati a tutti gli effetti degli uccelli canori. Scopriamo anche che i corvidi, di cui fanno parte 129 specie suddivise in 23 generi, sono i passeriformi più vicini agli uccelli del paradiso. E che li troviamo negli habitat più diversi e in tutti gli angoli del mondo, salvo che nella punta più a sud del Sudamerica e in Antartide. Partendo dall’iconico corvo imperiale, il libro tratteggia la carta d’identità di alcune delle specie di corvidi più note e diffuse. Offrendoci aneddoti e curiosità sulle abitudini di vita e il comportamento di un gruppo di volatili tanto intelligenti da essere stati paragonati, per le loro abilità, alle scimmie antropomorfe.
Cupi e oscuri? Creatori di mondi!
“In principio era la notte buia. A un certo punto, però, da questa oscurità emerse un corvo nero come la pece e presto si rese conto che uscendo dalla notte polare aveva creato il mondo”. Nella cosmogonia degli Inuit, il corvo rappresenta la massima forza creatrice, altro che uccellaccio del malaugurio. Anche nei miti di molte altre culture il corvo è tenuto in grande rispetto e considerazione. Per gli antichi Greci, i corvi della PalladeAtena rappresentavano la saggezza, nei miti germanici il dio Odino era sempre accompagnato dai fidi consiglieri Huginn, corvo della preveggenza, e Muninn, corvo della memoria, mentre secondo gli antichi Romani dal volo dei corvi si potevano trarre presagi e auspici. Non in tutte le culture, però, il corvo gode di buona fama e reputazione, come ci ricorda con tratti lievi ma incisivi Teckentrup.
Straordinarie abilità
Dalla sfera magica del mito, il racconto in parole e disegni passa di nuovo alla vita reale, altrettanto affascinante, delle nostre corvine creature. Scopriamo così che i corvi sono genitori premurosi e formano coppie inossidabili, hanno un linguaggio tanto elaborato da usare richiami diversi per gli umani, i gatti e i falchi, sono dotati di un’intelligenza e una capacità di apprendimento tali da arrivare a riconoscersi allo specchio e a costruire utensili, possiedono una vita sociale tanto complessa da celebrare persino riti funebri. Le prodigiose abilità dei corvi sono illustrate anche dalle peculiarità delle colonie che vivono in quattro città iconiche – Berlino, Londra, New York e Tokio.
I corvi letterari e quelli cinematografici
Di chicche sui corvi in questo libro ce ne sono davvero tante e, tra queste, non potevano mancare i richiami artistici e culturali. Teckentrup evoca l’intero olimpo corvino della letteratura e del cinema e, in punta di becco, ci offre una raccolta di scritti dedicati a questi gotici amici, troppo spesso ingiustamente bistrattati. Dalle poesie di Edgard Allan Poe e di Rose Ausländer, alle fiabe di Esopo e dei fratelli Grimm e fino alle leggende cinesi e polacche, tutte illustrate con tratto suggestivo e vibrante, completiamo così il nostro volo nel mondo dei corvidi. Con la voglia di riaprire ogni giorno il libro a una pagina diversa per scoprire una nuova angolatura del caleidoscopico universo corvino.
Recensione di La vecchia casa sul canale su Filastrocche.it
Filastrocche.it - 19 gennaio 2024
Raccontare la Shoah con un libro illustrato: la storia di un edificio straordinario che Anne Frank chiamava “la vecchia casa sul canale”
“Nel centro di Amsterdam, accanto a un canale, c’è una casa alta e stretta. Fu costruita quasi 400 anni fa ed è stata utilizzata come casa, magazzino, stalla e nascondiglio […] e ha rappresentato un rifugio sicuro per un gruppo di ebrei, tra cui Anne Frank e la sua famiglia”
In occasione del Giorno della Memoria, esce in libreria un albo illustrato firmato da Thomas Harding e Britta Teckentrup, edito in Italia da uovonero, che offre una riflessione sulla Shoah con un linguaggio adatto anche ai bambini.
Una pubblicazione affascinante, inconsueta e un po’ lontana dalla narrazione classica, che offre diversi livelli di lettura e permette di accostare anche i più piccoli ad una delle pagine più atroci e nere della nostra storia: le persecuzioni razziali e il genocidio degli ebrei avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale ad opera dei nazisti.
Al centro della narrazione c’è la casa di Amsterdam dove per due anni trovò rifugio Anna Frank e la sua famiglia: un edificio pieno di storia, che nell’arco dei secoli ha vissuto molte vite ed è stata l’abitazione di persone ricche e povere – una giovane donna coi suoi dodici figli, un ricco mercante e sua moglie -, e anche di cinque grandi cavalli. Non solo abitazione, ma anche laboratorio e luogo di lavoro, fino a diventare la speranza di vita per persone in fuga.
Fra queste mura il padre di Anna Frank rinvenne il famoso diario della figlia, decidendo dopo averlo letto con le lacrime agli occhi di condividerlo con la famiglia, gli amici e poi con il mondo intero.
Gli autori offrono i riferimenti cronologici degli eventi – ogni illustrazione li riporta in alto a destra – in una cavalcata storica puntuale che ricostruisce aspetto e funzione della casa nelle diverse epoche: costruita, vissuta, abbandonata e vuota, danneggiata e riparata.
Attraverso la narrazione, chiara, sintetica e piacevole, la storia dell’edificio diventa il tramite per raccontare le vicende tristemente note, che ogni anno il 27 gennaio ricordiamo e non vogliamo dimenticare: il Giorno della Memoria. Con delicatezza, quasi in punta di piedi, come lo è l’entrata in scena di Anna Frank e appena prima di suo padre. Era il 1941.
Non molto tempo dopo, un uomo alto con un bel vestito trasferì nella casa la sua azienda. Al piano terra mescolavano e impacchettavano erbe e spezie. L’aria era piena di profumi di terre lontane. In certi giorni l’uomo alto riceveva la visita di una giovane ragazza con un sorriso dolce. Aveva un luccichio negli occhi e in tasca teneva una penna e un taccuino. Era sua figlia.
Con le illustrazioni di Britta Teckentrup fortemente realistiche e particolareggiate, dal taglio cinematografico, che fanno rivivere oggetti ed eventi, partendo dalle piccole cose quotidiane, per arrivare a trattare la tragedia della Shoah, con un linguaggio e un registro vicino ai giovani lettori.
Oggi la Casa di Anna Frank è un museo, un centro educativo e sede della Fondazione Anna Frank, visitata ogni anno da oltre un milione di persone.
Dopo la guerra, la casa venne acquistata dalla NV Berghaus, un’azienda che voleva demolirla per costruire un grande magazzino. Ma Otto Frank, il papà di Anna, riuscì a convincere NV Berghaus a donare l’edificio alla città e nel 1960, dopo un intenso programma di ristrutturazione, la casa venne aperta al pubblico.
« In una piccola città, nascosto sotto terra, in un tombino accanto a un cestino dell’immondizia » si aggirano, sospettosi e inquieti, i cinque denti sbilenchi, i tre capelli in croce che gli veleggiano sul cranio e il piede sinistro dell’11 per cento più grande del destro di Rumple Buttercup. È il mostro verde, protagonista del racconto di immagini annodate da un filo di parole dello spassoso e stregante Matthew Gray Gubler che, un mattino, con avanzi di dolcetti raccattati in quel cestino, modella Candy. Corn Carl. Un personaggio immaginario, che gli sta vicino mentre compie piccole escursioni alla luce del sole, nascosto sotto una buccia di banana. Quando viene a sapere della parata annuale delle frittelle Pigia Pigiama, Rumple non vuole prendersela. Cerca affannosamente una buccia di banana. Quando viene a sapere della parata annuale delle frittelle Pigia Pigiama, Rumple non vuole prendersela. Cerca affannosamente una buccia di banana, per esserci senza farsi vedere, ma ben presto si accorge che tutti lo vedono e che, per giunta, la sua stranezza non infastidisce nessuno.Massi: ciascuno è strano a modo suo ed è divertente intrecciare le diversità per godersi appieno un profumo imprevedibile, il profumo della vita
di Ferdinando Albertazzi
“La vecchia casa sul canale” accompagna nello studio della storia e della Shoah
Vita Trentina - 18 gennaio 2024
La storia si può affrontare partendo dai più diversi punti di vista. Si possono ripercorrere le vicende di una nazione, di un territorio, di una persona, di una famiglia. Ma si può ricostruire la storia raccontando anche dove e come è nata una casa e delle persone che ci hanno vissuto e lavorato.
E’ questa l’idea di base di Thomas Harding, autore di La vecchia casa sul canale (Uovonero; età 8+) che racconta la movimentata storia della casa in cui Anna Frank si nascose con la famiglia e altri per sfuggire ai nazisti.
Una casa alta e stretta nel centro di Amsterdam in via Prinsengracht 261, nata e cresciuta con il quartiere che la ospita, e che nel corso dei secoli è stata abitazione, magazzino, scuderia, fabbrica e, infine, nascondiglio segreto. La casa adesso è un museo molto visitato e sede della Fondazione Anna Frank: un luogo pieno di storia, che ha attraversato la rapida crescita di Amsterdam durante il “Secolo d’oro” olandese, la schiavitù, la peste, il Grande gelo, le guerre napoleoniche, la Prima guerra mondiale, l’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale e la liberazione da parte degli Alleati. Questa storia si intreccia con il periodo lì trascorso dal 1942 al 1944, da Anna Frank, e il rimando è ovviamente ai suoi rapporti con i genitori e la sorella, alla sua cotta per Peter, alla stesura del suo diario, al trattamento degli ebrei da parte dei nazisti e all’arresto.
Il libro inizia con un tranquillo appezzamento di terreno agricolo appena fuori dalla città di Amsterdam, per passare alla costruzione del canale Prinsengracht e alla costruzione della casa lì accanto. Vengono poi descritte le storie personali dei vari occupanti dell’edificio, tra cui un esploratore e un mercante che trasse profitto dalla schiavitù.
La narrazione è lineare, scorrevole e leggera, non appesantita da date e nomi, cosicché il libro si può leggere facilmente come un racconto. La storicità, però, di ciò che si legge è garantita dalle date inserite nelle illustrazioni e da una tavola riassuntiva finale con tutti i riferimenti alle persone e alle attività che sono passate per quei muri.
Perfette sono le immagini di Britta Teckentrup, illustratrice tedesca di fama mondiale, caratterizzate dalla tecnica a collage realizzata in digitale. Questo suo stile perfettamente riconoscibile catapulta i lettori dentro gli ambienti rarefatti rappresentati sulle pagine. Sono illustrazioni che sanno essere allo stesso tempo realistiche e magiche. Il testo e le immagini sono in perfetto equilibrio per rendere il libro storicamente obiettivo, ma capace pure di coinvolgere emotivamente.
Un libro interessante anche per accompagnare i ragazzini più grandi nello studio della storia e nelle riflessioni sulla Shoah.
In occasione del Giorno della Memoria esce in Italia un albo scritto da Thomas Harding e illustrato da Britta Teckentrup che introduce una riflessione sulla Shoah e sulle persecuzioni razziali.
La movimentata storia di un edificio straordinario, la casa che diede rifugio ad Anne Frank e alla sua famiglia durante la persecuzione nazista. In occasione del Giorno della Memoria, Uovonero edizioni porta in Italia un albo scritto da Thomas Harding e illustrato da Britta Teckentrup che introduce una riflessione sulla Shoah e sulle persecuzioni razziali in un linguaggio adatto anche ai bambini e alle bambine, a partire dagli otto anni. Si tratta de «La vecchia casa sul canale», traduzione di Sante Bandirali, albo illustrato con copertina cartonata (56 pagine, 20 euro). Un titolo nel solco di una casa editrice di libri inclusivi, ad alta leggibilità, che promuovono una cultura della diversità per rendere la lettura un diritto di tutti.
Il racconto di un edificio pieno di storia, che nell’arco dei secoli ha vissuto molte vite: è stato costruito, vissuto, danneggiato dalle intemperie e riparato di nuovo; ci hanno abitato persone ricche e persone povere ed è stato un nascondiglio per coloro che vi si sono rifugiati durante la persecuzione degli ebrei in Europa, come la famiglia di Anne Frank, che lì ha trovato protezione per due anni. La secolare abitazione ha conservato, come una gemma preziosa, il diario scritto dalla ragazzina, che suo padre ha letto con il cuore spezzato e le lacrime agli occhi per poi condividerlo con la sua famiglia, con gli amici e infine con il mondo intero.
Spiegare la Shoah e il significato della Giornata della Memoria può non essere semplice quando il nostro interlocutore è un bambino o una bambina, ma i pluripremiati Thomas Harding (1968, pluripremiato autore di bestseller, come giornalista ha scritto per «The Guardian» e lavora come presentatore radiofonico e televisivo) e Britta Teckentrup (nata ad Amburgo, ha studiato illustrazione e ora vive a Berlino, ha pubblicato più di 100 titoli tradotti in diversi Paesi) si accostano al tema attraverso un’opera innovativa, che si allontana dalla narrazione più classica offrendo diversi livelli di lettura. Se i lettori più giovani si lasceranno coinvolgere dall’evocativa atmosfera del racconto, in cui la casa diventa il centro della narrazione, i lettori adulti troveranno contrassegni cronologici estremamente puntuali grazie ai quali potranno ricostruire aspetto e funzione dell’abitazione nelle varie epoche.
Attraverso una scrittura chiara, sintetica e allo stesso tempo narrativa, Harding racconta con tatto e delicatezza anche gli avvenimenti più cruenti, come la morte degli abitanti della casa o i rastrellamenti nazisti, mentre le illustrazioni di Teckentrup, tra gli inaspettati contrasti di luce, l’espressività del tratto e le scenografiche aperture di campo, rendono la casa viva davanti agli occhi del lettore.
Lo sguardo meticoloso e il taglio cinematografico delle illustrazioni donano profondità alle tavole, accompagnandoci, una pagina dopo l’altra, in un viaggio di scoperta. Dunque un libro poetico e inconsueto che, riconducendo la tragedia della Shoah «dall’universale» a un «particolare» più vicino alla conoscenza del mondo dei giovani lettori, porta sotto i riflettori l’importanza della trasmissione della Storia e della conservazione del patrimonio culturale, tra memoria e futuro. Pensate che la casa di Anne Frank dopo la guerra venne acquistata dalla NV Berghaus, un’azienda che voleva demolire l’edificio per costruire un grande magazzino. Otto Frank, padre di Anne, e altri riuscirono a convincere NV Berghaus a donare l’edificio alla città di Amsterdam e nel 1960, dopo un intenso programma di ristrutturazione, la casa venne aperta al pubblico. Oggi, la casa di Anne Frank è un museo, un centro educativo e sede della Fondazione Anna Frank, ed è visitata ogni anno da oltre un milione di persone.
di Carlo Martinelli
Recensione di Rumple Buttercup su La Vallée
La Vallée - 6 gennaio 2024
Una storia che parla di banane, appartenenza ed essere sé stessi. Un personaggio un po’ strano scopre cosa significa non sentirsi più soli e « diversi » in un albo illustrato dai disegni unici e altrettanto strani. Rumple Buttercup ha cinque denti storti, tre fili di capelli, la pelle verde e il suo piede sinistro è leggermente più grande del destro. Rumple Buttercup è strano. Unisciti a lui e Candy Corn Carl (il suo amico immaginario fatto di spazzatura) mentre scoprono la meraviglia dell’unicità e la magia del senso di appartenenza.
Recensione di L'altalena su Mangaforever
Manga Forever - 10 gennaio 2024
Un albo illustrato in cui la poesia si espande sia nel testo che nelle immagini. Un’altalena come fulcro centrale di tante emozioni altalenanti e coinvolgenti. Assolutamente consigliato ai bambini, ma anche ai grandi, per apprezzare ogni singolo attimo che si condivide in un luogo del cuore.
Da bambini, tutti almeno una volta hanno avuto l’occasione di giocare con un’altalena. Farsi spingere da un genitore, un nonno o un amico è sicuramente rimasto tra i nostri ricordi più divertenti e gioiosi dell’infanzia. Ma può essere capitato anche di essercisi messi a dondolare in età più adulta. Magari in compagnia di qualcuno. Oppure, che proprio noi abbiamo spinto qualcuno seduto su un’altalena. Un figlio, un nipote o un altro aduto. L’oggetto protagonista del libro di cui andremo a parlare oggi è proprio l’altalena. L’altalena, è un albo illustrato scritto e illustrato da Britta Teckentrup, tradotto da Sante Bandirali e pubblicato da Uovonero nell’ottobre 2023. Il titolo originale è Die Schaukel pubblicato con la casa editrice tedesca Prestel Verlag nel febbraio 2023.
La storia di questo libro ruota, o forse è meglio dire dondola, intorno ad una altalena. L’altalena è un posto speciale che ti fa volare in alto rimamendo ancorato alla terra. Intorno a questo semplice gioco si può fare di tutto. Anche stare semplicemente seduti immobili. Da soli, con degli amici, con dei parenti. Un’altalena in cima ad una scogliera affacciata sul mare ha molto da raccontare. Su di lei e intorno a lei sono passate molte persone. Vite intere. Queste vite scorrono intorno all’altalena che spesso viene dimenticata e resta sola per lungo tempo avvolta dalla vegetazione. Torna a nuova vita grazie all’azione dell’uomo che ricomincia ad utilizzarla e viverla. Ci sono nuovi bambini che crescono giocandoci. Amicizie che nascono, si mettono in discussione ed evolvono. C’è gente che seduta su quel seggiolino dondolante sogna il futuro, rimpiange in passato e racconta storie alle nuove generazioni.
Testi, illustrazioni e cura editoriale
Britta Teckentrup realizza un’opera dal fortissimo impatto emotivo. L’altalena si configura come fosse un album fotografico dove si trova ritratto sempre lo stesso soggetto. Un’altalena, per l’appunto. Ma la forza di queste immagini arriva da tutta la vita che pullula intorno al gioco. Una scenografia fissa come fosse un teatro in cui gli attori si rincorrono, interagiscono, si amano, riflettono, si alternano e ritornano. Una serie di tanti piccoli frammenti di vita uno dietro l’altro che mostrano storie non raccontate. Spunti di riflessione per interrogarsi sull’essenza profonda della vita e delle sue fasi. L’altalena rosso fuoco è il punto di congiunzione tra l’acqua, l’aria, la terra con l’essere umano.
Le illustrazioni non mostrano mai i volti dei protagonisti. Sono sagome di personaggi che potrebbero essere chiunque. Nomi di persone che potrebbero essere un nostro fratello, nostra madre, il nostro miglior amico, oppure noi stessi. Il testo utilizzato da Britta Teckentrup a corredo delle sue meravigliose illustrazioni è didascalico. Come quelle annotazioni che si scrivevano un tempo sul bordo o dietro le vecchie foto. L’andamento narrativo quindi segue il ritmo scandito delle immagini. Non racconta, ma si interroga e ci interroga. L’altalena è un libro che sprigiona poesia come un soffio di vento caldo da una scogliera marina. Ci si ritrova a dondolare, a immaginare, fantasticare e riflettere su di noi e l’orizzonte futuro che ci troviamo di fronte. Non si guarda mai indietro, all’entroterra, al lettore. Sebbene si parli esclusivamente al passato.
Uovonero realizza un libro di altissimo valore estetico e narrativo. Confezionato in maniera impeccabile, sia per quanto riguarda il delizioso formato quadrato. Sia per quanto riguarda carta usata che si sposa perfettamente col tipo di illustrazione e l’atmosfera sprigionata dalle immagini. La resa di stampa è infatti eccellente, e rende ancor più avvolgente e impattante la lettura dell’albo stesso.
Conclusione – L’altalena
L’altalena èun libro illustrato, scritto e confezionato in maniera eccellente. Una lettura adatta a coloro che hanno un animo riflessivo, emotivo e anche nostalgico. Viene quasi voglia di andare a ricercarla, quella bella altalena rossa sulla cima di un’altura sul mare. Mentre lo si legge, il libro si trasforma in una piccola finestra aperta di una casetta costruita proprio lì dietro. Affacciati alla finestra si possono vedere le stagioni che si susseguono e le persone che vivono frammenti della loro esistenza intorno a quel semplice gioco, che, seppur nato per bambini, non ha una vera età d’utilizzo. In conclusione, L’altalena è uno di quegli albi illustrati che dovrebbe sempre trovare spazio nello scaffale di un amante di questo genere di libri. Un libro commovente, poetico e riflessivo, che è come una dolce carezza per gli animi più sensibili.
Recensione di Autism works su Occhio sullo scaffale
Occhio sullo scaffale di Accaparlante - 12 novembre 2023
Il saggio indaga sulle possibilità che il mondo del lavoro può offrire a persone con disturbi dello spettro autistico: gli ostacoli sono molti, tanto che solo il 16% di loro trova occupazione a tempo pieno. L’autore propone molti casi di studio reali che esaminano la vita lavorativa quotidiana di persone autistiche in una vasta gamma di impieghi e fornisce soluzioni costruttive sia per i datori di lavoro che vogliono migliorare il proprio ambiente di lavoro, sia per le persone autistiche che stanno valutando le loro possibilità̀di impiego. Mette anche in luce l’area trascurata delle differenze di genere sul posto di lavoro e i costi della capacità delle donne autistiche di “mascherare” la loro condizione.
L'altalena di Britta Teckentrup, trad. Sante Bandirali, Uovonero Quante storie può raccontare un'altalena? In questo albo illustrato, pagina dopo pagina, tra un prato e il mare, vediamo scorrere il tempo e tanti frammenti di vita
Un saggio di grande attualità, tradotto da Francesca Santochirico, ricco di casi di studio reali, che dimostra i vantaggi delle persone autistiche nel posto di lavoro e sottolinea quanto siano una risorsa sottoutilizzata, ancora tutta da scoprire.
“La competenza matematica, l’attenzione ai dettagli, il problem solving e l’abilità di guardare a un problema da diverse angolazioni indicano che una persona nello spettro si adatta perfettamente a molti ruoli emergenti” (Adam Feinstein).
Solo il 16% delle persone autistiche adulte ha un impiego a tempo pieno, eppure tutte potrebbero dare il loro contributo nel mondo del lavoro. Musicisti, giornalisti, informatici, oratori di successo, cuochi, panettieri, bibliotecari, cantanti, attori, fotografi, giardinieri, modelli: sono solo alcune delle professioni intraprese dalle persone autistiche raccontate in questo libro, come lavoratori autonomi o dipendenti, per associazioni, enti pubblici, piccole o grandi aziende. Gli imprenditori possono migliorare le loro aziende grazie ai talenti delle persone autistiche e, al tempo stesso, contribuire a realizzare una società più inclusiva e tollerante.
Un libro che sfata i miti e gli stereotipi sull’autismo, come quello secondo cui tutti gli autistici sono geni informatici, e illustra le opportunità di lavoro potenziali disponibili per tutto lo spettro, anche per le persone autistiche non verbali. Inoltre, mette in luce l’area trascurata delle differenze di genere sul posto di lavoro e i costi della capacità delle donne autistiche di “mascherare” la loro condizione.
Se ne stava di fronte al mare e invitava tutti a sedersi.
Era un posto dove incontrarsi...
...e dove stare da soli.
Un posto dove essere molto felici...
...e un posto dove pensare e prendere decisioni importanti.
Un posto dove tutto cominciava...
...e finiva."
Una semplice struttura di tubi in ferro da cui pendono quattro catenelle che tengono rispettivamente un'assicella che fa da sedile. Fissata al terreno che è un prato, sullo sfondo ha il mare. In mezzo, solo aria. Cielo.
Ecco, da quell'altalena si poteva guardare il cielo confondersi con l'acqua e lei stessa era a metà tra terra e cielo, tra stare con i piedi assicurati al suolo e volare.
Lì ferma, era accogliente e silenziosa. Vuota e piena.
Faceva il suo lavoro da altalena, ovvero su quelle due tavolette bambini si sedevano e si dondolavano a piacere: forte o piano. Gli animali di passaggio, veri o immaginati, non la degnavano di uno sguardo. Tranne le volpi, gli uccelli e gli scoiattoli.
Le persone, vere o immaginate, invece, non le resistevano: vecchiette pensose, bambini da soli, amiche per la pelle, ragazzetti spericolati. Tutti a loro modo si facevano il loro giro in altalena.
Fosse d'estate, tra le lucine delle feste, al tramonto o al buio con gli innamorati. Fosse d'autunno, con il vento e la pioggia e magari qualche litigata tra amici. Era un posto dove ci si poteva sedere e coltivare le proprie malinconie, ma anche liberarsi la testa dai pensieri.
E ci si poteva concentrare sui propri sogni: quello di Peter era diventare un gran nuotatore.
A primavera, tra le margherite e i denti di leone, in inverno, coperta dalla neve. Ci si poteva dondolare piano o fortissimo, saltarci giù al volo verso le braccia di qualcuno, o dormirci sotto in una tenda, circondato dalle lucciole e da nonno.
Fino alla grande tempesta di marzo. L'altalena da quel momento non fu più la stessa. Rotte le catene e le assi di legno perdute. Gli arbusti selvatici lentamente la ricoprirono e si ripresero lo spazio. Fino al giorno in cui un uomo, Peter, che in gioventù era stato un valente nuotatore, la riconobbe e con il proprio bambino in braccio cominciò a liberarla dalle erbacce.
Dal giorno dopo non fu più il solo a prendersene cura.
L'altalena è un luogo dell'immaginario. E' un pezzo di infanzia che non si dimentica. Oltre che essere un catalizzatore di ricordi.
Fa bene Britta Teckentrup a mettere in una sorta di poetica lista e galleria di immagini quello che può accadere intorno a un'altalena. E lo fa, costruendo un altrettanto suggestivo scenario per i diversi e singoli momenti che l'hanno vista protagonista. Lei, come spesso accade, fa anche di più e la trasforma in testimone muta del tempo che passa, delle stagioni (e delle età) che si susseguono, della luce e del buio e degli intrecci umani che accadono intorno a lei.
Non saprei dire se sia un luogo di gioco anche per i bambini e le bambine a latitudini diverse dalla nostra, ma parrebbe evidente che il suo potenziale di rampa di lancio per voli controllati ne abbia resa necessaria l'invenzione per l'umanità terreste tutta. Intendo dire che ogni bambino che ci sale sopra immagina di volare e quella sensazione gli si infila così tanto nell'anima che anche crescendo non si può dimenticarne la potenza.
Il volo è interdetto a chi non è progettato per farlo... E quindi poterlo avvicinare con tanta immediatezza e semplicità non è roba da poco, che si scorda facilmente. Ragione per la quale, molto spesso ai giardini - spesso fuori orario - sulle altalene ci sono i ragazzetti che ne fanno usi 'sperimentali', oppure gli adulti che ci si dondolano per svuotare o riempirsi la testa e qualche nonna più ardimentosa di altre che, accennando con le gambette solo all'abbrivio del movimento, riesce a rievocare quanto fosse emozionante, all'epoca dondolarsi con tutta l'energia.
Credo di non allontanarmi dalla verità sostenendo che la stragrande maggioranza delle persone ha un proprio personale immaginario sulle altalene.
Il mio: da quella della scuola elementare nella pinetina di Monte Mario, ambitissima e occupata dal fidanzato muscoloso di turno e poi ceduta dallo stesso alla sua donzella con gesto cavalleresco. E noi lì a far la fila...
Da quella privata, costruita nel giardino nella casa di campagna dei cugini piemontesi ricchissimi, fino ad arrivare all'amaca - versione di altalena da adulto godereccio che non dimentica la gioia di essere sospeso a mezz'aria - che appare lì su un terrazzo sempre a Monte Mario e che è tenuta su con due stop e che per il peso della donzella cede sul più bello. Nemesi celebrata nei confronti di quella donzella di allora, che -ora cresciuta- giace a terra, con il sedere dolorante...
Britta Teckentrup tutto questo lo sa bene, magari non così nel dettaglio, ma è piuttosto sicura che il libro L'altalena diventi indimenticabile luogo di ricordi per i più 'vecchi', ma sia anche una gioia per gli occhi e per i pensieri dei più piccoli.
Tutti, ma proprio tutti hanno da dire qualcosa al riguardo.
Lei, con la stessa regolarità con cui dondola un'altalena, alterna le pagine di testo a quelle di immagini, ma così come fanno le altalene, è in grado di accelerare o rallentare, di muovere e far oscillare le immagini, dando un ritmo percepibile anche se recondito, alla lettura degli occhi.
Ancora una volta si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per raccontare con la giusta cadenza e con la necessaria aria intorno, spesso come se fosse dietro un obiettivo di una camera fissa. E per incanto anche questo libro diventa di 160 pagine.
Ancora una volta lavora sulla creazione di uno spazio pieno di aria, luce, ombra vento, pioggia, oscurità e luminosità.
Ancora una volta gioca d'immaginazione.
E ancora una volta è assoluta maestra nel farlo attraverso la sua tavolozza di mezzi toni.
Ancora una volta è capace di lavorare sulla figura umana e sul suo movimento con un'abilità rara.
Ancora una volta è maestra di trasparenze e di baluginii.
Ancora una volta è capace di costruire intorno a un luogo un buon intreccio di singole e minuscole storie che ne determinano il senso e lo spessore.
In sintesi, ancora una volta questa Britta Teckentrup è quella Britta Teckentrup che ci piace.
Recensione di L'architetto e l'albero su megliounlibro
megliounlibro - dicembre 2023
L'architetto Eugenio è molto infastidito dalle forme disordinate della sua città. Le sue opere si attengono a rigorosi schemi perpen-dicolari, concetto che sarà costretto a rivedere quando in uno dei cantieri il vento fa crollare un grande albero, invadendo lo spazio in co-struzione. Con fantasia l'architetto scopre, nel disordine dei rami, linee sinuose e forme di proporzioni perfette, da integrare nel progetto mettendo da parte i soliti righelli.
Le illustrazioni sono lo specchio della trasformazione nell'animo di Eugenio: le tinte grigie cedono il passo a quelle colorate e da buie diventano luminose, mostrando come ora lui goda vedendo i cittadini contenti del suo nuovo stile, così rispettoso della natura. Non pensate che sia un albo per appassionati del settore, tutt altro: i simpatici personaggi e i disegni infantili realizzati a mano libera con penna a inchiostro e colorati ad acquarello, introducono il tema "architettura e natura" dove anche i piccoli devono essere formati.
Ayleen Pineda
C'è ancora speranza
Il Giornalino - 3 dicembre 2023
Le edizioni Uovonero propongono un libro illustrato che racconta con delicatezza una storia vera. È quella della famiglia Wittgenstein, in particolare di Paul, uno dei figli più giovani. Avviato alla carriera musicale di pianista, durante uno scontro nella Prima guerra mondiale, Paul perse il braccio destro. Gli rimase una sola mano, la sinistra. È lei la voce protagonista di Per mano che narra la storia di un uomo capace di far risuonare la vita − una musica nuova − là dove sembrava non esserci più speranza.
Dondolarsi
Andersen 408 - dicembre 2023
Ho recentemente recensito da queste colonne un altro libro di Britta Teckentrup: Di corvi e cornacchie (2023), volume d’impianto divulgativo come L’uovo (2020) e La penna (2022). Sottolineavo in quell’occasione come quello fosse però solo uno dei registri dell’autrice tedesca; altrettanto a proprio agio anche nei territori della fiction illustrata, tanto da meritare quest’anno l’inclusione tra i finalisti del Premio Andersen con Il mondo è rosso (2022), intenso albo sulla rabbia. Con questa nuova opera, L’altalena, Teckentrup torna alla lettrice e al lettore in lingua italiana, mediata dalla traduzione di Bandirali, per ragionare ancora di sentimenti e emozioni, presentando un ventaglio ampio di sensazioni che si possono incontrare nei diversi momenti e nelle diverse stagioni della vita. Per farlo l’autrice sceglie un luogo, simbolico, uno spazio definito: un’altalena vista mare, orizzonte ampio. In un protratto avvicendarsi di tempi, temi e esseri (umani, ma non solo) in transito - sorta di riflessivo e ponderato timelapse, senza però inquadratura fissa, mosso dalle scelte di prospettive, dettagli e zoom - accompagneremo la storia dell’altalena e di Lisa, Mia, Jill, Ella, Alex, Sami, Elias, Clara, Paula… e delle tante altre e dei tanti altri (anche quelli che potete immaginare) che a quell’altalena si accostano per ragioni differenti, con vari stati d’animo, in disparate occasioni e con gradi di immaginazione diversi. Si può andare lì per iniziare, per congedarsi, per amare, per litigare, per scoprire o rinsaldare amicizie, per pensare solitari, per immaginare luoghi fantastici o magari altrove concreti, per proiettarsi in voli di fantasia, per legare o rompere relazioni, oppure semplicemente per giocare, per godere del dondolo e dell’orizzonte naturale. Un piccolo grande catalogo di emozioni, in cui ciascuna e ciascuno potrà riconoscersi; un libro da leggere e guardare, ora leggeri e in azione ora meditabondi e in immobilità, che ha punto di forza ulteriore nella composizione delle immagini, sempre pertinenti e evocative, da guardare e riguardare in profondità, per scoprire dettagli essenziali per cogliere magari nuove chiavi interpretative o inseguire i cavalli farsi nuvola.
di Anselmo Roveda
Recensione di Una mamma svitata su pinoboero.com
pinoboero.com - dicembre 2023
Da un attore e autore islandese un romanzo imprevedibile e divertente scritto “dalla parte dei figli” (in questo caso la quasi tredicenne protagonista) che “correggono” madri esuberanti: poiché nei romanzi per adolescenti abbondano famiglie disgregate, incidenti vari, figli incompresi non posso che congratularmi per un romanzo che usa ironia e leggerezza anche per descrivere qualche situazione di crisi.
Recensione di Di corvi e Cornacchie e L'altalena su pinoboero.com
pinoboero.com - dicembre 2023
Ritengo che Uovonero valorizzando i lavori della tedesca Britta Teckentrup faccia opera meritoria perché siamo davanti a un’illustratrice che alla straordinarietà di certe immagini sa unire la genialità creativa di chi costruisce situazioni narrative nuove. Originalissima la storia di “corvi e cornacchie” che volutamente ho sottratto allo spazio della divulgazione perché mi pare esemplare di come, anche fornendo indicazioni storiche e nozioni precise, si possa far vincere la qualità. L’altalena, poi, è un autentico poema visivo perché, anche se sono le parole (poche) a scandire la storia di un’altalena su una collina di fronte al mare (ha visto incrociarsi molti destini), è la “declinazione” delle immagini (molte) a colpire e sembra quasi che le figure umane e il paesaggio ricco di sfumature e spesso evanescente partecipino a quella sinfonia della vita che scorre e che lascia spesso – per fortuna – una traccia nella dolcezza dei ricordi.
Un libro spiritoso ed esaustivo, al confine tra fumetto e divulgazione, per rispondere senza tentennamenti alla più classica delle domande: come nascono i bambini?
Un albo illustrato stimolante che consente di muovere i primi passi nell’educazione sessuale, per tutti i cuccioli umani curiosi di sapere come sono venuti al mondo e cosa si nasconde dietro al mistero della vita.
Il corpo umano è una grande macchina e per fabbricare dei bambini umani, i grandi hanno bisogno di attrezzature che sono diverse tra maschi e femmine. Ma non basta accendere i motori: il vero lavoro avviene dentro la pancia della mamma.
Non è un gioco scelto a caso, l'altalena: è quel gioco che ti accoglie anche quando sei troppo grande per tutto il resto. Quello dove indugiano anche gli adolescenti, che si vergognerebbero a salire su uno scivolo. Quello su cui a volte si siedono perfino gli adulti, perché ognuno, l'altalena, può viverla a modo suo: ci si può dondolare fortissimo o la si può usare come un semplice sedia, un posto dove fermarsi a pensare o a chiacchierare, lasciandosi dondolare leggermente.
Dentro L'altalena, edito in Italia da Uovoneo, troviamo tutti questi modi di vivere quel posto.
In una serie lunghissima di tavole (l'abo ha 160 pagine!), accompagnate in genere solo da poche parole, vediamo amori che nascono, famiglie che si allargano, amici fraterni e amici immaginari, chiacchiere, giochi e notti in tenda, con una natura ricca e viva a fare da sfondo, e a volte anche da primo piano.
Non c'è un fluire lineare delle storie: alcune iniziano, poi si interrompono, solo alcune poi ritornano, qualche pagina più in là, quando le avevamo dimenticate: la narrazione segue un andamento incerto, come l'andirivieni dell'altalena stessa. Tutto si svolge lì, e per questo, di tutte queste vite che passano, noi possiamo cogliere soltanto alcuni frammenti, quelli vissuti nel passaggio in quel preciso luogo.
Ogni tavola, a ben guardare, è una poesia, uno scenario in cui immergersi, che porta con sé sensazioni ed emozioni sempre diverse. Alcune comunicano allegria e colore, altre, luminose ed eteree, una sorta di sospensione, altre ancora portano con sé il buio della notte, oppure giocano tra i limiti dell'illustrazione e quelli della pagina.
L'altalena stessa assume forme molto differenti: a volte le due sedute sono ferme, a volte intrecciate, oppure avviluppate su se stesse. In genere le vediamo frontalmente, ma non mancano le prospettive insolite, anche quelle che si soffermano sull'erba e gli insetti, tralasciando l'altalena stessa.
Ognuno troverà la propria storia e quella del proprio parco, dentro L'altalena, ma la storia principale, che si delinea poco per volta, è in realtà quella dell'altalena stessa, che dopo un cumulo di vicende vissute da spettatrice diventa nelle pagine finali co-protagonista, a fianco di un personaggio che abbiamo già incontrato e che, se siamo stati attenti, riconosciamo prima ancora che venga chiamato per nome.
Testimone di vita, l'altalena conserva una memoria che va oltre quella umana. Come quel posto speciale che ognuno di noi conosce bene.
Recensione di Una mamma svitata su Ascoltando le figure
Ascoltando le figure - dicembre 2023
“Una mamma svitata di Gunnar Helgason è un libro bellissimo che ti tiene incollata alle pagine perché ha una prospettiva sbagliata. Capisci presto che cioè qualcosa di strano e pian piano gli indizi ti portano a trarre conclusioni, ma è solo in fondo al libro che l’autore conferma le tue ipotesi e il cerchio si chiude”
(Agata 12 anni)
Queste parole di Agata racchiudono benissimo tutto ciò che i ragazzi hanno raccontato di questo libro.
È un libro in cui gli adolescenti rivedono il rapporto altalenante e conflittuale con i genitori che li porta alcune volte ad essere persone molto strane e causa di imbarazzo ed altre a ritornare al loro vecchio ruolo di amici, riferimenti e persone molto amate
Abbiamo però corso troppo, facciamo un passo indietro e raccontiamo prima la storia
Una mamma svitata: trama
Stella ha dodici anni e ce la mette tutta per avere una vita normale ed inserirsi tra i compagni di scuola, ma la sua stana madre la mette spesso in imbarazzo: costruisce improbabili case sull’albero, canta a squarciagola brani d’opera al centro commerciale e si denuda nel bel mezzo della cena.
La situazione crolla del tutto però quando le sue amiche decidono di non invitarla al centro commerciale con loro e l’unico amico che le resta è Blaer con il quale lei non vuole uscire perché attira troppe attenzioni con la sua sedia a rotelle
L’unica soluzione possibile è quindi quella di coinvolgere tutta la famiglia nel piano per “cambiare la mamma”, ma sarà quella la soluzione ai suoi problemi?
Recensione
È un libro davvero molto piacevole da leggere perché tutto ciò che viene raccontato è assolutamente verosimile e la narrazione in prima persona aumenta l’empatia che si crea subito con la protagonista.
Il fatto di vedere però le cose con i suoi occhi ci fa intuire che qualcosa non sia esattamente come ci viene descritto e questo rende ancora più intrigante la lettura poiché ti spinge a saperne di più dapprima e poi a verificare il quadro narrativo che hai immaginato successivamente e così si arriva all’ultima pagina per chiudere il cerchio e il libro, Una struttura narrativa che mi ha ricordato la piacevole lettura di “Cuore a razzo, farfalle nello stomaco” ( che trovate qui) anche se il focus qui è la disabilità
È un testo consigliatissimo per ragazzi dagli 11 in poi che parla di relazioni famigliari, amicali e di accettazione di sé stessi in un modo per nulla scontato o addolcito.
Lo consiglio anche come lettura a genitori di figli adolescenti poiché vedere alcune situazioni con gli occhi di Stella ci aiuta ad avere una prospettiva diversa
Cosa ne dicono i ragazzi?
“Anche io a volte mi imbarazzo di mia madre perché fa cose da boomer, ma alla fine anche io come Stella le voglio bene” (Luca, 11 anni)
“Il libro mi è piaciuto tantissimo perché è reale. È vero che anche se vogliamo bene ad un amico sulla sedia a rotelle a volte portarlo con noi vuol dire poter fare meno cose e ci scoccia però leggerlo così nero su bianco mi ha fatto pensare che è proprio una cosa orrida e mi dispiace tanto” (Nicola, 11 anni)
“Stella non si accetta e non vede la realtà che la circonda perché si rifiuta. Questo è ciò che più mi ha colpito, Quanto anche noi in realtà non vogliamo vedere ciò che che siamo o ciò che ci circonda?” (Michela, 12 anni)
«Uno sciame di libellule d’argento». Ecco cosa sembravano quelle mani sui tasti del pianoforte. Libellule «che risuonavano di gioia e di lutto, di tormento e di pace», così come la storia che ci viene raccontata. È la storia, vera, del pianista Paul Wittgenstein (1887-1961), fratello del filosofo Ludwig. Erano in otto, i fratelli Wittgenstein, e la loro era una delle famiglie industriali più ricche dell’Impero Austroungarico. Una famiglia frequentata, grazie alla sensibilità della madre Leopoldine, da musicisti come Brahms, Mahler, Clara Schumann, Bruno Walter, un milieu coltissimo, che non poteva che favorire il talento musicale dei ragazzi, pur con la strenua opposizione del padre, che voleva i figli maschi non nell’arte ma in acciaieria. Tre di loro finirono con il suicidarsi, e ciò rende ancora più sorprendente questa storia di resilienza, così permeata di passione per la vita. Se ce n’era uno che avrebbe potuto arrendersi era proprio Paul, dopo che nel 1914, in guerra, sul fronte orientale, venne colpito e si risvegliò in ospedale, prigioniero dei russi, con il braccio destro amputato. Senza il braccio destro. «E io ero rimasta da sola, a condividere con lui il gioioso ricordo dei passati trionfi e la disperazione di un futuro senza musica, di una carriera amputata, proprio come il suo braccio». Chi racconta questa storia è la mano sinistra di Paul, la quale si trova, grazie alla commovente forza vitale del pianista, a cercare in ogni modo di «riempire da sola il silenzio della mia perduta sorella». Prigioniero in un campo di internamento in Siberia, Paul trova una cassa di legno abbandonata, vi incide i tasti di un pianoforte, e comincia a esercitarsi. Con ciò che gli resta. Ogni giorno, esercita quella mano sinistra su quel ruvido asse, sempre tenendo accesi passione e desiderio, senza arrendersi, neanche quando sarà di nuovo a casa, in Austria, e potrà nuovamente sedersi a un pianoforte e affrontare il pubblico. Perché lo affronterà, il pubblico, con concerti adattati o scritti appositamente per la mano sinistra, come il celebre Concerto che Ravel scrisse per lui, e come tutte quelle meravigliose esecuzioni che facevano percepire non una mancanza ma «una ricca presenza». La scrittura elegante di Sante Bandirali riesce in poco testo (quello consentito da un albo illustrato) a darci immagini e squarci poetici, sempre filtrati attraverso (e anche questa scelta enunciativa è interessante) la prospettiva narrante della mano sinistra. Una prospettiva quasi tattile, luminosa e dinamica: «Saltando e danzando, sentivo sotto di me l’avorio levigato dei tasti e le schegge della cassa di legno».
Recensione di La grande fabbrica dei bambini su Il rosicchialibri
Il rosicchialibri - 30 novembre 2023
“Tu che leggi questo libro, tu sei un cucciolo umano.”
Tutti fanno dei cuccioli, è così che funziona: la gallina cova le uova per 21 giorni prima di vedere i suoi pulcini, alla mucca servono invece 280 giorni (un po’ più di 9 mesi) per dare alla luce un vitellino, l’elefante invece ha bisogno di 21 mesi per mettere al mondo un elefantino. C’è chi depone le uova (come il coccodrillo), chi si trasforma (come la farfalla) e chi mette al mondo un cucciolo che sa già fare tutto (come il cavallo) ma… come si “fabbrica” un bambino?
Fabbricare un bambino è meravigliosamente complicato!
Innanzitutto serve l’attrezzatura giusta: spermatozoi (maschili), ovociti (femminili) e un posto perfetto dove si possono incontrare: l’utero femminile. Poi nell’utero il grosso del lavoro lo devono fare le cellule che si dividono, si moltiplicano e si trasformano, ma il codice genetico del bambino esiste già.
Il periodo in cui le cellule mutano (e nel quale avvengono tutti i cambiamenti più importanti) si chiama gravidanza e dura nove mesi. In questi mesi il futuro bambino passa da essere un grumo di cellule ad essere uno zigote, poi un embrione e un feto. Ogni mese così avviene un cambiamento importante: ossa muscoli, sistema nervoso, peli, mani, piedi, occhi, organi sessuali si formano uno dopo l’altro.
E poi?
E poi è ora di nascere!
E la nascita è un vero e proprio lavoro di squadra che la mamma fa insieme alle ostetriche.
Un albo illustrato a con fumetti e vignette che racconta un viaggio straordinario, con tante informazioni, tantissime curiosità che sottolineano le tappe più importanti dal concepimento alla nascita, un percorso sempre uguale ma sempre diverso che ci unisce davvero tutti e che non smette mai di affascinare.
Quindi seguite le indicazioni dei pinguini sparsi qua e là (che come tanti piccoli professori vi illustrano ogni passaggio) e tuffatevi fra queste pagine per conoscere per la prima volta il mistero della vita oppure per scoprire qualcosa di nuovo!
Recensione di I vestiti nuovi dell'imperatore su Interzona.News
Interzona.news - 29 novembre 2023
La celebre fiaba di Hans Christian Andersen in una nuova versione inclusiva e accessibile per tutte e con un tocco di modernità.
In un castello lontano vive un imperatore che ama avere sempre abiti bellissimi e nuovi da esibire davanti ai suoi sudditi. Un giorno, due sarti si presentano al suo cospetto dicendo di saper cucire dei vestiti speciali, che solo le persone intelligenti possono vedere.
L’imperatore non può certo farsi sfuggire quest’occasione e commissiona ai due strani personaggi un intero guardaroba, ma quando il sovrano indossa quei capi che crede di vedere, nessuno ha il coraggio di ammettere che non esistono! Nessuno, tranne un bambino, che in mezzo alla folla esclama: “L’imperatore è nudo!”.
Una fiaba classica di Hans Christian Andersen, metafora della stupidità di chi teme di dire ciò che pensa, viene riproposta in una versione semplificata adatta a essere letta anche attraverso i pittogrammi della CAA che accompagnano il testo, e con ironiche illustrazioni che calano la storia in un contesto moderno, tutto da esplorare.
Su una collina di fronte al mare c’è un’altalena rossa. Davanti a questo intramontabile gioco si intessono amicizie, nascono idee, avvengono incontri, scoppiano litigi, sbocciano amori, iniziano e finiscono storie e segreti. È lì che Lisa contemplava le nuvole che punteggiavano il cielo, che Ella e Alex chiacchieravano fino a notte tarda, che Elias sognava di pilotare un aereo e che Clara dondolava tanto da riuscire a non pensare più a nulla.
Un posto speciale, pieno di storie e di vite che si toccano o si sfiorano appena.
La pluripremiata autrice e illustratrice Britta Teckentrup compone un viaggio filosofico per immagini, un albo che è quasi un “cortometraggio illustrato” sugli alti e bassi della vita e sul modo di approcciarsi a essa: chi siamo? Cerchiamo l’ebbrezza del volo o la sicurezza della terraferma?
In una poetica riflessione sull’infanzia, la crescita, l’amicizia e la perdita, Teckentrup racconta tante storie diverse, che si intrecciano tra loro lungo lo scorrere delle stagioni e degli anni che passano.
La presenza dell’altalena, il suo movimento, i suoi dondolii dettano il tono e il ritmo della narrazione, in un vincente equilibrio tra parole e immagini. Le raffinate illustrazioni, realizzate con una tecnica mista di collage e digitale, ormai marchio di fabbrica dell’autrice tedesca, riescono a intrappolare e restituire scene dal significato e valore universali, in cui ciascun lettore, piccolo o grande che sia, potrà riconoscersi.
Non sono numerate le pagine di questo bellissimo volume edito da uovonero, di cui è autrice l’illustratrice tedesca Britta Teckentrup. L’edizione italiana, con un solido formato quadrato, si avvale della traduzione di Sante Bandirali. L’altalena, titolo del libro, appare come una metafora dell’esistenza degli esseri umani, piccoli, grandi, vecchi, un luogo mitico su cui incontrarsi da bambini, di ritrovarsi da genitori o nonni, da fratelli, amici, amanti, fidanzati, nelle varie fasi della vita.
Scorrendo lentamente le tavole che l’autrice traccia con un grande leggerezza, tanto del tratto quanto delle infinite sfumature di colore, ecco distendersi davanti al lettore, piccolo o adulto, non è importante, un testo sul lato sinistro, breve o brevissimo: poche frasi, pochissime parole, che lasciano spazio alla fantasia che si ritrova nella tavola accanto, o spesso in due pagine appaiate, come se fosse più utile suggerire attraverso le immagini e le pennellate lievi di colore, piuttosto che affermare o descrivere.
“L’altalena era sempre stata lì”
Non si dice in quale luogo preciso, in che tempo, in che stagione; ma la si descrive di fronte al mare, immersa nella natura, un luogo dove incontrarsi, sedersi, pensare, stare soli o in compagnia, di giorno, di notte, in inverno, in primavera, in piena estate, in mezzo gli animali, ai fiori, alle piante. La storia segue vari bambini, Lisa, Jill, Paula, Clara, Ella e Alex, Peter, un’amica immaginaria, Martha, e poi una coppia di amici, uniti fin da piccoli, ora divenuti una solida coppia anziana, Max e Paul. Le stagioni si susseguono, il tempo passa inesorabilmente, mesi, poi anni, e anche l’altalena subisce una trasformazione: eccola “invasa completamente dalla vegetazione e dimenticata”, e Peter, uno dei bambini di allora, ha in braccio suo figlio, e nel ricordo felice della altalena della sua infanzia, inizia a lavorare per ripulirla. Seguendo il suo esempio altri si uniscono nel liberare dalle erbacce quel luogo che era stato la libertà, la felicità, il mondo nel quale si poteva volare, guardarlo da sotto in su, immaginare notti stellate, un mondo senza confini tra mare e cielo, giochi e avventure, una luce bianca che non aveva fine, abbagliante, mentre un aereo solcava il cielo sempre alla stessa ora, quasi a confermare lo scandire del tempo.
Le tavole del libro sono davvero incantevoli, i notturni evocano pensieri profondi, i colori sfumati e i ritratti spesso colti da dietro, danno un senso di indeterminatezza, quella che la vita molto spesso propone. Una delle tavole più belle, due bambine sedute sull’altalena con ombrelli coloratissimi aperti, a sfidare la “pioggia e catinelle” e la furia degli elementi: ma, insieme, sull’altalena si sentono al sicuro.
L’amicizia, quella vera, non ha confini né limiti. Sfida le regole e salva ogni speranza. Tanto da coinvolgere anche gli amici a quattro zampe. Forse più degli umani.
Lilo è il dolcissimo romanzo di Inés Garland, illustrato da Maite Mutuberria, tradotto da Francesco Ferrucci per Uovonero edizioni, finalista Premio Strega ragazzi e ragazze categoria 8+. Una storia molto particolare, romantica, attuale e coinvolgente.
Chi è Lilo?
Lilo è il nome di un intelligente cane, voluto da Emi ma categoricamente rifiutato dalla sua mamma. Il cagnolino viene, così, accolto dai nonni di Emi – Héctor e Ava – e questa è la sua storia raccontata in prima persona da un punto di vista basso, molto basso, con odori canini pungenti ed emozioni travolgenti.
Lilo si definisce un cane brutto. Brutto perché ha le zampe corte, troppo corte. Non come i Pastori Tedeschi che vede al parco, così fieri e eleganti. No, lui è corto e per questo non vuole più andare al parco: c’è il rischio che la cagnolina Adele lo veda a figura intera, non potrebbe sopportarlo.
Anche Emi non vuole più andare al parco, ma le sue paure hanno odori strani e mentre gli adulti faticano a capirla il suo migliore amico a 4 zampe, corte, la osserva e indaga fino a risolvere l’incredibile mistero.
Una storia intensa
Questa storia parla di emozioni e cyberbullismo, di amicizie e parole che fanno male. Un romanzo attento e profondo, ma anche leggero grazie alla naturale leggerezza di Lilo, capace di scacciare la tristezza e continuare a donarci speranza.
Lilo non è solo in questa avventura, avventura che gli adulti umani non afferrano proprio per nulla! Assieme a lui alcuni amici del parco: Armando, un boxer; Lio un Pastore Tedesco bellissimo e Olivertwist un vecchio cane, pulcioso, randagio… ma studioso e amante dei libri, della poesia e delle biblioteche.
La paura odora di lievito. Noi cani lo sappiamo. La paura ti fa credere che ciò che ti spaventa è enorme e tu sei piccolo, e il modo per non sentirti piccolo è arrabbiarti tanto, perché quando sei arrabbiato sembri più grande. Gli uccelli gonfiano le piume, i gatti (anche i gatti selvatici, le linci, i leoni, i leopardi, i puma, le pantere, le tigri) e noi cani (i lupi, i dingo, le volpi, i coyote, gli sciacalli, tutti) drizziamo il pelo. Cosa faranno i coccodrilli, i rinoceronti, gli elefanti, gli ippopotami? Mi piacerebbe sapere cosa fanno tutti gli animali quando hanno paura. Gli esseri umani stringono i pugni e si gonfiano come gli uccelli anche se non hanno le piume, e si drizzano come i gatti e si piantano a terra come noi cani. Quella paura si trasforma in calci, insulti e grida. Noi gli ringhiamo e digrigniamo i denti o li attacchiamo. Quando la loro paura si somma alla nostra accadono cose brutte.
Una lettura piacevole, che affrontare diverse tematiche attuali e porta giovani lettori e lettrici a riflettere, soprattutto a considerare che le parole possono fare male… per questo motivo dobbiamo pensare bene a come e quali usare.
Recensione di La grande fabbrica dei bambini su Filastrocche.it
Filastrocche.it - 21 novembre 2023
Mamma, come nascono i bambini? Come sono nato? Da dove sono uscito?
Ecco alcune delle classiche domande dei bambini, a cui sempre non è facile rispondere.
Questo bellissimo albo illustrato verrà in aiuto ai genitori alle prese con la curiosità dei bambini, per spiegare senza tentennamenti il mistero della nascita.
La GRANDE fabbrica dei BAMBINI è il primo albo edito da Uovonero e firmati da Nadja Belhadj e Philippe de Kemmeter di una trilogia di libri illustrati fuori dal comune, in cui un pinguino loquace spiega e racconta, in modo chiaro e spiritoso, la nascita dei bambini.
Dal concepimento alla gravidanza, fino al grande giorno in cui il piccolo viene alla luce, con accenni di anatomia e qualche paragone al mondo animale. Tutto rigorosamente scientifico.
Preciso, esaustivo, completo e dettagliato, al confine fra fumetto e divulgazione, catturerà l’attenzione dei bambini e sarà un’ottima occasione per muovere i passi nell’educazione sessuale, in modo leggero e divertente.
I bambini scopriranno che fare un bambino è un “lavoro” davvero impegnativo per i genitori, ma anche per la piccola cellula che lavorerà ininterrottamente 9 mesi nella pancia della mamma, dalla cellula allo zigote e poi dall’embrione al feto, e poi ancora la divisione cellulare, la costruzione della placenta, la formazione delle ossa, lo sviluppo dell’apparato respiratorio: un viaggio incredibile che lo farà approdare sicuro al grande giorno.
La GRANDE fabbrica dei BAMBINI potrà anche essere un ottimo alleato per accompagnare una nuova gravidanza in famiglia, per spiegare al fratellino o alla sorellina i cambiamenti del pancione della mamma che cresce mese dopo mese e tutto quello che succede prima di uscire dal grembo materno.
Un albo che si legge con piacere, in cui ogni nozione scientifica è accompagnata da dettagli umoristici, vignette, ballon, gag e citazioni. Bello e facile da comprendere.
Nadja Belhadj è una redattrice, traduttrice e scrittrice per giovani lettori. Attualmente vive a Parigi.
Philippe de Kemmeter è un fumettista e illustratore belga di libri per bambini, ragazzi e adulti. Gli piace variare le tecniche che utilizza nei suoi disegni, passando dalla china all’acrilico e riempiendo quaderni su quaderni di schizzi e ritratti. Ha vinto il premio belga Prix de la Gravure er de l’Image imprimée. Vive in Belgio.
Recensione di L'architetto e l'albero su Indiepercui
Indiepercui - 27 settembre 2023
Poesia urbana di verde vestita che fa capolino all’interno di scatole ermetiche uscendo pian piano allo scoperto condensando pensieri e sogni realizzabili per i nostri futuri incerti.
L’albero simbolo di vita che fa parte di un territorio da riscoprire. La cementificazione che avanza e uno spiraglio di luce quotidiana ad intrecciare rapporti, elementi e sostanze che costruiscono e guardano oltre, lasciando il passato alle spalle e trovando, nella sperimentazione, l’essenza stessa del nostro esistere.
L’architetto e l’albero è un partire da una specie di catastrofe. Un grande arbusto caduto su di un palazzo in costruzione che diventa il fulcro, per il nostro protagonista, di pensieri che oltrepassano l’immaginazione, dipingendo l’impossibile e innalzando al cielo idee meravigliose di un nuovo condividere.
Lo splendido libro di Thibaut Rassat, architetto e illustratore francese, è un connubio di forme sinuose che aprono a nuove prospettive. Un cartonato d’autore che si spinge oltre, donando, nella fantasia rielaborata, quel senso di incredibile che profuma di immensità, di cieli aperti e di ossigeno oltre le crepe di una geografia antropica che ci vede esseri presenti e attivi di un nuovo migrare e di un nuovo edificare.
L’illustrato edito da Uovonero si muove attraverso molteplici piani interpretativi e a qualsiasi età si possono cogliere significati profondi che diventano introspettive visioni narrative di un qualcosa che deve essere compreso, sedimentato e opportunamente ripreso in un perpetuo ciclo vitale che ci pone in equilibrio con il paesaggio circostante.
Nella narrazione di Thibaut Rassat c’è spazio anche per la riflessione concentrando l’attenzione sul ruolo dell’architetto nella società contemporanea. Una sorta di fautore, quest’ultimo, di movimenti in divenire, capace di raccogliere bellezza e praticità, sostanza e onirica rappresentazione di universi possibili dove tutto ha un senso, una propria logica e un proprio fine.
L’architetto e l’albero è un albo illustrato elegante e meditativo che trova nei pensieri di un personaggio, pronto sempre a mettersi in gioco, i sentieri per creare nuove forme di comunicazione e di esistenza condivisa.
Recensione di Dove sei, piccolo Giulio? su Senzalinea.it
Senzalinea.it - 4 ottobre 2023
Trama: La storia emozionante del piccolo Giulio, di una sorella che lo capisce e di una mamma che riesce a vederlo.
Dopo il successo di Che cos’è una sindrome?, Giovanni Colaneri torna a raccontare la diversità con un albo illustrato profondo e immediato.
Dov’è finito il piccolo Giulio? È proprio qui? Si nasconde? Si è smarrito in un bosco? Dovunque sia finito, il piccolo Giulio sarà sempre ritrovato. Le difficoltà relazionali di Giulio vengono mostrate attraverso illustrazioni simboliche ed evocative di grande effetto. Giulio è piccolo, spaesato, evanescente, si perde in un’antica foresta, rimane incastrato nel traffico di macchinine giocattolo, si nasconde in una bottiglia come il messaggio di un naufrago. Fino a quando la sua strada intreccia quella di sua sorella e di sua madre; allora, come corpi celesti che intersecano per un attimo la stessa orbita, si scoprono parte del medesimo universo, sconfinato come un abbraccio. Un albo illustrato che, in un’armoniosa sintonia di frasi brevi e immagini dettagliatissime, offre uno sguardo semplice e delicato sul mondo estremamente complesso dell’autismo.
Uovonero
Recensione: Giulio non si trova, dove è finito? Si è smarrito? Si è nascosto? E’ lontano? Ma c’è il suo cappellino! Eccolo Giulio, è perfino arrivato in un angolo lontano dell’universo.
La sorellina sa dov’è, la sua mamma sa come vederlo.
Questo albo è incentrato sull’autismo, una sindrome che porta spesso i bambini ad essere lontani, trasparenti, ma bastano due occhi pieni di affetto per vederli, scoprirli ed includerli. Non è immediato riuscire ad entrare in questo mondo, ma neanche impossibile.
Il tema viene trattato in maniera fortemente evocativa e delicata: disegni sfumati, quasi eterei; pochissime parole, ma le immagini, simboliche, ci permettono di viaggiare nei posti dove questi bimbi speciali trovano rifugio o si perdono.
Un albo non semplicissimo per i piccoli lettori, i miei figli non hanno centrato il focus, non hanno capito perché non si trovasse Giulio. Non credo si tratti di poca sensibilità, ma vedo questo libro più adatto agli adulti, o comunque bisogna precedentemente spiegare quello che si sta per affrontare.
Un occhio sensibile e delicato rivolto all’inclusione e all’accoglienza.
Trama: Una famiglia ricchissima e infelice, un giovane pianista mutilato dalla guerra, un atto d’amore per la musica e l’umanità che germoglia proprio lì, dove rischiavano di attecchire la disperazione e la vendetta.
L’incredibile vita di Paul Wittgenstein, talentuoso pianista e rampollo di una delle più ricche e tragiche famiglie dell’Impero Asburgico, diventa un albo in cui il testo crudo e al contempo poetico si fonde con le illustrazioni soffuse, capaci di tratteggiare le atmosfere raffinate e decadenti della fine della Belle Époque. La storia è narrata dall’inusuale punto di vista della mano sinistra del pianista che, dopo aver perso la “sorella” in guerra, troverà il modo di accompagnare il suo Paul lungo la via accidentata e contromano che lo porterà a riabbracciare con successo la sua passione. Anche perché, come disse il fratello Ludwig, celebre filosofo, tra le tante certezze che possiamo avere c’è quella che un braccio tagliato a una persona non ricrescerà.
Le illustrazioni sono state realizzate per il progetto curato da uovonero nel corso di Ars in Fabula Master in illustrazione per l’editoria.
Uovonero
Recensione: La storia di Paul, narrata come si scoprirà a lettura avviata, dalla sua mano sinistra, è vera. Non essendo una habitué dell’universo dei pianisti, non ero al corrente di questo grande musicista.
La sua storia è talmente avvincente, dolorosa, sofferta ed importante da conoscere che sono felice si abbia pensato a crearne un albo illustrato. Un libro pensato perlopiù per i ragazzini, ma che farà commuovere anche gli adulti, regalando la conoscenza di un personaggio coraggioso e pieno di talento.
La famiglia di Paul è tutt’altro che felice: ricca sì, ma dominata da un padre contrario a determinate velleità, solido, determinato, ma le sue “leggi” non hanno fatto altro che portare scontenti e frustrazioni ad alcuni dei suoi figli, tanto da indurli al suicidio.
Paul è solo uno dei fratelli ed il suo destino è diverso. Pianista, perde la mano destra in guerra, ma la sua coscienza, sotto le spoglie della mano rimasta, gli suggerisce di non mollare, ma continuare a suonare ed adattare i brani per essere eseguiti con una sola mano.
Una storia che è importante conoscere, accompagnata da illustrazioni a piena pagina, sfumate, color seppia che tanto ricordano vecchie fotografie ingiallite e che aumentano la suggestione.
“La trovo una storia esemplare, che dimostra quanto molto spesso la disabilità sia creata dall’ambiente in cui vivi, dalle barriere che ti impediscono di esprimerti. Se l’ambiente invece è inclusivo, se è un concerto per la mano sinistra, allora la disabilità sparisce” Sante Bandirali
“Sono entrata in profonda empatia con il vissuto di Paul, con il legame molto stretto che aveva con suo fratello Ludwig da bambino, con le sofferenze che ha vissuto, e ho cercato di trasmettere questa mia vicinanza emotiva. Mi sono inoltre documentata a lungo per riuscire a definire con precisione i luoghi, il contesto, i ricordi di famiglia. Nei risguardi ho scelto di inserire scene di vita vera, ambientazioni e fatti reali, per fornire qualche informazione in più ai lettori e lettrici nella reale cornice storica del racconto” Gloria Tundo
"Nelle città i corvi usano le automobili o i tram per rompere le noci. Proprio così.
Quando un semaforo diventa rosso, i corvi si avvicinano all'incrocio con una noce nel becco e la depositano sulla strada. Quando scatta il verde, restano a guardare le auto che la schiacciano.
Infine quando il semaforo è di nuovo rosso, possono raccogliere la noce che, essendo stata schiacciata, ora è a portata di becco."
Grigi o neri, alcuni neri a tal punto da avere sfumature blu sulle penne.
I corvi e le cornacchie sono uccelli magnifici.
Belli, fieri di esserlo, intelligenti, affettuosi, socievoli e loquaci. In sostanza l'esatto contrario della cattiva fama che li circonda.
Poche persone paiono amarli. Tra queste ci sono Britta Teckentrup, il marito Ian (che ha avuto la fortuna di avere sulla sua spalla appollaiata per un quarto d'ora una cornacchia addomesticata), Margherita e la sottoscritta.
I corvidi, la famiglia più sviluppata tra gli uccelli, sono passeriformi e canterini e si dividono in 129 specie a loro volta suddivisi in 23 generi, tra cui ghiandaie, gazze, e naturalmente, corvi e cornacchie. Pur appartenendo alla stessa famiglia, si tende a distinguere la cornacchia - più piccola - dal corvo, per lo più nero "corvino". Il corvo imperiale e il corvo beccogrosso possono pesare fino a un chilo e mezzo.
I corvi sono raffinati dialogatori. Hanno toni diversi: più alti se si tratta di estranei al loro gruppo e toni più bassi tra 'conoscenti'. Hanno lingue e dialetti. Celebrano in qualche modo la morte
Il nero, che normalmente è colore funesto, ai corvi invece porta bene perché li rende visivamente meno appetibili di altri uccelli colorati e per di più le penne piene di melanina, così scure, sono molto più resistenti di quelle chiare. Ciò nonostante fanno parte della stessa famiglia anche un sacco di altri corvidi coloratissimi: gazze e ghiandaie, con quei loro buffi ciuffetti sulla testa o crestine un po' punk.
Queste informazioni sono solo un assaggio delle molte altre che si imparano in questo libro ibrido che Britta Teckentrup dedica ai suoi uccelli preferiti.
Suddiviso in sette capitoli, più un'ode iniziale e una riflessione finale, questo libro di più di 150 pagine è il terzo che Britta Teckentrup dedica ad argomenti non esclusivamente letterari: il primo ragionava sull'uovo, il secondo sulle penne e adesso questo su corvi e cornacchie.
Li tengono insieme due caratteri comuni e piuttosto interessanti.
Il primo riguarda il tempo e lo spazio necessari che occorrono per dire tutto quello che c'è da dire: tutti e tre sono libri illustrati molto consistenti, con tante pagine e innumerevoli illustrazioni. Un po' come a dire, un albo illustrato 'gonfiato' in una estensione che non gli appartiene. Perché effettivamente il ritmo delle figure, il loro organizzarsi nella pagina, il loro dialogo serrato con i testi li assimilano a quelli che sono i criteri che governano l'albo.
Mille soluzioni differenti per comporre testo e immagini: una gioia per gli occhi.
Ma le 32 pagine canoniche qui si sono quintuplicate.
Questo significa che Britta Teckentrup decide di usare uno strumento nuovo, la forma dell'albo illustrato, per costruire un libro che le permetta di parlare tanto, che le consenta di andare in molte direzioni diverse.
E così si arriva al secondo carattere comune che consiste in questa capacità che Teckentrup dimostra di avere, ossia quella di ibridare due generi che fino a un po' di tempo fa non si sfioravano nemmeno: la letteratura illustrata e quella di carattere divulgativo.
In questo senso, lei ha sempre navigato in una direzione che le permettesse di dire il più possibile su una questione che la appassiona. Quale che sia.
Quindi il tempo meteorologico, con Alle Wetter, oppure le grandi questioni che ci interrogano sul futuro, con Worauf wartest Du? a cui si aggiungonoL'uovo, La penna e adesso Di corvi e cornacchie.
Il tono discorsivo che si allontana dalla mera informazione e indaga verso altre direzioni - dalla tradizione letteraria con corvi come protagonisti, alla mitologia che li ha sempre circondati - assume il tono più confidenziale della narrazione orale permette al lettore di bersi in un fiato tutti i suoi libri del genere, e quindi a lettura ultimata, di richiuderli soddisfatto per aver sentito molte storie e per aver imparato anche un bel po'.
Questa particolare direzione che certa divulgazione ha preso pare davvero interessante e ricca di stimoli per riflettere e ragionare su quale sia la strada migliore da fare per imparare e far imparare. Affrontare un argomento e osservarlo girandogli intorno per coglierne la complessità e lo spessore, non può che essere efficace. Permettere a teste differenti di interessarsi ad aspetti differenti mi sembra una bella idea. E farlo attraverso linguaggi non convenzionali, esteticamente significativi, solletica l'interesse e la curiosità. Fermo restando che l'idea di suggerire di usare un albo per studiare gli aggettivi o la geometria non mi appartiene, mi pare invece cosa buona e giusta raccontare i corvi attraverso le tante storie che li riguardano, poesia ed etologia sullo stesso piano, sia quelle più strettamente scientifiche, sia quelle più decisamente legate all'immaginario.
In questo senso Teckentrup non è l'unica e non è la prima ad averlo fatto, tuttavia l'aria rarefatta che si respira nei suoi libri e, diciamolo pure, l'altissima qualità del suo modo di concepire le immagini e il loro modo di dialogare con lo spazio finito di una pagina, la rendono unica, a mio avviso anche superiore in quel suo non voler essere per forza mimetica, ma invece evocativa attraverso il mezzo che sa usare meglio: il colore, si veda per esempio il lavoro fatto con Il mondo è rosso, attraverso la luce, ma soprattutto l'ombra.
Stella ci si mette d’impegno per non essere considerata “strana” o “diversa”, ma non è facile con una madre come la sua. Quando, durante un ritrovo in famiglia, la donna annuncia ai parenti, di fronte a una imbarazzatissima Stella, l’arrivo del menarca della figlia, - una parola un po’ difficile che vuol dire ‘le prime mestruazioni di una ragazza’ - la ragazzina decide che è arrivato il momento di dire basta. Non vuole che la sua mamma le rovini l’imminente festa di compleanno con qualche idea strampalata. Prende così il via l’operazione segreta e di vitale importanza - a cui probabilmente tutti noi da adolescenti abbiamo pensato almeno una volta - “Trasformiamo la mamma”.
L’autore intesse una rete complessa e mai banale di rapporti tra Stella e i suoi familiari e amici, attraverso dialoghi rapidi e descrizioni sferzanti. Da una parte ci sono la vivace e irrefrenabile mamma, aspirante cantante lirica, il papà professore, il fratellino Siggi, il fratello maggiore Palli, l’elegantissima e vagamente snob nonna paterna e il vicino di casa tutto d’un pezzo. Dall’altra le amiche e l’amico del cuore in sedia a rotelle.
Una mamma svitata, vincitore del Premio di letteratura islandese nel 2015 e tradotto per la prima volta in italiano, racconta con leggerezza e humor i tormenti e le paure tutti adolescenziali della quasi tredicenne Stella, alle prese con una madre un po’ particolare. Lo scrittore Gunnar Helgason, molto conosciuto in patria come regista, attore e conduttore di programmi televisivi per bambini, ci regala un romanzo che riesce a raccontare i grandi temi legati alla fatidica età dell’adolescenza, in primis l’accettazione di sé, in tutta la loro complessità. Mantenendo un tono sempre spiritoso e scanzonato.
Maniacale, rigoroso e un poco svitato; Eugenio era proprio così, sia nella vita privata, sia in campo lavorativo. Il suo essere architetto, infatti, rispecchiava la sua ossessiva ricerca dell'ordine e della linearità. Nulla doveva apparire caotico o entropico. I suoi progetti dovevano trovare e promuovere la simmetria e la perfezione.
Un giorno, però, un grosso albero, cadendo proprio sul cantiere di un palazzo in costruzione, porta il climax espressivo verso una svolta, dando al nostro protagonista un nuovo orizzonte creativo-interpretativo, risvegliando così la bellezza di una natura troppo spesso soffocata dall'uomo.
Già vincitore del premio Prix du livre d’architecture pour la jeuness 2020, l’albo di Thibaut Rassat va ad impreziosire la collana Geodi di Uovonero. Un'opera metaforica, capace di intrecciare la natura e l'urbanistica in maniera ispirata, dando spazio a illustrazioni impeccabili, in cui la geometria e l'istinto definiscono una riuscita dicotomia narrativa.
L'albo, tradotto da Sante Bandirali, offre una deliziosa alternanza cromatica tra grigio e lineare rigore e morbidi cromatismi dai toni verdeggianti, spinti da citazioni architettoniche (Gordon Matta-Clark) che ci ricordano come l'uomo possa costruire senza devastare l'habitat, spesso ferito dai meri interessi.
Questo periodo che precede Halloween mi sembra perfetto per approfondire la conoscenza di uno dei personaggi che abita questo immaginario in modo totalmente inconsapevole: il corvo.
Britta Teckentrup torna a dedicarsi agli uccelli, dopo il volume dedicato alle uova e quello dedicato alle penne, ma, a differenza dei volumi precedenti, definiti da un’impronta maggiormente orientata alla divulgazione e all’approfondimento, Di corvi e cornacchie mostra un equilibrata partizione tra nozioni scientifiche e documentazione letteraria.
I 7 capitoli, infatti, alternano, riflessioni scientifiche e brani letterari e mitici che testimoniano come i corvidi siano entrati in modo unico nell’immaginario umano.
Il testo si apre con una necessaria distinzione lessicale tra corvi e cornacchie per poi passare alla descrizione delle singole specie.
I profili schizzati per ciascuno (corvo imperiale, gazza, cornacchia nera, cornacchia grigia, taccolo eurasiatica…) sono interessanti soprattutto per i tratti ricorrenti che accomunano le diverse specie e mostrano come i corvidi siano una famiglia con strategie di sopravvivenza molto simili e con un’intelligenza marcatissima in tutti i suoi esemplari.
Conclusa questa galleria di ritratti è facile dedurre che questi uccelli debbano la loro cattiva fama al loro aspetto (il colore nero, a seconda delle culture, è portatrice di diversi valori simbolici) e della loro alimentazione (si nutrono anche di carogne) che li rende spazzini della natura e che faceva sì che li si incontrasse in situazioni come i campi di battaglia, i cimiteri, i patiboli delle esecuzioni… tutti luoghi impregnati di morte.
Per questo i corvidi sono diventati nel tempo simbolo di morte e sventura in quelle culture dov’è il nero è associato alla morte. Tuttavia la loro figura è ambivalente, perché in altre culture questi uccelli sono considerati sacri e legati all’origine del mondo.
Aneddoti storici ed episodi mitologici si intrecciano creando un ideale storia dei corvi attraverso i racconti e la vita del mondo antico.
Coronide fu trasformata in un corvo per sfuggire a Poseidone che si era innamorato di lei.
I corvi erano utilizzati nell’antica Roma per predire il futuro durante gli auspici.
I corvi sono cari alla mitologia norrena e sempre presenti sulle spalle di Odino, grazie alla loro capacità di ricordare il passato e predire il futuro, mentre non sono così ben considerati nella Bibbia dove, all’interno dell’episodio di Noè, viene preferita la colomba, uccello bianco.
I corvi, poi, intrecciarono la loro storia a quella delle streghe e furono perseguitati quasi quanto le donne che venivano accusate di questo crimine, tanto che ancora oggi animano l’immaginario stregonesco.
Di seguito a questa sezione storica, la narrazione riprende il filo scientifico e approfondisce alcuni degli aspetti più affascinanti del comportamento di questi uccelli.
Vivono spesso in gruppo, comunicano tra di loro con gamme vastissime di vocalizzi (non a caso sono dentro la famiglia degli uccelli canori), giocano, sanno riconoscersi allo specchio, utilizzano strumenti per compiere azioni, sfruttano la dimensione comunitaria per difendersi ma anche per stare insieme e per apprendere. Seguono la prole in modo indefesso per anni, creando clan di mutuo aiuto, riconoscono i volti delle persone e sanno comunicare al loro gruppo di chi fidarsi, si fanno dei regali a vicenda e hanno bisogno di contatto…
«Il fatto che i membri della stessa cerchia di parentela aiutino ad allevare la nidiata è un fenomeno estremamente raro nel mondo degli uccelli e dimostra la grande competenza sociale dei corvidi» p.76
Data la ricorrenza di tratti comuni a tutta la famiglia è evidente che ciò che spinge l’autrice stessa a dedicarsi a questi uccelli è proprio il fascino che si suscitano non appena hanno la possibilità di entrare in relazione con gli esseri umani.
Il loro saper essere empatici, il loro saper leggere gli umani, la loro capacità di comunicare intraspecie sono tutte caratteristiche che affascinano da sempre gli esseri umani.
Se chiedete in giro non mancheranno tra le vostre conoscenze persone che abbiano avuto cornacchie domestiche o che conoscano corvi che vengono regolarmente a richiedere cibo alla finestra o ancora taccole capaci di riprodurre il fischiettare di qualcuno a cui si sono affezionati.
Questa passione personale dell’autrice si rivela anche in ritratti molto belli di questi uccelli: la Teckentrup riesce a restituire il loro sguardo curioso e interlocutorio, le pose del capo che si concentra nella comprensione di ciò che guardano, le posizioni che assumono quando comunicano e anche quelle espressioni perse che hanno quando sono persi chissà in quali pensieri.
Chiude il volume una ricca antologia (50 pagine!) di brani tratti da fiabe, poesie, racconti soprattutto incentrati sulla cultura tedesca, ma che non disdegnano puntate nel mondo: da Esopo ai fratelli Grimm, da Edgar Allan Poe a Friedrich Nietzsche, da Nadja Küchenmeister a Li Tai-pe.
Un bel volume, ben scritto e ben raccontato che non potrà non farvi incuriosire di questi uccelli così alteri eppure così simili a noi.
Raccontare il rapporto fra una ragazzina, preadolescente, e sua madre può essere complicato e diventare lo sfondo di un dramma generazionale, fatto di reciproche incomprensioni, silenzi, litigate. Il romanzo ‘Una mamma svitata’, dell’islandese Gunnar Helgason, pubblicato da Uovonero con la traduzione a cura di Silvia Cosimini, prende tutta un’altra direzione, fra l’ironico e il comico.
La protagonista è Stella, una quasi tredicenne alle prese con una madre dai comportamenti un po’ sopra le righe: tutti sanno come i ragazzi e le ragazze si vergognino dei propri genitori anche quando sono assolutamente sobri e qui, la mamma di Stella, riesce a essere decisamente appariscente.
È una cantante lirica, che si prepara ogni giorno per la sua partecipazione alla Carmen, cantando a squarciagola, ma non è questo a far imbestialire Stella: il punto di svolta nel loro rapporto arriva quando la mamma dichiara ai quattro venti, con grande orgoglio, che la ragazzina ha avuto la sua prima mestruazione. L’affronto è intollerabile e Stella decide di trasformare sua madre, con ogni mezzo, in una persona normale.
I suoi stratagemmi sono destinati al fallimento, né i suoi fratelli Siggi, il più piccolo, e il sedicenne Palli sembrano aver voglia di seguirla nell’impresa; intanto, anche le sue amiche sembrano abbandonarla. Guðbjörg, Fatima e Judita sembrano volerla ignorare, soprattutto dopo l’esibizione della madre all’interno di un centro commerciale.
I giorni passano e si avvicina la data del compleanno: ci sono momenti in cui Stella apprezza la madre e altri in cui non vorrebbe nemmeno conoscerla; il timore più grande è di passare il compleanno da sola, senza il regalo della rigida nonna snob. Unica certezza, l’amicizia con Bær, un coetaneo che si muove in carrozzella.
Si susseguono situazioni esilaranti, con la mamma scatenata che decide di costruire la sua vasca idromassaggio in giardino, condiviso con Hannes, puntiglioso e attaccabrighe. Non contenta della vasca, la mamma decide di costruire una casa sull’albero che presto diventa, per mancanza di materiali, un sedile di automobile montato sui rami di un albero.
Stella è sempre più divisa fra l’ammirazione e la vergogna per le imprese materne; ma il colmo arriva quando la mamma si spoglia a tavola per costringere Palli a indossare una maglietta.
Tutto sembra perduto, ma il finale è pieno di sorprese, che non posso proprio svelare.
Il romanzo di Helgason, che ha ricevuto nel 2015, anno della sua pubblicazione , l’Icelandic Literature Prize, centra alcune questioni importanti: intanto il desiderio di ‘normalità’, espresso dai ragazzini e ragazzine nei confronti dei genitori; il desiderio di non essere giudicati ‘strani’ dai pari, di assimilarsi ai loro codici di comportamento. Poi, l’ambivalenza dei sentimenti nei confronti degli adulti, ammirazione, sconcerto, rabbia, come se convivessero, nella testa dei preadolescenti, il bambino e l’adolescente, il bisogno di appartenenza a un gruppo e il retaggio dell’infanzia. E, naturalmente, il tema delle diversità, che possono essere fisiche o comportamentali: la ‘evve’ di Palli, l’esuberanza della madre, le bizze del vicino Hannes, la diversa abilità di Bær; anche Stella è a suo modo speciale e il lettore e la lettrice attenti possono farsene un’idea man mano che il romanzo procede.
Non ultimo, mi sembra salutare, per gli adulti di scarsa memoria, far emergere lo sguardo impietoso dei più giovani nei confronti di genitori e parenti, uno sguardo che non fa sconti su debolezze, vezzi, difetti.
In questa storia spumeggiante, divertente, senza un pizzico di cattiveria si possono ritrovare in tanti e tante, dai dodici anni in poi; consiglio caldamente la lettura a chi prende la vita familiare con rabbia, perché trovi fra queste pagine il senso di un sorriso.
Torna a parlarci e a raccontarci, Sasha, il protagonista di Una piccola cosa senza importanza, di Catherine Fradier; qui la mia recensione: https://storiegirandole.it/lo-sguardo-di-sacha/.
Sasha è un ragazzino neurodivergente che la madre, la dott.ssa Sourieau, ha ritirato da scuola dopo un grave episodio di bullismo; il ragazzo la segue nelle sue missioni. Infatti la donna non è <<un medico comune, che visita con lo stetoscopio e fornisce ricette…la dott.ssa Sourieau è un medio speciale. È un medico umanitario in un’organizzazione non governativa che permette ai bambini di recuperare una vita normale…>>. Così ci racconta Sacha.
Il suo sguardo di-verso serve all’autrice per raccontare gli orrori del mondo; se nel primo romanzo lo sguardo di Sasha si era posato sui bambini soldato e gli stupri di guerra, in Dacca Toxic, tradotto da
Ilaria Piperno e Sante Bandirali e pubblicato da Uovonero, lo scenario è quello delle condizioni di lavoro degli operai tessili nelle concerie a Dacca, capitale del Bangladesh.
Fradier scrive un romanzo di denuncia spietato, narrato dallo sguardo atterrito e sgomento eppure straniante – perché “non empatico” – di Sasha; un romanzo-pugno nello stomaco che descrive un Paese schiacciato dalla povertà, dalla corruzione e dalla sistematica violazione dei diritti umani in cui l’individuo non ha alcun valore. Eppure lo sguardo di Sasha, che registra impietoso tutto e racconta l’orrore, è uno sguardo capace di vedere anche la bellezza e crea un ponte verso la speranza. Speranza rappresentata dall’amicizia con Sultana, una ragazzina orfana, sfigurata dall’acido delle concerie nelle quali lavora e con la quale Sasha instaura un rapporto, non immediatamente facile, ma sincero e puro. Anche con Dili, il fratello di Sultana, Sasha instaura un’amicizia ma non immediatamente. Dili è aggressivo perché arrabbiato e protettivo con la sorella; Sasha non riesce a entrarci in relazione. Ma come in Una piccola cosa senza importanza, anche qui sarà la necessità di risolvere una questione a far legare i due e trascinerà il nostro “ragazzo bizzarro” in una convulsa e caotica avventura che lo metterà, insieme al lettore, di fronte agli orrori dei macelli e delle fabbriche in cui bambini vengono sfruttati.
Questa è una storia raccontata da me ovvero Lilo. Sono un cane, un incrocio di pastore tedesco.
Diciamo che sono nero con la faccia dorata per non dire beige, anzi facciamo miele. Non sono molto bello ve lo dico subito...ho le zampe davvero corte e proprio non mi piacciono! Il muso ancora si ma il corpo...no no no! Non posso farmi vedere dalla bella Adele!
Ho dei padroni ovviamente...Ava ed Héctor che sono magnifici e sono i nonni della piccola Emi, di 15 anni.
Mi divertivo moltissimo con lei da cucciolo, mi faceva davvero tante coccole ma ultimamente mi trascura...per quella cosa che tiene sempre in mano...ah sì il cellulare.
La nonna spesso glielo toglie perché vada in giardino o al parco a divertirsi e lei si arrabbia terribilmente!
Io invece adoro andare al parco... lì incontro quelli che poi sono i miei amici dai anche se di Lio per esempio, ero geloso ed invidioso all'inizio...lui è un vero pastore tedesco! Più alto, più bello, più intelligente...più tutto insomma!
Poi c'è Armando...ecco di lui non sono tanto geloso perché sbava in continuazione.
Ma un giorno a questo quadretto si aggiunge un altro cane bruttino e, con quella che sembra rogna ma super intelligente a quanto pare, Olivertwist.
Ma poi al parco, ogni tanto meglio ogni mai, vi è anche un altra ragazzina che sembra avere l'età di Emi, anche lei sempre al cellulare.
Sanno entrambe di lievito e limone stantio...scusate non siete cani, non potete capire...intendo che entrambe sono tristi o arrabbiate.
Emi piange davvero spesso, io vorrei consolarla ma non apre la porta nemmeno a me se gratto.
Piange leggendo dei messaggi lo so...ma chi li manda? E cosa dicono per farla stare così male?
E se fosse quell'altra ragazzina a mandarli?
Occorre un piano... Olivertwist sicuramente saprà cosa fare!
Ok devo imparare una poesia, dirla alla gatta Berenice che a quanto pare è della ragazzina, chiederle di aiutarmi a sapere che messaggi manda alla mia padroncina.
Per farlo però devo sgattaiolare via ed entrare nella casa abbandonata che però non è abbandonata...insomma sarà tosta!
E nel frattempo... Olivertwist rischia la vita e Ava lo prende in casa, poi è lei a stare male, poi il mio amico mi abbandona...insomma una tristezza e rabbia infinite anche per me!!!
Chissà se riuscirò alla fine a combinare qualcosa...e ad avvicinarmi a Kai, si...si chiama così l'altra ragazzina.
E se scoprissi che anche lei soffre? Che i messaggi che manda sono dettati da qualcosa che non riesce ad esprimere diversamente?
E alla fine...di nuovo a casa.
Un racconto davvero bello ed emozionante, che insegna tanto ai bambini che vorranno avventurarsi tra le sue pagine, soprattutto nell'età ove il cellulare ed in generale la tecnologia sembrano limitare di molto, troppo, le relazioni umane.
Un cagnolino dolce che non si accetta, non si piace e che dovrà scoprire come in realtà essere diversi sia un dono che ci rende unici.
Due ragazzine che dovranno capire come tornare a relazionarsi al mondo esterno con le parole dette guardandosi negli occhi.
Un'età difficile ove bisogna accrescere consapevolezza per il futuro, fare delle scelte da adulti, senza ancora esserlo del tutto....a volte, tante volte, senza voler chiedere aiuto a genitori, nonni, zii, amici.
Uno stile narrativo coinvolgente, adatto all'età a cui è predestinato senza per questo essere semplice o banale.
Un libro che è anche divertente e spassoso, ma è soprattutto profondo e ricco di tematiche attualissime.
Incantevoli illustrazioni dalle pennellate dolci intervalleranno di tanto in tanto le pagine.
Un uso del colore delicato e non marcato le renderà ancora più eteree.
Non vi resta che donare questo testo a chi ne avrà più bisogno.
Perché ricordate...C'è gente che c'è senza esserci.
COSA NE PENSA GRETA?
Quando la mamma mi ha mostrato questo libro, la copertina mi ha subito conquistata anche se mi sono detta...non sono troppe pagine per me?
Ed invece, quando la storia è bella, niente è troppo e, capitolo dopo capitolo, con mamma ho scoperto una storia bellissima che mi ha fatto fare tante domande, mi ha fatto ridere ma mi ha fatto anche sentirmi triste ogni tanto.
Per me Lilo è dolcissimo e super bello! Non c'è nulla che in lui non vada.
E leggendo di Emi e Kai sempre col cellulare in mano, mi sono resa conto che non c'è nulla di più bello che stare qui, vicino alla mia mamma, e leggere assieme.
PS: nella foto con me c'è la mia cagnolina Luna. Jack, il nostro amato Rottweiler non ha voluto mettersi in posa 😉
Come sempre per letture in famiglia, la mamma vi mette qui le mie pagine preferite.
Recensione di 30 giorni per capire i disturbi dell'apprendimento su Dire fare insegnare
Dire fare insegnare - 8 settembre 2023
Dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia: anche se conosciamo queste parole, che rientrano tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, capire e spiegare in cosa consistono non è sempre facile. Se è vero che siamo tutti diversi e nessuno è sbagliato, per comprendere davvero cosa deve affrontare ogni giorno chi deve fare i conti con questi disturbi, questi “folletti” invisibili ma fastidiosi, ragazzi e ragazze dovrebbero… provarlo in prima persona!
È questa l’idea da cui partono le autrici di 30 giorni per capire i disturbi dell’apprendimento, consigliato dai 10 anni e pubblicato da uovonero insieme ai volumi dedicati all’autismo e ai disturbi visivi e curati sempre da queste tre professioniste della comunicazione. Un libro che è in realtà una serie di challengeche, insieme ad alcune pagine di approfondimento e curiosità sul tema, è organizzato in modo da guidare per un mese nel mondo dei DSA, ma che si può usare come si vuole, da soli o in classe.
Si parte dalle basi: come funziona la scrittura e la lettura? Collegare segni, suoni e significati non è affatto scontato, e per alcune persone può essere più difficile che per altre. Questo è dovuto alla neurodiversità: le autrici sono attente a far capire che non si tratta di intelligenza o voglia di imparare, e nemmeno di una malattia. Semplicemente, il cervello funziona in modo diverso, e questo a volte porta delle difficoltà, altre volte opportunità per essere creativi.
Le sfide, accompagnate da testi e immagini divertenti, coinvolgono allora in una sperimentazione delle capacità messe alla prova davanti a testi, suoni, immagini e numeri. Un’esplorazione attiva e divertente, sempre completata da una spiegazione chiara e accurata e anche da un invito alla condivisione sui social di quanto scoperto: comprendere e diventare più empatici è infatti il primo passo per creare insieme una classe e una società più inclusive.
Recensione di Tanto amore non può morire su Interzona.news
Interzona.news - 25 agosto 2023
Lea adora il calcio, i delfini e viaggiare con la famiglia, ma soprattutto stare con Noa, la sua migliore amica. Sono inseparabili fin da piccolissime, ma quando Noa le dice con schiettezza di aver visto la sua mamma dichiarare in tv di essere in fin di vita, comincia a odiarla. E si convince che se riesce a disprezzarla più di ogni altra cosa al mondo, sua madre, malata di cancro, non morirà veramente.
La rabbia di Lea per quello che le sta accadendo inizia a intaccare ogni aspetto della sua quotidianità: smette di andare a calcio, inizia a prendere a pugni i suoi amici e a voler passare le giornate da sola, o al massimo con l’anziana vicina Alma e il suo bassotto.
Nonostante tutto, però, deve andare avanti e sarà proprio sua madre a farle capire quanto sia importante trovare la forza di reagire e di amare, anche quando le cose non vanno come dovrebbero, e il primo passo potrebbe essere proprio fare pace con Noa.
Un romanzo delicato, tradotto da Samanta K. Milton Knowles, in cui Moni Nilsson rappresenta uno dei più forti dolori che si possano provare, quello della perdita prematura della mamma, in un romanzo coinvolgente, pieno di luce e di amore per la vita.
Mike di Andrew Norriss è un perfetto esempio di come la letteratura che nasce per ragazzi, possa dare moltissimo anche agli adulti.
Se gli albi illustrati sono infatti una forma letteraria a sé che, come altre forme artistiche ed espressive, possono incontrare una varietà di pubblico ampia, la narrativa per ragazzi vive una stratificazione particolare.
La buona narrativa per ragazzi, come più volte ricorda Aidan Chambers, favorisce un’attivazione di empatia e di riconoscimento, mettendo in gioco l’universo emotivo.
Questo è fondamentale in un lettore e in un essere umano in formazione.
Ma per me è altrettanto importante veicolare alcuni libri che nascono per ragazzi anche al pubblico adulto.
ATTIVAZIONE DELL’EMPATIA, RICONOSCIMENTO, UNIVERSO EMOTIVO SONO FONDAMENTALI ANCHE PER I PASSAGGI DI VITA DELL’ETÀ ADULTA.
Ampliamo il termine formazione ed estendiamolo, forse forzatamente, oltre i confini dell’adolescenza.
Estendiamolo al territorio dell’esperienza.
Esistono così libri per ragazzi che, se letti in momenti particolari della vita di un adulto, possono portare grandi benefici:
Riconoscimento
Conforto
Apertura alla speranza
Nuove prospettive
Ammetto che, dal punto di vista consolatorio (in fondo l’arte, la letteratura, la poesia, sanno fare soprattutto questo), nulla sa essere forte come i libri per ragazzi.
MIKE DI ANDREW NORRISS ENTRA A PIENO TITOLO NEL NOVERO DI QUEI LIBRI PER RAGAZZI CHE POSSONO DARE ENORME BENEFICIO AD UN ADULTO.
La trama di Mike di Andrew Norris è abbastanza semplice, eppure non ha nulla di prevedibile.
O almeno non più di quanto possa essere prevedibile la quotidianità: Quella stessa quotidianità nella quale non siamo in grado di vedere oltre il nostro naso.
MIKE DI ANDREW NORRISS
Il protagonista di Mike…è Floyd. Un quindicenne inglese dotato di un grande talento per il tennis. Scoperto in giovane età dai genitori, costruttori di campi da tennis, da essi è stato allenato e sostenuto. Lui ha sempre avuto spirito di sacrificio, attenzione, dedizione. Il padre è stato un ottimo allenatore.
Ma un giorno, quando si stanno avvicinando i campionati in juniores e ormai il destino di Floyd è segnato (una carriera promettente come campione di tennis), il ragazzo inizia a vedere sugli spalti e poi direttamente in campo un giovane uomo con un cappotto nero e lo sguardo contrariato.
Non è un disturbatore qualunque: solo Floyd riesce a vedere Mike.
I genitori, consapevoli probabilmente di aver caricato troppo il ragazzo, lo portano dal dottor Pinner.
Il corpo subisce strappi, crampi, dolori muscolari. Anche la mente, sotto pressione, subisce degli strappi.
QUI SI NOTA GIÀ UN GRANDE ELEMENTO DI FORZA DELLA NARRAZIONE: CIÒ CHE NOI LEGGIAMO TRA LE RIGHE, CIÒ CHE CI SEMBRA PALESE, PER FLOYD NON LO È AFFATTO.
Mike è una proiezione della mente di Floyd. Una proiezione che sta cercando di portare a galla qualcosa di troppo difficile da esprimere, ma che se non espresso genera un malessere.
Eppure Floyd non riesce a “vedere”. E questo è ciò che accade a tutti, è il motivo per cui ci blocchiamo e abbiamo bisogno di aiuto.
Questo ricalca proprio un meccanismo riconoscibile ai più, ed è reso magistralmente attraverso la narrazione.
UNA DELLE TEORIE DEL DOTTOR PINNER – NE AVEVA PARECCHIE – ERA CON CHE, CON MIKE, FLOYD AVESSE IN QUALCHE MODO APERTO UNA PORTA A UNA PARTE DELLA SUA MENTE CHE LA MAGGIOR PARTE DI NOI È RARAMENTE IN GRADO DI RAGGIUNGERE.
MIKE POTEVA ESSERE NATO COME UNA SEMPLICE PROIEZIONE DI UN DESIDERIO INCONSCIO, AFFERMÒ, MA DA ALLORA ERA DIVENTATO UN MEZZO TRAMITE IL QUALE FLOYD POTEVA ACCEDERE AD ALTRE PARTI DEL SUO INCONSCIO, COMPRESA QUELLA PARTE CHE CONTIENE LA PIÙ PROFONDA CONOSCENZA INTUITIVA DI CHI SIAMO E DI COSA DOVREMMO FARE.
Nel famoso discorso di Steve Jobs, c’è un punto in cui si parla del cuore che sa dove vuole andare, dell’intuizione che mai va sottovalutata.
MIKE DI ANDREW NORRISS RIPORTA L’ATTENZIONE SU UNA PARTE PIÙ PROFONDA DI NOI CHE LÀ IN FONDO SA ESATTAMENTE COSA È GIUSTO PER NOI.
Una parte alla quale dobbiamo riunirci, che dobbiamo imparare a vedere, ad ascoltare, a capire.
Mike vuole far capire a Floyd se davvero quello che sta facendo va bene per lui. Floyd si domanda allora che ne sarà della sua vita. Ma Mike è in grado di mostrargli piccoli segnali nascosti nel profondo del suo essere che sono in grado di indicare la strada.
MIKE DI ANDREW NORRIS È UN ROMANZO CHE INDICA UNA STRADA FATTA DI RICONNESSIONE AL SÉ E DI FIDUCIA.
Fiducia nella propria intuizione, che di suo è silenziosa e che noi sovrastiamo con una miriade di parole e giudizi interiori. E poi fiducia in ciò che può accadere e che è giusto che accada.
QUANDO SI SMETTE DI FORZARE E DI LOTTARE, LE COSE VANNO ESATTAMENTE COME DEVONO ANDARE.
Mike di Andrew Norris mostra esattamente questo: che se ci si mette in ascolto, le cose vanno come devono andare.
Tra difficoltà, smarrimento, incomprensione…e infine la sorpresa nel vedere come con naturalezza tutti i fili si sono annodati nel modo giusto.
MIKE DI ANDREW NORRIS È UN ROMANZO CHE HA MOLTI PUNTI DI FORZA PER I LETTORI GIOVANI
Lo darei a partire dagli 11 anni perché è semplice, ma lo darei anche e soprattutto alle superiori, per via di quella stratificazione di cui sopra.
E’ adatto anche a lettori non forti, perché è un romanzo agile, breve, scorrevole
La presenza del tennis è insieme un gancio per chi ama lo sport (il tennis viene raccontato nei suoi aspetti psicologici con grande maestria), ma non è nemmeno così invadente da escludere il pubblico che non vuole romanzi sportivi. Ha una misura ammirevole in tutta la sua costruzione.
E’ un romanzo furbo: seguendo lo sviluppo della vicenda e la presenza di Mike, vogliamo andare avanti per capire da che parte ci porta la matassa di fili che sembrano ingarbugliati.
Mike parla di orientamento: di ciò che gli altri vogliono da noi, di ciò che noi davvero vogliamo, di come allineare questi due lati di una stessa medaglia.
E però, Mike di Andrew Norriss, è ancora più indicato per l’adulto che non sa riconnettersi alla propria intuizione.
Floyd, a un certo punto, smette di vedere Mike. E’ convinto di aver risolto il problema, ma in un momento topico, durante un torneo, Mike compare al suo fianco e gli trattiene un braccio. Floyd non muove più il braccio (un crampo? uno stiramento). Un blocco del corpo riflette un blocco della mente.
ECCO CHE UNA NARRAZIONE DI UN BLOCCO, SU UN BIVIO, SU UNA DIREZIONE DIFFICILE DA INDIVIDUARE E SOPRATTUTTO DA PRENDERE, SI FA UNIVERSALE.
Perché un altro punto fondamentale del romanzo è quello in cui Floyd, capita cosa non vuole fare, deve accettare una nuova immagine di sé stesso e, soprattutto, comunicarlo a chi gli sta intorno.
E’ o non è una difficoltà in cui è facile riconoscersi?
"E A UN CERTO PUNTO, MENTRE ERANO SEDUTI – FLOYD NON RIUSCÌ MAI A RICORDARSI QUANDO ESATTAMENTE ACCADDE – SCOPRÌ CHE QUALCOSA DENTRO DI LUI ERA CAMBIATO. ERA, DISSE IN SEGUITO AL DOTTOR PINNER, COME SE AVESSE PORTATO SULLA SCHIENA UN CARICO MOLTO PESANTE, PORTANDOLO CON SÉ PER COSÌ TANTO TEMPO DA NON ESSERE PIÙ CONSAPEVOLE DELLA SUA ESISTENZA."
Un albo poetico e coinvolgente sulla capacità di adattamento e sul saper trasformare in opportunità gli imprevisti più inattesi. Una storia in cui la natura è maestra e dove viene presentato il ruolo cruciale degli architetti nella nostra società. Il protagonista è Eugenio, un architetto pignolo, puntiglioso, quasi maniacale, di quelli che vedono la bellezza solo nel rigore del progetto. Come sarebbe bella la città se tutti i palazzi fossero dritti e ordinati come quelli che progetta lui! Un giorno, però, si ritrova davanti una “brutta” sorpresa: c’è un albero nel mezzo del salotto (squadratissimo) della casa che sta costruendo. Che fare? Tutto cambia, nella storia e nella testa di Eugenio. L’architetto e l’albero (Uovonero, € 16,00) è una suggestiva vicenda ideata da Thibaut Rassat.
Libri da leggere: quattro proposte green a misura di bambino
Repubblica - 23 agosto 2023
“Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare” diceva Andy Warhol. Oltre alla precoce consapevolezza ecologica, poco sviluppata nella seconda metà del Novecento, l’artista evocava in una frase il rapporto secolare tra arte e natura. Rapporto che, sebbene complesso, ancora affascina i bambini fin da piccolissimi.
Per questo Repubblica sceglie per i suoi lettori quattro libri per l’infanzia, di diverse case editrici, che indagano e trattano il tema del verde, delle piante, degli alberi, e di come l'essere umano vi si interfaccia.
La geometria della natura
è invece edito da uovonero L'architetto e l'albero, scritto e illustrato da Thibaut Rassat, architetto e disegnatore francese. Nei suoi libri per ragazzi Rassat intreccia Natura e urbanità, mostrando quanto queste possano vivere in sintonia. In questa storia l'architetto Eugenio, ossessionato dall'ordine e il rigore, si trova improvvisamente a dover ripensare il progetto di un palazzo quando un albero vi cade sopra. Vedendo la pianta imponente, Eugenio ha un'epifania: la vera bellezza non sta nelle linee rette, ma nella perfezione caotica della natura! La domanda sorge quindi immediata: "Il mio lavoro distrugge la natura?".
Proprio come una pianta spontanea, Eugenio si adatta alla nuova situazione costruttiva, ramificando soluzioni abitative per la comunità a partire dalle radici del grande arbusto. Il palazzo che nasce, come indicato dall'autore, è liberamente ispirato a Conical Intersect, l'opera dell'architetto americano Gordon Matta-Clark, realizzata a parigi nel 1975 e celebre per i suoi tagli agli edifici. Le parole chiave di questa storia sono accoglienza, adattamento, perfezione dell'imperfetto. Rassat ci ricorda che una progettazione rispettosa e consapevole non dolo è sempre possibile, ma anzi è spesso migliore! A completare il quadro, la sindaca e capocantiere, ruoli solitamente associati ai maschi e quindi declinati al femminile. Il libro è inoltre vincitore del Prix du livre d'architectur pour jeunesse 2020, conferito dall'Accademia francese d'architettura ed è entrato nella selezione 2020-2021 del "Premio Nénphar de l'album jeunesse"
Recensione di Di corvi e cornacchie su Mangaforever
Mangaforever.net - 22 agosto 2023
In molti pensano che corvi e cornacchie siano lo stesso animale, ma chiamato in modo diverso. Invece c’è moltissima differenza tra i due. Non molti sanno infatti che i corvidi comprendono ben 129 specie a loro volta suddivise in 23 generi diversi. Oltre a questo, questa specie di uccello ha moltissime altre curiosità da conoscere. Sin dalla notte dei tempi il legame tra questi volatili e l’uomo è stato strettissimo, tanto che nell’antica Roma i corvi erano considerati in grado di predire il futuro. Sono senza dubbio degli animali fuori dal comune, tanto che, ad esempio, hanno una voce propria e usano dei dialetti. Di corvi e cornacchie è un libro illustrato di tipo divulgativo che ci aiuta a conoscere meglio questi affascinanti animali. Scritto e illustrato da Britta Teckentrup, tradotto da Maria Carla Dallavalle e pubblicato da Uovonero nel luglio 2023.
Come avrete capito, questo libro illustrato si presenta come un vero e proprio volume divulgativo in cui l’autrice ci spiega come riconoscere dall’aspetto e dal loro richiamo le varie tipologie di corvidi. Quindi impareremo a riconoscerli sulla base dei colori dei loro piumaggi e delle uova, dei loro richiami, dei loro habitat e delle abitudini che hanno. Ma non solo, si va ben oltre il semplice trattato di ornitologia.
Infatti si approfondisce anche il rapporto che questi animali hanno avuto con l’uomo. I miti e leggende che hanno ispirato sin dai tempi antichi e di come poi siano entrati anche nel nostro immaginario moderno attraverso il cinema e la letteratura. Si parte con un accenno ai miti e leggende che vedono protagonisti i corvidi sin dall’antichità. Dove erano accompagnatori delle anime dei morti per i persiani, oracoli per gli antichi romani che prevedevano il futuro interpretando il loro volo, messaggeri di Odino nella mitologia norrena e portatori di sventura nel Medioevo. Si passa poi alle favole di Esopo, a Il corvo di Edgar Allan Poe, alle poesie più raffinate che li riguardano, fino al grande successo cinematografico di Alfred Hitchcock che li vede protagonisti in Uccelli.
Testi, illustrazioni e cura editoriale
Il testo di questo libro è perfettamente adatto allo scopo divulgativo. Dà tutta le informazioni riguardanti i corvidi in maniera precisa e puntuale. In una struttura ben costruita in modo da intrattenere ma anche istruire in maniera semplice e fruibile. Le illustrazioni realizzate da Britta Teckentrup con una tecnica mista di collage e digitale è davvero accattivante. Riesce infatti a donare grande espressività e intensità anche a delle immagini che avrebbero potuto essere realizzate anche unicamente in modo didascalico. L’uso di una palette essenziale dona alle pagine del libro delle atmosfere generalmente cupe ma molto suggestive. In definitiva, le illustrazioni mostrano ogni dettaglio in stile naturalistico lasciando molto spazio anche all’aspetto artistico.
Uovonero realizza un libro davvero ben confezionato. Non solo perché è di grande valore divulgativo, ma perché è importante anche dal punto di vista artistico. Dopo aver pubblicato i bestseller L’uovo e La penna dell’autrice tedesca, mette a segno un altro gran colpo con questo volume. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un libro che unisce il rigore scientifico all’illustrazione artistica. Non a caso è stato anche selezionato per la lista White Ravens 2022. Pregevole anche la confezione del volume con una bellissima copertina rossa su cui spicca un corvo, e un’ottima carta per valorizzare lo stile illustrativo.
Conclusione – Di corvi e cornacchie
Di corvi e cornacchie è un libro illustrato davvero prezioso sotto ogni punto di vista. Non troviamo una storia narrata, ma un racconto approfondito e appassionato di tutto ciò che riguarda questi affascinanti volatili. Il tutto è raccontato in maniera fruibile e scorrevole. Ogni pagina è impreziosita da descrizioni esaustive e illustrazioni dal gusto grafico ricercato e mani banale. L’autrice non si è limitata infatti alla mera descrizione e illustrazione di corvi e cornacchie per evidenziarne le loro caratteristiche. Ma li ha rappresentati in una forma quanto più vicina all’essenza artistica.
Le illustrazioni sono infatti meravigliose e non unicamente didascaliche, come ci si sarebbe potuto aspettare. Ovviamente ogni singola specie è rappresentata nel modo più corretto e dettagliato possibile. Ma, specie nella seconda parte del libro, l’illustrazione artistica prende maggiormente il sopravvento. Avendo l’autrice maggior libertà di rappresentare i corvidi nel modo più vicino al suo sentire. In conclusione, Di corvi e cornacchie è un libro consigliatissimo ad ogni età e interesse. Non solo agli amanti di ornitologia, ma anche a coloro che amano l’antropologia, la natura e in particolare il mondo animale. Un testo utile anche per gli adulti, in modo da approfondire la conoscenza di un animale tanto affascinante quanto strettamente legato all’essere umano.
Recensione di Di corvi e cornacchie su Prealpina.it
Prealpina.it - 17 agosto 2023
Un albo illustrato poetico e curioso che fonde arte e divulgazione per conoscere la grande famiglia dei corvi in tutte le sue sfaccettature. “Di corvi e cornacchie” (Uovonero) dell’autrice e illustratrice Britta Teckentrup è dedicato ai corvidi, famiglia di uccelli la cui esistenza si intreccia da secoli con quella dell’uomo, ma che spesso è ancora vista con diffidenza. Un libro per scoprire le differenze fisiche fra le varie specie, per riconoscere questi uccelli dall’aspetto e dal loro richiamo, ma anche per conoscere, con contenuti altrettanto precisi, leggende che hanno ispirato e come sono entrati nell’immaginario moderno attraverso cinema, letteratura e poesia.
Recensione di Tanto amore non può morire su Andersen
Andrsen - agosto 2023
Recensione di Tanto amore non può morire su Pagine con le ali
Pagine con le ali - 9 agosto 2023
La prima cosa che colpisce di questo libro è la copertina. Ci vuole coraggio a mettere una bara, se pur tutta decorata, sulla copertina di un libro per ragazzi. Non sulla copertina di una storia di paura o un giallo, ma di una storia “seria”, una storia che potrebbe benissimo essere vera. Ci viene da pensare che solo gli autori che provengono dal profondo nord, di solito, hanno la capacità e la forza di affrontare di petto gli argomenti più difficili nei libri per i ragazzi e di farlo in modo quasi spiazzante per onestà e diretta concretezza. Sicuramente è il caso di questo libro che parla di morte, di distacco, di lutto. E sicuramente è un libro uscito dalla penna di una scrittrice nordica, svedese per la precisione. Però la copertina è un progetto grafico tedesco elaborato per la sua traduzione. La copertina originale dell’edizione svedese, invece, è quasi “anonima”, e comunque molto meno impattante di questa. Interessante, però, il lavoro tedesco, come se il coraggio di cui parlavo prima, in qualche modo cominciasse (giustamente) a diffondersi.Tutto questo preambolo per dire che un libro per i ragazzi dagli 11 anni può parlare anche di morte e della morte forse più dolorosa di tutte, quella della mamma. E, se vuole rendere questo evento ancora più doloroso, può raccontare passo passo come ci si avvia, passo dopo passo, ad accompagnare la mamma verso quello che sarà il suo ultimo viaggio. Ed è di ciò che ci racconta Lea, la ragazza al centro, con il padre e il fratello, di questa storia. Una storia che non risparmia nulla al lettore, come nulla risparmia ai suoi protagonisti, a partire dal modo in cui la ragazza viene a sapere che per la sua mamma non c’è più molto tempo: a scuola tutti lo sanno, tranne lei che lo sente durante la ricreazione mentre qualcuno ne parla ad alta voce.
Il resto della sinossi si trova facilmente in rete, per esempio sul sito web dell’editore Uovonero, qui mi preme di più fare alcune considerazioni da una parte sull’opportunità di libri diretti come questo per i ragazzini della secondaria di primo grado, dall’altra sul modo in cui questa storia è raccontata.
Una delle tante caratteristiche delle letture di qualità, è quella di contenere la vita, e quindi anche quelle situazioni difficili e particolari. Temi “sensibili” come morte e lutto possono (devono) essere raccontati nei libri per ragazzi. In quelli “buoni”, quelli ispirati, quelli veri, non in quelli di mestiere, scritti ad hoc su commissione. In ogni caso, mentre da una parte non si dovrebbero fare censure riguardo a temi e tipologie, dall’altra, però, è importante conoscere di prima persona ciò che si propone per la lettura per non farsi sorprendere e trovarsi a “Leggere l’inatteso” per usare l’espressione titolo del libro di Irene Greco su questi argomenti, o per non rischiare di proporlo in momenti forse non opportuni. Le tematiche, anche le più sensibili, possono (devono) entrare nei libri per i più giovani, ciò che, eventualmente, si può fare è valutare il momento in cui proporle e prepararsi ad affrontarle insieme con loro. Del resto, delle tematiche forti e sensibili, come la morte, appunto, tutti i lettori hanno bisogno e le cercano.
A questo punto subentra il secondo punto della mia riflessione: tanto più il tema è delicato, tanto più si deve prestare attenzione al modo in cui il libro è scritto e a come la tematica è veicolata.
Moni Nilsson riesce egregiamente a tener alta la qualità del suo scrivere per i ragazzini di questa età che hanno ancora tanto bisogno di essere educati alle emozioni, anche quelle più faticose da provare.
Tanto amore non può morire è un romanzo che racconta come una cronaca gli ultimi mesi di questa mamma e della sua famiglia, al contempo, però, tocca punte di alta poesia nel costeggiare con delicata attenzione gli alti e bassi emozionali che vivono i protagonisti.
La qualità di questo romanzo sta nella totale assenza di didascalismi, moralismi o artificiosità: è una storia che si sviluppa spontaneamente nel racconto in prima persona di Lea. Storia e personaggi sanno di autentico, tanto i dialoghi, quanto le descrizioni sono sobri e composti, privi di esagerazioni fittizie. Anche nei momenti più intensi, non compare mai la retorica, né vengono trovate soluzioni narrative scontate.
I personaggi vivono questi momenti, Lea li racconta e il lettore ne fa esperienza con loro, emozionandosi, e, al contempo, potendosi sentire dentro e fuori la storia, lasciandosi, cioè, coinvolgere tantissimo, ma prendendo anche le giuste distanze permesse dalla lettura. Al contrario, poi, può permettersi anche di immergersi in essa come in uno specchio parallelo di ciò che vive, e quindi di provare senza bisogno di nasconderle o di negarle, emozioni forti come la tristezza, la rabbia e il dolore.
Quella di Lea e della sua famiglia è una storia delicata e l’intuizione narrativa di Moni Nilsson ne esalta l’intensità, evidenziandone, come in un caleidoscopio, tutte le possibili reazioni, senza emettere nessuna sentenza, senza mai esprimere giudizi. La morte fa parte della vita e nulla, se non l’onestà del racconto, permette di presentarla ai ragazzi. Quello di Moni Nilsson è un approccio laico, ma che non esclude le voci diverse di tutti coloro che gravitano intorno a questa famiglia. E’ una storia dolorosa che nulla nasconde del travaglio psicologico dei suoi protagonisti, di Lea in particolare, ma che sa mantenere pagina dopo pagina un importante equilibrio narrativo e che, alla fine, apre alla speranza, alla solidarietà, alla vicinanza, al ricordo, alla vita. Lea e la sua famiglia affrontano insieme e insieme a chi li circonda questo triste momento, consapevoli però che poi la vita, nonostante tutto, continua senza dimenticare.
Recensione di Di corvi e cornacchie su Teste fiorite
Teste Fiorite - 17 agosto 2023
Incredibile quante cose si possano imparare da un libro.
Di corvi e cornacchie di Britta Teckentrup edito da Uovonero è un libro illustrato di divulgazione bellissimo sotto diversi punti di vista: il primo, necessario, è la ricchezza e precisione dei contenuti scientifici e culturali riportati, il secondo, mai scontato ma che fa la differenza, è la bellezza estetica di questo libro che dà gioia solo a tenerlo tra le mani.
Di corvi e cornacchie è un libro che vi dirà tutto quello che volete sapere, o anche che non avreste mai immaginato di chiedere, su uno degli uccelli più presenti nei nostri parchi e sulla loro amplissima famiglia.
Corvi e cornacchie, appunto, in tutte le salse e non solo dal punto di vista naturalistico: insieme allo stupore della scoperta di quante specie di cornacchie esistono sulla Terra verrete anche avvolti da qualcosa di meno scientifico e più “umanistico” che riguarda la presenza di questi uccelli nel nostro immaginario collettivo, dalle favole di Esopo ai libri, ai film…
E scoprirete che tutte le informazioni si tengono perché se il corvo e i suoi parenti sono tanto presenti nelle narrazioni e non solo è proprio per via delle loro caratteristiche psicofisiche: la capacità di comunicare, il modo di camminare e chi più ne ha più ne metta, diciamo che la Britta Teckentrup le ha messe tutte le informazioni che si possono reperire su questi uccelli.
Inutile negare che il corvo sia un animale per molti versi perturbante o quanto meno che richiama la nostra attenzione di umani in una relazione che non può passare inosservata. Ricordo benissimo la sensazione strana di trovarmi in mezzo a tanti corvi nei parchi di Berlino e dunque mi sembra di sentire molto vicino quel sentimento che può aver spinto la Teckentrup a realizzare un libro come questo, curatissimo nei contenuti e meraviglioso nelle illustrazioni.
Britta Teckentrup è un’autrice che mi piace moltissimo, che mi sorprende sempre e che con Di corvi e cornacchie ci è riuscita ancora una volta.
Per chi è un libro come questo?
No, non credo serva essere appassionati di corvi o uccelli, credo che siano più che sufficienti un po’ di curiosità per il mondo animale e l’attrazione verso i libri belli. Come sempre davanti a libri come questo non posso fare a meno di notare quanto la sua importanza sia anche nel fare da esempio ad un metodo di lavoro, di come si possa lavorare intrecciando scienza e scrittura, curiosità e conoscenze naturalistiche e culturali, di come la bellezza possa creare un ponte eccezionale per avvicinarsi anche a testi di divulgazione.
Fin dal principio è stato chiaro che il lavoro svolto dalla casa editrice Uovonero è prezioso, qualificato e coraggioso. Prezioso perché in rete con altre realtà editoriali rende possibile, attraverso il progetto I libri di Camilla, la scoperta e condivisione del piacere della lettura andando incontro ai lettori tutti. Qualificato per l’impegno, lo studio e la costante ricerca portata avanti con passione e determinazione. Infine coraggioso perché sfida i luoghi comuni, ribalta i punti di vista e si fida soprattutto dei lettori, e di chi ancora per i più vari motivi non lo è, ma ha tutto il diritto di diventarlo. Divergente, una delle ultime sue pubblicazioni, della scrittrice canadese Victoria Grondin, spiazzerà non pochi lettori. Guillaume è il giovane protagonista: la sua è la storia di un ragazzo che cerca uno spazio, cerca di adattarsi in quello spazio che è una vita quotidiana scandita da protocolli e segni distintivi, ma quello che più di ogni cosa vuole è soprattutto uno sguardo che sia relazione, riconoscimento e accettazione per come si è. Segue pedissequamente le tabelle che regolano il suo tempo, ma non smette di guardarsi attorno, osserva, annota, scappa, si oppone.
Victoria Grondin è stata abilissima a portare tutti i lettori da una parte, quasi fossero una curva pronta ad esultare per i piccoli successi raggiunti da Guillaume, a gioirne, senza in realtà aver compreso quanto si stava compiendo. È questo un libro che racconta una storia bella, ben scritta, con delle interessanti incursioni jazzistiche (un genere musicale scelto forse non a caso), che ha trovato in Sante Bandirali le parole esatte per i lettori italiani. Solo alla fine, quando si crede di essere dalla parte giusta, ci si rende conto che la Grondin ha condotto lo sguardo del lettore verso
Lo sguardo sulla diversità
se stesso, verso l’idea malsana di disabilità, di altro da sé, che abita nella nostra testa. Quello per cui facciamo il tifo è solo il nostro riflesso, o comunque qualcosa che gli si avvicini il più possibile, generando però un mondo che il più delle volte esclude.
È stata brava la Grondin a costruire una storia che ci fa scendere dagli spalti per riconoscere una realtà che si compie ogni giorno.
di Agata Diakoviez
Recensione di Tanto amore non può morire su Tuttolibri
Tuttolibri - 5 agosto 2023
Parlare di morte ai ragazzi è materia complicata. Parlare della morte di un genitore, di quanto essa sia ingiusta e inesorabile, di quanto tolga innocenza al quotidiano è un compito ancora più difficile. Con grande bellezza e sentimento ci riesce Tanto amore non può morire di mani Nilsson, famosa scrittrice svedese. La giovane Lea non può che accettare eventi dolorosissimi e colmi di affetto che la colgono impreparata. Ma quello che scoprirà è quanto valga la pena affrontare la vita senza paura e come l’amore di chi muore continui ad accompagnarci dappertutto nel nostro andare per il mondo.
di Antonella De Simone
Recensione di Di corvi e cornacchie su La Svolta
La Svolta - 5 agosto 2023
Uccelli dal piumaggio scuro e dal verso inconfondibile, i corvi sono associati spesso al malaugurio e alla superstizione. Per gli antichi romani erano considerati animali dalle capacità profetiche e, come raccontato in questo libro, fanno parte della famiglia dei corvidi che comprende ben 129 specie a loro volta suddivise in 23 generi diversi e ognuno di loro ha una voce propria e “parla” almeno 2 dialetti.
Questo albo illustrato riesce a coniugare efficacemente divulgazione scientifica, curiosità e cultura su un tema insolito per un libro dedicato all’infanzia.
Britta Teckentrup descrive questi uccelli ingegnosi a tutto tondo, spiega come riconoscerli dall’aspetto e dal loro richiamo, ma anche quali leggende hanno ispirato e come sono entrati nel nostro immaginario moderno attraverso cinema, letteratura e poesia. Le favole di Esopo, Il corvo di Edgar Allan Poe e Uccelli di Hitchcock sono solo alcune delle opere citate.
Una lettura imperdibile per gli amanti degli animali che verranno trascinati dall’entusiasmo dell’autrice per i suoi uccelli preferiti.
Recensione di Tanto amore non può morire su Libri&cultura
Libri&cultura - 5 agosto 2023 Lea ha dieci anni quando scopre che la mamma sta per morire di cancro. Non è però la mamma a dirglielo ma la sua migliore amica Noa. Sopraffatta dalla notizia inaspettata, Lea se la prende con Noa e decide di odiarla, convinta che in questo modo la mamma non morirà. Così, oltre a rinunciare alla sua migliore amica, Noa precipita in un vortice di rabbia e dolore che la porta a lasciare il calcio, fare spesso a pugni in classe e isolarsi da tutti. Ma mentre la mamma sembra peggiorare giorno dopo giorno, la bambina finisce per sentirsi sempre più triste e sola e vorrebbe tanto riavere la sua migliore amica, salvo poi essere incapace di sciogliere il voto fatto...
"Tanto amore non può morire" è un libro per ragazzi intenso ed emozionante che tratta una tematica molto delicata come l'accettazione della malattia da parte di un bambino. Se sugli scaffali troviamo diverse proposte letterarie sull'elaborazione del lutto, risulta più raro trovare libri con protagonisti bambini che si trovano a dover vivere il complesso percorso emotivo e psicologico della malattia. Moni Nilsson decide di dar voce ad una normalissima bambina di dieci anni la cui vita viene stravolta all'improvviso. Il lettore quindi, viene trascinato nei pensieri e nelle emozioni di Noa che si trova a vivere lo straziante percorso di separazione dall'adorata mamma, incapace di accettare quello che in fondo già sa. Un percorso in cui si susseguono odio, rabbia, dolore per finire con la necessaria accettazione, sostenuta dall'amore della famiglia e dalla vicinanza degli amici. "Tanto amore non può morire" è un libro che si lascia leggere, anche se spesso si procede lentamente con un groppo alla gola. Una storia tenera ed emozionante che mi sento di consigliare a chi ha vissuto o sta vivendo situazioni simili, ma anche agli adulti per conoscere più da vicino la complessità emotiva di un bambino nella fase preadolescenziale.
Victoria Grondin immagina un mondo rovesciato, dove nascere autistici è la norma mentre i neurotipici sono considerati disabili.
Un romanzo distopico che interroga il lettore sul concetto di “normalità” e di esclusione, sul desiderio, profondamente umano, di essere compresi, di essere amati.
Guillaume è il protagonista, il paziente 009, il caso da studiare, l’estraneo, il complicato, il non omologato.
È un continuo corto circuito cognitivo quello che avviene durante la lettura di Divergente: c’è una società perfettamente organizzata e capace di rispondere alle esigenze della popolazione nata con i disturbi dello spettro autistico. E c’è Guillaume, che quelle caratteristiche non le ha, che sa di essere un peso e di tirarsi addosso gli sguardi di riprovazione, che soffre il pregiudizio, presente negli occhi e nelle parole di tutti, a partire dai suoi stessi genitori.
Il corso della sua esistenza cambia quando conosce Grace, una ragazza amante del jazz che ha molto in comune con lui, di cui si innamora perdutamente. Finalmente può specchiarsi in qualcuno che è come lui. Che vibra come lui. Almeno apparentemente.
Un romanzo narrato in prima persona, sperimentale, che si dipana in un dialogo ininterrotto tra il dentro e il fuori, tra l’io e l’altro, con alcuni colpi di scena e un finale che evidenziano il senso di straniamento, compagno fedele di tutta la lettura. Una storia in cui l’autismo è descritto in un modo nuovo, positivo e incoraggiante, e dove vengono attraversati anche altri temi, il primo amore, il tradimento, l’incontro con la musica jazz, perfetta metafora della libertà del sentire, della creatività, dell’improvvisazione.
Recensione di Dove sei, piccolo Giulio? su pinoboero.com
pinoboero.com - 16 luglio 2023
Avrei potuto inserire fra gli albi questo libro con copertina cartonata perché sia l’essenzialità delle poche parole con cui è raccontata la storia sia l’evanescenza e la disposizione delle figure ne confermerebbero l’appartenenza, in questo caso, però, ho voluto considerare “libro” la delicatissima storia di una mamma che cerca il figlio autistico che si è allontanato: ovviamente il testo non usa la parola autismo ma accenna alle caratteristiche del bambino, non evidenzia disperazione ma solo affetto che trasuda da pagine leggere nel colore ma sempre in movimento… Siamo insomma davanti a un piccolo gioiello…
Recensione di Tanto amore non può morire su pinoboero.com
pinoboero.com - 16 luglio 2023
Per quanto riguarda Tanto amore non può morire della svedese Moni Nilsson il discorso è diverso e vado subito alla domanda che mi sono posto dopo averne concluso la lettura: è giusto dare in mano all’adolescenza un romanzo tanto doloroso da farci assistere pagina dopo pagina al travaglio psicologico di Lea, dieci anni, che vive, insieme al padre e al fratello, momento per momento, la lunga agonia della madre colpita da tumore? Dopo un’iniziale perplessità ho risposto di sì non solo perché la scrittrice anche nei momenti più crudeli della definitiva separazione della madre dalla famiglia sa mantenere un equilibrio di scrittura, ma anche perché tutto il romanzo insieme al dolore apre alla speranza, alla solidarietà, all’amicizia, al ricordo… Quello di Lea è un duro percorso di crescita e di conquistata autonomia che non significa separazione dagli altri ma legame più forte nel nome di un amore famigliare che non c’è più…. Le pagine sempre essenziali di Nilsson sono riuscite a commuovermi e davvero a farmi ricordare – con Rodari – che non bisogna mai “lasciarsi spaventare dalla parola FINE”
Immaginiamo un mondo capovolto dove – come nella favolistica popolare – la stupidità sia considerata normalità e l’intelligenza una “diversità” da emarginare e caliamo tutto in un universo ipertecnologico dove ogni atto è programmato; la divergenza qui è data dal protagonista, il giovane Guillaume, la cui “normalità” risulta agli occhi di tutti “diversità” da emarginare. La canadese Victoria Grondin costruisce su base antica un romanzo modernissimo, avvincente e senza raccontare “come andrà a finire” val la pena segnalare che la “morale” contro le convenzioni, l’acquiescenza, il perbenismo vien fuori da sola, da un contesto narrativo essenziale e avvincente.
Se fossero i disabili la maggioranza? Se la normalità fosse rappresentata da quella che in questa dimensione è l'eccezione? Victoria Grondin non è certo la prima a chiederselo (ricordo il racconto di H.G. Wells, Nel paese dei ciechi, e più di recente un video che ipotizzava un mondo abitato in prevalenza da persone sorde in cui si aggirava, un'udente, incapace di comunicare), tuttavia l'idea di un mondo in cui l'autismo sia la condizione prevalente e la divergenza sia rappresentata da coloro che autistici non sono, è affascinante e incuriosisce moltissimo.
In questa realtà distopica il protagonista, Guillaume, è un Divergente, affetto dalla Sindrome di Wing: la sua mente non è come quella degli altri, non ha bisogno di logogrammi per ricordare la routine in bagno, non ha ipersensibilità particolari agli stimoli sensoriali, non ha bisogno del GPS (Guida ai Problemi e alle Soluzioni) per affrontare gli imprevisti. Guillame è ben consapevole della propria diversità, sin da bambino ha subito dolorosi confronti col fratello gemello William, il percorso diagnostico, terapeutico e tanti, inutili tentativi di cura a cui è stato sottoposto e che lo hanno traumatizzato e fatto crescere anzitempo. Sa molto bene di non poter essere come gli altri Convergenti e ha già, purtroppo, ben compreso quale sarà il suo destino. Quando a scuola arriva una nuova compagna che dimostra interesse per lui, sembra che il suo riscatto sia arrivato.
La fantascienza e il fantastico sono da sempre un modo per parlare del presente e Divergente, utilizzando le spoglie e i temi classici della narrativa per ragazzi e di formazione (la famiglia e la crescita, la musica, l’amore), parla dell’emarginazione che purtroppo accompagna quasi sempre la disabilità, fornendo un quadro asciutto e impietoso di come sia stata in passato e - in parte - tutt’ora sia, la vita di ragazzi autistici e disabili in generale.
Victoria Grondin, che conosce profondamente l'autismo, gioca a ribaltare alcuni capisaldi della storia scientifica e della diagnosi di questa condizione: così la teoria della mente e il DSM (manuale diagnostico) servono a stabilire a definire la divergenza dalla norma autistica; allo stesso modo la teoria delle Madri Frigorifero che vedeva l'origine dell’autismo in un atteggiamento poco empatico e affettuoso da parte della madre appunto, diventa il suo opposto, costringendo i genitori di Guillaume a bandirlo dalla vita familiare per cercare di guarirlo (non manca un accenno alla bufala dei vaccini*, oggi definitivamente confutata), in una ricerca ostinata e fallimentare sponsorizzata sopratutto dai medici, mossi talvolta da buone intenzioni ma incapaci di accettare il fatto che la Sindrome di Wing sia una condizione e non una malattia, e che i divergenti siano persone come tutte le altre anche se la loro mente funziona differentemente.
Con l'arrivo di Grace la struttura perde il suo carattere fantascientifico/distopico e inizia a ruotare attorno alla musica, jazz e rock sopratutto, ai nomi di dischi, a testi di canzoni in cui l'autrice trova parole ancora attuali per definire la vicenda del suo protagonista. Anche questa non è una novità (come pure la trama romantica), ma è attuata molto abilmente, rivelando una conoscenza non banale della musica di cui parla.
Guillaume è un personaggio dotato di dolcezza e rabbia, la stessa dei ragazzi disabili che s’incontrano nelle scuole e a cui non si dà quasi mai modo di esprimersi. Marginalizzati e umiliati da programmi scolastici troppo rigidi o troppo elementari e spesso da operatori non interessati a valorizzarli e a scoprire le loro qualità, destinati a occupazioni di bassa qualificazione e basso reddito (ammesso di trovare un lavoro), sono ancora considerati un peso in una società che li annichilisce. Lui, immerso in un mondo di Convergenti che eccellono in una o più discipline, produttivi e vincenti, rivendica anche il diritto di essere sé stesso senza cercare di somigliare agli altri, criticando implicitamente il sistema che vuole il disabile capace di gesti eccezionali per giustificare la propria esistenza, desideroso di superare la propria disabilità ammettendone di fatto l’inopportunità. Guillaume è disabile e non se ne vergogna, vorrebbe solo essere accettato così com'è.
Se proprio volessi trovare un difetto in questo racconto direi che nella seconda parte la pressione della società autistica si perde un po', ma è proprio l'unica piccola stonatura. Per il resto Divergente è originale (anche per il finale adulto), capace di raccontare il punto di vista di un disabile a ragazzi e adulti con intelligenza, senza pietismo ma, anzi, con disincanto e totale sincerità.
Un libro in grado di creare curiosità nei giovani e aiutare a superare gli stereotipi e la commiserazione che ancora affliggono la visione della disabilità.
Recensione di Di corvi e cornacchie su Il Rosicchialibri
28 luglio 2023 - Il rosicchialibri
“Corvi e cornacchie sono dei corvidi, una famiglia di uccelli dell’ordine dei passeriformi (Passeriformes) e del sottordine degli uccelli canori (Passeri). Già, forse stenterete a crederci, ma i corvidi in realtà sono uccelli canterini!”.
Comincia così il libro dell’artista tedesca Britta Teckentrup che, fra queste pagine splendidamente illustrate a metà fra l’arte e la divulgazione, esprime tutto il suo amore per i corvidi (tutte le 129 specie di corvidi!).
Un vero e proprio glossario dove trovare colori, piumaggi, uova, abitudini, rapporti con gli esseri umani, habitat, miti e leggende sulla famiglia si uccelli più estesa del mondo ornitologico.
Dal grande corvo imperiale fino alle piccole gazze tropicali, la prima parte del libro esplora i corvidi sparsi per il mondo, i luoghi dove vivono, i loro particolari richiami e i piumaggi che non sempre sono neri ma possono essere anche bizzarri e coloratissimi!
Poi non si può parlare di corvi senza accennare ai miti che li vedono protagonisti. Nell’antichità erano i messaggeri del dio Odino della mitologia norrena, portatori di sventura nel Medioevo, accompagnatori delle anime dei morti per i persiani e veri e propri oracoli per gli antichi romani che dal loro volo prevedevano il futuro.
Anche le fiabe, la letteratura e il cinema (attingendo dai miti) si sono spesso occupati di questi animali, in alcuni casi rendendoli delle vere e proprie star, nutrendo il loro aspetto legato al furto, alla superbia, alla morte e (di conseguenza) alla fugacità della vita.
Anche se il loro piumaggio nero li ha sempre accostati a qualcosa di oscuro, oggi sappiamo che i corvi sono animali intelligenti e genitori premurosi, si riconoscono fra di loro, sentono l’avvicinarsi dei temporali, sono in grado di usare piccoli utensili e scelgono un compagno per tutta la vita.
Per non parlare poi del rapporto con l’uomo: moltissime persone hanno aneddoti da raccontare legati ai corvidi e al rapporto intelligente che sono in grado di instaurare con noi!
Ase amate i corvi (ma anche se non li conoscete granché) non perdetevi questo straordinario libro illustrato che fa finalmente un po’ di chiarezza sulle diverse specie, sui colori dei piumaggi, gli habitat e i versi di questi animali. Tante curiosità storie, fiabe e poesie vi faranno venire voglia di approfondire la loro conoscenza.
Poi ci sono le illustrazioni che, come in un trattato di ornitologia, mettono a confronto le varie specie, pur mantenendo un’importante impronta artistica.
Recensione di Di corvi e cornacchie su Il cappuccino delle cinque
Il cappuccino delle cinque - 25 luglio 2023
La pluripremiata autrice e illustratrice Britta Teckentrup torna in libreria dal prossimo 28 luglio con ‘Di corvi e cornacchie’ (uovonero) un imponente albo illustrato ricco di poesia e curiosità. Oltre centosessanta pagine in cui arte e divulgazione si fondono, per conoscere la grande famiglia dei corvi in tutte le sue affascinanti sfaccettature. «Se dovessi scegliere, direi che il mio uccello preferito è la cornacchia […] perché posso osservarla direttamente dalla finestra di casa. […] Ora, con questo libro, desidero condividere con voi il mio entusiasmo per questi uccelli straordinari e spesso incompresi.»
Di corvi e cornacchie, la storia, le curiosità, il fascino della scoperta
Corvi, cornacchie… che differenza fa? E se vi dicessimo che i corvidi comprendono ben 129 specie a loro volta suddivise in 23 generi diversi? E che ognuno di questi uccelli ha una voce propria e “parla” almeno due dialetti? Sapevate inoltre che nell’antica Roma i corvi erano considerati in grado di predire il futuro? In un albo illustrato che unisce sapientemente divulgazione scientifica, curiosità, cultura e arte, Britta Teckentrup dedica oltre 160 pagine ai corvidi, famiglia di uccelli la cui esistenza si intreccia da secoli con quella dell’Uomo ma che spesso è ancora vista con diffidenza.
Scoprirete le differenze fisiche tra le varie specie di questi fieri e intelligentissimi uccelli, come riconoscerli dall’aspetto e dal loro richiamo, ma anche quali leggende hanno ispirato e come sono entrati nel nostro immaginario moderno attraverso cinema, letteratura e poesia. Vi stupirà leggere dell’intelligenza della cornacchia assetata nella storia di Esopo, un brivido attraverserà la vostra schiena davanti alla poesia Il corvo di Edgar Allan Poe e vi precipiterete a guardare (o a riguardare) Gli uccelli di Hitchcock dopo aver ammirato l’illustrazione di Teckentrup ispirata al film. Attraverso capitoli tematici suddivisi in paragrafi chiari e sintetici, l’autrice condensa contenuti informativi precisi dai quali non mancano mai di risuonare note di entusiasmo per i suoi uccelli preferiti.
Tra rigore scientifico e divulgazione artistica
«I richiami dei corvi e delle cornacchie, per lo piú schiamazzanti o gracchianti, e il loro canto, simile a una conversazione, possono non risultare piacevoli e melodiosi, ma questi uccelli canori […] dispongono di un vasto repertorio di vocalizzazioni che include versi mono o polisillabici che ricordano stridii, grugniti, rutti, scricchiolii, crepitii, ronzii e persino il suono limpido di uno xilofono.»
Dopo i bestseller L’uovo e La penna, con ‘Di corvi e cornacchie’ continua la pubblicazione da parte di uovonero dei raffinati volumi di divulgazione dell’autrice tedesca, che uniscono il rigore scientifico con l’illustrazione artistica. Attraverso una tecnica mista di collage e digitale, Teckentrup dà vita a pagine di grande espressività e intensità che trasmettono, grazie alla raffinatezza del tratto e a una palette pulita ed essenziale, atmosfere suggestive e sospese nel tempo, nelle quali sembra quasi di sentire i richiami dei corvi descritti nelle didascalie. Un volume prezioso e ricco di contenuti che si rivela adatto a tutti i tipi di lettore: dal naturalista all’appassionato di illustrazione, da chi legge i libri tutti d’un fiato a chi ama assaporarne un capitolo al giorno.
Il libro è stato selezionato per la lista White Ravens 2022.«Le complesse e sfaccettate illustrazioni di Teckentrup da un lato mirano a catturare ogni dettaglio in pieno stile naturalistico, e dall’altro, con i loro forti contrasti, evocano una magia e una poesia tutta loro. Questo è un libro che invita il lettore a perdersi tra le sue pagine, è preciso nelle informazioni e ben costruito, e lascia finalmente anche a corvi e cornacchie la loro occasione di risplendere come stelle nel cielo.» White Ravens 2022
Recensione di Di corvi e cornacchie su Interzona news
Interzona news - 26 luglio 2023
Corvi, cornacchie… che differenza fa? E se vi dicessimo che i corvidi comprendono ben 129 specie a loro volta suddivise in 23 generi diversi? E che ognuno di questi uccelli ha una voce propria e “parla” almeno due dialetti? Sapevate inoltre che nell’antica Roma i corvi erano considerati in grado di predire il futuro?
In un albo illustrato, tradotto da Maria Carla Dallavalle, che unisce sapientemente divulgazione scientifica, curiosità, cultura e arte, Britta Teckentrup dedica oltre 160 pagine ai corvidi, famiglia di uccelli la cui esistenza si intreccia da secoli con quella dell’Uomo.
Vi stupirà leggere dell’intelligenza della cornacchia assetata nella storia di Esopo, un brivido attraverserà la vostra schiena davanti alla poesia “Il corvo” di Edgar Allan Poe e vi precipiterete a guardare (o a riguardare) “Gli uccelli” di Hitchcock dopo aver ammirato l’illustrazione di Teckentrup ispirata al film.
Attraverso una tecnica mista di collage e digitale, Teckentrup dà vita a pagine di grande espressività e intensità che trasmettono, grazie alla raffinatezza del tratto e a una palette pulita ed essenziale, atmosfere suggestive e sospese nel tempo, nelle quali sembra quasi di sentire i richiami dei corvi descritti nelle didascalie.
Nella letteratura indicata per l’infanzia e per l’adolescenza spesso le storie iniziano con la morte di uno, o entrambi, i genitori. Da un lato cesura di un vincolo necessario affinché il percorso di crescita, sradicamento e trasformazione avvenga. Dall’altro varco fisico e simbolico attraverso cui passare per una presa di coscienza della caducità della vita. A volte semplice artificio narrativo. Una scelta che ha differenti significati e sfumature non riassumibili in questa breve recensione. Un elemento interessante è come la morte di un familiare, ancora di più se un genitore, apra alla scoperta del passato.
Mio fratello è un custode non è sicuramente quello che potremmo definire un libro sulla morte. Sicuramente si tratta di un romanzo che mischia sapientemente mistero, azione, ironia, scorci di vita quotidiana. Così come è altrettanto sicuro che ben racconta i lasciti familiari rimanendo, e questo è per me un pregio, nella letteratura di genere. Perché fa vivere, nonostante la cornice quasi irreale, tanto il piacere di far parte di una storia familiare più lunga di noi quanto il peso che questo comporta.
Alla morte del padre la famiglia Mars, composta ora da madre e i due figli Auguste, quattordici anni, e Césarine, più piccola, decide di trasferirsi nella meravigliosa tenuta dei nonni.
Al dolore si unisce la paura del cambiamento. Forse, soprattutto Auguste, più che altro spaventati dal cambiamento.
Effettivamente l’ingresso a scuola non è dei migliori e il ragazzino viene subito preso di mira dai soliti bulli letterari. Auguste però si sa difendere molto bene, ha studiato ju jitsu, per cui quello che lo lascia pensieroso è altro. E’ come se ci fosse qualcosa, un mistero, non chiaro che alcuni suoi compagni conoscono e lui no. Con l’unico problema che lui è l’oggetto di tutto questo.
Bastano poche, pochissime, pagine perché la storia raggiunga il suo primo bivio strutturale ed il varco è superato.
Ecco così che Auguste e Césarine Mars scoprono che la propria famiglia fa parte di un’associazione millenaria che, proteggendo l’accesso alle conoscenze di ogni tipo, lotta perché gli esseri umani possano rimanere liberi di fare le proprie scelte. Al contrario di un’altra setta che si pone invece come obiettivo, banale a dirsi, di manipolare e controllare quelle conoscenze e scoperte utili a dominare il mondo. I primi si chiamano Lega degli Autodafé ed i secondi La confraternita. Grazie al genere narrativo ed alla scrittura Mio fratello è un custode ci fa scontrare, e ci permette di vivere, la scoperta di un dietro le quinte familiare totalmente inaspettato. C’è un passato che potremmo non sapere dietro i nostri genitori e che, senza neanche troppe difficoltà, potremmo non scoprire mai. Tanto Auguste che Cesarine si trovano a dover continuare le tradizioni della famiglia. Ad accettarne i valori, gli obiettivi e le responsabilità. Non sembra possibile scegliere, perché la mia famiglia ha sposato la causa giusta. Ma questo è anche il pensiero dei ragazzi che fanno parte dell’altra fazione. Tutte e tutti bloccati dentro un passato che diventa futuro. La morte del padre anziché liberare richiama all’adesione di questo passato. Limitando ed obbligando in una danza serrata la possibilità di essere altro. E’ un libro che porta a vivere il lascito, il passato familiare, attraverso le scelte concitate di Auguste e Cesarine. Non sono presenti particolari momenti di riflessione esplicitata in quanto questa è lasciata all’azione che attiva nella lettrice/ore domande ed interrogativi.
Mio fratello è un custode, primo di una trilogia, si propone come un ottimo romanzo, con una scrittura ed una trama scorrevole e appassionante, capace di giocare con differenti generi di cui possiamo godere grazie alla traduzione
Recensione di Divergente su Il salotto del gatto libraio
Il Salotto del Gatto Libraio - 21 luglio 2023
Appena ho preso tra le mani questo libro, nonostante ne avessi letto la trama, tutto mi aspettavo tranne che leggere questa bellissima storia riguardante i ragazzi neurodivergenti. Con ironia e delicatezza infatti l'autrice ha scelto di parlare attraverso un protagonista e la sua famiglia, dell'autismo, un disturbo dello sviluppo neurobiologico che spesso, ingenuamente, viene trattata come una malattia.
Il protagonista di questa storia è Guillame, un ragazzo a cui è stata diagnosticata la Sindrome di Wing, e che tutti i giorni, è costretto a combattere contro l'ignoranza, l'ostilità, la diffidenza e la paura della gente. Perché sì, diciamocelo, quando qualcosa o qualcuno è diverso da noi, scatta subito quel meccanismo stupido e inutile di chiusura. Guillame ama chiacchierare del più e del meno ma soprattutto, ama parlare per metafore e questo è un altro motivo per cui spesso viene messo in disparte. Fortunatamente un incontro molto particolare, quello con Grace, una sua nuova compagna di scuola, riaccenderà quel pizzico di speranza nell'essere accettato dalla società.
Non voglio scendere in dettagli perché il libro, Divergente, è da leggere tutto d'un fiato ma Guillaume, è veramente un gran bel personaggio. Autismo, Asperger, Autòs (stesso), tante sfaccettature di una diversità. Ma perché, non siamo tutti diversi gli uni dagli altri? Chi ha detto che i diversi sono loro e non noi? Difficile e complicato entrare in questo mondo che non è solo uno ma tanti e all'interno di questi tanti mondi altri pianeti. Poco ne sappiamo dell'autismo e a ogni spiraglio una scoperta nuova, cosa pensano, come ragionano, quali i meccanismi, che guidano ossessioni,compulsioni...
Sicuramente un tema enorme, complesso che spesso viene trattato anche male ma qui l'autrice con estrema delicatezza e complicità, ci parla di quel mondo e delle difficoltà con cui i famigliari si devono scontrare ogni giorno.
Victoria Grondin infatti con il suo stile accattivante e intrigante è riuscita a tenermi incollata al suo libro per tutta la durata della lettura. E anche se si intuisce il finale, sa come tenere il lettore con il fiato sospeso, passando, con abilità, dall’azione a momenti intensi e emozionanti.
Recensione di L'architetto e l'albero su pinoboero.com
pinoboero.com - 16 luglio 2023
Geniale e controcorrente la figura dell’architetto protagonista di questo originalissimo albo: per salvare un albero che, senza sradicarsi, si è parzialmente rovesciato su un suo palazzo in costruzione, l’architetto riprogetta l’edificio con occhi nuovi, ne nasce una casa strana e contorta che segue e accompagna la vita dell’albero… c’è leggerezza nel pensiero e nei disegni che scandiscono la storia… un buon esempio di come contenuti seri (il rispetto della natura e non il suo asservimento all’urbanizzazione) possano essere veicolati a un giovane lettore.
« Non ho parole » è, spesso, il laconico commento al manifestarsi di accadimenti e comportamenti spiazzanti. Succede lo stesso con emozioni e sentimenti che, anziché allacciare vasi comunicanti, rimangono intrappolati sulla punta della lingua. Capita, però, che se non sgorgano le parole zampillino le note, a comporre le parole di musica per dirlo. Vienna, primi del Novecento. La famiglia Wittgenstein è una delle più in vista e a papà Karl, affermato quanto autoritario industriale dell’acciaio, non va giù che alcuni dei suoi otto figli si lascino ammaliare dall’arte, anziché seguire le sue orme. Soprattutto Paul: lo dicono talentoso, ma che gusto ci prova a strimpellare quell’aggeggio con i tasti bianchi e neri? La determinazione di Paul a « fare musica », nonostante l’amputazione del braccio destro durante la prima guerra mondiale, lo racconta la sua mano sinistra « attraverso » la penna felice di Sante Bandirali. Che firma, per i bambini e non solo, Per mano, illustrato dalle splendide tavole di Gloria Tundo. E pro mano la sinistra prende idealmente la destra, nella palpitante esaltazione di un riscatto e di una rivincita vitalizzanti, durante l’ovazione per l’esecuzione del Concerto per mano sinistra che Maurice Ravel ha scritto proprio per Paul Wittgenstein.
Eugenio è un tipo troppo preciso, maniacale, tira solo righe dritte, mette ogni cosa in ordine e costruisce edifici squadrati. Un giorno un colpo di vento fa cadere una grande pianta proprio in mezzo alla casa in costruzione. La sorprendente reazione del protagonista vale la pena scoprirla da soli sfogliando l'albo L'architetto e l'albero, scritto e illustrato da Thibaut Rassat.
di Severino Colombo
Storie di formazione e inaspettate amicizie
Alias - 24 giugno 2023
Finite le scuole anche le case editrici per giovani e giovanissimi si organizzano per la stagione estiva.
Per lettori e lettrici impegnati c'è Dacca toxic della francese pluripremiata Catherine Fradier. narra una nuova avventura dentro e fuori il Ricovero dove lavora la mamma di Sacha. Lei fa il medico in un'organizzazione umanitaria e gira il mondo, Sacha - che ha un disturbo dello spettro autistico - la segue nei suoi viaggi e incontra ogni volta nuovi amici.
Il volume segue il bellissimo Una piccola cosa senza importanza e si sposta dal Congo al Bangladesh. La storia è inventata ma le vicende sono vere: c'è sicuramente da qualche parte una Sultana che ha il volto sfregiato dall'acido delle concerie in cui lavora e forse ha anche un fratello che la vuole aiutare. Straziante la storia e straniato lo sguardo di una doppia differenza: quello di Sacha che racconta la vita con la sindrome di Asperger e quello di Sultana e suo fratello Dilip, lavoratori e sfruttati. Ma un'avventura che si rispetti ha comunque il lieto fine e l'amicizia trionfa, nonostante i poliziotti corrotti e un sindacato colluso.
di Lia Tagliacozzo
Le due vite di un concertista mancino
L'osservatore romano - 13 giugno 2023
Due braccia, due gambe, due occhi, due piedi, due reni. Il doppio ce lo portiamo dentro, strutturalmente presente nel corpo umano. Tutt’altro che mero doppione messo a punto in caso di necessità, cosa succede se uno dei due molla la presa?
Tratto da una storia vera, una possibile risposta a questa domanda è uno degli ul- timi libri usciti nella collana dell’editore Uovo Nero I Geodi (sassi tondeggianti apparentemente trascurabili che, se si sa come aprirli, nascondono al loro interno tesori di cristallo colorato). Nell’ambito di un progetto editoriale che presenta testi in grado di gettare uno sguardo diverso sul mondo, ecco Per mano (Crema, 2023, pagine 40, euro 16,50) di Sante Bandirali e Gloria Tundo. L’albo racconta la storia di Paul Wittgenstein (1887-1961), il pianista austriaco naturalizzato statunitense noto per le sue esibizioni con il solo braccio sinistro, avendo perso il destro dunque la Grande guerra.
Io narrante del libro è proprio la mano superstite, lei che, dopo aver smarrito il suo doppio a seguito dell’inevitabile amputazione, troverà comunque il modo di riportare il giovane alla musica: «Il mio Paul, a cui ero rimasta soltanto io, non era più nemmeno in grado di provvedere a se stesso. Ma era forte, il mio Paul, e a poco a poco cominciammo insieme a trovare il senso delle cose. Con me imparò a lavarsi. A radersi. A mangiare. A vestirsi. A tornare a poco a poco un uomo».
Conosciamo Paul bambino a Vienna nella casa in cui vive con la famiglia numerosa, ricchissima, infelice e talentuosa — ognuno dei 7 figli ha il suo talento (basti pensare a Ludwig, il futuro celebre filosofo). Anche la madre ha una grande sensibilità musicale, a differenza del padre duro e insofferente verso le velleità artistiche della prole.
È in questa casa che nasce l’amore di Paul per il pianoforte, ma è parimenti qui che questo amore rischierà di soffocare in un’infanzia molto tormentata. Il giovane protagonista ha, del resto, una caratteristica che lo mette in cattiva luce: è mancino. Siamo a fine Ottocento, all’interno di una cultura che considera ancora la sinistra la mano del diavolo, che vede nel non essere destrorso una disgrazia. E invece, sarà proprio questa la fortuna di Paul.
Musicista di talento già prima della guerra, è nel campo di prigionia in cui viene rinchiuso che Paul inizia a reimparare a suonare con una mano sola, dapprima su un pianoforte disegnato su una vecchia cassa lignea abbandonata, e poi su uno strumento sgangherato e scordato, ma comunque vero. La passione e il desiderio di esprimersi saranno tali da fargli compiere un altro grande passaggio: una volta liberato, infatti, Paul non si accontenterà di cercare di adattare al suo nuovo sé la musica scritta per due mani. Capendo che in questo modo l’assenza della mano destra si sarebbe percepita ancor di più, riuscirà a convincere alcuni dei più grandi compositori del suo tempo a ideare dei concerti su misura per lui. È l’inizio di un’incredibile carriera la cui forza risiederà proprio nel dare valore a quello che c’è, rifiutando di porre l’accento su ciò che manca. Seguendo questa strada, la musica di Paul Wittgene- stein sarà unica e perfetta.
Non che le cose siano state facili: scioccato dalla sua nuova condizione di persona con disabilità, a Paul servirà tempo, molto tempo per rimettersi in piedi. Ma la sua storia dimostra una verità incontrovertibile: è l’ambiente a creare la disabilità. Se l’ambiente si fa inclusivo, allora la disabilità da difetto di fabbrica, da mancanza, diventa una caratteristica.
Il rampollo di una delle più ricche e tragiche famiglie dell’impero asburgico è così al centro di questo albo crudo e poetico. Il doppio è anche questo: una mancanza, impossibile da dimenticare, in grado però di diventare un canto d’amore per la musica e la vita che germoglia proprio dove — a causa della frattura e della privazione — rischiavano di attecchire solo rabbia e odio.
Lea, la protagonista di ‘Tanto amore non può morire’, di Moni Nilsson, è molto arrabbiata con l’amica del cuore Noa, che le ha parlato della partecipazione di sua madre al Galà del Cancro, un evento pubblico a sostegno della ricerca. In quell’occasione la mamma di Lea ha dichiarato di essere una malata terminale.
Lea sa bene che la mamma è in una fase della malattia senza speranza, ma non accetta l’idea che realmente possa morire e meno che mai può accettare che a ricordarglielo sia proprio l’amica del cuore. Per questo decide di odiarla con tutte le sue forze, perché finché odierà Noa, la mamma non morirà.
Lea spia dalla finestra l’amica che viene in visita con la madre, a sua volta amica della mamma. Tutte le volte che le vede arrivare, va a nascondersi dalla vicina; nonostante sia la sua migliore amica, praticamente una sorella, la evita in tutti i modi, lascia la amatissima squadra di calcio, si mette continuamente nei guai.
In tanti fanno fatica a sopportarla, tranne il timido Konrad, con cui si fidanza per qualche giorno.
Tutta la vita familiare è sconvolta dalla malattia: il padre trascura il lavoro e si fa crescere una folta barba, il fratello maggiore Lucas, talvolta permette a Lea di entrare nella sua privatissima stanza, dove suona con l’amico Abbe, di cui Noa e in parte anche Lea sono segretamente innamorate.
Col passare dei giorni, la parvenza di una vita normale si dissolve e cominciano a moltiplicarsi le ‘ultime volte’: l’ultimo ballo dei genitori, l’ultimo incontro di tutta la famiglia con le amiche del cuore della mamma, nominate madrine di Lucas e Lea, a sottolineare una continuità di amore che la morte non può interrompere.
La quotidianità di madre e figlia è fatta di confessioni, di silenzi complici, di consapevolezza che man mano cresce e di molte, inevitabili lacrime. Così come cambiano nel tempo i rapporti con gli altri familiari, perché poche cose uniscono le persone più di un lutto condiviso.
La mamma di Lea affronta l’avvicinarsi della morte con immenso dolore, per tutto quello che non potrà dare ai figli, che non potrà vivere con loro e cerca di lasciare quanti più ricordi è possibile, perché su quelli si fonderà quell’amore così grande che non può finire, lei mamma squalo che protegge le due bambine delfino.
Lea è una ragazzina forte, autonoma, determinata, come se ne incontrano spesso nella letteratura nordica; è un personaggio che alterna una visione infantile del mondo, in cui ancora resiste il pensiero magico, alla consapevolezza della perdita, fino alla capacità, davvero rara, di lasciare andare.
Questo romanzo di Moni Nilsson, tradotto con grande sensibilità da Samanta K. Milton Kowles, per i tipi di Uovonero, è a suo modo un romanzo esemplare nel saper trattare con delicatezza un tema tanto drammatico e spesso stigmatizzato nella letteratura per ragazzi. I personaggi sono destinati a restare nel cuore di lettrici e lettori proprio per la loro fragilità, incoerenza, rabbia. Nello stesso tempo si parla di morte senza eufemismi, senza inganni consolatori, parlando del dolore e del lutto per quello che sono realmente.
Moni Nilsson è una scrittrice svedese che ha ricevuto numerosi premi, fra cui l’Astrid Lindgren Prize. In Italia erano già usciti dei titoli della serie di ‘Tsatsiki e Ma’’, Pubblicati da Bohem Press.
Per il tema trattato, alcuni adulti esprimeranno perplessità, nonostante la letteratura per ragazzi sia costellata di orfani e di lutti, basti pensare ai bellissimi libri di Ulf Stark. Curiosamente, il lettore e la lettrice adulti oscillano fra richiedere improbabili libri ‘consolatori’, che li aiutino ad affrontare il tema del lutto con i bambini, al rifiuto totale di sfiorare l’argomento.
Ecco, questo secondo me, è un libro necessario proprio per rompere luoghi comuni e presunti tabù, anche se, probabilmente, non è un libro per tutti. Lo consiglio caldamente a ragazze e ragazzi a partire dagli undici anni.
3 recensioni per piccoli lettori - Tanto amore non può morire
La svolta - 10 giugno 2023
Lea adora il calcio, i delfini e viaggiare con la famiglia, ma soprattutto stare con Noa, la sua migliore amica. Sono inseparabili fin da piccolissime, ma quando Noa le dice con schiettezza di aver visto la sua mamma dichiarare in tv di essere in fin di vita, comincia a odiarla. E si convince che se riesce a disprezzarla più di ogni altra cosa al mondo, sua madre, malata di cancro, non morirà veramente.
La rabbia di Lea per quello che le sta accadendo inizia a intaccare ogni aspetto della sua quotidianità: smette di andare a calcio, inizia a prendere a pugni i suoi amici e a voler passare le giornate da sola, o al massimo con l’anziana vicina Alma e il suo bassotto, che non le fa domande sui suoi sentimenti e sulle sue emozioni.
Nonostante tutto, però, deve andare avanti e sarà proprio sua madre a farle comprendere quanto sia importante trovare la forza di reagire e di amare, anche quando le cose non vanno come dovrebbero, e il primo passo potrebbe essere proprio fare pace con Noa.
Con un linguaggio diretto, istintivo e molto intimo, i sentimenti di Lea emergono in tutta la loro intensità dalle pagine scritte in prima persona, indagando tutte le varie fasi del lutto: la sofferenza, la gestione della rabbia, l’importanza dell’amicizia e della comunità nei momenti duri e della comprensione dell’altro, la voglia di essere normali e di non sentirsi compatiti.
Nella famiglia di Lea si scorgono tutti i possibili tipi di reazioni umane al dolore e all’elaborazione del lutto e Nilsson racconta ogni comportamento in maniera comprensiva e mai giudicante, usando le lenti di una ragazza che sta imparando a capire il mondo.
La morte, presentata come un elemento naturale della vita, per quanto difficile da comprendere, viene affrontata con un approccio laico e tanto spazio è riservato alle voci e all’affetto di tutti coloro che gravitano intorno alla mamma di Lea – le sue amiche più care, il marito, i figli, i vicini – rendendo il romanzo onesto, accessibile e utile per avvicinare i ragazzi alla delicata tematica del lutto.
Recensione di Tanto amore non può morire su Liberi leggendo
Liberi leggendo - 3 luglio 2023
Vivere una malattia non è mai facile specialmente quando ci sono figli e si cerca sempre di proteggerli dal dolore e dalla sofferenza. Ma la mamma di Lea sta per morire e nasconderlo non è più facile, il cancro non è più curabile, ma fino all'ultimo momento trasmette ai suoi figli tutto l'amore possibile.
Lea viene a sapere che la madre sta per morire dalla sua migliore amica Noa, sin da subito si arrabbia e la picchia, l'amicizia si inclina e comincia ad odiarla, perchè pensa che odiandola la madre non morirà.
Assurdo quella che pensa ma nella sua mente di bambina cerca di proteggersi da un dolore troppo grande da gestire per quell'età. Ha solo dieci anni e a casa sua si vive nella tristezza.
Eppure la mamma di Lea è una combattente, nei suoi momenti migliori viaggia con la sua famiglia, organizzano feste e cerca in tutti i modi di far sorridere i suoi familiari, specialmente la piccola Lea.
In queste pagine si parla di morte ma anche di vita e soprattutto di tanto amore. Quello che vive Lea e il fratello maggiore Lucas, è quello che vivono molti bambini e ragazzi che si trovano ad affrontare la malattia di un genitore e poi anche la morte. Non è facile gestire un contesto del genere, la sofferenza a volte è troppa da sopportare, ma la dolce Lea ci fa capire quanto sia importante vivere l'amore della mamma sino all'ultimo ma anche oltre, perchè Tanto amore non può morire, perchè un sentimento così grande darà la forza, a chi resta, di continuare ad andare avanti, di avere forza e di non dimenticare, ma di ricordare i momenti belli con il sorriso.
Questo è un romanzo di resilienza e di coraggio, una storia che tocca il profondo cuore di chi lo legge. Mi sono commossa sin dalle prime pagine, non è stato facile leggerlo, ma sono queste le storie che lasciano tanto dentro. Lea si è tagliata la sua lunghissima treccia per donarla a chi fa parrucche per malati oncologici. Ecco un altro argomento importante del romanzo, Donare, quanto è importante poter dare qualcosa di se per gli altri, non si può descrivere. Donare arricchisce.
Recensione di Tanto amore non può morire su Hermes Magazine
Hermes magazine - 30 giugno 2023
In libreria dal 26 maggio e in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino, Tanto amore non può morire di Moni Nilsson e tradotto da Samanta K. Milton Knowles. Con una scrittura semplice, d’impatto e venata di un quotidiano realismo, Moni Nilsson scrive un romanzo sulla vita, sull’amicizia e su quell’amore che non può morire mai. La storia di Lea aiuta ragazze e ragazzi ad avvicinarsi a uno dei temi più difficili da affrontare, la perdita prematura di un genitore, usando il linguaggio delle loro emozioni.
“Le mamme degli altri sono al lavoro. La mia è quasi sempre a casa, da quando ero in prima. Dice che il suo lavoro è guarire. E amarmi dalla mattina alla sera.”
La trama
Lea adora il calcio, i delfini e viaggiare con la famiglia, ma soprattutto stare con Noa, la sua migliore amica. Sono inseparabili fin da piccolissime, ma quando Noa le dice con schiettezza di aver visto la sua mamma dichiarare in tv di essere in fin di vita, comincia a odiarla. E si convince che se riesce a disprezzarla più di ogni altra cosa al mondo, sua madre, malata di cancro, non morirà veramente.
La rabbia di Lea per quello che le sta accadendo inizia a intaccare ogni aspetto della sua quotidianità: smette di andare a calcio, inizia a prendere a pugni i suoi amici e a voler passare le giornate da sola, o al massimo con l’anziana vicina Alma e il suo bassotto, che non le fa domande sui suoi sentimenti e sulle sue emozioni.
Nonostante tutto, però, deve andare avanti e sarà proprio sua madre a farle capire quanto sia importante trovare la forza di reagire e di amare, anche quando le cose non vanno come dovrebbero, e il primo passo potrebbe essere proprio fare pace con Noa.
Un romanzo pieno di amore per la vita
Con grande delicatezza e intuizione, Moni Nilsson rappresenta uno dei più forti dolori che si possano provare, quello della perdita prematura della mamma, in unromanzo coinvolgente, pieno di luce e di amore per la vita. Con un linguaggio diretto, istintivo e molto intimo, i sentimenti di Lea emergono in tutta la loro intensità dalle pagine scritte in prima persona, indagando temi fondanti come la sofferenza, la gestione della rabbia, l’importanza dell’amicizia e della comunità nei momenti duri e della comprensione dell’altro, la voglia di essere normali e di non sentirsi compatiti.
Quando siamo tornati a casa, la mamma si è ammalata di nuovo e ha perso tutti i suoi capelli ricci. Sulla sua testa lucida ho disegnato una razza che non è venuta benissimo, un delfino e un pesce a righe azzurre. Volevo che pensasse più al nostro viaggio che alla malattia. E anch’io. È più bello pensare alla Polinesia francese che al cancro.
La famiglia di Lea è un caleidoscopio che riflette tutti i possibili tipi di reazioni umane al dolore e all’elaborazione del lutto e Nilsson racconta ogni comportamento in maniera comprensiva e mai giudicante, usando le lenti di una ragazza che sta imparando a capire il mondo.
La morte come elemento naturale della vita
La morte, presentata come un elemento naturale della vita, per quanto difficile da comprendere, viene affrontata con un approccio laico e tanto spazio è riservato alle voci e all’affetto di tutti coloro che gravitano intorno alla mamma di Lea – le sue amiche più care, il marito, i figli, i vicini – rendendo il romanzo onesto, accessibile e utile per avvicinare i ragazzi alla delicata tematica del lutto.
“‘Posso darti una mano?’ Chiede Lucas mentre sto dipingendo la bara in soggiorno, dove stava il letto ospedaliero della mamma. ‘Sì’ rispondo. Dipingo squali, delfini e razze. Dipingo il grande castagno sulla collina nel parco […] Lucas e io dipingiamo. E dipingiamo. E ascoltiamo la sua musica preferita. Per giorni e giorni. Torniamo alla vita dipingendo. La mamma è dappertutto.”
Recensione di 30 giorni per capire su Ascoltando le figure
30 giorni per capire … è una collana di te libri acquistabili anche insieme in cofanetto che aiuta i lettori, attraverso una challenge di trenta giorni a mettersi nei panni di chi ha la difficoltà di cui parla il libro.
I tre titoli sono:
30 giorni per capire l’autismo
30 giorni per capire i disturbi visivi
30 giorni per capire i disturbi d’apprendimento
Scopriamoli insieme…
La struttura dei libri
Ogni libro è composto da:
Una breve introduzione;
24 sfide che vi metteranno alla prova in modo inaspettati;
6 approfondimenti per capire come organizzazione e gentilezza possano attenuare le difficoltà
In totale questo è un viaggio di 30 giorni per entrare nei panni degli altri capendone specificità e ricchezze.
Le sfide sono tutte diverse tra loro e pur partendo da situazioni reali non le riproducono, ma le rivisitano in modo giocoso e creativo per stimolare la riflessione.
Fai girare il criceto
Dopo ogni attività c’è la sezione “fai girare il criceto” che contiene domande stimolo per riflettere sull’attività della challenge e alla fine un piccolo test che aiuterà il lettore a capire, ed approfondire, quanto appreso in questo percorso.
Un esempio di attività per ogni libro
30 giorni per capire l’autismo
Da questo libro vi propongo il giorno 4 chiamato Antistress challenge. L’attività è strutturata così:
C’è il tutorial per creare una pallina antistress
Fai girare l criceto ci fa riflettere su cosa facciamo quando siamo sotto stress
L’apprendimento ci spiega con esempi pratici cos’è lo stimming
Alla fine di ogni attività ci sono hashtag con cui si possono condividere le attività svolte sui social in modo che anche chi svolge il libro da solo possa entrare in quello spirito comunitario che è alla base del libro
30 giorni per capire i disturbi visivi
Da questo libro ho scelto l’attività Emoji Challenge. L’attività è strutturata così:
Gioco a tempo in cui devo trovare l’intruso
Fai girare il criceto ci fa riflettere sull’esperienza focalizzandosi sulle sensazioni corporali, le difficoltà, …
Partendo dalla citazione del libro “Dov’è Wally? ”si spiega ai ragazzi cos’è il campo visivo
30 giorni per capire i disturbi dell’apprendimento
Da questo libro ho scelto l’attività Movie Challenge. L’attività è strutturata così:
Gioco in cui bisogna trovare i titoli dei film scritti con gli emoticon;
Fai girare il criceto invita a riflettere sui vantaggi e gli svantaggi di leggere per immagini;
L’approfondimento parla del linguaggio visuale
A chi lo consiglio?
Questo è un libro molto interessante se giocato insieme ad altre persone con cui condividere le riflessioni che nascono dalle esperienze.
Oltre alla challenge che si può proporre a ragazzi dai 10 anni in poi può essere un ottimo strumento per gli insegnanti che possono prendere le attività, mischiarle ed utilizzarle nel modo più utile per i ragazzi che hanno davanti. Alcune attività le ho proposte anche a bambini di 7- 8 anni per creare riflessioni che pur non entrando nella specificità del disturbo sono servite per riflettere su alcune caratteristiche umane e soprattutto sulle differenze che ci sono in tutti noi.
Anteprima di Tanto amore non può morire su Satisfaction
Satisfaction - Maggio 2023
La svedese Moni Nilsson è una di quelle narratrici che dimostra come si possano affrontare tematiche non proprio facili e riuscire a veicolarle verso un pubblico di lettrici e lettori. Un pubblico che, diciamo, ancora non ha sfiorato gli undici anni. Un pubblico che va educato ai sentimenti, anche quelli apparentemente ingestibili.
Accade per esempio in Tanto amore non può morire (pagg. 139, € 16), romanzo che esce oggi in libreria per la casa editrice Uovonero.
Tradotto da Samanta K. Milton Knowles, racconta di Lea e di sua madre, che si sta consumando a causa del cancro da cui è stata colpita. Lea, che è il personaggio principale oltre che voce narrante della storia, lo scopre quando a parlargliene è la sua migliore amica fino a quel momento. Noa – che in realtà si chiamerebbe Nora, ma da piccola aveva difficoltà a pronunciare la erre – l’ha vista in televisione, mentre presenzia al Gala del cancro, e glielo dice per trasmetterle il suo dispiacere. Ma basta questo perché Lea inizi a odiare Noa e a sfuggirla.
La odia con la stessa intensità con cui odia i dottori che non riescono a dare a sua madre «la medicina giusta». La odia come odia chiunque altro tenti di consolarla, intromettendosi fra lei e il risentimento rabbioso, irrazionale che la avvolge. La odia però con maggiore trasporto, diciamo.
In effetti perdere la madre all’età di dieci anni sarebbe una realtà durissima da affrontare per chiunque. Lea cerca di tamponare un evento così estremo cercando un gancio, un corrimano cui aggrapparsi. Lo trova nel momento in cui decide che odiare Noa è l’unico strumento per mantenere in vita la madre. Una speranza proveniente dalla più acuta delle disperazioni.
Ma attorno a questo dolore la vita continua a scorrere.
La casa di Lea è animata anche da un padre e da un fratello maggiore, Lucas. Anche loro cercano di fare fronte all’idea di dover perdere un affetto così grande, ma senza rifiutarsi al mondo anzi, mantenendosi come in osmosi con esso.
E poi, isolarsi non è possibile, nemmeno per Lea. C’è la scuola, la serata in discoteca, impegni da onorare, il sogno di andare nel mare del Sud per fare snorkeling.
Ci sono insomma momenti in cui tutto è dolore che si alternano a momenti di relativa tranquillità, dove le cose sembrano andare per il meglio. È in questi spiragli che Lea riesce a parlare in modo diretto con la madre o sentirle dire che è giusto «Non avere mai paura di dire quello che pensi. Non avere mai paura di niente». Perché «Non c’è tempo», la vita è breve e «Ci sono tantissime cose che non ho avuto il coraggio di fare e che ora non avrò il tempo di fare».
Scritto in prima persona, Tanto amore non può morire può essere definito come una educazione al sentimento della perdita, che costeggia una famosa poesia di Elizabeth Bishop. Centrato però per un pubblico che non può ancora percepire l’inevitabile finitezza delle cose. Appare inoltre come una cronaca ben calibrata, in presa diretta, dell’altalena emozionale che chiunque può provare in situazioni del genere.
La Nilsson, dalla sua, riesce inoltre a offrire personaggi che sanno di autentico, grazie al nitore dei dialoghi e a una sobrietà del racconto, due costanti che non vengono mai meno nello scorrere delle pagine. Nemmeno nei momenti in cui sarebbe più facile cadere nella retorica dei sentimenti, lasciando briglie sciolte alle soluzioni narrative più facili e retrive. Sinteticamente, potremmo dire che l’autrice in parallelo lascia molto raccontare al suo personaggio eppure ugualmente mostra.
Soprattutto, nelle pagine di questo suo romanzo riesce a costruire una storia che fa emozionare senza scegliere vie preconfezionate, rivolgendosi oltretutto ai lettori più difficili al mondo.
Accaparlante - occhio sullo scaffale - 9 maggio 2023
Hanno un effetto spiazzante le prime pagine di questo romanzo che ci presenta un mondo capovolto dove è Guillaume ad essere considerato diverso perché affetto dalla rarissima sindrome di Wing. Mentre proseguiamo la lettura, catturati dalle sue parole, ci rendiamo conto che la descrizione dei sintomi corrisponde alle caratteristiche di un qualsiasi adolescente neurotipico mentre la quasi totalità delle persone ha caratteristiche riconducibili allo spettro autistico e la realtà è a loro misura. Il ragazzino è isolato, confinato in una classe speciale, che raccoglie casi difficili su cui gli insegnanti non fanno alcun investimento. Quando incontra Grace che dice di avere la stessa sindrome, le cose sembrano cambiare. Ma in questo romanzo niente è scontato. di Annalisa Brunelli
Accaparlante - occhio sullo scaffale - 9 maggio 2023
È un cane la voce narrante di questo romanzo in cui, mentre racconta che si vergogna moltissimo delle sue zampe cortissime e che si sente molto brutto, ci mostra la sua padroncina, una bambina spaventata da strani messaggi sul cellulare, e una coppia di nonni affettuosi che si troveranno alle prese con il suo disagio e un ictus improvviso. Il cagnolino, che percepisce le difficoltà della bimba, coinvolge altri cani e dà il via ad un’indagine serrata che permetterà di scoprire il mistero.
di Annalisa Brunelli
Recensione di Il mondo è rosso su Accaparlante
Accaparlante - occhio sullo scaffale - 9 maggio 2023
Un albo illustrato che riesce nella difficile impresa di raccontare la rabbia attraverso immagini potenti e un testo profondamente poetico. Un testo che racconta cosa può provare un bambino quando la rabbia lo travolge. Non ci sono sgridate, né inviti alla calma in questo albo, tutt’altro. L’autrice suggerisce di lasciar uscire tutto quello che in quel momento ci sta travolgendo perché solo così si può andare oltre e scoprire che “adesso è uscita tutta, che gran liberazione! Sospiro di sollievo, s’è spento il mio monsone, si sente aria pulita, il mondo è rischiarato. Il mostro è ormai svanito, il drago se n’è andato”. di Annalisa Brunelli
Accaparlante - occhio sullo scaffale - 9 maggio 2023
“Quella sera qualcuno parlò di vendetta. Altri di rivincita. Altri ancora dissero che quella tragedia era stata la mia fortuna. Non fu niente di tutto questo. Fu semplicemente un atto d’amore”. È una mano che racconta, più precisamente la mano sinistra di Paul Wittgenstein, un eccellente pianista che aveva perduto la destra in guerra. Sullo sfondo delle ricche decadenti famiglie austriache e dei conflitti mondiali, l’albo ripercorre una storia di apparenti sconfitte e di rinascita. La storia vera di un uomo che seppe rialzare la testa e decise di continuare a suonare, ottenendo un enorme successo. di Annalisa Brunelli
Accaparlante - occhio sullo scaffale - 9 maggio 2023
Poche parole e illustrazioni delicate ci guidano alla ricerca di un bambino che pare perdersi fra gli alberi, nel traffico, che pare nascondersi ma non sa dove fuggire. L’immagine di Giulio replicata più e più volte nelle pagine che scorrono ce lo mostra smarrito, spaventato, insicuro. Ma non è solo, la sorella e la mamma sanno dove trovarlo per portarlo al sicuro. Un racconto per immagini che prova a trasmettere le sensazioni che prova un bambino con autismo nel suo approccio con il mondo.
Recensione di Per mano su Più in cielo che in terra
Più in cielo che in terra - 18 maggio 2023
“Tutti volevano vedere il pianista con un braccio solo”.
Questa è la storia di Paul, figlio di un ricchissimo industriale austriaco dalle rigide e limitate vedute, pronto ad osteggiare i desideri artistici del proprio figlio.
La narrazione, raccontata dalla mano sinistra del protagonista, ci trascina in un ampio lasso di tempo che parte dalla prima infanzia sino ad adultità, descrivendo la cupezza di una guerra alla quale Paul dovrà cedere un braccio, ma non certo la forza di essere, resistere e diventare.
Scritto con accortezze espressiva da Sante Bandirali, la nuova uscita di Uovonero si ispira alla vita di Paul Wittgeinstein che, nonostante l’amputazione del braccio destro, decide di continuare a suonare il proprio amato pianoforte, scrivendo riduzioni di brani per la sola mano sinistra e collaborando con famosi compositori per la realizzazione di brani ad hoc.
La storia, simbolo di resilienza, rivalsa e coraggio, porta a noi le illutrazioni di Gloria Tundo, definite da cromatismi cupi, dominati da grigi, beige, verdi e marroni, atti a rappresentare una storia emozionante, in cui il coraggio e la determinazione trascinano con sé la drammaticità di una vita ricca di ostacoli ed impedimenti.
Insomma una storia in grado di commuoverci e al medesimo tempo stimolarci a non arrenderci mai.
Intervista a Letizia Anelli su Il posto delle parole
Il posto delle parole - 23 maggio 2023
a cura di Livio Partiti
Recensione di Dove sei, piccolo Giulio? su Librimanent
Librimanent - 18 maggio 2023
"In realtà non so dove sei per davvero”.
Giulio, talvolta si perde, si nasconde.. altre volte non si sa bene come raggiungerlo, perché non è sempre facile ritrovarlo, ma sua sorella sa come fare, proprio come sua mamma.
Giovanni Colaneri riesce a descrivere in maniera semplice e allegoria la complessità emozionale dell'autismo, attraverso semplici e brevi frasi, qui accompagnate da acquerelli definiti volutamente da pochi dettagli. Illustrazioni surreali, dominate dalla vacuità di un pattern neutro, simbologie e destabilizzanti deformazioni, specchio di una realtà difficile da accettare e percepire.
Sappiamo bene come una storia possa essere raccontata in modi diversi, a seconda del personaggio che la racconta; in ‘Divergente’, firmato dalla canadese Victoria Grondin e tradotto da Sante Bandirali per i tipi di Uovonero, il punto di vista è radicalmente ribaltato rispetto alla consuetudine. Guillaume, il protagonista, è affetto da una rara sindrome neuropsichiatrica, la sindrome di Wing; già da piccolo dimostra la sua diversità rispetto al fratello gemello, esempio di perfezione, mostrando tutta la sua caoticità in un mondo prevedibile ed ordinato. Una volta cresciuto, è stato costretto, lui che usa le metafore, ha bisogno della calcolatrice per fare dei calcoli, ad indossare sette braccialetti verdi che indicano l’assenza di qualsiasi propensione verso una specifica disciplina. È un ‘divergente’, diverso da tutti gli altri che risultano ‘convergenti’ verso una determinata abilità, contraddistinta dai braccialetti rossi. È irrazionale e poco obiettivo e non ha interessi che assorbano tutta la sua attenzione, ma ama guardare negli occhi le persone e scoprire le loro storie.
La famiglia è costernata e prova tutte le possibili cure, gli accorgimenti che consentano al ragazzo di sopravvivere da divergente in un mondo di convergenti. Guillaume ci prova, anche se si sente carente; sa che nessuno crede che potrà mai fare qualcosa di significativo in futuro; l’unico segno di speranza è rappresentato dall’incontro con una ragazza, Grace, che sembra simile a lui e condivide in particolare la stessa passione per il jazz e il blues, che coltivano frequentando il negozio di vinili di Izayah. Può davvero un amore, ammesso che sia autentico, riscattare una vita da ‘disabile’?
Spero che a questo punto sia chiaro il punto di vista di Guillaume: è un soggetto divergente in una società in cui la normalità è rappresentata da soggetti con diverse forme di autismo; quello che per noi, lettrici e lettori, è normale, in questo romanzo breve diventa l’anormalità, la sindrome che va accettata e gestita, ma che rappresenta comunque uno stigma.
L’escamotage del ribaltamento di situazione consente all’autrice di metterci di fronte al nostro stesso pregiudizio, alla diffidenza che proviamo di fronte a persone che non consideriamo ‘normodotate’. E così non possiamo che immedesimarci nella solitudine del ‘diverso’, laddove, al di là delle prestazioni mentali più o meno eccezionali, siamo pronti a ghettizzare le persone autistiche senza nemmeno provare a comprendere come sia il mondo dal loro punto di vista.
Il punto di vista di una persona affetta da una delle manifestazioni dello spettro autistico l’abbiamo incontrato (e amato) ne ‘Il mistero del London Eye’, capolavoro di Siobhan Dowd: lì con Ted, indimenticabile protagonista del romanzo, abbiamo scoperto le difficoltà e le abilità di un ragazzino che non può essere considerato normodotato. Abbiamo, almeno parzialmente, imparato cosa significa dover gestire le proprie difficoltà in un mondo che non si pone nemmeno il problema di venirti incontro ed accoglierti.
In ‘Divergente’ il nostro protagonista scopre a sue spese quanto sia dura la condizione di chi non è come gli altri, al di là dell’affetto e delle buone, o presunte tali, intenzioni. Rispetto ad altri romanzi basati su questo meccanismo del ribaltamento, usato per esempio da Nicola Brunialti in ‘Saturnino’, qui non c’è proprio un finale consolatorio, quanto una fotografia nitida non solo dei pregiudizi, ma anche dell’intangibilità di un sistema sociale che i ‘diversi’, variamente declinati, li esclude.
L’autrice si è occupata a lungo di neuropsicologia e in particolare di autismo; si percepisce la competenza nel descrivere i protocolli, le terapie, le strategie comportamentali studiate per permettere alle persone autistiche, o almeno ad alcune di esse, di vivere degnamente in un mondo di normodotati.
La lettura, punteggiata da numerosi riferimenti alla musica jazz, è scorrevole e coinvolgente, ma non per questo può definirsi ‘facile’; può invitare a riflessioni più attente e consapevoli rispetto al mondo della ‘diversità’ . Consiglio caldamente la lettura a ragazze e ragazzi a partire dai tredici anni.
Intervista a Giovanni Colaneri su “Dove sei, piccolo Giulio?” a Il posto delle parole
Il posto delle parole - 15 maggio 2023
La storia emozionante del piccolo Giulio, di una sorella che lo capisce e di una mamma che riesce a vederlo. Dopo il successo di Che cos’è una sindrome?, Giovanni Colaneri torna a raccontare la diversità con un albo illustrato profondo e immediato. Dov’è finito il piccolo Giulio? È proprio qui? Si nasconde? Si è smarrito in un bosco? Dovunque sia finito, il piccolo Giulio sarà sempre ritrovato. Le difficoltà relazionali di Giulio vengono mostrate attraverso illustrazioni simboliche ed evocative di grande effetto. Giulio è piccolo, spaesato, evanescente, si perde in un’antica foresta, rimane incastrato nel traffico di macchinine giocattolo, si nasconde in una bottiglia come il messaggio di un naufrago. Fino a quando la sua strada intreccia quella di sua sorella e di sua madre; allora, come corpi celesti che intersecano per un attimo la stessa orbita, si scoprono parte del medesimo universo, sconfinato come un abbraccio. Un albo illustrato che, in un’armoniosa sintonia di frasi brevi e immagini dettagliatissime, offre uno sguardo semplice e delicato sul mondo estremamente complesso dell’autismo.
"'Non voglio ferirti Sacha, ma in certi momenti sei così... bizzarro. È chiaro che sei molto intelligente, dipende da qualcos'altro...'
'Da una neurodivergenza. Sono autistico. Un autistico di livello 1.'
'Che roba è?'
'È una forma di autismo senza deficit di intelligenza, né ritardo nel linguaggio. Significa avere difficoltà a comunicare, a comprendere i codici sociali, a decifrare le emozioni. Questa è anche la spiegazione del mio interesse e della mia tendenza ad appassionarmi esageratamente a temi molto specifici. E spiega molte altre cose...'
Di colpo mi sento esausto, resto in silenzio. E mi alzo in piedi.
'Vado a dormire, questa conversazione mi ha fatto stancare. Buona notte Sultana.'"
Sultana è una ragazzina ricoverata nel Rifugio, il campo base in cui la madre di Sacha, medico, opera. Sacha segue sua madre in tutte le sue missioni all'estero, dal giorno in cui lei ha deciso di ritirarlo da scuola perché vittima di feroci atti di bullismo.
A Parigi, madre e figlio, ci stanno ben poco: la maggior parte del tempo sono in giro per il mondo a cercare di portare aiuto dove ce ne sia bisogno.
Ora sono Dacca, capitale del Bangladesh. Megalopoli inquinata e piena di contraddizioni sociali. Quella con cui madre e figlio Sourieau entrano in contatto è lo slum di Hazaribagh, in cui c'è la più grande conceria a cielo aperto del Bangladesh, ne raccoglie al suo interno almeno novanta.
Condizioni di lavoro impensabili, inquinamento da prodotti tossici e bambini, soprattutto bambini sfruttati che ci lavorano almeno dodici ore al giorno per sette giorni la settimana. Bambini la cui pelle si brucia con gli acidi che maneggiano senza nessuna precauzione. Aria mefitica per i prodotti per la concia e per l'assoluta mancanza di una qualsiasi norma igienica della baraccopoli che è sorta intorno alle concerie.
Un inferno. Che la madre cerca di risparmiare a Sacha il quale, nel centro, fa la sua vita di sempre, con la sua tenda Quechua, in cui rintanarsi, con Sophie che ne coltiva l'istruzione e ne riempie le giornate, quando sua madre è fuori per prestare il suo aiuto sul campo.
Ma se Sacha viene prudentemente tenuto lontano da quell'orrore quotidiano, è proprio quello stesso orrore che gli si para davanti con l'arrivo di Anil prima e di Sultana poi.
Sono entrambi reduci di incidenti alla conceria, entrambi arrivano in condizioni disastrose e senza più voglia di andare avanti: Anil ha perso le gambe e Sultana è stata colpita da uno schizzo di acido sul viso, che le ha fatto perdere un occhio e le ha sfigurato la parte alta del viso.
Per scalfire il silenzio e la depressione di entrambi entra in gioco Sacha e il suo libro sulle meduse che ha il merito di 'riaccendere' Anil, che presto torna nel gruppo e lascia l'infermeria.
Mentre il silenzio e la totale apatia di questa ragazzina si interrompe, per incanto e in modo del tutto inatteso, con un sorriso e una mano che si protende verso di lui, con una richiesta precisa nei suoi confronti: basta parlare di meduse...
Questa è la storia piuttosto avventurosa di una neurotipica sfigurata dall'acido e un neurodivergente che si impegna parecchio perché lei in quella conceria non ci debba più tornare.
Le stesse ragioni che rendono anche questo secondo titolo qualcosa di molto particolare, letterariamente parlando.
Qui in modo ancora più evidente che nel primo romanzo, Catherine Fradier fotografa una realtà, anzi due, anzi tre con una lucidità che sa essere anche maledettamente dolorosa.
Lo sguardo divergente di Sacha, che continua ad avere la sua tenda rifugio, che continua a non mangiare cose marroni, è lo sguardo dominante che attraversa la storia a cui Fradier - andando dritta per la sua strada - abitua i suoi lettori.
A questa nuova prospettiva di visuale ci si conforma immediatamente, arrivando addirittura a convenire, al fianco di Sacha, che il nostro modo di ragionare da neurotipici non è sempre il migliore e il più efficace.
Il valore benefico di questo sguardo non credo di doverlo spiegare.
La seconda realtà consistente che qui viene messa in luce è la situazione dello sfruttamento del lavoro minorile e contemporaneamente le condizioni di inquinamento in cui questi piccoli schiavi si trovano costretti a vivere. Così il caso di Dacca diventa, con le sue crudezze, bandiera di molte altre tremende realtà in cui l'infanzia viene sfigurata.
Ecco, se qualcuno fosse in cerca di letteratura d'evasione, questo non è il libro adatto.
La terza realtà che Catherine Fradier mette sulla pagina, ci riguarda ancora più da vicino. Quella che all'inizio sembra essere una storia marginale, laterale rispetto alla situazione delle concerie di Hazaribagh e alla storia-guida di Sultana, irrompe nella seconda metà del libro e lasciando una forte traccia di sé.
Il fratello di Sultana, Dilip, non lavora come la sorella in una conceria, ma in un mattatoio ed è intorno a questo luogo di sangue e dolore che ruota la parte avventurosa, cui Tradier non rinuncia mai.
Nonostante la costruzione narrativa non lasci scampo al lettore che resta incollato alle pagine che corrono verso il finale, travolgendolo, ecco, nonostante questo, mentre si è lì che si corre sui risciò attraverso le strade notturne di Dacca, si attraversano incolumi fiumi di liquami e scarti chimici tossici, arriva - una mazzata alle spalle che ci atterra.
A tutti quelli che si aspettano che la letteratura sia palestra indolore in cui allenarsi alla vita, beh, sappiano che non è sempre così.
Se se ne vuole uscire incolumi, in fondo basterebbe chiudere il libro e fare altro.
Ecco, così come già mi era capitato con Safran Foer, Se niente importa, anche ora con Tradier - che peraltro proprio da Safran Foer si dice illuminata - se chiudo il libro, non riesco a fare altro.
La mia coscienza è lì che mi guarda e allora faccio voto di non voler più avere una bistecca davanti. Mai più.
Duro, crudo, impietoso (è forse l'unico modo per accendere l'attenzione di un popolo di 'distratti' e scuotere le loro coscienze?) è il racconto di una notte in quel mattatoio da parte di Sacha che ne attraversa i tremendi meccanismi di morte, guardandoli e raccontandoli con quella precisione matematica che caratterizza il suo modo di mettere in ordine i fatti.
Talmente indicibili, che è meglio scriverli in uno dei suoi tanti Moleskine.
Il Germoglio che non voleva crescere, altro albo illustrato che porta la firma di Britta Teckentrup, autrice e illustratrice tedesca, è fra le sue piccole meraviglie pubblicate da Uovonero edizioni. Riconosciuta in tutto il mondo, viene tradotta attualmente in 20 paesi e riempie parte degli scaffali di molte librerie.
A tratti “superate”, le sue storie sono per gli adulti qualcosa di troppo semplice e ovvio, ma per i bambini sono uno splendido specchio sui loro mondi interiori.
Il Germoglio che non voleva crescere, Britta Teckentrup, Uovonero edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice
La trama è semplice, un piccolo germoglio che impiega tempo e non cresce come e quando deve, tutti sono più avanti in questo grande campo, ma lui resta rintanato. Poi, all’improvviso, spunta dal terreno in cerca di uno spicchio di luce, quasi completamente divorata dalle altre piante.
Arriva in alto questo germoglio, arriva lì dove la coccinella e la formica non avrebbero mai immaginato. Tutto è incantevole e pieno di vita, fin quando si affaccia l’autunno che avvia le foglie gialle e poi rosse e poi morte; fin quando arriva l’inverno col suo vento e la sua neve che spegne quel trionfo di colori. La morte sembra avere la meglio, ma qui basta il vento a trasportare polline e altri semi, pronti per germogliare quando lo riterranno più opportuno.
Il Germoglio che non voleva crescere, estratto. Foto di Ylenia Del Giudice
Questione di tempo del germoglio
Una questione di tempo quella del germoglio, che riflette anche il nostro bisogno ma anche una capacità persa, il saper attendere.
Il Germoglio che non voleva crescere, proposto da Uovonero su una carta spessa e opaca, rimarca la linea già sottile che distingue i libri per bambini da quelli per adulti. Gli interrogativi che nascono pagina dopo pagina sono attuali: perché se non nasce insieme agli altri, allora non vuole nascere? Perché ci si innamora di chi ha un suono diverso, sembra più piccolo e indifeso? Perché l’inverno, con le sue metafore, ci fa paura?
Un albo illustrato specchio di una società che vuole tutti sullo stesso livello sempre più alto, che non sa più attendere il passo dell’altro, che ha paura della fine.
“Quando la sveglia si mette a suonare, alle 7 del mattino, esco dal letto a fatica. Cammino mezzo addormentato fino alla tabella, all’ingresso della mia stanza, dove osservo i logogrammi che indicano il programma della mia giornata. Lo faccio più per abitudine che per un reale bisogno, visto che conosco a memoria la successione degli eventi. Questo venerdì sarà come tutti gli altri. Senza sorprese.”
Guillaume si muove in un mondo ordinato, governato da regole precise, in cui tutti paiono al proprio posto. Non ci sono sfumature, metafore ma solo informazioni. C’è il bianco e c’è il nero. E se capita un problema? Basta consultare la app della GPS cioè la “guida ai problemi e alle soluzioni” e sullo schermo comparirà il protocollo adeguato.
Tutti indossano al polso sette braccialetti, uno per ogni senso: gusto, olfatto, vista, tatto, udito, propriocettivo (che permette la percezione del corpo e delle membra) e vestibolare (il senso dell’equilibrio e il rapporto con lo spazio circostante). Tutti li indossano perché, tutti, hanno delle peculiarità sensoriali. Hai il braccialetto dell’udito rosso? Significa che non sopporti i rumori improvvisi, forti. Porti il braccialetto della vista rosso? Il tuo problema sono i colori, certi colori, la luce…
Guillaume indossa sette braccialetti verdi perché lui non ha difetti sensoriali. E questo è il primo indizio, evidente e sotto gli occhi di tutti, della sua diversità.
È stato infatti subito chiaro ai suoi genitori che fosse un bambino diverso e così dopo interminabili test, questionari, giochi, domande… Kessy Grandin, la neuropsicologa che lo ha preso in cura, ha emesso il verdetto: sindrome di Wing. Un disturbo davvero molto, molto raro visto che Guillaume è il paziente 009.
Il che vuol dire che lui non sarà mai un genio dell’informatica, non avrà mai una memoria eccezionale, né un talento smisurato per i numeri, camminerà in modo sciolto, senza rigidità alcuna, parlerà per tutta la vita con un accento curioso e lo farà in modo strambo. Riuscirà a sopravvivere ma sarà sempre diverso.
E così Guillaume studia in una classe minuscola, sono solo in dodici, dodici incapaci, i divergenti. Secondo i test scolastici non hanno alcun talento particolare da sfruttare. Scaldano quindi una sedia, fintantoché non si troveranno un lavoro che preveda compiti banali, perché quelli interessanti sono per i convergenti.
E quando tutto pare scritto e immutabile, ecco che nella vita di Guillaume entra una variabile eccezionale. Ama la musica, l’improvvisazione, parla e ascolta con cura ed è grazia pura, di nome e di fatto.
Come Saramago aveva fatto in Cecità Victoria Grondin immagina un mondo in cui ciò che consideriamo “normale” diviene l’eccezione, mettendo così a nudo l’imbarazzante perbenismo, l’inautenticità con cui tendiamo a trattare le differenze. Perché vogliamo guarirle non accoglierle, incapaci di comprendere che forse bisognerebbe cambiare il mondo e non le persone.
Il libro è indicato per 10+ ma è una di quelle preziose letture da condividere, altrimenti detto: fingi di prenderlo per i più piccoli, ma in realtà lo compri per te (imperdibile la discografia alla fine!).
Recensione di Dove sei, piccolo Giulio? su Interzona news
Interzona news - 28 aprile 2023
Un albo illustrato che esplora il complesso mondo dell’autismo con uno sguardo semplice e delicato.
Dov’è andato Giulio? Si nasconde, si smarrisce in un bosco o tra tante colorate macchinine, si fa piccolo piccolo, anche più piccolo di un pesce rosso, e poi diventa il centro di un universo lontano.
Le difficoltà relazionali di Giulio vengono mostrate attraverso illustrazioni simboliche ed evocative di grande effetto. Giulio è piccolo, indifeso, spaesato, tormentato, si perde tra le macchine giocattolo, si nasconde in una bottiglia. Fino a quando sua sorella prima, e sua madre poi, riescono a entrare nel suo “universo”, come corpi celesti che intersecano, anche solo per un attimo, la sua orbita.
Alle illustrazioni dettagliate che descrivono il mondo enigmatico di Giulio fa da controcanto un testo composto da frasi brevissime che rappresentano la prospettiva di chi il bambino lo osserva da fuori e cerca uno spiraglio per avvicinarsi.
Nelle tavole dai toni pastello molto spazio è riservato al bianco, luogo delle possibilità ed elemento grafico che favorisce la riflessione: nel bianco spiccano le automobiline, i pianeti che diventano caramelle, il gelato in cui Giulio si immerge fino a scomparire, tanti oggetti della quotidianità tipici dell’infanzia che assumono qui dimensioni gigantesche e fungono da rifugio o nascondiglio.
Parlare di diversità a bambini, ragazzi e non solo
ANAPIA nazionale - 28 aprile 2023
Come spiegare la diversità ai più piccoli? Ci hanno pensato case editrici come Kite, Uovonero, Lavieri e altre con la pubblicazione di albi colorati e didascalici o con silent book che evocano, attraverso i disegni, emozioni e stati d’animo dei personaggi che ne costituiscono la storia. Sono grandi tavole impattanti per la loro creatività e per l’empatia che gli autori riescono a trasmettere sia ai più piccoli ma anche agli adulti, che possono utilizzarli per spiegare l’inclusione e la diversità non solo all’interno dei nuclei familiari, ma anche da un punto di vista sociale e didattico.
Albi per grandi e piccoli
Ad esempio, con “Dove sei, piccolo Giulio?”, edito da Uovonero Edizioni, GiovanniColaneri ci porta ad accarezzare la complessa realtà del mondo dell’autismo. Ad accarezzare perché ogni pagina, con brevi didascalie, è delicata nei colori tenui e pastello su sfondo bianco, a creare illustrazioni simboliche ed evocative, attraverso linee decise che vanno a definire i tanti oggetti e i vari personaggi. Giulio si nasconde continuamente e si perde ora in un bosco e ora tra le macchinine colorate e, a volte, per nascondersi meglio diventa piccolo piccolo per infilarsi in una bottiglia o smarrirsi nell’universo o su una mongolfiera. Ma può perdersi cento e mille volte perché sua sorella saprà sempre dove trovarlo e la sua mamma sarà sempre pronta a vederlo e a proteggerlo con un abbraccio. Vediamo, sin dalle prime tavole, che Giovanni Colaneri si avvicina al mondo dell’autismo “da un punto di vista profondamente umano ed emotivo” e ci fa capire quanto siano importanti e necessarie la comprensione, la vicinanza e l’ambiente circostante che può diventare un rifugio accogliente e confortevole.
Se avete letto La danza delle rane troverete in Gabbie aria di casa, non solo per la firma degli autori (Quarzo-Vivarelli), e non tanto nell’atmosfera, nel primo più rarefatta e nel secondo più misteriosa e dinamica, quanto nello stravolgimento di certezze assodate innescato dalle teorie dell’evoluzione di Charles Darwin.
Ebbene, in Gabbie, scritto in alta leggibilità e disponibile anche in audiolibro, siamo nel 1879 nella maestosa Torino dove all’Accademia delle Scienze, scenario di gran parte della narrazione, si accende il dibattito tra gli scienziati divisi sul conferire o meno un premio a Darwin. L’irruzione delle teorie di Darwin però, lo sappiamo, non sconvolge solo gli accademici ma anche tutto il mondo ecclesiastico e in parte civile.
Adatto dai 10/11 anni, il romanzo può rivelarsi facilmente gustoso per chi è attratto da storie a sfondo storico con sfumature di giallo-poliziesco. Scorrevole, avvincente il giusto e intrigante, presenta personaggi, trama e intreccio originali.
La coppia autorale è garanzia di qualità letteraria perché la loro scrittura è sempre curata, pulita e misurata, senza eccessi o inutili fronzoli.
Nel romanzo si entra in punta di piedi, quasi sbirciando da uno spioncino di un portone. Nella prima metà, gli autori danno forma e sostanza all’ambientazione storica e narrativa presentando i personaggi: noi lettori ci facciamo strada tra i fili rossi che, intuiamo, li collegano e iniziamo a collocarli in uno scenario storico-culturale più ampio.
Dalla seconda metà, con un doppio omicidio (quello di una scimmia rubata al circo vicino e quello di un professore dell’Accademia), il libro si tinge di mistero e indagini, intrecciando sempre più la rete di fili che si snoda tra vite, ambizioni e sogni personali, stravolgimenti e dibattiti collettivi.
Ecco dunque un libro dinamico che mette in scena molti e diversi personaggi, quasi come una pièce teatrale, tanto che non è semplice indicare un unico protagonista: forse Vittorio Bonaccorsi, il direttore dell’Accademia, uomo interamente dedito al lavoro in una fase però di grande cambiamento esistenziale? O forse Stefano, “il matto”, grande memorizzatore e osservatore di grande sensibilità, nipote del direttore, rifiutato dai genitori tanto da essere rinchiuso al Regio Manicomio? Se non fosse per Vittorio, lo zio, che deciderà di accoglierlo in Accademia per catalogare la Biblioteca… ma questo è già un pezzo di storia che mi trattengo dallo svelare. O forse Lisa, la giovane ragazza gentile e di mente aperta, che lavora nella trattoria?
La dinamicità si nutre anche di punti di vista multipli, poichè il nostro sguardo coglie punti di vista interni e variabili sui diversi personaggi ai quali sono dedicati singoli capitoli. Occorre affidarsi agli autori e darsi il tempo di costruire il mosaico di personaggi, scoprire le loro tridimensionalità, specificità ed evoluzione (niente paura: a inizio libro c’è un chiaro elenco e nei risguardi una mappa dei luoghi di Torino). Molti altri elementi, con mirabile discrezione e misura, si affacciano nelle pagine: la salute mentale nella sua dimensione sociale, il ruolo delle donne nella scienza, le dicerie e l’ignoranza, la Chiesa e il suo potere sul popolo.
Si conferma la capacità di Quarzo e Vivarelli di raccontare con una scrittura cristallina una storia frizzante e interessante dai plurimi riferimenti. Come dei piccoli deliziosi cammei, le illustrazioni di Peppo Bianchessi contribuiscono alla narrazione con lo stesso equilibrio e discrezione del testo scritto.
Dove sei, piccolo Giulio? - I libri di Rai Radio Kids
Rai Radio Kids - 11 aprile 2023
Dove sei, piccolo Giulio? scritto e illustrato da G. Colaneri, Uovonero.
Un albo illustrato sulla complessità del mondo autistico. Una armoniosa sintonia di frasi brevi e immagini dettagliate che offrono uno sguardo semplice e delicato sul complesso mondo dell'autismo.
Recensione di Dacca Toxic su Milioni di particelle
Milioni di particelle - 7 aprile 2023
La storia ha inizio in un campo dove SachaSorieau vive con sua madre che lavora come medico per l’ONG. Si trovano entrambi a Dacca, capitale del Bangladesh e Sacha si trova a studiare con Sophie e a starsene quasi sempre rintanato al rifugio perché in passato ha ricevuto minacce di bullismo dai compagni di scuola ed è stato ritirato da questa visto anche il fatto che è autistico, con la sindrome di Asperger. Quando arriva Sultana e suo fratello Dilip, però, le cose per lui cambiano ed è costretto a mettere in dubbio tutto ciò in cui crede, tentando di aiutare degli amici.
Riuscirà Sacha ad aiutare la sua amica Sultana e cosa sta tentando di fare Dilip? Li troveranno? Sua madre glielo permetterà? Cosa subirà Sacha e cosa farà per proteggere i suoi amici e le cose a cui crede? Riuscirà a scendere a compromessi con se stesso, anche se è difficile?
Non prendo in giro Nirod, a differenza degli altri ospiti, nemmeno quando guarda un libro nel senso sbagliato o lecca la fotografia di un frutto sulla carta patinata di una rivista. E il motivo per cui non rido è che io stesso sono disabile. So cosa si prova quando gli altri ridono di te perché non si è data la risposta giusta o non ci si è comportati nel modo sbagliato.
La trama è lunga e particolarmente complessa, forse l’avrei abbreviata un pochino, vista comunque la lunghezza del volume non proprio esigua. E’ comunque esplicativa e di argomenti duri per dei bambini, quindi in ogni caso consiglio la lettura a ragazzini delle medie, visto l’argomento e le cose trattate, così che comprendano anche cosa significhino certe cose che sembrano scontate
La copertina è molto leggera, si vede il fiume che divide le due zone della città, di cui una molto più malfamata dell’altra e piena di pesticidi, acidi e spazzatura e in cui la gente muore molto più di frequente. Il colore predominante è il viola, che contrasta con il giallo del primo volume (di cui non ero a conoscenza ma che sarò ben felice di recuperare, visto questo volume – che in ogni caso può essere letto in maniera a se stante dal primo). Si vedono due omini stilizzati in lontananza fra le macerie e i rifiuti illustrati come dei pacchi colorati e delle immagini allegre, cosa che allegra non è, anzi. Si vede la barca e si vede la mucca, anch’essi stilizzati che fanno parte delle componenti di rilievo della storia stessa. Il titolo è un po’ lungo, almeno per quanto riguarda il sottotitolo. Il titolo principale mette il nome della città in cui la storia è ambientato e il Toxic che sta a rappresentare sia il tossico letterale in cui versa la città e le sue componenti, pericolose per l’uomo, sia in senso politico della società e della situazione del Bangladesh, visto che vige un sistema corrotto, in cui persino i bambini sono sfruttati, e tutti sono lasciati a se stessi. Il sottotitolo si sviluppa su una base che scoprirete una volta che deciderete di addentrarvi nel volume, non vi dirò altro. Trovo sia comunque carina come scelta generale.
L’ambientazione del volume, come ho detto già più volte è Dacca, la capitale del Bangladesh, mentre l’epoca che viene sviluppata sembra essere recente, contemporanea e abbastanza moderna. Non ci sono cose particolari che ce lo evidenziano, eppure così sembra.
La musica nelle cuffie si ferma nel bel mezzo del Libera me dal Requiem di Gabriel Fauré, diretto da Laurence Equilbey. Provo piacere ad ascoltare delle requiem, che siano di Liszt, Berlioz, Dvořák, Verdi, Gounod messe da o Brahms, anche se la mia preferita rimane senza ombra di dubbio quella di Mozart. Ma non le ascolto tutti i giorni perché finiscono per rendermi malinconico. Allora mi do alle sinfonie, con una predilezione particolare per quelle di Gustav Mahler, che mi trasportano in un altro mondo dove sono di volta in volta direttore, soprano, percussionista o violinista. Sophie ha provato in tutti i modi a farmi scoprire dei suoni che piacciono ai ragazzi della mia età, ma non è successo niente. Sono rimasti dei rumori. Semplici rumori.
I personaggi di questa storia sono diversi, ma il protagonista narratore sé proprio il piccolo Sorieau, Sacha. I personaggi che si aggirano attorno a lui sono la dottoressa, ovvero sua madre che si occupa delle situazioni disagiate facendo parte delle ONG. C’è, molto importante per Sacha ma che vedremo poco, la figura di Sophie, l’insegnante che cerca di stimolarlo e aiutarlo nei momenti di maggiore difficoltà emotiva e quant’altro, e per questa storia subentrerà Sultana, una ragazza sfigurata al volto e alla vista per il lavoro con gli acidi all’interno delle strutture lavorative inadeguate, e suo fratello Dilip, robusto e forte che tenta di proteggere a tutti i costi sua sorella. Ma il personaggio principale è proprio Sacha, che si lascia amare con poco e del quale vi parlo subito:
Sacha è un ragazzino è intelligente, vivace e molto spigliato, conosce tantissime specie animali e sa intere tavole di numeri primi a memoria ma non riesce a comprendere l’ironia e fa difficoltà a scendere a compromessi davanti alle cose: non mangia cose troppo scure, si mette solo cose pulite e tanto tanto altro. Sacha è questo e tanto altro ma tutte le sue difficoltà o i suoi modi bizzarri di porsi con gli altri nascono dal fatto che ha uno spettro autistico. Nonostante questo, è un ragazzino in gamba, non si lascia sopraffare troppo dalle cose seppur non gli piaccia l’improvvisazione ed è molto arguto, ha sempre la risposta pronta ed è un personaggio che vi sorprenderà.
Scoppio a ridere ma smetto subito, Dilip non ride affatto. Spero di non averlo infastidito. Spesso offendo le persone perché dico le cose in modo diretto, esattamente come le penso. Mia madre sostiene che ho lo stesso tatto di un martello. Ma Dilip è arrabbiato per un altro motivo.
Il perno centrale del volume si concentra sulla vita a Dacca e sulle difficoltà che si hanno al suo interno sia come stile di vita che come tipo di società, oltre alla trama principale che si sviluppa su Sacha che tenta di aiutare un suo amico in difficoltà. E’ una storia che denuncia la mafia, la corruzione, il lavoro minorile, il lavoro in situazioni precarie, la stabilità economica, la povertà di un paese e come questo viene mantenuto, in cattività con persone che muoiono ai bordi della strada per l’aria che respirano e per i liquidi che ingeriscono. Un libro che non è solo un volume per ragazzi, ma è molto di più.
Lo stile utilizzato per questa storia è molto candido, fluido e piacevole. Il tutto sia per una questione di font di stampa che garantisce una lettura anche ai più piccoli, sia per il personaggio di Sacha che ci esprime in prima persone ciò che vede, ciò che si esprime e ci mostra come cambia, matura e si evolve. Una storia breve ma completamente intensa specialmente dal punto di vista emotivo e di ciò che si vive e vede all’interno di questa storia. Ve ne parlo:
Come vi dicevo prima, la storia è una denuncia di quanto accade in Bangladesh, in particolare a Dacca ma questo non è detto che non possa accadere anche in tante altre città. Infatti la storia tocca diverse tematiche: i rifiuti e la spazzatura con gli acidi e quindi l’inquinamento, il lavoro minorile, lo sfruttamento e la paga misera per i lavoratori medi, orari di lavoro indecenti e condizioni dei lavoratori fuori dal normale, morti giovanili per via di inquinamento e difficoltà di vita all’interno della città, corruzione e mafia che portano al potere e ai soldi solo i potenti mentre gli altri muoiono sotto gli occhi di tutti. Senza alcun diritto. E’ una storia che ci dice tanto, una storia che ci mostra tante cose e la scena delle mucche e del macello è una cosa terribile, descritta cruda, l’ho sentita davvero vicina e nessun bambino dovrebbe vivere una cosa del genere. A livello di temi è davvero incredibile e forte e non di certo una lettura per bambini. La consiglierei dalle medie in su.
Nonostante le tematiche forti e la storia che ad ogni modo sia ben scritta e interessante anche per via del suo protagonista e delle sue problematiche che lo rendono davvero speciale, trovo che non sia propriamente una storia per bambini, ma qualcosa in più. In un certo, senso la storia sembra in determinati momenti quasi un racconto giornalistico o qualcosa di realmente vissuto, che è ottimo dal punto di vista della scrittura e della struttura narrativa ma non dal punto di vista comunicativo ai più piccoli. Almeno è la sensazione che ha dato a me e nonostante lo trovi un bel libro da leggere, non riesco a dargli il pieno dei voti per questo motivo.
Con la mano sul cuore, finalmente posso riprendere fiato.
Un piccolo volume che vi consiglio di leggere. Non solo ai più piccoli ma da questa storia hanno qualcosa da ricavare e da imparare anche gli adulti. Il mondo lì fuori è difficile e duro e non sempre è facile o con una società tossica, come ad esempio avviene in Bangladesh. E’ una storia che tutti dovrebbero leggere. Ora sono solo che curiosa riguardo al volume precedente.
La Biblioteca dei ragazzi Dove sei, piccolo Giulio?
Radio InBlu 2000 - 22 aprile 2023
Intervista a Giovanni Colaneri che racconta “Dove sei, piccolo Giulio?” (Uovonero). Un albo illustrato che, in un’armoniosa sintonia di frasi brevi e immagini dettagliatissime, offre uno sguardo semplice e delicato sul mondo estremamente complesso dell’autismo.
Recensione di In cielo, ma dove? su Fiabe in costruzione
“In cielo, ma dove?” di Antonella Ossorio e Antonio Ferrara, editore uovonero. Età di lettura dai 5 anni.
Due fratelli, uno più piccolo e uno più grande, una passeggiata spensierata, poi l’incontro con un passero morto.
Questa è la premessa per un dialogo fra fratelli, espressione della curiosità infantile del più piccolo che indaga e cerca risposte soddisfacenti, a ciò che è misterioso, e trova nuove domande.
Il fuoco di fila di domande del più piccolo mette in difficoltà il più grande e fa affiorare in lui il dolore per la morte dello zio. Anche in questo libro, il piacere di condividere i ricordi belli è strumento di elaborazione del lutto.
Recensione di Dove sei, piccolo Giulio? su Modulazioni temporali
Modulazioni temporali - 8 aprile 2023
Con “Dove sei, piccolo Giulio?” (Uovonero, pp. 60, euro 18), GiovanniColaneri ci porta ad accarezzare la complessa realtà del mondo dell’autismo.
Ad accarezzare perché ogni pagina, con brevi didascalie, è delicata nei colori tenui e pastello su sfondo bianco, a creare illustrazioni simboliche ed evocative, attraverso linee decise che vanno a definire i tanti oggetti e i vari personaggi.
Giulio si nasconde continuamente e si perde ora in un bosco e ora tra le macchinine colorate e, a volte, per nascondersi meglio diventa piccolo piccolo per infilarsi in una bottiglia o smarrirsi nell’universo o su una mongolfiera.
Ma può perdersi cento e mille volte perché sua sorella saprà sempre dove trovarlo e la sua mamma sarà sempre pronta a vederlo e a proteggerlo con un abbraccio.
Giovanni Colaneri si avvicina al mondo dell’autismo “da un punto di vista profondamente umano ed emotivo”. Ci fa capire quanto siano importanti e necessarie la comprensione, la vicinanza e l’ambiente circostante che può diventare un rifugio accogliente e confortevole.
Creare libri speciali per dare a tutti i bambini, compresi quelli che hanno difficoltà di lettura di vario genere, il piacere di leggere e di condividere gli stessi libri.
Diffondere una cultura della diversità come ricchezza, che sappia stimolare curiosità e conoscenza anziché paura e diffidenza, per mezzo di albi illustrati, narrativa, giochi e saggi.