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Rassegna stampa

Le due voci di Mònic

SuperAbile - agosto 2018

Un testo minimalista ed essenziale come il bianco e nero che caratterizza i disegni del libro. Pochi tratti, ma decisi, per raccontare la storia di una ragazzina sorda. Monìc insegue «parole ballerine che vanno e vengono su labbra mute». Ha però due voci: mani e bocca. La bambina che andava a pile, scritto e illustrato da Monica Taini per la collana I geodi di Uovonero, narra di un mondo senza suoni, di muri apparentemente invalicabili e di un apparecchio acustico. E anche se molti la ritengono diversa, per i suoi amici lei è semplicemente Monìc.
L’autrice è nata a Brescia nel 1992. All’età di due anni le è stata diagnosticata una sordità profonda, a dieci ha messo l’impianto cocleare e da lì è cresciuta bilingue, in uno strano miscuglio tra italiano e segni. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, attualmente lavora in una scuola primaria, a stretto contatto con altri bambini che «vanno a pile» come le loro protesi acustiche.
In appendice al volume, un glossario semiserio di cultura sorda porta il lettore a sorridere, riflettendo sulla diversità e sui pregiudizi.

di M.T.

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Recensione di Piccolo uovo su Area Di.To

Area Di.To

La storia di Piccolo uovo è tristemente e felicemente nota. Tristemente perché più volte e di recente è stata oggetto di discriminazioni e accuse folli rispetto alla possibilità che veicolasse messaggi pericolosi. Felicemente perché è stata riconosciuta dal pubblico e dalla critica come una storia di stacco, che ha avviato un discorso narrativo rivolto all’infanzia sul tema importante della molteplicità delle famiglie e forse – unica nota positiva del deprecabile polverone che le accuse al libro hanno sollevato – ha trovato modo di emergere e diffondersi, foss’anche solo per presa di posizione contro un oscurantismo tutt’altro che moderno.

Firmata nei testi e nelle illustrazioni rispettivamente da Francesca Pardi e da Altan, Piccolo uovo racconta del viaggio intrapreso da un ovetto prima della nascita. L’intento del protagonista è quello di vedere con i suoi stessi occhi cosa sia una famiglia: qualcosa di cui ha sentito parlare ma che non sa esattamente cosa sia. È così che incontra famiglie di ogni tipo – con una mamma, un papà e tanti fratelli tra loro molto simili, con una mamma, un papà e dei figli molto diversi, con due mamme, con due papà, con un solo genitore – tutte egualmente rassicuranti e capaci di fargli venir voglia di nascere, per scoprire come sarà la sua.

Originariamente pubblicato da Lo Stampatello, Piccolo uovo è reso ora disponibile in versione in simboli all’interno della collana I Libri di Camilla di Uovonero, che già annoverava tra i suoi titoli Che rabbia!, Le parole di bianca sono farfalle, Lindo Porcello e Il piccolo coniglio bianco. Grazie al ricorso ai simboli WLS – qui delimitati da riquadri che ne agevolano l’individuazione da parte dei lettori alle prime armi (destinatari primari , non a caso, del volume) e che contengono l’elemento grafico ma non quello alfabetico – il volume risulta così fruibile anche in caso di difficoltà di lettura legate all’autismo o più in generale ai disturbi della comunicazione.

L’impostazione grafica del volume di partenza – con uno sfondo bianco molto pulito e i testi disposti in maniera poco confusiva – contribuisce a rendere la versione adattata piuttosto aderente, anche nell’aspetto, all’originale. Lo stesso si può dire del testo: lineare ed essenziale già nella sua prima versione e pertanto ideale per un processo di simbolizzazione che predilige struttura poco arzigogolate. Le immagini, infine, oltre ad essere estremamente accoglienti e familiari proprio perché portano tutta la qualità, la semplicità profonda e la riconoscibilità del segno di Altan, si prestano anche molto bene a supportare la comprensione del testo in caso di difficoltà di lettura, grazie all’assenza assoluta di dettagli superflui, alla resa pulita delle espressioni dei personaggi e a figure ben definite che catturano piacevolmente l’attenzione.

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Uovonero e Sante Bandirali: i libri della diversità e del confronto

Mastereditoria.unicatt.it - 15 febbraio 2018

Leggere è un diritto di tutti: la lettura aiuta a capire il mondo e la comprensione rende liberi. È questo il primissimo comandamento della uovonero edizioni, casa editrice “a tre menti e tre cuori”, animata da Enza Crivelli, Lorenza Pozzi e Sante Bandirali. In quest’intervista, Sante Bandirali, direttore editoriale, ci racconta come libri attenti e rispettosi, pensati e realizzati per soddisfare bisogni speciali, possano restituire a bimbi autistici, affetti da ritardi cognitivi o con disturbi specifici dell’apprendimento la bellezza e il piacere della lettura.

Nel 2010 parte la singolare iniziativa di uovonero con l’obiettivo di promuovere la cultura della diversità e del confronto. Oggi, rispetto al passato, c’è una sensibilità maggiore riguardo all’argomento, un’attenzione crescente nei confronti della tematica dell’inclusione. In virtù di questo, quanto e come è cambiata la vostra proposta editoriale?

Il nostro progetto editoriale risale a due anni prima della nascita ufficiale della casa editrice. Nel 2008, per partecipare a un bando pubblico, ci trovammo nella necessità di mettere a fuoco le linee di quello che ai tempi era un semplice desiderio. Prima di quel momento avevamo solo la vaga idea di creare una casa editrice per pubblicare libri in simboli, insieme alla consapevolezza che un progetto editoriale non potesse limitarsi a questo. Fu quella l’occasione per elaborare un sistema di collane che ci sembravano necessarie per una linea editoriale completa e coerente. Non ottenemmo il finanziamento per un soffio, ma il risultato fu di ritrovarci con una struttura che è poi rimasta alla base del progetto editoriale, al punto che tutte le attuali collane erano già presenti in quella bozza embrionale. In questo senso, la nostra proposta editoriale non è cambiata di molto, forse proprio perché anticipatrice di quella sensibilità che abbiamo visto crescere con grande soddisfazione nel corso di questi anni. La più grande eccezione a questo è rappresentata dal progetto “I libri di Camilla” (Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili), che risponde alla richiesta da parte del pubblico di avere a disposizione una maggiore quantità di libri in simboli di qualità: in questo caso, la collaborazione con un gruppo di piccoli editori sensibili e coraggiosi ha dato vita a un innovativo progetto multieditoriale per la pubblicazione di libri già editi in una nuova versione in simboli. Questa esperienza, qualche anno difficile immaginare, è stata possibile grazie a un’accresciuta sensibilità che, a seguito del successo della nostra collana “Pesci parlanti”, ha trovato in uovonero il soggetto più adatto per la sua realizzazione.

Uovonero si rivolge a un pubblico di “pensatori visivi” con difficoltà di accesso al testo verbale avvalendosi delle strategie della “Comunicazione Aumentativa Alternativa” e del sistema pittografico del PCS. Ci racconti qualcosa in più…

In moltissimi casi della vita quotidiana, quando c’imbattiamo in testi verbali difficili da decifrare, tutti noi diventiamo lettori logografici: se mi trovo all’aeroporto di Tokyo e ho l’urgenza di andare in bagno, per esempio, sono ben felice di seguire il noto simbolo con le sagome dell’omino e della donnina, perché difficilmente riuscirei a orientarmi in tempo fisiologicamente utile fra una selva di ideogrammi kanji. Esistono numerose persone che hanno una mente “su cui gira un sistema operativo diverso”, per usare l’espressione di Ted, il giovane protagonista di Il mistero del London Eye di Siobhan Dowd, e che si trovano in queste medesime condizioni anche di fronte a un testo scritto nella propria lingua. Per questi lettori il testo verbale significa poco o niente, ma grazie al supporto dei simboli grafici della comunicazione aumentativa e alternativa la comprensione diventa più agevole e di conseguenza la lettura possibile e più piacevole. La collezione di simboli PCS (Picture Communication Symbols), che uovonero utilizza per le fiabe della collana di albi “pesci parlanti”, è una delle più note e utilizzate a livello internazionale: è costituita da logogrammi molto intuitivi, il cui significato traspare in modo piuttosto evidente, ed è particolarmente adatta a testi semplici, sui quali si è già effettuata un’operazione redazionale di semplificazione sintattica e lessicale. Nel caso dei libri di Camilla, invece, dove abbiamo a che fare con testi preesistenti, non già concepiti per una lettura facilitata, abbiamo optato per i simboli WLS (Widgit Literacy Symbols), più flessibili e raffinati, e che si prestano bene per rinforzare testi più elaborati.

Uovonero ha un’esperienza ormai consolidata nel settore. Quali le novità in cantiere per il futuro?

Per quanto riguarda la produzione di albi in simboli e di narrativa ad alta leggibilità, proseguiremo con nuovi titoli delle tre collane attualmente attive (“pesci parlanti”, “i libri di Camilla” e “abbecedanze”). Per la collana “i geodi”, costituita da testi che valorizzano la ricchezza della diversità, stiamo esplorando forme espressive diverse, come il romanzo illustrato e il graphic novel per adolescenti e giovani adulti, dove il ruolo narrativo dell’immagine si accosta con forza a quello testuale. Dopo il fortunato incontro con Pam Smy, illustratrice di Il riscatto di Dond di Siobhan Dowd (finalista del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2016), in ottobre pubblicheremo il suo Thornhill, un romanzo che narra una cupa storia di bullismo, diversità e amicizia per mezzo di testo e illustrazioni. Fra le novità di narrativa più tradizionale, il ritorno dell’autistico Ted e di sua sorella Kat in Il mistero del Guggenheim di Robin Stevens, sequel di Il mistero del London Eye, da un’idea della stessa Siobhan Dowd. Dopo qualche anno di pausa, poi, abbiamo ripreso la collana di giochi inclusivi “altrimenti”, che vedrà l’uscita di due nuovi titoli entro il prossimo anno: il primo sarà L’acchiappaidee, albo illustrato con tessere per disegnare di Fabrizio Silei.

Quanto il digitale, le potenzialità della realtà aumentata possono migliorare l’efficacia comunicativa e la ricettività di un target speciale come il vostro?

Sicuramente le nuove tecnologie hanno enormi potenzialità in ambito comunicativo e sono convinto che il futuro ci riserverà piacevoli sorprese. Dal canto nostro, abbiamo scelto di dedicarci unicamente all’editoria cartacea, senza nessun ricorso al digitale. Una scelta che può apparire romantica e anacronistica, ma che dimostra che è ancora possibile innovare in un campo dove solo apparentemente è già stato fatto e detto tutto, confermando la vitalità del libro cartaceo che i dati recenti dimostrano. Nell’ottobre del 2010, quando uovonero aveva pochi mesi di vita, tornai dalla fiera di Francoforte col timore di avere sbagliato tutto, visto che non si parlava d’altro che del prepotente avvento del libro digitale che avrebbe spazzato via la carta nel giro di poco tempo. A distanza di qualche anno, credo che l’andamento generale del mercato e, nello specifico, l’esperienza di uovonero dimostrino che questa profezia non sia destinata ad avverarsi, perlomeno nel prossimo futuro e con le tecnologie disponibili.

Dietro il progetto editoriale di uovonero, unitario e articolato, capace di mescolare testi singolari e di qualità con proposte di studio e riflessione scientifica, s’intravede la lezione pioneristica e rivoluzionaria della “Signora” della letteratura per l’infanzia, Rosellina Archinto, l’intuizione innovativa della Emme Edizioni. Quanto ha inciso quest’esperienza? Quali sono gli altri modelli che hanno ispirato e animato le idee della vostra casa editrice?

L’accostamento è decisamente lusinghiero, e se l’esperienza di uovonero può far pensare anche solo lontanamente a quella Emme Edizioni non posso che esserne fiero. Vediamo lontano perché siamo nani sulle spalle di giganti, disse qualcuno, ed è impossibile entrare nel territorio dell’editoria per ragazzi senza tenere conto anche involontariamente dell’enorme importanza del lavoro di Rosellina Archinto. Credo che la sua più grande lezione sia stata quella di domandarsi chi fossero realmente i destinatari dei libri che pubblicava: rendersi conto, nel suo caso, che i bambini degli anni Sessanta e Settanta avevano diritto a storie che parlassero il loro linguaggio, nel testo e nelle illustrazioni, che non era più quello antiquato e stereotipato dell’editoria di quegli anni. Ritengo che sia fondamentale chiedersi continuamente chi sono i bambini a cui sono destinati i libri in simboli e i libri ad alta leggibilità, quali storie vogliono leggere, di quale tipo di simboli hanno bisogno, in modo che i nostri libri siano veramente destinati a loro e non all’idea che gli adulti (terapeuti, insegnanti, famigliari, eccetera) hanno di loro. Mi piace pensare che un seppur vago collegamento ideale possa risiedere nel fatto che il primo dei libri di Camilla sia stato proprio Che rabbia! di Mireille D’Allancé, uno dei titoli di punta della Babalibri di Francesca Archinto, che del lavoro della madre ha raccolto il testimone per trasportarlo nel ventunesimo secolo. Quello che credo essere un punto di forza di uovonero, inoltre, è il fatto di avere da sempre trovato fonti d’ispirazione al di fuori dell’editoria per ragazzi: un importante punto di riferimento è stata senz’altro Minimum fax, una casa editrice che amo e presso la quale ci siamo formati. E poi, da musicologo, mi piace pensare al nostro trio editoriale come a una band dove ciascuno di noi interpreta al meglio la componente melodica, armonica e ritmica, rinforzando reciprocamente le altre. Per dirla con una battuta, è come se fossimo i Police dei libri per ragazzi.

Stando al Rapporto AIE sullo stato dell’editoria in Italia 2016, l’editoria per ragazzi è in pienissima forma, costellata di segni più (+16,9%, per i titoli prodotti, +7,9% per la quota di mercato). Alla luce di questo, quali consigli si sentirebbe di dare a chi intenda avventurarsi in questo “ecosistema delicato e complesso”?

Un esercizio interessante per chi fosse intenzionato ad aprire una casa editrice è quello di entrare in una grande libreria, passare in rassegna accuratamente tutti i reparti e all’uscita domandarsi: è davvero necessario quello che ho in mente di pubblicare? Fra tutti questi libri, ci sarà davvero qualcuno che entrerà qui per comprare i miei? Se le risposte sono positive, se si ritiene di avere un progetto in grado di inserirsi con una propria originalità nell’immenso panorama editoriale contemporaneo, allora potrebbe valere la pena cominciare a lavorarci, senza improvvisazione, ma con dedizione ed entusiasmo, uniti a un po’ di presunzione e di incoscienza. Nel caso specifico dell’editoria per ragazzi, consiglierei sono di fare attenzione alle mode, spesso passeggere e soggette a rapida saturazione; di trovare il coraggio di affrontare anche temi apparentemente difficili o scomodi; e di non trascurare mai la qualità delle proprie proposte.

di Maria Elena D'Ambrosio

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Non è te che aspettavo... ma sono contenta che tu sia arrivata!

Scaffale Basso - 26 giugno 2018

La bambina che andava a pile, di Monica Taini, riprende il tema della comunicazione deficitaria attraverso la voce di una bambina sorda.

«Ho due voci: mani e bocca. Io parlo». L’ironia e la leggerezza rendono il testo molto piacevole, anche se in questo caso il focus rimane centrato sulla patologia.

«Per la legge sono diversamente abile, minorata sensoriale, handicappata. Per gli amici sono Moníc».

Come testimonia anche il «Glossario semiserio di cultura sorda» o il riferimento esplicito agli apparecchi acustici nello stesso titolo.

Un libro che può essere una lettura terapeutica per bambini grandicelli (età scolare) che vivessero con disagio la propria situazione e magari volessero trovare le parole per raccontarlo a qualcuno!

di Maria Polita

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Isabella C. Felline - 5 domande Salone del Libro 2018

ISABELLA C. FELLINE
Berna, 1971. Scrittrice.
Vive a Montefiascone sul lago di Bolsena e torna in Svizzera ogni volta che può. Due lauree, ex direttrice di biblioteca, scrive e progetta libri per bambini, lavora per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della lettura sin dalla prima infanzia: un bambino esposto ai libri cresce infatti con una personalità più equilibrata, con maggiori competenze linguistiche e relazionali. È referente del progetto Nati per Leggere. Per Uovonero ha pubblicato, con le illustrazioni di Roberta Angeletti, Animali di versi (2011) e Questione di ingranaggi (2013). Nel 2017 è uscito Oggi no! scritto a quattro mani con Elena Martini (Editore Fulmino).

Chi voglio essere?
La nostra identità è in continua costruzione. Nell’epoca del culto di sé, chi aspiriamo a essere? Che rapporto c’è oggi tra l’essere se stessi, il conoscere se stessi e il diventare se stessi?
Chi sono, mi chiedo vedendo allo specchio

la solita faccia, diversa parecchio.

Chi voglio e chi posso, ecco chi sono:

me stesso, te stesso, una donna o un uomo.

Cerco il mio viso tra mille, perché

se io mi ritrovo incontro anche te.

Perché mi serve un nemico?
I confini ci proteggono oppure ci impediscono di incontrarci e cooperare? Come e perché li tracciamo? Abbiamo bisogno di costruirci un nemico per poter sperare di non averne?
Malta impastata di patrie e vergogne,

va su solenne come montagne:

son cicatrici di umani feriti

quei muri e confini, fili e fossati.

Fermati o sparo, non fare un passo,

che tremo e che temo un nemico me stesso.

A chi appartiene il mondo?
Tra cent’anni la nostra Terra potrebbe essere meno accogliente di oggi. La forbice tra ricchi e poveri si allarga. Il lavoro si trasforma e può ridursi. Milioni di persone sono costrette a lasciare la propria casa. Di chi è il mondo? Chi deve prendersene cura?
Arieggio il tempio di vento e di fresco,

di sole che sorge e di fiori di pesco,

di canto d’uccelli si nutrono gli occhi

e gli orecchi di odori e ricordi vecchi

Non è mia la casa ma stendo tappeti

di seta e attendo: l’ospite e i poeti.

Dove mi portano spiritualità e scienza?
Scienza e religione hanno dato forma alla nostra storia e al nostro pensiero. Ma sono state usate anche come strumenti di oppressione C’è oggi una promessa di cambiamento e di futuro nella spiritualità delle religioni, nel rigore delle scienze? O altrove?
Piovo domande a geni e dottori

e smarrisco risposte stillate fuori.

Spirito antico, custode al futuro

mi guidi e mi perdo, mi trovo e mi curo

di un Verbo silente che urla al deserto

tra chiese chiuse e mare aperto.

Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?
La creazione artistica può bastare a se stessa? O deve porsi l’obiettivo di cambiare le cose? Libertà o rivoluzione: cos’è l’arte, e che cosa deve e può dare a tutti noi?
Tra i mille Perché ce n’è uno che attira

la mano e l’ingegno che senza mira

muove un impulso di arcano mistero

che lotta e che libera da falso e vero

e mi fa danzare di Bello e Dolore:

dall’arte io voglio che esploda l’amore.

 

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Sugli scaffali in libreria - A piede libero

Liibrambini -18 aprile 2017

Alla Bologna Children’s Book Fair della scorsa settimana ho visto tanti bei libri, ma poco che mi abbia veramente “fulminato” e conquistato il cuore.

Ed oggi invece, in libreria, arriva questo albo e scopro cosa mi sono persa.

A prima vista, la copertina potrebbe trarre in inganno: sembrerebbe un libro d’arte ed è forse per questo che ne ho presa una sola copia (spesso si sbaglia quando si ordinano i titoli scegliendoli dalle cedole cartacee degli agenti!)

Si tratta di un albo illustrato edito da Uovonero, scritto da Mirco Zilio e delicatamente illustrato da Giacomo Agnello Modica: “A piede libero”.

Online la definiscono una storia surreale, ma io di surreale ci ho trovato molto poco: è la storia di un piede sinistro che annoiato dalla vita sedentaria e curioso di scoprire il mondo e trovare la sua strada, parte, da solo.

Visita grandi città, scala l’Himalaya, attraversa i deserti del Sahara e nuota nel mare dei Caraibi, finché stanco non ritorna verso casa.

Ma ciò che cercava ancora non lo ha trovato e così riparte, un po’ più lento e con meno entusiasmo. Poi un giorno incontra un altro piede sinistro. All’inizio non è semplice: paure, incertezze, domande, occhi increduli, sorpresi, spesso giudicanti. Ma insieme ridono e scoprono di avere tanto in comune da condividere.

Ci si può leggere tanto nella metafora di questo libro, non solo diversità o omosessualità (come sicuramente farà qualcuno dalle parti di Venezia!), per me il messaggio è che tutti siamo diversi ed è tutto nell’ultima frase del libro.

Venite a leggerlo in libreria.

di Karin

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Recensione radio di A piede libero su Radiolibri

Radiolibri - 15 maggio 2017

Al di là di quello che può far pensare il titolo, «A piede libero», non si parla di evasi o ex carcerati, nel libro illustrato che Radiolibri ha scelto oggi per il suo C’era una Volta. E non si parla neanche della bellezza di camminare a piedi nudi sull’erba, o di lasciare le proprie impronte sulla sabbia. La libertà insita in questi gesti, però – così come l’ebbrezza provata da chi esce da una qualunque forma di prigionia – sono al centro anche della storia …

di Betty Senatore

Ascolta la recensione sul podcast di radiolibri.it

Recensione di A piede libero su Indiepercui

Indiepercui - 12 giugno 2017

Il viaggio identitario e surreale intrapreso per conoscere il mondo attraverso gli occhi di un bambino? No attraverso i primi piani e le inquadrature di un piede. Si avete capito bene A piede libero è un illustrato che racconta le vicende magrittiane di un piede sinistro che decide di abbandonare il proprio simile, il piede destro e dedicarsi alla scoperta del globo seguendo l’istinto, seguendo il suo essere, se di essere possiamo parlare, partecipando a quel qualcosa che chiamiamo vita in solitaria, progredendo, inciampando, ma soprattutto crescendo attraverso le esperienze.

Il libro edito da Uovonero racconta una straordinaria vicenda che coinvolge la parte più estrema del nostro corpo, un’avventura fantasiosa e a tratti onirica inglobante e portatrice di messaggi universali legati ora più che mai all’attualità, in maniera però velata, sottile, delicata, dove ciò che riteniamo reale si materializza attraverso le coperte del nostro io parlando ai bambini e nel contempo agli adulti con frasi semplici, ma riflesse nella vita di tutti i giorni. Un racconto capace di incamerare un desiderio di libertà profonda pronto a spiccare il volo fin dalle prime pagine in una consequenzialità degli eventi irrefrenabile e di per sé anche un po’ magica.

A piede libero parla il linguaggio del nostro corpo e delle nostre scelte, racconta di emancipazione e sfida, parla di due mondi opposti che inevitabilmente devono decidere da che parte stare, decidere quali sogni inseguire ed è proprio qui dal sogno che l’intera opera prende spunto per dare vita ad un racconto di formazione scritto da Mirco Zilio, proveniente dal mondo del fumetto e disegnato da Giacomo Agnello Modica, giovanissimo illustratore; una coppia davvero eccezionale nel rendere appieno i significati del volume stesso attraverso stili e contemporaneità uniche.

Il risultato finale sono pagine che si fanno ricordare per originalità e capacità di osare sottolineando l’importanza delle scelte individuali e delle barriere da abbattere per ritrovare una soggettività che appartiene a tutti e che proprio in questo libro si racconta e ci fa comprendere come le infinite possibilità sono da base essenziale per levare l’ancora della diversità e calare il proprio pensiero oltre forme precostituite. Un’ottica di condivisione quindi e anche di speranza dove il sentirsi leggeri è meta di un cammino che ripagherà solo coloro che decideranno di partire.

Redazione

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Partire con il piede giusto

Lettura candita - 26 giugno 2017

"Un giorno, di punto in bianco, Piede Sinistro si mise in marcia e, poiché Piede Destro si rifiutava di tenere il suo stesso passo, Piede Sinistro non lo aspettò.
Improvvisamente si sentì libero. Poteva camminare veloce quanto voleva! E andare dove voleva, senza che quell'altro protestasse."

Tutto comincia con un distacco che deriva da due diversi modi di intendere la vita: uno dei due ama quella sedentaria, l'altro non vede l'ora di andare in giro. Nonostante l'oggettiva difficoltà di dividersi, ma siamo in una bolla immaginaria dove tutto è possibile, le due gambe con i relativi piedi si dividono. Si presume uno resti sul divano, mentre l'altro comincia la sua esplorazione del mondo. Caso unico, non passa inosservato, ma riesce comunque a soddisfare la sua curiosità e raggiunge i luoghi convenzionalmente più irraggiungibili: dall'Himalaya ai Caraibi, passando per Roma e per Parigi, ovviamente. Come spesso accade, però, la nostalgia di casa e del suo compagno o 'fratello' di corpo, lo riportano indietro. La sorpresa sta nel fatto che ad aspettarlo a casa c'è solo una scatola con la metà del loro antico corredo comune: le scarpe e i calzini sinistri, ricordi di una vita di coppia che - ad evidenza - non esiste più. Non resta che rimettersi in cammino e trovare in qualcun altro una compagnia. Ma in un mondo di 'piedi' accoppiati, convenzionalmente destri e sinistri sempre assieme, non è facile trovare la propria anima gemella.

Eppure c'è. Sinistra, naturalmente. E arriva anche per questa insolita coppia di gambe il tempo del divano, il tempo della condivisione di un pezzo di strada, fermi o in cammino, non fa differenza.

Curiosa storiellina surreale (sarebbe piaciuta ai Surrealisti?) che nasconde, ma neanche tanto, un argomento interessante da mettere sul tavolo e da discutere con ragazzi ai quali cominciano a spuntare i peli sulle gambe e con ragazze che cominciano ad accorgersene, di questi peli in più...
Quei ragazzi e ragazze a cui le parola libertà e identità, cominciano a fare effetto.
Senza volerne negare la lettura ai più piccoli che di tutta la storia forse apprezzeranno il lato assurdo, e sperando che, en passant, cominicino così a coltivare in loro, magari inconsapevolmente, il seme dell'autodeterminazione della propria esistenza, A piede libero mi pare un libro adatto a chi si affaccia all'adolescenza.

Sembra confermarlo il tipo di disegno, l'immaginario a cui si allude con scarpe da tennis usurate, incontri con babbucce magrebine che lasciano intuire incroci di culture che si verificano di solito un po' più avanti rispetto agli anni delle elementari...
La libertà di poter scegliere chi si è, cosa fare e con chi fare pezzi di strada sono questioni direi nodali per tutti coloro che hanno in sé la voglia di camminare sulle proprie gambe. E se queste gambe sono due sinistre, io tra l'altro sono anche mancina, non dovrebbe fare differenza. Il condizionale nasce dalla constatazione che non mi pare che in questo paese si sia al di là del guado, del pregiudizio, verso una normalità fatta di tante sfumature differenti. E allora ben venga l'opportunità di poterne parlare attraverso un libro, zona franca per definizione, che lascia alla riflessione la giusta distanza e uno 'spazio di manovra' maggiore.
Per questa ragione mi sarebbe piaciuto un pizzico di coraggio in più da parte di Mirco Zilio nel non sentirsi obbligato a spiegare al lettore, in erba o più maturo che sia, per filo e per segno che forse non esistono piedi giusti e che di piedi ne esistono di ogni sorta...
Pazienza, si tratta comunque di peccato veniale. E d'altronde è una modalità nostrana piuttosto consueta quella di sentire il bisogno di didascalizzare ogni passaggio.

Al contrario, sottoscrivo e vorrei far sottoscrivere a tutti i ragazzotti e ragazzotte, a cui questo libro si potrebbe leggere, la frase conclusiva: cercare la propria strada, e soprattutto, non aver paura di trovarla, con accanto un piede 'adatto'.
Giovanissimo Giacomo Agnello Modica, al suo secondo libro, contribuisce fortemente a conferire una cifra a questo libro. Da un lato gli deve essere riconosciuta un'abilità nell'aver saputo trovare la soluzione al problema della gamba che gira da sola senza finire nella caricatura, dall'altro nell'aver fatto scelte in autonomia laddove il testo taceva, offrendogli così occasioni di creare.
Per rimanere in tema, direi che i piedi del giovane allievo di Emiliano Ponzi a Mimaster di Milano hanno davanti ancora un po' di strada da percorrere: dal punto di vista della composizione della pagina e sotto il profilo dell'immaginario cui attinge, ma è sulla buona strada e partito con il piede giusto.

di Carla

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Recensione di Animali di versi su Zebuk

Zebuk - 30 marzo 2017

Ieri è arrivato mio figlio dall’asilo – lasciatemelo chiamare così, per piacere 🙂 – con un libro appena preso in biblioteca:

Mamma, devi leggerlo, io l’ho già fatto, è fantastico!

Come avrei potuto non mollare tutto e sedermi con lui a leggere? L’ho fatto subito e aveva davvero ragione: Animali di versi è davvero un bel libro.
È davvero una bella storia.
Anzi, è tante storie diverse, ognuna potrebbe proseguire di per sé (e in effetti abbiamo provato a continuare quelle che più ci piacevano per immaginare come andavano a finire) ma tutte insieme mandano un messaggio forte e importante: la diversità non è a priori negativa.

Pensa e ripensa non sono convinto
che sono opposti chi ha vinto e chi è vinto
che esista in natura normale e anormale
e che diverso è l’inverso di uguale.
Sarà un caso che a chi non è uguale
il più delle volte si dice SPECIALE?

Sfogliare le pagine di questo libro/albo/albumdacompletare vuol dire conoscere personaggi che smontano gli stereotipi, vuol dire scoprire che possono esistere anche lepri che vanno piano, che male c’è?, e tartarughe che invece non possono fermarsi mai. Vuol dire capire (e forse lo capiscono prima i bimbi di noi) che non è vero che tutte le principesse debbano essere per forza deboli e indifese, e che un elefante leggero o un cammello senza gobba non devono essere condannati perché diversi, ma apprezzati per le loro differenti caratteristiche e capacità.
Insomma, è un libro che racconta di Uguali&Diversi, uno di quei libri che ci piace leggere e riprendere e sfogliare e continuare con l’immaginazione (e in effetti la quarta di copertina ci suggerisce di farlo, con matita alla mano e tanta fantasia).

È proprio grazie alla sua statura
che ha un giro di amici da fare paura:
lui con le rane fa a gara di fischi
fa i pic nic insieme agli onischi
sfida le pulci e le cavallette
in gare e tornei di barzellette.
C’è tutto un mondo dentro ad un prato
e lui che è piccolo l’ha ritrovato.
Ci sono miliardi di amici viventi
creature minuscole ed intriganti
un mondo che sfugge a chi è massiccio
e che ci vede soltanto terriccio.
Non è da tutti poterci entrare
è solo per piccoli o chi lo può diventare.

Uno di quei libri che magari riprenderemo per giocarci insieme, immaginando… chissà? forse le avventure di quell’ippopotamo grande come un dito? Oppure quella lepre così rilassata e serena?

Chissà, chissà…
chi ci seguirà
forse lo vedrà!
😉

Età di lettura : da 3 a 4 anni

di Polepole

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Questione di ingranaggi: un libro per bambini che piace ai grandi

Mar&Vi - novembre 2013

Re Pignone, in cerca di una regina, riuscirà a trovare la sua Corona?
Bullone, che fa il gradasso ma si sente tanto solo, saprà dare ascolto alle parole di Vite?

E Freno, potrà trovare un accordo con l’amica Frizione?
In questo libro la parola personaggi fa rima con ingranaggi: perché anche i sentimenti hanno una meccanica e per farli funzionare è sempre questione di trovare il giusto ingranaggio...

Oggi riprendo questa sezione del blog un po' dimenticata, dove mi diverto a fare il critico senza nessun merito né diritto, ma va detto, con tanto rispetto e affetto per le opere "recensite". Ho dato in chiamare questa sezione "Il critico in pigiama", per ovvie e summenzionate ragioni.

Voglio parlarvi di questo albo illustrato per bambini, "Questione di ingranaggi". Ho la fortuna di vivere nella stessa città di Roberta Angeletti, la illustratrice di questo libro e il direttore creativo di una stupenda rassegna dedicata all'illustrazione per bambini che si realizza qui a Tarquinia da un bel po' di tempo, "Pagine a colori".

Nell'edizione di quest'anno, Roberta ha presentato questa sua ultima fatica editoriale insieme all'autrice dei testi, Isabella Christina Felline. Ho avuto l'occasione de essere presente, e ovviamente, ho preso il libro. Quindi libro in mano vi racconto qualcosa su questo progetto unico per originalità e qualità.

La genesi di questo albo parte dai disegni di Paolo, il figlioletto di Roberta. Paolo va pazzo per la meccanica. E' ossessionato dagli ingranaggi, i pistoni, le leve, i bulloni, ecc. E li disegna in continuazione. Riempe fogli e fogli con queste macchine straordinarie, frutto della sua fantastica immaginazione da bambino. La mamma Roberta ha una grande intuizione. Comincia a pensare al potere simbolico di questi macchinari, di questi ingranaggi che lavorano in squadra; ogni pezzo di una macchina ha la sua ragione di essere proprio nella possibilità di fare parte di qualcosa di più grande.

Ne parla con Isabella, con la quale collabora spesso, ed insieme decidono di utilizzare questi pezzi meccanici como personaggi di storie che parlino di sentimenti come l'amore, la solitudine e l'amicizia. Questi personaggi-ingranaggi scopriranno che tutti siamo unici, ma funzionamo meglio insieme.

Quindi Isabella si è messa a scrivere i testi (in rima, molto belli e poetici), e Roberta ha cominciato a lavorare sui disegni di Paolo. Prima ha caricato le linee, dopo ha aggiunto il colore, scegliendo una tonalità per ogni racconto, che man mano che la storia avanza si fa sempre più carica, fino a dominare la scena.
Con i testi già pronti, Roberta ha fatto un lavoro di selezione dei disegni, che erano tantissimi, ed ha creato delle "scenografie" cariche di simbolismi, dove ha poi piazzato i suoi personaggi con la tecnica del collage.

 

Il risultato è un libro bellissimo, lontano anni luce dalle storie e le illustrazioni stereotipate che dominano i libri per bambini più commerciali.

Anche se le storie non sono adatte ai bambini più piccoli per la complessità del linguaggio, il semplice fatto di aiutare i bambini a scoprire la poetica dell'immagine è sufficiente per rendere questo libro addatto a tutte le età (anche agli adulti, perché per apprezzare la bellezza non c'è età).

La coraggiosa casa editrice che ha dato carta bianca a Roberta e Isabella e Uovo Nero.

Vi lascio quindi consigliandovi vivamente di fare un salto in libreria e vedere di persona questo albo. Se si parla di progetti editoriali per bambini, date un'occhiata anche a Vabau, di cui vi ho parlato tempo fa.

di Marivi Trombeta

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Recensione di La bambina che andava a pile su Radio Capodistria

Dorothy e Alice, Radio Capodistria - 29 maggio 2018

La storica trasmissione di Radio Capodistria dedicata alla letteratura per l’infanzia ospita Sante Bandirali di uovonero, che racconta il libro La bambina che andava pile.

di Livio Sossi

Ascolta la trasmissione sul podcast di Radio Capodistria

Recensione di La bambina che andava a pile su Bookblister

Libri a Colacione, Bookblister, Radio 105 - 26 maggio 2018

C’è chi nasce e si trova a parlare, non soltanto con la bocca, ma anche con le mani. Persone immerse in un silenzio che si spezza grazie al viso e ai movimenti che si possono cogliere sulle labbra altrui.

Monic non si sente diversa, ma si scopre diversa. La fanno sentire gli altri, diversa. Perché lei parla anche con le mani. Monic ha il terrore del buio, perché non vedere significa non sentire due volte.

Monic è la protagonista di questo albo illustrato che è anche l’esordio di Monica Taini. L’autrice attraverso Monic ci spiega che cosa significhi nascere e vivere da sordi. Ci racconta come si comunica senza sentire.

Questa storia dà forma alla sordità, la fa risuonare sui nostri occhi, ci parla con l’uso del linguaggio dei segni, e ci racconta della ricerca dell’identità di questa piccola protagonista alle prese con il mondo (anche lui un po’ sordo, ma per colpa degli stereotipi, e pure cieco).

E ce lo racconta in modo semplice. Diretto. Poche parole, pochissimi tratti e il bianco e nero per cogliere il senso, vero, di questa condizione.

Vi avventurate per le pagine che, subito, catturano la vostra attenzione e vi commuovete. Può la poesia essere un pugno nello stomaco? Sì e questo libro lo dimostra, tratto dopo tratto, parola dopo parola.

Sul finale troverete un glossario imperdibile, e molto ironico, sulla cultura sorda. Prendete appunti!

di Chiara Beretta Mazzotta

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Recensione di La bambina che andava a pile su Area Di.To

Area Di.To

Quello con La bambina che andava a pile è stato amore a prima vista. Tutto subito per quel titolo curioso e quelle illustrazioni graffiate e graffianti, che non passano inosservate fin dalla copertina. Poi per la testimonianza preziosa di una sordità vissuta da dentro, la ricchezza di piani di lettura, l’unione commuovente tra ironia e profondità che, davvero, è raro trovare in un albo che tocca il tema della disabilità. Ma andiamo con ordine.

La bambina che andava a pile è l’opera prima di una giovanissima autrice bresciana (classe 1992!), cresciuta con una sordità profonda diagnosticata all’età di due anni e poi con un impianto cocleare posizionato all’età di dieci. Proprio quell’esperienza d’infanzia, così particolare e distante da quella della maggior parte dei bambini, è protagonista del libro che raccoglie in forma lapidaria una serie di riflessioni su cosa significhi, concretamente, essere sordi in un mondo di udenti: la rincorsa delle parole, l’ostilità del buio che crea un distacco netto col resto del mondo, le voci – molteplici – su cui può fare affidamento, la vita in equilibrio tra più dimensioni, il valore relativo del concetto di diversità, il peso variabile dei nomi con cui si dice e si dà forma a una realtà. Quello di Monica Taini è un ritratto personale ma scorre fluido e avvincente come una storia avventurosa, forse perché propria come un’avventura è pieno di rivelazioni e colpi di scena. Ogni pagina è una bordata di senso, talvolta illumina talvolta colpisce allo stomaco, ma sempre invita a soffermarsi un attimo (e più) anche grazie all’eco generato da immagini in cui incisione e collage risultano molto espressivi. A chiudere il tutto, un glossario semiserio di cultura sorda che introduce con straordinaria ironia al mondo della sordità, tra oralismo, protesi e logopedia: una chicca utilissima per spiegare termini difficili e dire questa particolare disabilità con una precisione sorridente.

Morale: non lasciatelo sfuggire. La bambina che andava a pile è uno di quegli albi da conoscere e far conoscere. Assolutamente. E per il quale non solo l’autrice ma anche un lungimirante editore come Uovonero merita un grazie a lunga durata.

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Letteratura per ragazzi - Speciale Uovonero

antoniogenna.com - 13 giugno 2018

Dal 4 al 17 giugno si svolge a Brescia la quarta edizione dell’A.BI.Book, il Festival dedicato alla Lettura per l’Infanzia. Come indicato nel programma della manifestazione, nessun ostacolo dovrebbe limitare l’accesso ai libri, all’ascolto delle storie, alla scoperta dei colori e delle immagini. Libri senza barriere è il titolo di questa edizione con l’obiettivo principale di proporre riflessioni, indicazioni di letture per tutti, per dimostrare che i libri non hanno confini e che il grande tesoro che contengono può venire condiviso e diventare inclusivo.

Sono sempre più numerose le case editrici che si dedicano a un certo tipo di pubblico, quei bambini e ragazzi che per un motivo o per un altro manifestano maggiori difficoltà ad approcciarsi alla lettura e al libro in sé. L’offerta di libri accessibili e disponibili sul mercato italiano è ancora esigua, a volte poco conosciuta e difficilmente reperibile. Le realtà editoriali piccole devono fare i conti con i costi di produzione molto spesso alti, al punto da ritenere le loro scelte temerarie e intraprendenti. Tra le case editrici che hanno deciso di imbarcarsi in un progetto non facile ma importante troviamo la Uovonero di Crema, che vuole “creare libri speciali per dare a tutti i bambini, compresi quelli che hanno difficoltà di lettura di vario genere, il piacere di leggere e condividere gli stessi libri”. E ancora intende “diffondere una cultura della diversità intesa come ricchezza, che sappia stimolare curiosità e conoscenza anziché paura e diffidenza, per mezzo di albi illustrati, opere di narrativa e saggi”.

Molto spesso quando si parla di bambini disabili, down, autistici, sordi, ci si ferma di colpo di fronte quella condizione che li fa vedere come “diversi” dai loro compagni. Se con diversità si vuole intendere un’accezione limitativa del termine, e per questo lasciare quei bambini in condizioni di arretratezza culturale perché “poverini, tanto non possono essere come gli altri”, allora tale diversità si trasforma in una sottrazione, una barriera come quelle architettoniche di cui sono piene le nostre città e, a volte, le nostre scuole. Se in quella diversità, al contrario, si vede uno stimolo per “costruire qualcosa”, allora l’accezione negativa si converte in positiva per poterci lavorare al meglio. C’è sempre da ricordare che i bambini, tutti, sono diversi gli uni dagli altri. Per ognuno di loro ci si prefigge un obiettivo e questo vale anche per i bambini con qualche difficoltà. Non partire dal negativo (“è un disabile, non può fare come gli altri”, “non può essere come gli altri”) ma, sempre, dalle risorse che abbiamo, anche piccole, per lavorarci e farle crescere. Raggiungere quell’obiettivo diventa lo scopo, la sfida, quella meta per far sì che qualsiasi bambino possa essere fiero e soddisfatto di quello che è e che fa.

Si tratta di opere che vanno incontro a questi lettori che possono avere Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) come ad esempio la dislessia, o Bisogni Educativi Speciali (BES), al cui interno si collocano bambini disabili, ma anche stranieri o con particolari situazioni socio-economiche. Non ultimo, e questo andrebbe sempre ricordato, il materiale indirizzato a questi bambini “speciali”, può essere sempre un valido strumento per tutti gli altri.

Il progetto editoriale della Uovonero si inserisce proprio all’interno di questo discorso, volendo venire incontro alle persone che hanno qualche svantaggio nella lettura. Quando ci si avvicina a un libro con qualche problema, la lettura diventa un incubo, un peso. Un dovere che si affronta con noia e gran fatica. Riuscire a trovare un modo entusiasmante per alleggerire quel peso e farlo diventare un piacere, rientra negli obiettivi di questa casa editrice nata nel 2010 dalla passione di tre persone dal percorso individuale e lavorativo molto diverso – Enza Crivelli è una psicologa dell’autismo, Lorenza Luz Pozzi si occupa si comunicazione, Sante Bandirali di musica – ma da un grande amore in comune: i libri e la lettura. Dopo le iniziali difficoltà e qualche porta sbattuta in faccia, sono riusciti a creare la loro casa editrice, questo uovo dalle mille sorprese perché, come dice la Crivelli, “i nostri bambini devono avere la possibilità di leggere, e farlo su libri veri. Devono poter entrare in libreria e scegliere un libro, portarselo a casa e leggerselo, esattamente come tutti gli altri”. Da qui nasce la volontà delle loro collane, libri con rinforzi comunicativi che utilizzano strumenti di CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa) per i bambini in età prescolare o con difficoltà cognitive; versioni in simboli di celebri albi illustrati; opere di narrativa che aiutano gli altri a capire e accettare chi è diverso; libri di narrativa ad alta leggibilità che permettono di affrontare il tema della dislessia in maniera divertente; saggi sull’autismo.

La collana Pesci Parlanti si compone di fiabe tradizionali, destinati a tutti i bambini che hanno voglia di leggere e, per qualche motivo, faticano a farlo.

Il brutto anatroccolo, a cura di Enza Crivelli e con le illustrazioni di Arianna Papini, vincitrice del “Premio Andersen”, presenta un intramontabile classico in una nuova forma comunicativa, adatta a tutti. Le pagine, di cartone, hanno una particolare sagomatura che rende il libro facile da sfogliare per chiunque. Il libro è realizzato con materiali resistenti, per durare più a lungo, in particolare in quei contesti dove è soggetto a un utilizzo più intenso.

I Raggi è invece la collana dedicata ai saggi sull’autismo, la cui conoscenza è ancorata a luoghi comuni, equivoci – basti pensare alla crociata contro i vaccini che farebbero diventare i bambini autistici – miti da sfatare e teorie superate. Testi inediti nel nostro paese, che gettano una luce nuova su un tema delicato e sempre più presente nella società contemporanea.

In Un’aliena nel cortile di Clare Sainsbury, ad esempio, ci troviamo tra le mani una vera testimonianza, limpida e corretta, per comprendere gli studenti con sindrome di Asperger. L’Autrice aveva 20 anni quando si riconobbe nella descrizione delle caratteristiche della sindrome di Asperger e fu per lei una rivelazione ma anche un sollievo: i suoi problemi, quello che provava, avevano finalmente un nome. Raccontando la propria storia, in particolare le esperienze scolastiche, vuole evitare che gli altri diventino oggetto di derisione o prepotenze, perché nessuno passi la ricreazione in un angoletto, sentendosi come un alieno.

I Libri di Camilla la nuovissima Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili, pubblica con una forma comunicativa più accessibile albi illustrati già noti e apprezzati. I libri di Camilla sono identici agli originali nel formato, nei materiali e nel prezzo di copertina: l’unica differenza è rappresentata dal testo, ad alta leggibilità e arricchito dei simboli WLS. Tra gli editori che aderiscono al progetto ricordiamo Babalibri, Bohem Press, Coccole Books, Giralangolo, Kalandraka, Lo Stampatello, Sinnos e Topipittori.

Come non citare Piccolo Uovo della casa editrice Lo Stampatello, scritto da Francesca Pardi, illustrato da Altan, con i simboli curati da Enza Crivelli.

Piccolo Uovo decide di partire per un lungo viaggio alla scoperta dei tanti tipi di famiglia che esistono al mondo. La storia mostra come ogni tipologia di famiglia possa essere un luogo felice in cui crescere. La traduzione in Simboli WLS della Crivelli rende accessibile a tutti i lettori un racconto bello e profondo.

Per quanto riguarda la dislessia, invece, c’è Abbecedanze, romanzi ad alta leggibilità per parlare con serenità delle difficoltà di lettura. Henry Winkler, il famoso Fonzie di Happy Days è l’autore insieme a Lin Oliver delle fortunate serie Hank Zipzer il Superdisastro e Vi presento Hank.

I Geodi sono quei libri che vogliono gettare uno sguardo diverso sul mondo che ci circonda, uno sguardo curioso, attento, mai spaventato. Tra i titoli La bambina che andava a pile di Monica Taini, un albo illustrato che racconta la ricerca della propria identità di una bambina sorda.

I libri della Uovonero sono un valido strumento di inclusione che attraverso la molteplicità di livelli di lettura li rende condivisibili a bambini diversi. Attraverso i simboli, ovvero quell’apparato visivo come sono le illustrazioni, i fumetti e, non ultimo, la Lingua dei Segni, si vuole dare un supporto alla lettura. I simboli non sostituiscono la parola, la integrano. La rendono accessibile dove altrimenti resterebbe un’entità sconosciuta, un nemico incomprensibile. Li si potrebbe chiamare facilitatori, sono veri strumenti di arricchimento. E nella realtà ogni giorno più complessa che ci circonda, in particolare quella scolastica troppo abbandonata a se stessa, c’è sempre bisogno di strumenti validi. A volte, ci si riferisce a progetti come questi parlando di scelte coraggiose. Ci vuole coraggio. Da parte degli editori ci vuole più la determinazione di spiccare, non per amor proprio o per un mero discorso economico, quanto per affrontare di petto quelle realtà articolate cui si accennava. Il coraggio è spesso dall’altra parte, nei giovani lettori che possono affrontare le loro paure e le loro difficoltà anche grazie a operazioni come queste, che servono a dar loro la voglia di non arrendersi, non abbattersi e, soprattutto, a sentirsi meno soli e incompresi.

di Antonio Genna

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Recensione di Fermate quella rana su Area Di.To

Area Di.To

Le avventure di Hank Zipzer, funambolico personaggio creato da Henry Winkler e Lin Oliver, hanno ormai preso il largo, contando più di sette episodi già pubblicati in italiano. Accanto alla serie classica che vede protagonista il bambino dislessico più creativo di New York alla fine della scuola primaria, inizia a decollare anche la serie che, come una sorta di prequel destinato ai lettori più giovani, lo vede alle prese con i primi anni alla SP87. Dopo Un segnalibro in cerca di autore e Breve storia di un lungo cane, esce infatti ora, sempre per i tipi di Uovonero, il terzo capitolo (come sempre predisposto per una lettura autonoma ma ancor più gustoso se letto a seguito dei precedenti) intitolato Fermate quella rana e contraddistinto dalla consueta grafica ariosa, dalle illustrazioni a tutta pagina di Giulia Orecchia, dai capitoli brevi e dalla stampa ad alta leggibilità in carattere piuttosto grande.

La rana in questione è Fred: l’animale domestico del preside Love, lasciato in custodia alla classe di Hank, Ashley e Frankie durante un intero weekend. È Hank, in particolare, ad avere la fortuna di occuparsene dato l’inatteso feeling che dimostra di avere fin da subito con l’animale. Da parte sua ci sono le migliori intenzioni di prendersi cura del temporaneo ospite ma quando difficoltà di attenzione e memoria ci mettono lo zampino può diventare difficile fare fronte a fughe anfibie. Quando Hank dimentica di mettere il coperchio all’acquario di Fred tutti gli amici e i famigliari saranno costretti a una caccia al tesoro contro per ritrovare la preziosa bestiola. Un posto d’onore in questa nuova avventura lo guadagna senza dubbio il cane Cheerio, affettuoso quanto inaspettato compagno di giochi di Fred, capace di mostrare a suo modo come gli amici si nascondano spesso dove meno ce lo aspettiamo.

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Recensione di Breve storia di un lungo cane su Area Di.To

Area Di.To 

Formato più grande, testo più grande, illustrazioni più grandi: così – all’insegna di dimensioni più consistenti – si presenta la nuova serie ad alta leggibilità di Uovonero (Vi presento Hank) rivolta a lettori alle prime armi. L’effetto è senz’altro rassicurante per i sette-ottenni che si avvicinano alla lettura e che possono trovare nelle avventure del giovanissimo Hank Zipzer uno stimolo spassoso a leggere in maniera sempre più sciolta. Le storie scritte da Lin Oliver e Henry Winkler e qui condensate in pagine più contenute rispetto alla serie base con lo stesso protagonista, hanno infatti il pregio di scorrere veloci e parlare dritto alle orecchie dei ragazzi.

In Breve storia di un lungo cane (intrigante fin dal titolo, bisogna proprio dirlo!) il giovanissimo Hank deve a tutti i costi migliorare la sua pagella scolastica: in ballo c’è la possibilità di far visita al canile e portarsi a casa un cagnolino da accudire e coccolare. Stufo di avere tra i piedi la squamosissima iguana della sorella Emily e desideroso di avere una bestiola tutta per sé, Hank ce la mette tutta per trasformare le insufficienze in voti degni di un eroe scolastico. La motivazione è forte (cosa da non sottovalutare!) ma sarà sufficiente a compensare le difficoltà di lettura che affliggono il protagonista e che sono il motore delle sue più note avventure e disavventure? In questo caso sì! Complice anche una maestra comprensiva e lungimirante che sa valorizzare l’ingegno e la creatività di Hank (diversamente dalla signorina Adolf che qualche anno più tardi casserà in pieno il suo tema vivente sulle Cascate del Niagara), il ragazzo riesce a raggiungere i suoi obiettivi e a portare a casa un adorabile salsicciotto di pelo di nome Cheerio. Da lì in poi la vera sfida sarà mostrarsi davvero responsabile agli occhi dei genitori insegnando al cucciolo come comportarsi fuori e dentro casa, dove guai e imprevisti sono sempre dietro l’angolo

Anche questo libro, come gli altri dedicati ad Hank Zipzer, è stampato ad alta leggibilità ricorrendo a un Verdana modificato, a una carta avoriata e a una spaziatura e sbandieratura particolari. Questo agevola senz’altro la lettura anche in caso di dislessia ma la rende altresì più agevole laddove non ci sia alcun tipo di disturbo. Il testo concorre a questo scopo con frasi perlopiù brevi e non troppo ostiche da seguire mentre le grandi illustrazioni firmate da Giulia Orecchia e sistemate qua e là lungo il testo e in apertura di capitolo contribuiscono dal canto loro a fare del volume un oggetto davvero appetibile e amichevole.

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Recensione di La bambina che andava a pile su Radio Svizzera

Librintasca, Radio Svizzera - 25 maggio 2018

Si parla molto di lettura ad alta voce, di piacere dell'ascolto, recentemente c'è stata anche la prima Giornata Svizzera della lettura ad alta voce.

Ecco, mi piace, apparentemente in controtendenza, ma forse anzi proprio come riflessione il più possibile profonda su cosa sia l'ascolto, proporvi un bel libro che parla di sordità. È un albo illustrato, è uscito dalle edizioni Uovonero, si intitola La bambina che andava a pile. L'allusione è alla protesi acustica: ho una vita fatta di fili ed elettronica e l'altra di eterno silenzio. E nessuna è interamente mia. Così dice la bambina protagonista, in queste pagine, scritte in prima persona, dal punto di vista suo, di bambina sorda. Ma sorda è una parola che non può contenere l'identità ricca di una persona, non può certo etichettarla. Lei è Monic, e Monic in una delle splendide illustrazioni è raffigurata mentre cammina tenendo in mano un mazzo di palloncini che si librano leggeri accompagnandola. Su ognuno c'è una parola che parla di lei: amica, sorella, figlia, artista, tutor, compagna eccetera...e il palloncino che sfugge, quello che vola via... è il palloncino con la parola sorda. Monic è tante altre cose, come ognuno di noi. Anche artista, abbiamo sentito. Sì perché questa è una storia che la giovane autrice, Monica Taini, nata a Brescia nel 1992, conosce bene. Monica Taini, che ha una diagnosi di sordità profonda, ha studiato Grafica d'arte e incisione all'Accademia di Belle Arti di Venezia. Le sue immagini sono molto belle, molto intense, e con un tratto che comunica con immediatezza anche a bambini piccoli. In bianco e nero, sembrano xilografie, si accompagnano a un testo sobrio ed essenziale che si staglia in caratteri azzurri. Parole sobrie e tuttavia densamente espressive. Monic ha due voci, mani e bocca, proprio come la sua alter ego autrice, cresciuta bilingue con italiano e lingua dei segni. Un libro che ci racconta emozioni e sensazioni di una bambina che non è udente ma che sa praticare molto bene l'ascolto profondo dell'altro.

Alla fine c'è un glossario di cultura sorda, definito dall'autrice semiserio e strettamente confidenziale. E qui, oltre alle informazioni puntuali e preziose, che arricchiranno i lettori, soprattutto quelli udenti, domina un tono leggero e umoristico: dalla b di batterie - piccole pile che permettono alla protesi di funzionare. Quando ti servono non le trovi mai; alla i di integrazione, tanto per fare un altro esempio - è quando non ti ricordi che il tuo amico usa le protesi e gli urli ma sei sordo e lui ti risponde sì e poi vi mettete a ridere tutti e due, fino alla u di udente- è una persona che sente perfettamente i suoni con le orecchie. Però esistono udenti che non sanno ascoltare gli altri e che sono i veri sordi, con la loro incapacità di sentire la musica del cuore.

di Letizia Bolzani

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Recensione di Le percezioni sensoriali nella sindrome di Asperger su Autismo Treviso

autismotreviso.org

Le percezioni sensoriali nell’autismo e nella sindrome di Asperger di Olga Bogdashina, è pubblicato in Italia dalle edizioni uovonero (2011). Il titolo originale col sottotitolo è lungo ed eloquente: Sensory Perceptual Issues in Autism and Asperger Syndrome. Different Sensory Experiences – Different Perceptual World. Esperienze sensoriali differenti – mondo percettivo differente: questo è il dato essenziale, che fonda l’intera argomentazione del testo di Olga Bogdashina. Si tratta di un libro uscito nel 2003, e in questi 10 anni la ricerca sull’autismo ha realizzato grandi progressi, e tuttavia quel dato essenziale rimane: se è vero che le persone autistiche hanno esperienze sensoriali differenti da quelle dei neurotipici, e da questo deriva un loro mondo percettivo differente, e da questo conseguono comportamenti che ci appaiono insensati, e che poi vengono trattati a prescindere dalla comprensione di quel mondo, le problematiche rimarranno sempre gravi, e ciò che si otterrà sarà solo, eventualmente, una modifica della parte emersa dell’iceberg autismo, mentre la parte immersa e invisibile, la più grande, rimarrà intatta.
Un piccolo esempio soltanto: «Molti individui autistici hanno riferito di avere grosse difficoltà a tollerare luci fluorescenti, poiché sono in grado di vedere uno sfarfallamento con frequenza di 60 cicli al secondo. I problemi legati agli sfarfallii possono andare da un eccessivo affaticamento degli occhi al vedere una stanza “pulsare” (Grandin). Alcune persone riferiscono di sentirsi assonnare quando le luci fluorescenti sono accese.» (p. 70) In tutte le scuole italiane i nostri figli autistici hanno i loro banchi sotto belle luci al neon, magari in classi dove regnano disordine e rumore, e questo viene chiamato integrazione!

Il libro della Bogdashina offre una panoramica molto vasta e articolata delle problematiche sensoriali, e dovrebbe costituire una lettura obbligatoria per tutti i neuropsichioatri italiani. Dal canto nostro, aderiamo totalmente a quanto l’autrice scrive nelle conclusioni (p. 193): «Poiché una qualche disfunzione sensoriale è presente in tutti gli individui con autismo, sarebbe utile ai genitori dei bambini autistici e ai professionisti che lavorano con questi bambini essere più informati sui problemi senso-percettivi che essi incontrano e sui possibili modi di aiutarli.
In ogni caso, dobbiamo smettere di tentare di renderli “normali” e di adattarli al nostro mondo. L’obiettivo di ogni intervento dovrebbe essere aiutare gli individui autistici ad affrontare i propri problemi e a imparare a funzionare nella comunità. Qualsiasi programma di trattamento o di terapia venga utilizzato non li renderà meno autistici. Un’accresciuta autoconsapevolezza può però portare a compensare meglio le proprie difficoltà, il che a sua volta può ridurre i sintomi e rendere l’autismo meno disabilitante.»

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Recensioni di Crystal della strada su ex libris

Ex libris - 30 giugno 2017

Alla vigilia del suo quattordicesimo compleanno Holly Hogan scappa dalla casa dei suoi genitori adottivi. Vuole ritrovare sua madre, quella vera. Non è la prima volta che tenta la fuga, ma stavolta sta fuggendo per davvero. Ha studiato un piano per non farsi beccare dalla polizia. Nella sua borsa ha messo: spazzolino da denti, iPod e auricolari, rossetto e specchio, spazzola, cellulare, borsellino di pelo rosa; l’anello con la pietra d’ambra che le ha regalato la madre prima di sparire – è un portafortuna. E una parrucca di riccioli biondi.

Quando Holly indossa la parrucca viene invasa come da un soffio di aria magica che la trasforma in un’altra lei: una ragazza affascinante, un tipa strana, che se ne frega di quello che pensa la gente, lieve come una brezza, caotica, tremendamente sveglia e un po’ pazza, Crystal l’inarrestabile: dimostra tre o quattro anni di più, sa tenere a bada gli adulti (i babbacucchi, come li chiama lei) ed è capace di cavarsela anche nelle situazioni più estreme.

“Ero Crystal, Crystal della strada, che cammina nel cielo notturno, pollice in fuori e sigaretta in mano. Ero partita per l’Irlanda, dove abitava mia madre e dove l’erba era verde. Non sapevo esattamente in quale città fosse lei, ma l’avrei trovata. Sicuro. Avrei attraversato il Mare d’Irlanda e avrei camminato sulle colline irlandesi nella pioggia sottile e dolce, bevendo l’aria fresca a pinte, proprio come aveva promesso la mamma. Nessuno mi avrebbe fermata.”

Comincia il viaggio, da Londra verso la terra d’origine, soffusa di luce come un sogno. La madre è sempre con lei, accanto a Holly, dentro la sua testa, le sue viscere, carne della sua carne, un’immagine che la pervade, tutta, così viva e presente, come se non fosse mai andata via, da poterla toccare anche se non c’è, una voce che non smette mai di sussurrare, di ridere e vorticare, struggente.

Riaffiorano i ricordi, chilometro dopo chilometro, passaggio dopo passaggio, sulla strada, in viaggio dentro se stessa, sempre in bilico tra Crystal e Holly, il passato e il presente, il desiderio immaginifico e la crudezza della realtà.

Crystal della strada è un romanzo che non risparmia il dolore, non racconta bugie edulcorate, eppure lascia spazio alla speranza; una storia che emoziona e diverte, commovente.

Difficilmente dimenticherete Holly Hogan, la sua voce autentica di ragazza di quattordici anni e un giorno alla fine del viaggio.

Siobhan Dowd ha scritto quattro romanzi per ragazzi, prima di morire improvvisamente di cancro nel 2007, all’età di quarantasette anni.

Con La bambina dimenticata dal tempo ha vinto la prestigiosa Carnegie Medal nel 2009, unico caso nella storia di assegnazione del premio a un autore già scomparso; Il mistero del London Eye ha vinto il Premio Andersen nel 2012.

di Sabrina Rondinelli

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Un'aliena nel cortile, Recensione al libro di Clare Sainsbury

Spazio Asperger - aprile 2017
 
Ecco uno dei miei vividi ricordi scolastici: me ne sto in un angolo del cortile come al solito, il più lontano possibile dalle persone che potrebbero urtarmi e gridare, mentre fisso il cielo e sono assorta nei miei pensieri.
Ho circa otto o nove anni e ho cominciato a capire che sono diversa: un tipo di diversità che non ha nome,
ma che riguarda tutta la mia persona [...]
Penso che potrei essere un'aliena messa su questo pianeta per errore; spero che sia così,
perché questo significherebbe che potrebbero esserci altre persone come me nell'universo.
Sogno che un giorno un'astronave scenderà dal cielo sull'asfalto di fronte a me,
e ne usciranno delle persone che mi diranno:«È stato tutto un terribile errore. Non saresti mai dovuta essere qui.
Noi siamo il tuo popolo e siamo venuti per riportarti a casa».
 
 
Il libro Un'aliena nel cortile di Clare Sainsbury è una autobiografia che parla dell'esperienza dell'autrice come studentessa Asperger che ha avuto la diagnosi in tarda età. La diagnosi è un elemento fondamentale per la Sainsbury poiché aiuta a capire se stessi, tuttavia, aggiunge l'autrice, ottenere una diagnosi deve significare anche poter incontrare un mondo che conosca la sindrome di Asperger.
 
 
Ed è per questo che la Sainsbury ci parla della scuola come il primo mondo sociale che incontra l'individuo, dopo la sua famiglia, e di quanto questo contesto sia  fondamentale per lo sviluppo delle competenze e la crescita equilibrata di tutti gli individui e in particolar modo di quelli nello spettro. L'obiettivo dell'autrice è appunto la diffusione della conoscenza dell'autismo ad alto funzionamento/Asperger a partire dai contesti scolastici, dove purtroppo spesso gli individui vivono il loro inferno silenziosamente e non senza traumi, difficoltà e fallimenti.
 
 
La lettura del testo è consigliata agli insegnanti, alle famiglie, agli educatori, ai formatori e a tutte le persone che hanno voglia di capire meglio gli studenti con sindrome di Asperger.
 
 
L'autrice afferma il bisogno di più inclusione scolastica, di più equità e di maggiore protezione da parte dell'istituzione scolastica e degli insegnanti verso tutto ciò che per un individuo Asperger risulta essere troppo difficile, in un contesto - la scuola - che troppo spesso non riesce ad essere al passo con un'esigenza di apprendimento differente, e dove sovente la distanza dagli altri si fa più ampia proprio a causa del diverso approccio alle competenze.
 
L'obiettivo, dice la Sainsbury, dovrebbe essere proprio "quello di trovare dei modi per vivere insieme nel modo più armonioso possibile", tenendo presenti le differenze di ogni individuo.
 
 
La scrittrice descrive se stessa negli anni della scuola come una bambina curiosa, con intelligenza vivace e alla ricerca di risposte, in un mondo progettato con regole non scritte, dove si sentiva incapace di fare cose, benché gli altri sapessero esattamente cosa fare, e di come per questo sia stata giudicata pigra, svogliata, antipatica, supponente, non interessata ai compagni e indifferente alle regole. Descrive le sue ore trascorse in solitudine, nell'incomprensione totale di quel che accadeva e nell'indifferenza da parte delle compagne e degli insegnanti - in un vuoto di emozioni  - ed estranea agli altri e a se stessa.
 

Il libro sostiene il potenziale dell'istituzione scolastica come strumento educativo e formativo fondamentale e ritiene importantissimo il ruolo degli insegnanti e la loro funzione di mediazione e di supporto per tutti gli studenti  in particolar modo per quelli Asperger. Attraverso il suo personale racconto l'autrice mostra come troppo spesso i contesti educativi non siano pronti ad accogliere la diversità né tanto meno a riconoscerla per mancanza di strumenti. Per questo l'autrice ha deciso di attivare una chat attraverso la quale fornisce aiuto agli studenti nello spettro.
 
 
La prefazione all'edizione italiana è a cura di Theo Peeters, il quale dice "Insegniamo alle persone con autismo: ma cosa ho imparato io da loro? Per chi legge il libro di Clare Sainsbury sarà più facile capire quanto è possibile imparare da loro".
 
All'interno del libro è presente anche un saggio di Tony Attwood.
 

Intervista a Flavia Caretto

Questioni e Idee in Psicologia, n. 16 - Aprile 2014


Flavia Caretto è psicologa e psicoterapeuta. All’inizio degli anni ’90, ha indirizzato l’esperienza formativa e lavorativa alla valutazione e all’intervento psicoeducativo per persone con autismo, prima come allieva e poi come collaboratrice di Theo Peeters, Direttore dell’Opleidingscentrum Autism di Anversa. Da allora si occupa di persone con autismo, e mette a disposizione la sua esperienza come docente AIAMC e formatrice per numerosi corsi, universitari e non, dedicati all’autismo. Attualmente è presidente di CulturAutismo Onlus, la prima associazione italiana di advocacy di professionisti dell’autismo.
Proprio alla luce della sua pluriennale esperienza a livello nazionale e internazionale, in concomitanza con la settima Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo, abbiamo chiesto alla Dott.ssa Caretto di fare il punto sull'autismo oggi, di spiegarci che cosa si può fare e quali figure e risorse possono essere coinvolte per migliorare la qualità di vita delle persone con autismo.

D. Che significato ha la giornata del 2 aprile, per l’autismo?

R. Il 2 Aprile del 2014 ricorre la settima Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo. Si tratta di una giornata di sensibilizzazione culturale e di riflessione sulle peculiarità dell’autismo e sulla qualità della vita delle persone autistiche e delle loro famiglie. In questa giornata, alcuni monumenti famosi, ma anche municipi e palazzi, vengono illuminati di blu. Personalmente, non amo le “giornate di qualcosa”, ma capisco che, nel periodo storico che stiamo vivendo, può essere utile far ragionare la gente comune sul fatto che l’autismo è più frequente di quanto si pensi, e in genere diversissimo da come viene immaginato: può essere autistico il bambino di tre anni che non parla e muove le manine davanti agli occhi e può essere autistico un adulto che ha terminato gli studi e lavora, magari sposato e con figli.

D. Che variabilità individuale c’è tra le persone a cui viene diagnosticato un Disturbo dello Spettro Autistico?
R. La variabilità fra le persone dello spettro è enorme. È la stessa variabilità che c’è, io credo, fra le persone non autistiche. Oltre alle differenze dovute alle diverse età, esistono differenze di competenze, e di caratteristiche comportamentali, cognitive, emotive, incluse le variabili percettive, attentive, di regolazione. Proprio perché la variabilità è così ampia, si è cominciato a parlare di “spettro”.

D. Le attività di tipo psicoeducativo possono essere utili a tutti?
R. L’educazione è un diritto e, in generale, è ritenuta utile… dagli educatori! Un po’ meno da coloro che vengono educati… A parte gli scherzi, credo che se c’è qualcosa da imparare, si può provare a insegnarla. Ovviamente con modalità differenziate sulla base delle strategie cognitive proprie della persona che deve apprendere, ovvero del suo “stile” cognitivo. Bisogna tenere presente che le persone autistiche pensano diversamente dalle persone non autistiche. Quindi: apprendono diversamente. Credo che per rispettare il diritto all’educazione delle persone autistiche si dovrebbero veramente tenere presenti le peculiari caratteristiche della persona autistica a cui si sta insegnando.

D. Quali dovrebbero essere le finalità di un progetto psicoeducativo efficace ed efficiente?
R. In senso molto ampio, io credo che si debba puntare al miglioramento della qualità della vita della persona autistica e dei suoi familiari. Cosa significhi questo, in maniera specifica, dipende dalle caratteristiche, dall’età e dalle competenze della persona che si ha di fronte. Nessun programma psicoeducativo può essere intrapreso senza una buona conoscenza della persona. Questa conoscenza si crea attraverso una buona osservazione ed una buona valutazione, intrapresa con strumenti riconosciuti a livello internazionale, utilizzati per comprendere i sintomi e le particolarità della persona, ma soprattutto i suoi punti di forza e le sue potenzialità. Un progetto psicoeducativo efficace mira allo sviluppo delle potenzialità, alla creazione di abilità, soprattutto nell’area sociale e della comunicazione, ma anche nell’area dell’autonomia, del gioco e del tempo libero, del comportamento di lavoro e dell’attività di lavoro, e nell’area degli interessi. Per ognuna di queste aree si dovrà perseguire un progetto relativo all’età. Ad esempio, se, nell’area sociale, per i piccolissimi si lavorerà sull’attenzione congiunta e sull’intersoggettività, per i bambini più grandi si lavorerà sull’amicizia, e per gli adolescenti sulle relazioni intime. Un programma efficiente deve essere individualizzato, ovvero deve essere come un abito “tagliato su misura” per la persona, come diceva Enrico Micheli. Deve essere condiviso, ovvero definito veramente insieme da professionisti e familiari. Deve essere verificato e verificabile dall’esterno, in maniera “non autoreferenziale”. Questo significa che chi propone una serie di attività ai familiari (magari a pagamento) non può essere la stessa persona o ente che successivamente afferma che queste attività sono state utili alla persona. La verifica, insomma, dovrebbe essere determinata da una valutazione esterna, oserei dire “pubblica” – ma questo è un altro discorso, piuttosto delicato, in un momento storico in cui assistiamo a una sorta di “ritiro” del Servizio pubblico e ad una crescente delega ai privati. Un programma efficace viene attuato nei luoghi in cui la persona vive, con la partecipazione di tutti quelli che vivono con la persona. Non va relegato a momenti, intensivi o meno, di terapia “magica”, eseguita magari nel chiuso di una stanzetta. Gli insegnanti, vivendo lunghe ore a contatto con il bambino, sono fondamentali come i genitori. I luoghi dell’intervento psicoeducativo per il bambino sono quindi soprattutto la scuola e la casa. Vorrei aggiungere su questo argomento, parafrasando le parole di Luisa Di Biagio, una psicologa italiana autistica, che un buon educatore o professionista dell’autismo dovrebbe dedicare metà del suo tempo ad insegnare alla persona autistica ad interagire con le persone tipiche e l’altra metà del suo tempo ad insegnare alle persone tipiche ad interagire con la persona autistica. Se non c’è supporto sociale, se non c’è la “rete” dietro qualunque intervento individuale, le cose non possono funzionare. La gente deve avere informazioni corrette sull’autismo, affinché bambini, adolescenti e adulti possano trovare il loro posto nella società. Le persone con autismo sono la parte “debole” della società, perché sono una minoranza, e perché il mondo è organizzato dalle persone tipiche per le persone tipiche. È compito della società civile accogliere ogni minoranza. È per questo che il 2 aprile, nella giornata della consapevolezza dell’autismo, noi dell’Associazione CulturAutismo Onlus abbiamo scelto di festeggiare facendo informazione agli alunni delle Scuole di ogni ordine e grado.

D. Le nuove tecnologie attualmente disponibili offrono effettivamente delle opportunità in più in ambito psicoeducativo o si limitano a rendere le stesse attività che si proporrebbero in modo tradizione più divertenti e accattivanti?
R. Innanzi tutto, quando si parla di educazione, essere divertenti e accattivanti è già un grande pregio! Poi, in effetti, i nostri bambini sono davvero molto attirati, in genere, da tutto ciò che è tecnologico. Ad esempio, il videomodeling, che consiste nel proporre la visione in video di comportamenti-modello, se ben organizzato, è davvero utile. Il video, in genere, cattura l’attenzione dei bambini. Il computer, con la sua coerenza, è più facile da comprendere per una persona autistica degli altri esseri umani. Credo che qualunque cosa possa essere fatta bene o male, e che, rispetto all’uso delle nuove tecnologie, la proposta di un supporto informatico non sia sufficiente a garantire l’utilità di un programma. Ma se gli obiettivi sono chiari, e il programma è ben fatto, poter scegliere se presentarlo anche su supporto informatico, oltre che con modalità tradizionali, può essere un vantaggio.

D. Le famiglie sono effettivamente in grado di migliorare la qualità di vita dei propri bambini con Disturbo dello Spettro Autistico?
R. Si, le famiglie sono in grado di migliorare la qualità della vita del loro bambino. Per questo devono essere dentro il progetto educativo “fin dal primo momento”, come diceva Enrico Micheli. Ma, soprattutto, noi professionisti dobbiamo avere l’obiettivo di migliorare la qualità della vita di tutta la famiglia, fratelli compresi, e di aiutare la coppia a rimanere salda. Fortunatamente, oggi, le nuove coppie non sono toccate dalle assurde teorie che colpevolizzavano le madri, e questo è già importante. Noi professionisti non dobbiamo dubitare dell’aiuto dei genitori, e allo stesso tempo loro devono chiedere a gran voce quello dei professionisti: due modi di essere esperti (gli esperti dell’autismo, e gli esperti del bambino) che si incontrano.

D. Che cosa accade alle persone con Disturbo dello Spettro Autistico una volta diventate adulte? Che tipo di vita possono avere?
R. Dobbiamo purtroppo ammettere che la qualità della vita delle persone autistiche che sono adulte oggi in Italia, non è alta, per diversi motivi. Un motivo riguarda il fatto che venti o trent’anni fa venivano diagnosticate solo persone con difficoltà davvero gravi, che non si sapeva come trattare. Questo significa che venivano non trattate, trattate in maniera non specifica, o peggio, errata. Di conseguenza, spesso queste persone non sono diventate autonome, e mostrano oggi anche gravissime difficoltà comunicative e comportamentali. Sono persone spesso accolte nei servizi diurni, che vivono in famiglia, e necessitano di grande assistenza. Un caso molto diverso, è quello delle persone adulte con un funzionamento molto buono, che non sono state diagnosticate affatto nell’arco della loro vita, e che chiedono e a volte ottengono una diagnosi in età adulta. Per queste persone si aprono nuovi scenari esistenziali, a volte risolutivi, rispetto alle domande sulla propria inadeguatezza sociale, a volte, invece, sconfortanti. Penso però che il futuro dei ragazzi con autismo, quelli che vengono diagnosticati oggi, spesso molto più precocemente che in passato, sarà migliore. Penso, voglio credere, che stiamo rendendo la società più accogliente nei loro confronti, e so che da un punto di vista psicoeducativo, in generale, stiamo offrendo loro molte più opportunità che in passato. Nel futuro, avremo adulti più capaci, in un mondo più preparato.

D. Quindi è possibile che ad oggi esistano persone con Disturbo dello Spettro Autistico che non sono state diagnosticate?
R. Si, è possibile. Il gruppo con cui lavoro ha restituito, negli ultimi anni, una prima diagnosi di spettro autistico a numerosi adulti. Questo è diventato possibile con l’ampliamento dello spettro e con il perfezionamento degli strumenti diagnostici, ben raccontato in un testo di recente pubblicazione (“Storia dell’autismo: conversazione con i pionieri”) e finalmente evidente nel nuovo DSM, che ha incluso in maniera crescente le persone ai confini con la tipicità. Ricordo che, relativamente pochi anni fa, quando feci il primo corso ADOS (il test che aiuta a fare la diagnosi) dicevamo: “Quando ci succederà di usare il modulo 4?” (è la parte del test che si usa per le persone adulte e verbali, senza deficit intellettivo). Eccoci qua, a distanza di pochi anni, con un cambiamento totale della tipologia dei nostri interlocutori: bambini sempre più piccoli, e adulti con un funzionamento ottimo. Questi ultimi, spesso hanno terminato gli studi, hanno un lavoro, vivono in una coppia, e in maniera indipendente. Tutto ciò, a conferma che l’autismo, in se, è una condizione, non una disabilità. Va considerata però anche la presenza di tanti adulti con difficoltà gravi, che arrivano da noi con diagnosi ancora errate, che preferisco non nominare. È una realtà triste ma frequente.

D. Si può ancora fare qualcosa secondo lei, per queste persone? Una diagnosi in età adulta può avere delle ricadute positive?
R. Innanzi tutto, una diagnosi corretta è comunque un dovuto. Io vorrei che mi venisse riconosciuto il diritto ad essere quello che sono, a non essere etichettata come pigra o maleducata, come “potrebbe ma non vuole”, che è quello che ci raccontano tanti che arrivano ad una diagnosi in tarda età. Bisogna ricordare che, per lo Stato italiano, gli autistici adulti ancora non esistono (nei codici della sanità). Poiché sono invisibili, non esistono servizi specifici, né adeguati, né non adeguati! Per gli adulti correttamente diagnosticati, andrebbe evitata poi la somministrazione dei farmaci non adeguata all’etichetta diagnostica. Detto questo, la risposta è: si, certo che si può fare qualcosa. L’idea dell’intervento precoce non deve distoglierci dal concetto che si può sempre e comunque, a qualunque età, intraprendere un intervento psicoeducativo. Per gli adulti senza deficit intellettivo e verbale, spesso, accanto ad un aiuto educativo, è necessario anche un supporto psicologico. Per gli adulti con difficoltà gravi, bisogna invece riprendere tutto il processo di valutazione funzionale e proporre attività adeguate, sperando di trovare le condizioni adatte perché un buon programma venga seguito, e non resti tutto sulle spalle degli anziani genitori. Ma va fatto, non ci sono alternative. E quando viene fatto, se ne vedono i risultati.

D. Quali attività di tipo psicoeducativo possono essere proposte anche a persone adulte?
R. Parlando di persone con gravi difficoltà, in genere non verbali o scarsamente verbali, nella mia esperienza ciò che preoccupa maggiormente gli educatori, e in particolare i genitori, riguarda i comportamenti problematici. Per essere chiari, l’aggressività auto ed etero diretta. Purtroppo, tanti cercano di intervenire per “togliere” comportamenti problema, mentre si dovrebbe intervenire per consegnare la possibilità di tenere comportamenti adeguati, che è molto differente. Da molti anni si sa che i comportamenti problema sono “messaggi” ovvero sono sostitutivi di comunicazioni adeguate. Per queste persone, noi cerchiamo di riorganizzare l’ambiente fisico e relazionale, in modo da renderlo chiaro e significativo. La prima cosa da fare è ragionare sul livello di comunicazione recettiva di queste persone e cominciare a comunicare con loro in maniera davvero chiara. La seconda cosa da fare è aiutare loro a comunicare con noi in maniera davvero chiara. Gli strumenti per capire le competenze comunicative di una persona, anche adulta e non verbale, esistono. E anche le modalità di aiuto, sono più che reperibili in letteratura, e in italiano. E, a quel punto, una persona autistica va ascoltata.

D. Esistono percorsi formativi finalizzati a fornire agli operatori le competenze necessarie a sapere progettare un intervento psicoeducativo individualizzato ed efficace per ogni persona?
R. In Italia, oggi, vengono attivati moltissimi corsi, alcuni utili, altri meno, ma non esiste ancora un titolo specifico in “autismo”. Purtroppo, i corsi sono quasi tutti a pagamento e vengono proposti dopo la fine degli studi a giovani che cercano una strada di occupazione alcuni dei quali non hanno una vocazione personale per l’autismo. Insomma, questi corsi rappresentano “una fetta di mercato”, un po’ una chimera per tanti ragazzi, e io spero che venga organizzata al più presto una regolamentazione pubblica. Voglio sottolineare che in Italia valgono i titoli di studio italiani a cui può essere aggiunta, ma non sostituita, la frequenza di corsi specifici. Inoltre, nessun corso teorico può essere sostitutivo di una buona pratica. Frequentare un corso teorico va bene, ma pensare poi di lavorare solo grazie a quel corso, è come pensare di poter giocare a tennis avendo appreso la tecnica in teoria. Non si impara a giocare a tennis solo guardando le partite in televisione, o solo leggendo dei libri e conoscendo le regole. Si comincia ad imparare a giocare a tennis solo quando si prende la racchetta in mano. E l’autismo è molto più complesso del tennis! Bisogna studiare, studiare e studiare. Bisogna leggere libri: oggi fortunatamente ce ne sono tanti disponibili in italiano. Bisogna osservare. E poi bisogna fare pratica. Una buona pratica, con una buona supervisione reciproca fra colleghi. Noi cerchiamo di lavorare in coppia, e in maniera sempre visibile ai genitori e agli altri educatori: aiuta a auto-osservarsi, a ridurre le possibilità di errore, e anche a ridurre lo stress, condividendo le decisioni.

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"La bambina che andava a pile" Monica Taini narra la sordità

Il giornale di Brescia - 22 maggio 2018

Le illustrazioni in bianco e nero, nessuna reticenza sulla propria sordità, un mix di delicata poesia e di capacità di sorridere. La bresciana Monica Taini racconta così la propria sordità (diagnosticata a 2 anni, a 10 è stata impiantata con il cocleare) nel libro "La Bambina che andava a pile (ed. Uovonero), che presenterà giovedì alle 17,30 alla biblioteca di San Polo, in via Tiziano 246.nel libro Monica è Monic, soprattutto una persona. Nella realtà si considera bilingue (l'italiano e la lingua dei segni) e lavora in una scuola primaria.

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Recensione di La bambina che andava a pile su Il Rosicchialibri

Il Rosicchialibri - 19 maggio 2018

“Pensavo che i diversi fossero gli altri. Ora, mi dicono, la diversa sono io”.
Com’è la vita per una ragazza sorda?
Un mondo fatto di parole senza suono, un mondo in bianco e nero (come le illustrazioni di questo libro), dove il bianco sono parole che galleggiano nell’aria come farfalle e il nero sono le zone d’ombra da superare per una persona sorda inserita nella nostra società.
Un mondo inscatolato dalla legge nelle parole “diversamente abile” e “minorato sensoriale”.
Un mondo fatto di pile per l’apparecchio acustico che non si trovano mai quando servono.
Un mondo fatto di “etichette”: una volta (non molto tempo fa) un sordo era detto “sordomuto”, ma ai sordi piace parlare, con la bocca e con le mani, alcuni poi non stanno mai zitti!
Un mondo sincero: i sordi non sanno mentire.
Molti passi sono stati fatti per accorciare le distanze fra coloro che sentono e le persone non udenti, due mondi che si sfiorano senza toccarsi, ma gli unici ad accorciare le distanze, come al solito, sono i bambini.
Una storia piena di suggestioni, raccontata dal punto di vista di una bambina sorda, per imparare qualcosa di più su un mondo altrimenti silenzioso.
Da non perdere alla fine del libro un piccolo glossario semiserio (e strettamente confidenziale) di cultura sorda.
H!

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Intervista Incantata a Peppo Bianchessi

Peppo Bianchessi è un illustratore che ci piace e con il quale abbiamo la fortuna di scambiare chiacchiere più o meno auliche e letterarie di tanto in tanto nella nostra libreria.
Lo intervistiamo oggi, reduce dal trionfo bolognese. Per chi non lo sapesse, Peppo è tra gli illustratori selezionati nella cinquantesima edizione della Fiera del libro per ragazzi, l' appuntamento annuale che si svolge a Bologna e che rappresenta tutti i sogni (e tutti gli incubi) per chi fa dell'illustrazione la propria professione.
Grazie a Peppo Bianchessi per averci concesso questa intervista, che pubblichiamo orgogliosi:

Ricciolino, Riccioli d'oro, Cappuccetto Rosso, Giacomino.......molti titoli della casa editrice Uovo Nero portano fieri le tue illustrazioni. Come è nata questa bella collaborazione ?

Attraverso un'amicizia pluriennale con due degli editori (e l'ammirazione reciproca dei rispettivi lavori). Io e Enza Crivelli negli anni abbiamo anche collaborato in molte scuole producendo diversi lavori interessanti. Fin da prima che nascesse la Casa Editrice sono stato un forte sostenitore di questa idea: la professionalità e la conoscenza di Enza nel campo dell'autismo, per esempio, sarebbe un peccato relegarle a un ristretto gruppo di persone che seguono magari un corso di formazione. Credo che l'aiuto che -come specialista- si può dare direttamente a pochi possa, oltre ad offrire la possibilità ad alcuni ragazzi un accesso a letture che fino a poco tempo fa erano loro precluse, trovare nei libri la giusta diffusione tra genitori, professionisti e insegnanti. E, ancora: per aprire una casa editrice del genere in questo momento bisogna essere un po' strambi. Appartenendo anche io alla razza stramba, non potevamo non collaborare.

Stai lavorando a qualche progetto in particolare ? Nuovi libri in arrivo ?

Sto lavorando ai progetti che ho presentato a diversi editori durante la Fiera di Bologna e sto preparando una mostra a Lodi il 9 di maggio (con probabilmente un piccolo libro -spero divertente- sulla creatività, sull'arte, l'Ikea e la stupidità -non necessariamente in quest'ordine).

Questo è il tuo anno: vincitore per le copertine Salani, selezionato a Bologna......quanta soddisfazione ?

Tantissima. Spero sia solo l'inizio di una serie positiva ma, dopo la Fiera e l'interesse di alcuni editori, si tratta di concretizzare parecchi progetti e questo richiede pazienza e concentrazione e svariate dita incrociate…

Ti piace disegnare all'aperto, prendi appunti, oppure hai uno studio e una scrivania? E dove trovi l'ispirazione quando non arriva ?

Mi piace disegnare e dipingere ma non sono un pittore en-plein-air. Quando sono in giro le idee le scrivo, piuttosto. A casa lavoro più che altro al computer e, seppure nascosta da tonnellate di disegni, colori e altro penso ci sia pure una scrivania. Mi ricordo che c'era, sì.
Per quanto riguarda l'ispirazione, credo funzioni così: quando le informazioni arrivano al cervello (dagli occhi e da tutti gli altri sensi) dovrebbero seguire un certo percorso. Chi fa un lavoro creativo ha dei punti dove queste informazioni deviano dal loro percorso logico e portano a conclusioni differenti. Per questo spesso gli artisti sembrano un po' disadattati e per la stessa ragione riescono a mostrare spesso cose più interessanti in posti inaspettati: è il concetto di serendipità, quello di trovare tesori dove non ce lo si aspetta.
Edison diceva: "Il genio è per l'1% ispirazione e per il 99% traspirazione" e se dovessi dare degli esercizi per sviluppare quell'1% sarebbero questi:

Non dare niente per scontato.
Impara la differenza tra "Guardare" e "Vedere".
Impara che le storie interessanti si fanno proprio con i "SE", al contrario di quello che dicono. "E se invece…".

Qual è la tua tecnica di illustrazione, e come sei arrivato al tuo stile attuale ?

Penso molto prima e disegno veloce poi, in linea di massima.
Ho sempre vissuto in quel casino che elegantemente alcuni definiscono caos creativo, sono onnivoro, curioso e probabilmente pasticcione. Mi piace sperimentare e mischiare tecniche diverse. Attualmente lavoro unendo disegni a mano libera, pattern e texture che trovo o creo e digitalizzo, poi le mescolo e dipingo al computer. Una volta stampato, se non sono soddisfatto del risultato, intervengo con penne e pennelli veri…
Generalmente non mi piace l'illustrazione generata al computer, io lo uso per "assemblare" e ricercare combinazioni che -se fatte tradizionalmente- richiederebbero un sacco di prove, materiali, carta (e aumenterebbero il casino). Il risultato finale cerco di renderlo il più "caldo" possibile.
Mi è difficile dire come ci sono arrivato: disegnare mi è sempre servito a capire meglio ciò che vedo intorno e il resto è esercizio che si fa per trovare il proprio segno. Il computer, per i motivi che ho spiegato, mi ha aperto diverse possibilità e, quando poi gli editor ti chiedono di cambiare 1000 volte un tuo disegno, per me è utilissimo.

Che tipo di bambini sei stato ? C'è un libro che ha segnato più di altri la tua infanzia ?

Se il plurale di bambini è un refuso, lo trovo interessante: sì, sono stato un po' di bambini diversi. Direi abbastanza pensoso: da bambino ero vecchissimo e saggio. Poi ero anche Lego-immaginifico. E poi -lo sono ancora, nonostante la mole- abbastanza timido.

Mia nonna austriaca era un libro vivente di storie nordiche (che poi erano quelle dei Grimm ma con nomi più esotici) mio nonno scriveva, mio padre aveva riempito la casa di libri di ogni genere e mia madre ci ha cresciuti (me e i miei fratelli) con la collana "tanti bambini" dell'Einaudi (ripubblicata da Corraini), con i libri di Munari e di Rodari ma se devo pensare ad un libro solo, penso ad uno che un collega americano regalò a mio padre: "Mother Goose" di Charles Addams (Si, quello della famiglia Addams). Una raccolta di filastrocche illustrate con disegni bizzarri, inquietanti, grotteschi ed allo stesso tempo lievi e spiritosi. La famiglia Addams è stato il mio primo esempio di come spesso "i mostri non sono necessariamente i cattivi e i buoni non sono necessariamente quelli che chiamiamo normali".

Poi, tanto per contraddirmi faccio due aggiunte: verso i 12 anni ho ricevuto due libri importanti illustrati da Folon (pubblicate come strenne dall'Olivetti): "La Metamorfosi" di Kafka e "Le Cronache Marziane" di Ray Bradbury.

Nello scaffale della tua libreria non può mancare......

Difficile questa, visto che tendo ad essere un accumulatore compulsivo.
A parte i 3 citati prima, ho tanti libri giapponesi, la maggior parte d'arte.
Tanti vocabolari e dizionari di lingue improbabili e enciclopedie strane. Ci sono un sacco di idee dentro...
Tanti libri con raccolte di simboli, pattern e illustrazioni (Tipo Pepin Press, Logos, Taschen).
Libri di pittura e pittori.
Tanti libri per bambini, di quelli che avevo da piccolo e di quelli che compro ora con la scusa del lavoro.
Per quanto riguarda la narrativa, credo di essere affezionato alla fantascienza e a chi immagina altri mondi: Tutto Dick, I racconti di Bradbury e Asimov ma anche "L'enciclopedia dei sogni" di Borges e alcuni libri Calvino.
Poi, in ordine sparso, libri che riguardano i giochi, la comunicazione, il linguaggio e la scienza: Quenau, Perec, Watzklawick, Sacks...

C'è un libro o una storia che sogni di illustrare, e lo farai prima o poi ?

Sai che non ci ho mai pensato seriamente? In questo momento sto lavorando su Kafka. Mi spaventa e mi affascina inabissarmi in un testo che ho amato: ne ho timore e ne ho troppo rispetto per rischiare di rovinarlo con un'illustrazione che ne limiti l'evocatività… devo davvero fare un grande sforzo per cercare di entrare in ciò che l'autore ha voluto dire a parole (e che forse avrebbe voluto dire con le immagini se avesse saputo o voluto disegnare). Poi potrei decidere di fare tutt'altro, volendo far risaltare un aspetto piuttosto che un altro. Credo che le illustrazioni debbano essere amiche del testo, interagire con lui piuttosto che sopraffarlo o esserne sopraffate come semplici didascalie.
Sogno piuttosto di scrivere un bel libro, di raccontare una bella storia: a costo di andare contro la mia attività principale, ho sempre creduto che la scrittura sia spesso più interessante delle immagini: è più evocativa e lascia spazio all'immaginazione del lettore. Poi ci sono illustratori così bravi che riescono a dare un'immagine tanto potente da renderla inscindibile dalla storia.
Sono due linguaggi che devono giocare, danzare insieme. Spero di riuscirci prima o poi.

La bellezza e la poesia possono salvare il mondo ?
Dovrei rispondere semplicemente di sì. Credo che lo abbiano già salvato in parecchie occasioni e continuino a farlo, irresponsabili e solitarie.
Perché allora il mondo continua ad essere brutto e poco poetico?

Nell'ultimo secolo un aumento del "rumore di fondo" ha portato a confondere un po' le cose: Si confonde il valore di mercato di un oggetto con il suo valore artistico.
Si confonde la poesia con i poeti. L'estetica con gli estetisti.
Credo si debba partire dalle basi, dall'istruzione, anche della classe dirigente: bisognerebbe aiutare gli "eletti" ad "elevarsi" portandoli in giro a vedere come certi problemi sono stati risolti in modo "sensibile" ed efficace. Se questi sono cresciuti pensando che il giardino coi nanetti sotto casa fosse il massimo, avremo una città piena di fioriere e nanetti.

Continuo a non capire perchè si debbano circondare i bambini di bellezza e poesia e rinunciarci invece da grandi come se fosse un optional.

Non so se la bellezza e la poesia possano salvare il mondo: credo che però migliorino la vita senza controindicazioni e che aiutino ogni singola persona a dare senso e spessore alla propria esistenza.

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Ad alta leggibilità, inclusivi e curatissimi: i libri per tutti di uovonero

Disabili.com - 11 maggio 2018

I volumi di questa casa editrice per bambini sono piccoli gioielli che fanno accedere alla lettura anche chi ha difficoltà

Conosciamo da tempo la casa editrice uovonero: una realtà interessantissima impegnata nell’editoria di qualità, attenta alle molteplici esigenze di lettura, tanto da promuovere, insieme ad altri, testi non riadattati ma appositamente realizzati per chi non legge in modo “normale”. Tutto, nei volumi di uovonero, è studiato per agevolare la lettura: dai formati, ai font, agli spazi, alle immagini, agli a capo. Allo stesso tempo, uovonero promuove storie che danno voce alla diversità nelle sue varie forme, favorendo la curiosità e uno sguardo nuovo su ciò che ci circonda e che ci potrebbe spaventare.

I LIBRI IN SIMBOLI - Nel catalogo uovonero trovano spazio quindi libri che possono essere letti, ammirati e compresi anche da bambini e persone con vari disturbi della lettura: non solo con difficoltà di apprendimento, linguistica o di comunicazione, ma anche stranieri, ad esempio. Lo strumento è l’utilizzo di un codice iconografico che si affianca a quello verbale: le parole delle storie sono affiancate a simboli che le rappresentano, per cui nella lettura il bambino avrà a disposizione due codici che possono agire contemporaneamente come rinforzo, od essere usati alternativamente e singolarmente. Si tratta di una scrittura che utilizza le tecniche di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), in realtà utile anche per tutti i bambini che ancora non leggono.

I LIBRI DI CAMILLA – Oggi, in particolare, vi parliamo della nuova Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili (CAMILLA), che si affianca alla collana Pesci Parlanti di fiabe tradizionali edite in simboli PCS e nell’esclusivo formato sfogliafacile® (ve ne parlavamo qui).
CAMILLA è un progetto che sposa a pieno la filosofia uovonero: rendere accessibili a tutti – compresi i bambini con difficoltà di lettura - i migliori libri. A entrare nella collana saranno, pertanto, alcuni albi illustrati di successo dei principali editori italiani per l’infanzia, ripubblicati in versioni con simboli CAA, allo stesso prezzo delle versioni standard. Fanno già parte della collana, e possono essere acquistati online o in libreria:
Che rabbia! di Mireille d’Allancé, Babalibri
Le parole di Bianca sono farfalle di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus, Giralangolo
Lindo Porcello di Eric Battut, Bohem Press
Il piccolo coniglio bianco di Xosé Ballesteros e Oscar Villan, Kalandraka
Piccolo Uovo di Francesca Pardi e Altan, Lo Stampatello

I LIBRI CHE RACCONTANO LE DIVERSITA’ - Come dicevamo, anche nei contenuti uovonero si distingue. Interessante, in particolare, la collana dei Geodi, che parla di chi è diverso: libri che aiutano a non esserne spaventati, ma a conoscere, approfondire, essere curiosi, accettare. Dei Geodi segnaliamo in particolare la nuova uscita, l’albo illustrato La bambina che andava a pile di Monica Taini, un racconto in bianco e nero per raccontare la sordità e i suoi significati, come viene presentato.
Per Monica comunicare non è come per gli altri: è nata sorda, e vive in un mondo silenzioso. Per lei, tutta la giornata è come una lunga ora di lingua straniera, durante la quale può solo inseguire parole sfuggenti. Il buio le è nemico, e troppo spesso lei viene additata come la “diversamente abile”, la “minorata sensoriale”, la diversa. Eppure, Monica ha altri modi per comunicare: mani e bocca, le sue due voci. Quando il buio le è nemico, le sue protesi acustiche e le batterie che l’alimentano riescono a riempire il suo mondo di suoni. E anche se a volte gli altri se lo dimenticano, lei è anzitutto Monìc: una persona.
In appendice al libro, la cui autrice e illustratrice è una ragazza sorda dalla nascita, un glossario semiserio di cultura sorda porta il lettore a sorridere di chi è sordo e di chi non lo è. Ma soprattutto, un glossario che rappresenta un’occasione ulteriore per avvicinarsi al mondo dei sordi attraverso i loro occhi e le loro parole, riflettendo sulla diversità e sui pregiudizi.

I libri di uovonero si trovano nelle principali librerie e nei negozi online. Inoltre, se vi trovate nel capoluogo piemontese, vi consigliamo assolutamente una visita allo stand della casa editrice, in questi giorni e fino al 14 maggio 2018 al Salone Internazionale del Libro di Torino, al Pad. 2, Stand H22-J21!

di Francesca Martin

Leggi l'articolo sul sito Disabili.com

 

Recensione di Le parole di Bianca su Libri di tutti

Libri di tutti - 14 maggio 2018 

Ci sono albi che racchiudono magie, albi che emozionano, che ti entrano nel cuore e non se ne vanno più.

Quando ho letto per la prima volta "Le parole di Bianca sono farfalle", scritto da Chiara Lorenzoni, illustrato da Sophie Fatus e pubblicato da EDT Giralangolo, mi sono sentita trascinare in un silenzio intimo, quello che senti dentro di te, anche se fuori c'è rumore, mi sono sentita parte della quotidianità di Bianca, che non sente e non parla ma vive di emozioni, di sensazioni, che riesce a percepire le piccole cose, ciò a cui noi non diamo più alcuna importanza.

Bianca ci racconta il mondo dei bambini, con le rughe della mamma che anche quando è arrabbiata diventano sorrisi, o i baci di papà che hanno il rumore delle sue ciglia sul viso della figlia, quella quotidianità che ogni bambino sa trasformare in qualcosa di magico.

Un albo che ti culla tra la poesia e il silenzio di parole e immagini, dolci e delicate ma allo stesso tempo che ti travolgono con emozioni forti e potenti.

 

Così quando mi sono ritrovata tra le mani l'edizione pubblicata da Uovonero nella collana "I libri di Camilla" non solo l'ho comprata subito ma mi son detta "perché non regalarlo alla classe, perché non far conoscere questo meraviglioso albo ai bambini?"

Con la collaborazione delle insegnanti Chiara Pitzalis e Marida Virgadamo della 3C dell' I.c.s. IV Novembre di Cornaredo abbiamo dato vita ad una lettura a due voci, sottoponendo ai bambini entrambe le versioni: quella scritta in modo classico e quella in simboli WLS di cui ha usufruito un alunno.

Mentre la maestra Chiara ed io leggevamo a due voci, Marta Rota, un'educatrice che lavora con un alunno della classe, ha tradotto in segni un paio di frasi del libro facendo parlare le mani e allora ci è venuta l'idea di trasformare la lettura dell'albo scritto in modo tradizionale in una lettura dell'albo scritto in simboli WLS.

La settimana successiva ci siamo riviste ed è successo proprio quello che potete vedere in questo video (https://youtu.be/wxc7ESz_xOM): mentre la maestra Marida leggeva l'albo Marta gli ha dato vita, le sue mani sono diventate farfalle e ci hanno fatto vivere un momento magico, portandoci nel mondo di Bianca.

La classe, normalmente vivace e chiacchierona, è rimasta silenziosa, rapita dalla magia della lettura.
Alla fine della lettura è toccato ai bambini far parlare le proprie mani creando immagini, accompagnati dalla frase che più li aveva colpiti che potessero rappresentare il mondo di Bianca...ne è nato un cartellone, pieno della poesia di bambini ed insegnanti, davvero splendido che ora arreda la classe.
"I libri di Camilla" affiancati dall'albo scritto in maniera tradizionale sono degli ottimi strumenti di inclusione, di arricchimento, di confronto, uno strumento che, come nel nostro caso, ci ha reso possibile l'esperienza meravigliosa che abbiamo vissuto.

Perché se è vero che le parole di Bianca sono farfalle, ci sono mani, come quelle di Marta, che possono far volare alto, che ci possono portare, anche se per pochi minuti, in un mondo in cui fare inclusione è davvero un momento magico, in cui le differenze diventano ricchezza, in cui ogni bambino vive la magia dell'altro.

<<Bianca non vede e non parla ma le sue mani sono farfalle che danzano nell'aria>>.

Buona visione e buona lettura a tutti!

 

Leggi l'articolo sul blog: http://www.libridituttiblog.it/2018/05/le-parole-di-bianca-sono-farfalle-di.html

 

La forza di Michelle

Andersen 333 - giugno 2016

A libro chiuso mi sono sorpresa a chiedermi se, leggendo, avevo sito dento e dietro Le rose di Shell la "verde irlanda": certamente sì per la natura ed il respiro dell'oceano, per una religiosità sempre al limite tra devozione e mistero che pervade la vita quotidiana, per un mondo soprannaturale che sembra spessoaleggiare sulla realtà; ma nello stesso tempo mi sono accorta di averlo letto in bianco e nero, tanto la scittura è essenziale, concreta e tesa - ma capace di immagini suggestive ed attenta alle sfumature - priva di facili sentimentalisi pur raccontando una storia difficile, fatta di povertà e solitudine. Tutto il dramma di Shell è percorso da una forza vitale tenace e profonda, che fa sì che non si lasci piegare dagli eventi anche quando questi sembrano accanirsi in una catena di incomprensioni, abbandoni, giudizi velenosi ed accuse ingiuste; ed anzi le permette di traghettare la sua fragile famiglia, doppo la morte della mamma Moira che ha gettato il marito in una vertigni di whishey e religiosità bigotta e feroce, verso una nuova possibilità di futuro. Uovonero riedita il primo romanzo della scrittrice angloirlandese - uscito per la prima volta per Salani alcuni anni fa - con una nuova traduzione di Sante Bandirali ed un nuovo titolo (quello originale, "A swift pure cry", è una citazione dell'Ulysses di Joyce, piuttosto difficile da rendere in italiano): "una storia - aveva detto Siobhan Dowd in un'intervista - ispirata a due eventi sconvolgenti che si sono verificati in irlanda nel 1984. Forse è stata la sensazione inquietante di qualcosa di irrisolto in queste tragedie che mi ha spinto a scrivere A Swift Pure Cry". Michelle Talent, sedici anni, deve combattere con la povertà, i pregiudizi bigotti del paese, il declino del padre che nella confusione dell'alcool confonde la moglie e la figlia in una deriva pericolosa, l'affetto per i fratellini Trix e Jimmy per i quali è ormai il solo punto di riferimento. Unici agganci, il ricordo della madre, che sembra continuare a vegliare su di lei venendole in aiuto nei momenti più difficili, Padre Rose, un giovane sacerdote che le comunica una fede più autentica e un interesse sincero ma è anche lui vittima di ambiguità e tormenti, e il bel Declan, che per gioco, ma non solo, seduce Shell prima di scomparire al di là dell'oceano. Incinta, la ragazza dovrà affrontare scelte difficili, drammi, accuse e solitudine prima di riuscire con il suo coraggio a rimettere insieme tutti i pezzi del suo piccolo mondo senza che nessuno si perda.

di Anna Pedemonte

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Pagine d'autunno

Andersen 337 - novembre 2016

[...] I Libri di Camilla sono il nostro titolo del mese, con un titolo da sempre imperdibile della grandissima Mireille D'Allancé, Che Rabbia! (pp.24, euro 11,50) in veste di titolo della Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili, un progetto annunciato a Bologna e che ha visto il tempo estivo per maturare e arrivare sugli scaffali, forte di promuovere una collaborazione fra Babalibri, Bohem Press, Coccolebooks, Giralangolo, Kalandraka, Lo Stampatello, Sinnos, Topipittori, Uovonero e Auxilia. Qualcosa di importante, che diventa un modo democratico, inclusivo di vivere il mondo.

di Coordinamento librerie per ragazzi

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Gracidii per Hank

Andersen 338 - dicembre 2016

Ormai Hank Zipzer è personaggio ben noto ai lettori di "Andersen": protagonista della serie "Hank il superdisastro" pubblicata da Uovonero per lettori dagli otto ai dodici anni, lo ritroviamo da qualche tempo a questa parte anche nella collana "Vi presento Hank", desinata ai lettori tra i sette e i nove anni. La squadra è sempre la stessa: i racconti sono scritti da Henry Winkler e Lin Oliver e le illustrazioni sono di Giulia Orecchia; Hank è sempre Hank, solo che è più piccolo, ma non meno combinaguai. In Fermate quella rana! (pp. 120, euro 12,00) il preside Love decide di affidare Fred, la sua rana domestica, alle cure della signorina Fowlers e della sua classe. Ognuno ha un compito diverso: c'è chi si occupa di nebulizzare l'acquario, chi di dosare i grilli - una prelibatezza per Fred - chi addirittura si dedica alla composizione di una playlist in linea con i gusti di ranocchio. Tra tutti i compagni però, quello che sembra essere il preferito di Fred è propio Hank; così, quando si tratta di decidere chi deve occuparsi dell'animale nel fine settimana, la votazione è praticamente unanime, o quasi. La signorina Flowers è un po' preoccupata: il bambino riuscirà a non commettere errori e, soprattutto, a vincere le sue mille distrazioni? Il weekend è come previsto pieno di colpi di scena, ma, per fortuna, Hank è sempre affiancato da Ashley, Frankie e dal nonno, pronti ad aiutarlo qualsiasi cosa accada. Il libro come di consueto per l'editore, adotta criteri di alta leggibilità e sia il testo sia il formato del libro sono più grandi rispetto a quelli dell'altra collana, con uno spazio maggiore destinato alle illustrazioni.

di Martina Russo

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In cerca d'estate

Andersen 343 - Giugno 2017

 

[..] E poi? E poi ancora, avventure senza volto, fatte di piedi che si vogliono muovere liberi nel mondo ed esplorarlo e piedi - come Piede destro - che se ne starebbero volentieri a casa tranquilli. E se un piede poi non aspettasse l'altro? con A piede libero (pp.32, euro 15,00) Mirco Zilio e Giacomo Agnello Modica raccontano questo viaggio surreale, fatto di ricerca di definizione del sé e di uno scoprire il proprio posto nel mondo, anche quando il mondo ha già pensato per te dove devi stare.

di Coordinamento librerie per ragazzi

 

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Recensione di Garrincha su Azione

Azione - 09/06/2018


Vale la pena di segnalare la prima graphic novel di Antonio Ferrara (romanziere tra i più attivi nel panorama editoriale italiano), dedicato alla vita di Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (1933-1983), che nonostante diversi difetti congeniti, per i quali i medici lo dichiararono invalido, riuscì a diventare uno dei più grandi calciatori della storia brasiliana. Una biografia scarna ed essenziale, che rende bene sia la determinazione del «passerotto» Garrincha, sia la giocosità con cui in campo, dribblando, si divertiva e faceva divertire (il pubblico lo chiamava «la gioia del popolo»), sia la tragica dissipazione della sua vita e della sua fortuna.

di Letizia Bolzani

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Recensione de Il brutto anatroccolo

Area Di.To - gennaio 2018

Anche solo osservato superficialmente, tenendo chiusa la copertina o sfogliando velocemente le pagine, Il brutto anatroccolo di Uovonero offre la netta e veritiera impressione di avere tra le mani un libro prezioso. Sono senz’altro le illustrazioni avvolgenti di Arianna Papini, così malinconiche e poetiche come è caratteristico dell’illustratrice fiorentina, a dire in maniera immediata al lettore quanta cura ci possa e ci debba essere in un libro progettato per risultare fruibile anche in caso di esigenze speciali.

Accolti da questa sensazione di piacevole benvenuto, ci si sofferma poi sulle pagine interne e sui testi, curati da Enza Crivelli, e anch’essi capaci di garantire l’accessibilità della storia senza per questo sacrificarne l’intensità.

In quelle frasi molto brevi e lineari, rafforzate dai simboli PCS riquadrati e affiancate da figure dall’aria imperturbabile e immortale – come d’altronde una fiaba dovrebbe essere – ritroviamo tutta la potenza di un racconto che parla in modo ancora straordinario di diversità. E che da oggi può farlo anche a bambini che faticano a leggere un testo tradizionalmente stampato e che beneficiano invece di un supporto alla comunicazione attraverso i simboli.

Questo brutto anatroccolo fa infatti parte dell’apprezzatissima collana I pesci parlanti di Uovonero che propone fiabe tradizionali in una versione adattata, con testi asciugati, simbolizzati e disposti in maniera molto pulita e chiara sulla pagina, per venire incontro alle esigenze di lettura di bambini con autismo o disturbi della comunicazione. Forte inoltre del sistema brevettato Sfogliafacile, il volume risulta più resistente anche nel caso in cui sia maneggiato con poca praticità, con frequenza o in situazioni poco agevoli.

L’idea di accoglienza e di abbraccio caloroso che sta alla base della collana trova qui una delle sue più piene concretizzazioni grazie alle scelte fatte dalle autrici. Il risultato è un libro che con il suo aspetto concorre fisicamente alla costruzione di un piacevole momento di lettura condivisa in famiglia, in classe e in biblioteca. E questo non è poco. Che poi il libro celebri il diritto e il bello di essere sé stessi, con tutte le complicazioni che questo comporta, non solo con il suo contenuto ma anche con la sua forma, è cosa ancor più rara che dà a quella iniziale e sfuggente impressione di preziosità un solido e motivato fondamento.

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Ghost story disegnata

LiBeR 117 - gennaio/marzo 2018

Evidenti sono le fonti di ispirazione di questo intenso romanzo per immagini: i libri di Brian Selznick, nei quali al racconto con le parole si affianca quello con i disegni, e l’intramontabile classico di Frances H. Burnett, Il giardino segreto.
La cupa tensione della storia è ben resa dalla costruzione grafica del libro, dove il nero e le diverse gradazioni di grigio delle immagini restituiscono il clima emotivo della narrazione.
La vicenda si snoda su due differenti piani temporali. Da una parte c’è il diario di Mary, che inizia l’8 febbraio 1982, attraverso il quale cogliamo tutta l’angoscia della giovane autrice, ospite di Thornhill, un istituto per orfani, in attesa di adozione. Dalla finestra dell’ultimo piano di questo infelice edificio, Mary vede scorrere con struggimento la vita delle persone normali, chiusa in un isolamento volontario nel tentativo di sfuggire alle angherie di un’altra ospite dell’istituto. Unico conforto e compagnia, i pupazzi di creta da lei creati che affollano gli scaffali della sua stanza, e il romanzo della Burnett, nella cui protagonista, che porta il suo stesso nome, si identifica.
C’è poi la storia, raccontata attraverso i disegni, di Ella, una ragazzina che vive nel 2017 e che si è appena trasferita in una nuova casa davanti a Thornhill. Abbandonata a sé stessa, da poco orfana di madre e con un padre spesso assente per lavoro, Ella osserva con curiosità il vecchio e misterioso edificio che si erge di fronte alla finestra della sua camera, cercando di decifrarne il mistero: chi è quella ragazzina di cui intravvede l’ombra dietro la finestra, e che talvolta scorge aggirarsi nell’ampio giardino della casa? Mentre gli adulti sembrano incapaci di vedere nell’animo di queste ragazzine, di coglierne la solitudine e la sofferenza, Mary e Ella finiranno per incontrarsi in uno spazio al di fuori del tempo, il giardino segreto di Thornhill, dove finalmente riescono a stringere una amicizia indissolubile chiudendo fuori il mondo intero, i suoi soprusi e la sua indifferenza.
Una narrazione cupa, a tratti quasi ossessiva, che avvolge il lettore fino alla fine, attraverso la quale si realizza un incontro del tutto inaspettato tra due solitudini, unica luce che traspare dall’angosciante atmosfera di quella che ha tutto il sapore di una ghost story.

di Gabriela Zucchini

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Recensione di Thornhill su Libri in pantofole

librinpantofole.blogspot.it - 06/05/2018

Farò in modo che non mi possano mai mandare via.
E farò in modo di restare qui, a Thornhill, fino a quando lo vorrò.
Pam Smy firma una storia a tinte forti, a metà strada tra il romanzo e la graphic novel, un racconto che ha il sapore della ghost story ma che omaggia i classici, che ci parla di solitudine, paura, bullismo e incomunicabilità ma anche di amicizia e coraggio.
La storia di Mary e della sua vita a Thornhill è raccontata attraverso le parole del suo diario, dove la giovane riversa le sue inquietudini, i suoi tormenti ma anche la sua straordinaria creatività e il suo amore per i libri: classici quali Il giardino segreto di Frances H. Burnett e Jane Eyre di Charlotte Brontë. Il racconto di Ella, invece, è affidato alle straordinarie illustrazioni in bianco e nero della Smy, una narrazione fatta di piccoli dettagli da cogliere e scoprire all'interno delle immagini. Capiamo che la madre di Ella se ne è andata, che Ella si è trasferita con il padre in una nuova casa, che si sente sola, trascurata. La stessa solitudine di Mary, allontanata dalle compagne, vessata da Lei, la bulla di turno (di cui non verrà mai citato il nome per tutto il romanzo), lo stesso desiderio di appartenere a qualcosa e a qualcuno e la stessa incapacità di comunicare con gli adulti: Sono circondata da adulti a scuola e a Thornhill, ma nessuno di loro riesce davvero a capire cosa sta succedendo. Non vogliono sapere. Mi chiedo perché.

Un romanzo a tinte forti, come dicevo in apertura, un romanzo inquieto, inquietante, che genera ansia nel lettore, un'ansia che serpeggia tra le immagini: i pupazzi di Mary, i ritagli di giornale di Ella, ma soprattutto lei, Thornhill. La dimora che nel nome richiama la Thornfield Hall di Jane Eyre con i suoi oscuri segreti nascosti in soffitta e che sembra uscire direttamente dalle pagine di un romanzo di Shirley Jackson (non ho potuto fare a meno di pensare a Merricat, Constance e all'imponente villa dei Blackwood).
Thornhill è molto silenziosa. L'intera casa trattiene il fiato. Me ne resto qui chiusa. La nuova chiave è mia complice. Nessuno può entrare.
Una dimora che ha un che di stregonesco, quel filo magico che unirà la storia di due ragazze vissute in epoche tanto diverse. Sì, perché parole e disegni andranno a compenetrarsi sempre di più fino al finale davvero spiazzante, per non dire disturbante (non posso ovviamente fare spoiler!).
Thornhill conta 533 pagine ma si legge in un soffio perché gran parte del racconto è affidato alle illustrazioni. La trama è orchestrata perfettamente: nel diario di Mary ad esempio ho trovato davvero interessanti i continui riferimenti alle mode e ai gusti dei teenager anni Ottanta così come nei disegni che accompagnano il racconto di Ella c'è sempre qualche particolare da scoprire, qualche rimando da cogliere: la creatività di Pam Smy richiede davvero un'attenta "lettura". 5 pantofole. Un romanzo per ragazzi sui generis, ad alta tensione, profondo e spiazzante sia per temi che per narrazione.

di Jerry

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Recensione di A piede Libero su Figli Moderni

Figli moderni - 2 agosto 2017

Piede Sinistro un giorno decise di lasciare la monotonia della sua vita con Piede Destro, è molto tempo che vivono assieme ma sono anche tanto diversi. Piede Destro predilige il divano mentre Piede Sinistro vorrebbe andare, vedere il mondo. Così quel giorno Piede Sinistro decise di uscire e di non tornare più.

Piede Sinistro assapora la libertà, viaggia, incontra altri piedi, diversi da lui, più piccoli, più grandi, piedi veloci e piedi lenti. Ogni volta gli pongono la stessa domanda “ma cosa ci fai qui tutto solo?” ma Piede Sinistro ogni volta riparte per scalare l’Himalaya, arrampicarsi sugli alberi della giungla, attraversare il deserto del Sahara, passeggiare tra le città come Roma o Parigi.

Non c’era posto in cui Piede Sinistro non potesse andare, finché un giorno si accorse di aver camminato troppo e decise di ritornare a casa.

Al suo rientro però non trovò più Piede Destro, lui se ne era andato. Trovò solo una scatola con dentro tutte le sue cose sinistre, una scatola che raccoglieva i ricordi della loro vita insieme: un calzino a righe, uno di spugna, le infradito e persino le ciabattine di quando era più giovane.
Nessuno sapeva dove fosse andato Piede Destro così Piede Sinistro prese con sé la sua scatola e si rimise in viaggio.

Durante il suo viaggio incontrò tanti altri piedi, a volte erano in due, altre in tre, altre ancora in cinque ma ripartiva sempre finché una sera non conobbe un altro piede sinistro.

Si trovarono subito bene tra loro, ridevano, dicevano le stesse cose, riuscirono perfino a camminare insieme e per due piedi sinistri inizialmente non fu per niente facile. Come va a finire la storia di Piede Sinistro lo lascio scoprire a voi.

Ho letto questo albo illustrato con mio figlio ad Aprile appena uscito, l’ho riletto ieri sera a distanza di tre mesi ed in entrambi i casi il piccolo di casa ne è rimasto entusiasta, il mio ottenne si sta ancora chiedendo dove sia finito Piede Destro ma la storia di Piede Sinistro gli è rimasta nel cuore.

Un albo che parla di voglia di trovarsi e ritrovarsi, di sfida, di emancipazione, un albo che parla di partenze e di arrivi, di vita solitaria ma anche di vita di coppia.

Uno dei migliori albi illustrati pubblicati quest’anno, particolare, inusuale, un albo che personalmente reputo geniale, un albo difficile da dimenticare. Mirco Zillo ci racconta del viaggio che ognuno di noi potrebbe fare alla ricerca di sé stesso e della propria identità utilizzando come protagonista un piede.

Le illustrazioni di Giacomo Agnello Modica sono molto particolari ma rimangono impresse nella mente del lettore, Piede Sinistro che indossa una scarpa da ginnastica rossa spicca in ogni pagina, ogni immagine trasmette un senso di libertà e di avventura.

Piede Sinistro potrebbe essere ognuno di noi, con una relazione monotona in cui non ci ritroviamo più, con la voglia di fuggire alla ricerca della nostra identità, di quel senso di libertà di cui magari abbiamo perso memoria.

Piede Sinistro alla fine trova la sua metà o forse non lo è? In fondo sono così simili che agli occhi degli altri piedi sembrano persino strani ma alla fine, proprio come Piede Sinistro, per ognuno di noi l’importante è trovare la propria strada.

"A piede libero" è scritto da Mirco Zilio, illustrato da Giacomo Agnello Modica e pubblicato da Uovonero.

Fatevi rapire dal fascino di questo albo inusuale e geniale! 

di Giorgia Soresina

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Dal Brutto Anatroccolo al Piccolo Principe: i classici rivisitati

Scaffale basso, Popotus - Avvenire, lunedì 16 aprile 2018


La fiaba è quella classica e arcinota scritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta l'11 novembre 1843. In questa versione pubblicata da Uovonero, Il brutto anatroccolo (18 euro) ha però molto altro da raccontare considerando che questo editore ha nel proprio dna un’attenzione particolare a chi ha difficoltà di lettura di vario genere.
Ultima uscita della collana “I pesci parlanti”, che raccoglie fiabe rivolte ai bambini che hanno voglia di leggere ma per qualche motivo faticano a farlo, Il brutto anatroccolo, come tutti quelli della serie, si presenta come un volume robusto, dalla pagine cartonate con una particolare sagomatura che lo rende facile da sfogliare. Sulla pagina di destra le preziose tavole di Arianna Papini sceneggiano con tenerezza e poesia la fiaba dell’anatroccolo ripetutamente bullizzato da chi ne avverte e disprezza solo la diversità, mai la sua unicità. Nelle pagine di sinistra un testo sintetico in maiuscolo si accompagna alla traduzione nel sistema di simboli PCS (Picture Communication Symbols). Tutto a cura di Enza Crivelli. Dello stesso editore vanno segnalati i pregevoli libri di Camilla – la collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili ), riproposizioni di albi illustrati già noti e apprezzati, identici agli originali con l‘unica differenza rappresentata dal testo, ad alta leggibiltà e arricchito dei simboli WLS. Dai 3 anni

di Rossana Sisti

Leggi l'articolo completo sul sito di Avvenire

Il diario di Thornhill

Gazzetta di Modena - 14 aprile 2018

Inquieta (tanto) gli adulti mentre conquista (tantissimo e meritatamente) i giovani lettori "Thornhill" di Pam Smy, pubblicato da uovonero con traduzione di Sante Bandirali.
Omaggio dichiarato a Brian Selznick, si snoda, pagina dopo pagina, tra parole di diario che sembrano scolpite e immagini densissime con inquadrature da film noir, tra passato e presente, tra due storie che si guardano, si sfiorano, si toccano quasi, divise - forse - solo dal nero denso e cupo di un cambio pagina. Tra sguardi muti e silenzi che assordano è un romanzo che unisce linguaggi narrativi diversi con un equilibrio potente e straniante, parla di amicizia e solitudine, di bullismo e di discriminazione, parla di contraddizioni, di presenze e assenze, e non spiega, non consola, non rassicura. Scuote e tocca corde profonde.E fa quindi quello che dovrebbero fare le storie: farci scoprire qualcosa di noi. Consigliato dalla casa editrice a partire dai 13 anni costa 18,50 euro.

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Le Voci di Monica

Andersen - Marzo 2018

Negli ultimi anni, l'abbiamo raccontato più volte, l'attenzione all'accessibilità alla lettura e all'inclusione sono diventate la cifra distintiva di molti progetti editoriali.
Tra le difficoltà di cui ultimamente si è parlato di più, anche quello della sordità, condizione che più di quanto normalmente si pensi, inficia anche il rapporto alla lettura.
A raccontarlo, in questa occasione, è Monica, bambina "a pile": è così che le piace definirsi, riferendosi alla protesi acustica che è costretta a portare sin dalla più tenera età.
Come in Supersorda! (Il battello a vapore - Piemme) di Cece Bell, anche questa è una storia autobiografica: l'autrice, classe 1992, è al suo esordio editoriale - raccontata attraverso le parole, certo ma soprattutto, le immagini in bianco e nero, declinate tra segno, sagome e aggiunte materiche di ritagli e collage.
Monica si sente divisa a metà: ha due voci, mani e bocca e due vite. C'è una vita fatta di elettronica e contatti, quellache le permette di sentire, e l'altra, quella fatta di silenzio:nessuna le apartiene veramente.
Odia il buio, perché non le permette di comunicare, e talvolta si sente diversa dagli altri, mentre prima pensava fossero gli altri ad essere diversi. Per fortuna ci sono gli amici, quelli che - come racconta nel "Glossario semiserio di cultura sorda" che chiude il volume - dimenticano della sua sordità, tanto da cadere in divertenti gaffe che stemperano le tensioni.
Il glossario, d'altronde, rappresenta un buon punto di arrivo per la completezza del progetto, offrendo ai lettori qualche piccola curiosità e osservazione non scontata intorno alla sordità, la lingua italiana dei segni, le convenzioni sociali.

di Martina Russo

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Videorecensione de Il brutto anatroccolo su Fabulinis

Fabulinis - Aprile 2018

Se cerchi una fiaba classica ma sai che il piccolo lettore ha qualche difficoltà a leggere o è davvero molto piccolo, questa versione de “Il brutto anatroccolo” fa per te per tanti motivi: è scritta in maiuscoletto, così anche i bimbi che hanno appena iniziato a leggere se lo possono godere; è scritto con simboli PCS, così anche chi ha qualche difficoltà di lettura può seguire bene la storia; ha le pagine davvero resistenti, così anche i più piccoli possono imparare a maneggiarlo.


Ma prima di comprarlo, sfoglialo con la nostra video recensione.

Continua a sfogliare questo libro con i tuoi bambini comodamente a casa tua! Per prenderlo ti basta seguire questo link! 😉
Chi è uscito da quell’uovo?
La storia del brutto anatroccolo è famosissima: questo piccolo tutto grigio si sente diverso e non capisce perché, fino a quando incontra i cigni e scopre di essere uno di loro, trovando la sua collocazione nel mondo.
Questa versione è davvero interessante perché tradotta in simboli PCS che aiutano a leggere anche chi ha qualche difficoltà e le pagine sono sagomate nel formato esclusivo di Uovonero Pesci parlanti® (qui su fabulinis puoi trovare anche la recensione di Riccioli d’oro e i tre orsi, che fa parte della stessa collana). È facilissimo da sfogliare e superresistente, adatto anche a bimbi che stanno ancora imparando a maneggiare i libri ma curiosi di seguire questa avventura e di scoprire che anche loro sono tutti piccoli cigni.

Di questo libro ci piace:

- i simboli PCS e i testi in maiuscoletto, così lo possono leggere proprio tutti;

- la sagomatura delle pagine, si sfoglia benissimo e non si perde una pagina.

di Silvia Maioni

Leggi l'articolo su Fabulinis: https://www.fabulinis.com/libri-illustrati/il-brutto-anatroccolo-libro-illustrato/

 

"La bambina dimenticata dal tempo": le scelte, i confini, la politica e una voce dal passato

Panorama - 23 Marzo 2013

“Mi portarono sulla montagna e non era giusto.

La vocina era di nuovo nella sua testa, la bambina dimenticata dal tempo.”

Dall’autrice de Il mistero del London Eye , un nuovo affascinante romanzo: La bambina dimenticata dal tempo , edizioni Uovonero . È qui che si intrecciano, in un equilibrio perfetto, la storia del giovane Fergus, la tumultuosa storia dell’Irlanda del Nord, l’amicizia, le scelte, l’amore e il passato remoto che ritorna.
Una storia di grande umanità sui confini, fisici e virtuali, e sulla fatica di scegliere da quale parte stare.

1981, Irlanda del Nord: nel mezzo dei disordini per ottenere l’indipendenza irlandese, gli attivisti dell’IRA in carcere iniziano gli scioperi della fame per ottenere lo status di detenuti politici. Molti di loro moriranno per le conseguenze di questi scioperi.
Margaret Thatcher è primo ministro del governo britannico e il suo soprannome “lady di ferro” si rivela essere del tutto adeguato all’inflessibilità nel trattamento della scottante questione irlandese.
Molto lontano, a New York, John Lennon viene assassinato e le speranze di pace che le sue canzoni avevano ispirato in tanti giovani si spengono con lui.
Fergus McCann, 18 anni di Drumleash, paese al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, trova in una torbiera il cadavere mummificato di una bambina risalente all’età del Ferro ed inizia ad avere strane visioni provenienti dal passato.

In La bambina dimenticata dal tempo tutti questi eventi vengono perfettamente cuciti insieme da Siobhan Dowd , autrice inglese di origine irlandese, in un romanzo avvincente, appassionante e ben calibrato, che difficilmente riuscirete a smettere di leggere.

“Dio. Perché ho fatto questo? Aveva le gambe pesanti. Si sentiva come se ogni respiro potesse essere l’ultimo. Quando gli chiedevano quale fosse la parte peggiore di una corsa, la risposta era sempre la stessa: il primo chilometro.”

Fergus McCann ama correre nella natura rigogliosa, che in Irlanda ti avvolge ovunque volgi lo sguardo, adora John Lennon e le sue canzoni, che saranno la colonna sonora della vostra lettura. Studia come un matto perché vorrebbe fuggire altrove, dove vivere non è sempre una battaglia. È cattolico per partito preso, ma ha smesso di credere in Dio quando ha scoperto che Babbo Natale altri non era che suo padre.

La vita di Fergus si divide tra lo studio, la corsa, le scorribande con lo zio Tally per rubare la torba nel paese vicino e le preoccupazioni per il fratello in carcere per motivi politici.
Nel giro di pochi giorni tutto cambia: suo fratello Joe inizia lo sciopero della fame, lui scopre tra la torba un cadavere proveniente da un mondo antico, due archeologhe irrompono nel b&b di famiglia per scoprirne la storia e Michael Rafters, il Matto, attivista dell’IRA, lo convince a fare da corriere di piccoli misteriosi pacchettini durante i suoi allenamenti di corsa tra un confine e l’altro.

Ce la farà Fergus a reggere la fatica di crescere così in fretta? Il primo chilometro di corsa è davvero il più duro, anche per quanto riguarda le scelte e la crescita degli uomini.

Siobhan Dowd, che in Italia abbiamo già conosciuto l’anno scorso con il delizioso Il mistero del London Eye (premio Andersen 2012), conferma con questo romanzo le sue doti di scrittrice: La bambina dimenticata dal tempo riesce a parlare con profondità e delicatezza di amore, amicizia, crescita, politica, rabbia e storia, senza mai esagerare o scadere nell’ovvio.

Per questo ha vinto nel 2009 la prestigiosa Carnegie Medal con queste motivazioni:

Il lettore è completamente trasportato nel mondo di Fergus: il tumulto dell’adolescenza è descritto vividamente e altrettanto vividamente è evocato il conflitto politico dell’epoca. La storia è raccontata con grande empatia senza mai cadere nel sentimentalismo, e anche con un sorprendente grado di ironia. Un eccezionale romanzo di grande umanità.

Dai 14 anni in su.

di Ilaria Cairoli

Leggi l'articolo sul sito di Panorama: https://www.panorama.it/cultura/libri/la-bambina-dimenticata-dal-tempo-siobhan-dowd/

 

Recensione de La bambina dimenticata dal tempo su Le mele del silenzio

Le mele del silenzio - 27 Agosto 2015

Leggo meno libri per ragazzi di quelli che vorrei. E questo per mille motivi: la mancanza di tempo, la mancanza di soldi, il desiderio di leggere altro, la necessità di leggere altro…
Eppure, in verità credo che ci sia un problema di fondo coi testi confinati in quella parte delle librerie dove si tende a mettere anche peluche e seggioline colorate: gli adulti credono, erroneamente, che siano letture di serie B. In fondo sono storie volte a formare nuovi adulti, nuove persone… quindi sono più facili, meno impegnate. O no? No! Assolutissimamente no! Proprio perché devono in qualche modo contribuire a creare una persona, questi testi sono la cosa più impegnata che esiste, la più densa, la più ponderata! E sicuramente tra le più preziose.

Certo. Quello del romanzo per ragazzi e bambini è un campo un po’ maltrattato. Del resto è il settore editoriale che mostra sempre estrema vivacità a livello di vendite, e quindi è forse quello dove si tenta di fare più soldi possibili, magari scadendo con la qualità. Eppure mi rendo sempre più conto che proprio in queste categorie si nascondono alcuni dei testi più sorprendenti della letteratura in generale. Pensiamo anche solo a Harry Potter o alla trilogia Queste oscure materie! Due saghe che hanno anche goduto di grande successo, ma che sono innanzi tutto romanzi capaci ben fatti, capaci di coinvolgere lettori di ogni età, romanzi che sviscerano la vita e la morte e l’amore e la religione in maniera più che sorprendente. Sono opere che ti fanno guardare in modo diverso quello che ti circonda. E quello che sei.
Ma anche gli albi illustrati per i bambini più piccoli, o le storielle che trovano spesso spazio in collane come gli Istrici di Salani… storie, racconti dalla forza immensa. Letteratura altissima.

E invece no. Noi adulti continuiamo a non voler andare in quel reparto della libreria. Continuiamo a imbarazzarci e a far finta di dover prendere qualcosa per il figlio o la nipote. Non riusciamo ad avere il coraggio di volerci leggere qualcosa. E quindi rischiamo di perderci delle piccole perle come La bambina dimenticata dal tempo di Siobhan Dowd.

Siobhan Dowd è un’autrice per ragazzi praticamente snobbata da noi. È inglese e ha purtroppo scritto molto poco, poiché morta piuttosto improvvisamente di cancro all’età di quarantasette anni. Forse i più l’avranno sentita nominare in relazione a quel gioiello che è Sette minuti dopo la mezzanotte, libro per ragazzi scritto da Patrick Ness (altro autore di una certa capacità) ma nato proprio sulle idee della Dowd.
Il resto della sua produzione è per fortuna giunto da noi di recente grazie ai tipi di Uovonero, che hanno ben pensato di colmare una tremenda lacuna.

Con La bambina dimenticata dal tempo ( vincitore di una Carnegie Medal nel 2009) siamo nel 1981, in Irlanda. Anzi, siamo proprio lungo il confine fra le due Irlande, in un momento di fortissima tensione, e proprio qui vive Fergus, un diciottenne che ritrova praticamente per caso il cadavere mummificato di una bambina dell’età del ferro.
Da qui iniziano a snodarsi alcune vicende che ci porteranno dentro la vita di Fergus e dentro l’esperienza quotidiana di un mondo sempre sul chi va là, sempre in bilico tra un momento di quiete e lunghi momenti di paura.

Il risultato è una storia che parla in maniera incredibilmente vivida di libertà. Della libertà di essere se stessi e di poter vivere la vita che si desidera, senza dover tener presenti i pensieri degli altri, di quegli altri che non necessariamente sono estranei, ma potrebbero benissimo essere i propri genitori. Una libertà che richiede il coraggio di guardarsi dentro, di accettarsi. Di sfidare anche la propria nazione, a volte, di superare il contesto che ci circonda.

Ma è anche un romanzo sull’uguaglianza. Sull’uguaglianza nel tempo, perché come ci può dimostrare quella bambina sepolta nella torba, per certe cose l’animo umano non cambia mai. Non si sa evolvere. E poi l’uguaglianza tra persone. O meglio, un’uguaglianza che è un’assenza di differenze. Siamo tutte creature fatte di sogni. E di desideri. Però bisogna avere il coraggio di capirli e accettarli e perseguirli.

La bambina dimenticata dal tempo è un romanzo bello. Ma bello bello! Toccante e straziante ma anche molto positivo. Un racconto che dovrebbero leggere in molti, forse tutti, perché le lotte più grandi sono forse dentro di noi, e se non lo capiamo non potremo mai vincere.

Grazie, quindi, alla Uovonero per averci portato questa grande autrice. Vedrò di recuperarne la bibliografia quanto prima.
E… un appello. Librai. Librai! Prendeteli questi libri. Prendeteli ed esponeteli! Che ne vedo troppo pochi in giro.

di Andrea Storti

Leggi l'articolo su Le mele del silenzio: https://lemeledelsilenzio.com/2015/08/27/la-bambina-dimenticata-dal-tempo/

 

Un viaggio nell'illustrazione e nella narrativa per bambini e giovani adulti

Espoarte - 7 Aprile 2018

Come ogni marzo, nel capoluogo emiliano, si è tenuta la Bologna children’s book fair, la più importante manifestazione italiana per l’illustrazione e la narrativa per bambini e giovani adulti e consolidato punto di riferimento internazionale. Alcuni numeri: la Fiera, giunta ormai alla sua 55esima edizione, ha ospitato 1390 espositori provenienti da oltre 77 Paesi (110 in più rispetto al 2017), ha accolto 27.642 visitatori (in crescita del 3% rispetto allo scorso anno), sono stati organizzati oltre 250 workshop e conferenze e conferiti 30 premi – tra cui la terza edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi. L’evento era aperto solamente agli addetti ai lavori: illustratori, autori, editori, agenti, traduttori, giornalisti, educatori, insegnanti, librari, bibliotecari ed altri professionisti del settore si sono dati appuntamento in fiera ed in occasione degli innumerevoli eventi dislocati nel centro storico bolognese.

La Cina è stata la Nazione ospite d’onore dell’edizione 2018: l’ampio spazio riservato alla Cina ha ospitato un’esposizione di libri e illustrazioni originali cinesi degli ultimi cento anni; non è mancata, inoltre, una mostra sulle migliori tendenze attuali dell’illustrazione cinese che si sono ormai affermate sulla scena internazionale.

Numerose le case editrici italiane ed ancora di più quelle straniere, tutte con nuove pubblicazioni. Uovonero ha presentato Thornhill dell’inglese Pam Smy: si tratta di un libro per ragazzi in cui si intrecciano due livelli narrativi diversi, la diaristica e l’illustrazione, per dare voce alle vicende di due ragazze in un’atmosfera rigorosamente noir, tra amicizia, bullismo, solitudine e diversità.

di Irene Disco

Leggi l'articolo intero sul sito di Espoarte: http://www.espoarte.net/arte/un-viaggio-nellillustrazione-e-nella-narrativa-per-bambini-e-giovani-adulti/

 

Recensione di Vi presento Hank 3 su Zebuk

Zebuk - 06/03/2018

Vi Presento Hank è una serie di libri, editi da Uovonero, che narrano le vicende di un ragazzino di seconda elementare, Hank appunto.

Hank è un bambino che si impegna tanto ma spesso non ha i risultati voluti. Si impegna a non far ridere i suoi compagni, ma spesso succede.

Ciao, mi chiamo Hank. Sono in seconda. Ho una famiglia bizzarra, degli amici fantastici e un nonno eccezionale. In classe non cerco di far ridere i miei compagni, ma succede. Spesso. La materia che odio di più è l’ortografia. (Ora che ci penso, anche la matematica, per non parlare della lettura!) Mi impegno tantissimo, davvero. E allora, perché il mio cervello a volte funziona meno di un orologio arrugginito?

In questo libro Hank racconta di quando il Preside Love ha portato a scuola la sua rana Fred chiedendo ai bambini di prenderse cura durante il fine settimana, dal momento che lui sarà ad una conferenza.
Tutti ovviamente sono contentissimi di questo compito ma…. cosa succedere in un weekend a questa rana? Non vi svelerò niente di più per non rovinarvi una storia che si legge facilmente e fa davvero ridere grandi e piccini.

Il libro ha un formato grande, è stampato su carta avoriata, per evitare l’effetto abbagliamento della carta bianca e utilizza un font senza grazie che risulta altamente leggibili con bambini dislessici.

Questo libro parla di dislessia ai bambini in un modo divertente.
Lo trovo molto indicato per tutti i bambini dagli 8 anni in su, sia per i bambini dislessici, che potranno appassionarsi alla lettura di una storia di un ragazzo che ha le loro stesse difficoltà, sia ai bambini che non hanno particolari difficoltà, per cogliere magari la fatica fatta da qualche loro compagno.

Tutta la serie è scritta da Lin Oliver, giornalista, e Henry Winkler, sì, proprio lui, il Fonzie di Happy Days. Pochi però sanno che Henry è anche uno scrittore di libri per ragazzi. E che la sua serie preferita è proprio quella di Hank, un ragazzino dislessico come lui. Attualmente è impegnato in associazioni che operano per il benessere dei bambini. È fondatore della Children’s Action Network, un’organizzazione non-profit che sponsorizza briefing informativi per scrittori, produttori e registi sui temi dell’infanzia.

Leggi l'articolo su Zebuk

Biblioburro: Thornhill

Briciole di Pollicino - 19/02/2018


8 febbraio 1982
"Sapevo che era troppo bello per durare. Lei è tornata. L'ho capito senza nemmeno vederla. Ho sentito la sua risata risuonare per le scale, il solito bussare a tutte le porte del corridoio mentre tornava alla sua vecchia stanza. Sentire questi suoni mi ha paralizzato. La paura mi ha dato un brivido nel collo e nella schiena, come se quell'antica sensazione mi fosse penetrata nelle ossa.
Non ci credo.
E adesso cosa faccio?"

 

Attrae fin dalla copertina, il libro, ti viene voglia di toccarlo e di aprirlo subito. All'interno una data e alcune righe di un diario, a cui seguono due pagine completamente nere ed una narrazione illustrata in bianco e nero, senza parole. La lettura procede nello stesso modo: pagine di diario ambientate nel 1982 si intersecano a pagine illustrate ambientate nel 2017 e tra loro, a separarle e nello stesso tempo ad unirle, due pagine nere. Non è di immediata comprensione, questo libro; richiede concentrazione e desiderio di conoscerne la storia, e forse il lettore distratto faticherà ad entrarci dentro. Ma una volta superato il disagio iniziale, sarà impossibile resistere e lasciare il libro a metà.
Due storie viaggiano parallele, in anni differenti, e ad un certo punto si incontrano: quella di Mary, affetta da mutismo selettivo, che vive in un orfanotrofio e che subisce pesanti episodi di bullismo, e la storia di Ella, orfana della madre, che vive con il padre troppo assente per lavoro. Due ragazze sole che cercano di crescere e di superare le proprie paure, senza figure adulte di riferimento. 

Libro, silent book, diario, romanzo grafico, thriller... una lettura indubbiamente coinvolgente!

Leggi l'articolo sul blog Briciole di Pollicino

Recensione di Thornhill su Atlantide Kids

Atlantide Kids - 06/02/2018

Thornhill è un libro con un peso molto consistente. Lo si prende in mano attratti dalla sua eleganza e lo si sente compatto, se ne accarezza la copertina e si percepiscono i vuoti e i pieni del rilievo. È un libro che comunica ancor prima della lettura, al tatto.

L’ho letto diversi mesi fa. Poi l’ho riletto, perché ero certa di avere altro da ricercare oltre a tutto quanto avevo già ricevuto, ed era molto. Avevo intensità; protagonisti complessi e senza stereotipi; tensione narrativa senza cadute o interruzioni. Una straordinaria aria nebbiosa, grigia l’atmosfera tra tanto nero e bianco. Un limbo della narrazione in cui si muovono da una parte Ella, dall’altra Mary, in mezzo un fantasma, un corvo, una antagonista psicotica e crudelissima. E in questo muoversi ciascuno per sé, tutti si incontrano, nella nebbia cozzano l’uno con l’altro e nello scontrarsi dei protagonisti le storie si intrecciano e anche i pensieri di chi legge.

La storia procede alternando testo e immagini. la narrazione prende le mosse con le immagini nonostante esse siano interrotte da colophon e frontespizio. Sulle sguardie uno steccato con il filo spinato e un chiaro divieto d’accesso che suggerisce un pericolo, un pericolo molto grave che viene alleggerito da dei rampicanti dalle foglie strette e piccole che gli si abbarbicano. Sembrano dare un tocco di leggerezza, di natura che abbellisce e rasserena. O nasconde? O si allea con il pericolo e lo rende ancora più infido nascondendolo alla vista con l’aiuto della bellezza e del tempo?

Poi fa capolino il corvo e su quello steccato troneggia, un po’ sentinella un po’ spauracchio. Quindi il buio e dunque le parole. Si tratta di un diario, e comincia l’8 febbraio 1982. Nelle parole, poche, angoscia, paura, solitudine e disperazione. Lo sappiamo già, c’è una vittima e un’aguzzina, e fa paura. E la vittima si chiama Mary, è una bambina sola, bullizzata, fragile, che vive a Thornhill, un orfanotrofio femminile sul quale grava lo spettro della chiusura.

Dalle parole si passa alle immagini, ritorna il corvo, appollaiato sul filo spinato, con la schiena al lettore, come indifferente, e di nuovo le piante con pampini che diventano artigli a mano a mano che s’allontanano dalla luce. E una ragnatela tesa e bianca tra di essi, con un ragno enorme che non si precipita sulla sua piccola vittima, piuttosto ristà, in agguato, sottoponendo la sua vittima al terrore di quello che certamente accadrà, più a lungo possibile.

Si sfogliano le pagine ed esse tagliano l’aria grigia, come le ali del corvo che si alza in volo e lascia il filo spinato per arrivare sulla finestra della stanza di una bambina, nel 2017. Una bambina di nome Ella, che ha appena cambiato casa, trasferendosi vicino a un edificio abbandonato e lugubre, e che ha perso la mamma.

Attorno all’orfanotrofio, di fianco alla nuova casa incombono un giardino incolto e un edificio abbandonato. questo, oltre al grigio, al bianco e al nero, è il filo conduttore, almeno quello apparente, tra le due storie, e su quel filo vola e si appollaia il corvo. Varcarne i confini potrebbe portare al precipitare degli eventi o scoprire luoghi che si rivelino un rifugio. Ma ci muoviamo tra le pagine di una storia, che definirei dal realismo horror, e si cammina verso un finale che smuove paure profonde e insiste su un senso di impotenza che angoscia.

di Barbara Ferraro

Leggi l'articolo su Atlantide Kids 

Dalla "scatola" di uovonero spettri e paure della gioventù

Il Cittadino di Lodi - 2 febbraio 2018

Se lo si mette in orizzontale, sullo scaffale della libreria, assomiglia a una scatola: quattro centimetri di dorso nero, cartone pesante, una scena illustrata sul coperchio-copertina. La somiglianza, però, non si limita alla veste editoriale: Thornhill, uscito di recente per la casa editrice Uovonero con la traduzione di Sante Bandirali, è davvero una scatola dal contenuto misterioso.
Misterioso innanzi tutto perchè, dentro, c’è una storia di fantasmi, anzi ce ne sono due, narrate con due linguaggi diversi e su due differenti piani temporali: una è la storia per immagini di Ella, che insieme al padre, rimasto vedovo da poco, si è appena trasferita in una nuova casa, vicino a un lugubre orfanotrofio abbandonato; l’altra è quella scritta da Mary nel 1982 sulle pagine del suo diario, nelle giornate solitarie trascorse nel “giardino segreto” (esplicito l’omaggio al romanzo di Frances Hodgson Burnett) sul retro del vecchio istituto, all’epoca ancora attivo ma già in odore di chiudere i battenti.
Con lo scorrere delle pagine, nella sapiente alternanza fra parti testuali e raffinate illustrazioni in scala di grigio, le storie di Ella e Mary si rispecchiano in un unico, nerissimo, lago di solitudine, che lascia emergere la stessa paura di non essere amate, il terrore degli altri e delle loro prepotenze, la noncuranza degli adulti e la dolce medicina dei momenti di gioco. Emozioni e stati d’animo che non appartengono a un’epoca o a un cuore soltanto, ma fanno parte di un sentire comune, posto al di là delle cesure del tempo storico, della logica del prima e del poi.
Mentre le vite trapassano le une nelle altre, mentre i mattoni si sgretolano e i giardini si fanno più fitti, i sussurri del passato continuano come fantasmi ad abitare le stesse stanze, che sono quelle ombrose della prima adolescenza, quando le fantasie dell’infanzia si infrangono contro la realtà, talvolta con violenza, talvolta in silenzioso dolore. Ed è a questa fascia d’età che parla la dark novel di Pam Smy (già nota ai giovani lettori di Uovonero per le illustrazioni di “Il riscatto di Dond”, uscito nel 2014), capace però di fare presa anche sugli adulti grazie all’intreccio incalzante, alla prosa scorrevole e alle atmosfere evocate dai disegni, cupe e paurose come l’incubo di un bambino.

di Ettore Zanchi

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Presentazione de I libri di Camilla alla libreria Sommaruga di Lodi, intervista a Sante Bandirali

Presentati a Lodi i primi tre volumi della collana "I libri di Camilla". Una proposta editoriale molto particolare come ci ha illustrato Sante Bandirali di Uovonero edizioni. L'incontro è avvenuto presso la Libreria Sommaruga il 20 aprile 2017

Guarda la video intervista su youtube

Recensione di Thornhill su Mangialibri

Mangialibri - 4 Febbraio 2018

"8 Febbraio 1982. Purtroppo la pace non è durata a lungo. Ci aveva creduto, ci aveva sperato, ma la risata che sente è proprio la sua. Sta correndo per le scale, sta bussando alle porte delle sue amiche, delle sue seguaci, per avvisare del ritorno. Per far sapere a tutte che è tornata, probabilmente per farlo sapere a lei. Lei è tornata. Il solo pensiero le mette i brividi. Forse si fingerà malata, almeno per non scendere ai piani bassi per un paio di giorni, per far finta di non esserci, per non esserci. L’unica cosa che le resta da fare è rimanere nella sua stanza. Non che la cosa le dispiaccia. Ha il suo bagno e tutto lo spazio che le serve. Dalla finestra può ammirare il giardino e, se allunga lo sguardo, può arrivare a vedere le case vicine ed incantarsi davanti a scene familiari, così comuni, così normali, come un marito che esce a portar fuori la spazzatura, i bambini che litigano nei cortili, le chiacchiere durante le cene nelle serate estive... Marzo 2017. Ella si è appena trasferita nella nuova casa, è ancora tutto imballato, nei vari scatoloni: i suoi libri, le foto che la ritraggono con la madre, la sua musica. Piano piano metterà a posto ogni cosa. Dalla sua finestra Ella riesce a vedere uno stabile diroccato, fatiscente, il cui giardino è delimitato da filo spinato. Alcune finestre sono sbarrate con delle assi e dei cartelli indicano che l’accesso è vietato. Eppure, c’è qualcosa che attrae irresistibilmente Ella, e più guarda verso il giardino ormai abbandonato che circonda la costruzione, più le sembra di scorgere qualcosa fra le erbacce..."

Un libro che è un piacere mettere in bella mostra nella propria libreria, anche se non si è più ragazzi. Con la sua copertina rigida, che riporta una tetra immagine in bianco e nero ed il suo volume corposo ‒ 540 pagine stampate su di una bella carta ‒ Thornhill attrae indubbiamente e, soprattutto, non lascia deluse le aspettative. La storia firmata da Pam Smy, abile illustratrice di Cambridge, mixa parti scritte e parti illustrate, traendo spunto dalle ultime tendenze narrative che incrociano stili e modalità comunicative differenti così come già operato da Brian Selznick (qui la nostra intervista esclusiva), citato anche nella pagina di presentazione del volume sul sito della casa editrice. I due registri sono giustificati dalla trama del libro, che riporta sia il diario di una ragazzina vissuta negli anni ottanta in un orfanotrofio ormai in declino e prossimo alla chiusura, Thornhill appunto, sia le avventure di Ella, giovane che nel 2017 si è trasferita in una casa confinante con lo stesso orfanotrofio ormai in disuso ed abbandonato. Come si riescano queste due storie a conciliare, lo si scopre piano piano, in un crescendo di tensione, anche se fin dalle prime righe e dalle prime immagini, la lettura è davvero inquietante. Aldilà della grafica, cupa e bellissima, e della storia da brividi, il romanzo è un’opportunità per far luce sulla solitudine dei più giovani, solitudine che spesso anche i grandi ignorano o vogliono ignorare. Un libro adatto ai ragazzi che amano i thriller e le atmosfere gotiche, ma che consiglio vivamente anche agli appassionati di libri illustrati, di qualunque età, e a chi ha a che fare con adolescenti, affinché ci si ricordi sempre di ascoltarli con il cuore, di chiedere loro come stanno, e di essere guida ed esempio nel loro percorso di crescita.

di Raffaella Romano

Leggi l'articolo sul blog di Mangialibri

Recensione de Il mistero del Guggenheim su Autismo

Autismo e disturbi dello sviluppo (Edizioni Erickson) - Vol.16, n. I, gennaio 2018

Questo libro nasce da un'idea di Siobhan Dowd, l'autrice del libro Il mistero del London Eye, già recensito nella nostra rivista, anche se questa volta la scrittrice è Robin Stevens che, appunto, si cimenta in un'impresa difficile di ricostruzione.
Essendo purtroppo mancata Siobhan, nel frattempo i suoi appunti hanno rappresentato la base per un'operazione letteraria che si presentava complessa ma che, in questo caso, appare ottimamente riuscita.
Il protagonista è sempre il mitico Ted, un ragazzo aspie dalla mente agile e indagatrice ma carico di ansia e sempre in procinto di dire la verità, anche quando non si dovrebbe, con il rischio di compromettere un'importante indagine in corso. Si tratta, infatti, di scagionare Zia Gloria dall'accusa del furto di un quadro di valore nello stesso museo in cui lei stessa lavora, il "Guggenheim" di New York. Per raggiungere questo obiettivo si rende necessario avviare un'indagine parallela a quella della polizia, considerata poco affidabile da Ted, da sua sorella Kat, così come dal cugino Salim.
I tre ragazzi, attraverso una rocambolesca serie di avventure tra le strade e i quartieri della Grande Mela, vengono rappresentati efficacemente nelle loro diverse personalità e nel contributo che ognuno di loro riesce a dare all'organizzazione di un'indagineserrata e veloce, tanto che il lettore viene travolto dal susseguirsi rapido dei fatti, degli avvenimenti e soprattutto delle svolte dovute alle decisioni improvvise. Ognuno dei tre ragazzi, infatti, viene inquadrato per delle caratteristiche particolari che, nel momento in cui si interconnettono, possono suscitare divertimento e ilarità nel lettore, sebbene costituiscano il motore diun racconto avvincente e rigorosamente logico.
La mente, in questo caso, è lo stesso Ted che, però, per poter essere effettivamente produttivo, deve essere spesso bloccato dalla sorella con qualche calcio nascosto ma ben dato, proprio con l'intento di avvisarlo, soprattutto se gli sta scappando di bocca qualcosa che non può essere detto direttamente.
Salim, invece, assume il compito di prendere delle decisioni definitive, laddove Ted tenderebbe ad aspettare per paura di una serie inesauribile di conseguenze nefaste. E il fluttuare dei pensieri bizzarri di questi emerge continuamente lungo le pagine del libro, nel ripensamento di parole sentite e non capite, tanto da dover essere mentalmente reinterpretate, come i comportamenti delle persone che osserva intorno a sé.
Allora magari si chiede cosa si celi dietro lo sguardo strano di una persona incontrata sul luogo del furto, oppure cosa voglia dire un'altra persona quando pronuncia la frase: "Ho buttato un occhio nella galleria". Battute, metafore, strane espressioni del viso, così come il linguaggio figurato della zia, rappresentano spesso dei dubbi inquietanti per Ted, ma non gli impediscono di aiutare i suoi compagni nel percorrere tutti i passaggi dell'indagine. Questa si snoda lungo 55 capitoli e ben 252 pagine, che però passano velocitanto per un adulto quanto per i lettori più giovani, della stessa età dei protagonisti di una storia ricca di colpi di scena. Un'avventura che tutti noi avremmo voluto vivere nel corso dell'adolescenza e anche un po' prima. 

Silvano Solari

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Recensione di Thornhill su Il Messaggero di Sant'Antonio

Il Messaggero di Sant'Antonio - Febbraio 2018

Mary è un’orfana affetta da sindrome di mutismo selettivo che, nel 1982, trascorre le giornate chiusa in una camera dell’istituto Thornhill; trentacinque anni dopo Ella, anche lei rimasta senza madre, osserva quello stesso orfanotrofio – ormai caduto in rovina – dalla finestra della sua stanza… Un romanzo per immagini che, alternando disegni a stralci di diario, e accavallando i piani temporali, affronta temi attuali come la solitudine, la diversità e il bullismo, con quel tocco dark che piace tanto ai teenager.

a cura di Luisa Santinello

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Video recensione di Le rose di Shell su Quante storie

Quante storie, Rai 3 - novembre 2016

La scrittrice Michela Murgia recensisce Le rose di Shell di Siobhan Dowd durante il programma televisivo Quante storie in onda su Rai Tre.

Per guardare il video su Rai Play, segui questo link.

Recensione di Thornhill su Letti a letto di TGcom24

Letti a letto, Tgcom24 - 19/01/2018

Thornhill – Pam Smy ( Uovonero )
Due diversi modelli espressi per due punti di vista e linee temporale differenti. Un trasloco porta una ragazza in una nuova cittadina e una nuova casa; dalla sua stanza il panorama mostra un orfanotrofio diroccato, circondato da un grande giardino. Tra i cespugli, una ragazza che ricambia il suo sguardo e lascia, pagina dopo pagina, indizi e oggetti. Parallelamente un diario racconta cosa è successo tra le mura di Thornhill, vent’anni prima, quando era abitato e vivo. Il volume, con parole e disegni, ci porta dritti al punto in cui le due storie convergono, calandoci in un’atmosfera gotica e inquietante. Titolo perfetto per gli adolescenti amanti dell’horror.

Chiara Condò

Leggi l'intero articolo sul blog Letti a letto a cura di Marta Elena Casanova

Recensione di Thornhill su Radio3 Rai - Qui comincia...

Radio Rai Tre - Qui comincia... - 18/01/2018

Ascolta la recensione radio di Thornhill di Pam Smy sul podcast di Qui comincia... nel sito di Radio3 Rai.

In conduzione Attilio Scarpellini
Regia e consulenza musicale di Federico Vizzaccaro

Recensione de Il mistero del Guggenheim su Il Pepeverde

Il Pepeverde 74 - ottobre/dicembre 2017

Basandosi su un'idea della compianta Siobhan Dowd, la giovane, ma convincente giallista inglese, Robin Stevens ha costruito un avvincente thriller carico di suspense, mistero, umorismo e colpi di scena. i personaggi sono gli stessi che abbiamo amato ne Il mistero del London Eye (giunto alla decima edizione!) e il protagonista è sempre lui: Ted Spark che ora ha dodici anni e 281 giorni, 7 amici, 3 mesi fa ha risolto il mistero di come suo cugino Salim sia scomparso da una navicella della grande giostra londinese e ha un "cervello sul quale gira un sistema operativo diverso".
Ted non capisce il linguaggio figurato e le metafore (ma sta imparando!), non è capace di affrontare le novità e le emozioni, ama gli schemi, pensa che i viaggi siano pericolosi, ma... deve andare a New York a trovare il cugino Salim. E lì succederà... il mistero: un quadro rubato dal prestigoso Museo Guggenheim di cui la zia è curatrice. Ted e sua sorella Kat, che ha quattordici anni, investigheranno per scagionare l'uragano-zia Gloria dall'accusa di furto, perché "anche le cose che sembrano impossibili quando le capisci hanno sempre senso". Ancora una volta uovonero ci dimostra che la diversità è spesso una grande risorsa se accettata, rispettata e non negata. Un libro con una forza potente che può contribuire a mitigare le sofferenze e le difficoltà di chi vive quotidianamente con una disabilità, a gettare ponti e ad aprire strade.

Clelia Tullet

 

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Recensione di Lindo Porcello su Accaparlante

Accaparlante n.11 - ottobre 2017

Una nuova uscita per “Camilla”, la nuova collana di uovonero che nasce per rispondere alla richiesta, in costante crescita, di libri con un testo in simboli.
L’obiettivo è quello di pubblicare albi illustrati di qualità scelti nel panorama dei titoli dei principali editori italiani per l’infanzia. Questa volta ci viene proposto
un classico per i più piccoli: Lindo esce di casa perfettamente pulito e nel corso della giornata non può fare a meno di sporcarsi. Ma si diverte moltissimo!

A cura di Annalisa Brunelli

 

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Recensione di A piede libero su Accaparlante

Accaparlante - n.11, Ottobre 2017


Un albo illustrato che racconta della separazione fra due piedi che non vanno più d’accordo.

Il piede sinistro se ne va in giro per il mondo, inizialmente entusiasta della sua libertà ma poi sentendosi sempre più solo.

Sarà l’incontro con un altro piede a cambiare le cose, ma attenzione anche l’altro piede è un piede sinistro!

Una storia delicata che può essere letta a vari livelli ma suggerisce con delicatezza il rispetto per tutte le coppie.

 

a cura di Annalisa Brunelli

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Recensione de Il mistero del Guggenheim su Il Mangialibri

Il Mangialibri - Gennaio 2018

Ted Spark ha dodici anni e 281 giorni, sette amici e una cartelletta nella quale raccoglie e cataloga le sue bugie. Ted ama tutto ciò che procede per schemi, perché il suo cervello “gira con un sistema operativo diverso da quello delle altre persone” e gli permette di vedere nessi e creare connessioni che gli altri neppure si immaginano. Anche grazie a questo, il ragazzino ha potuto risolvere il mistero di come suo cugino Salim fosse scomparso, proprio sotto i suoi occhi, da una capsula del London Eye. Ora Ted e sua sorella Kat sono in viaggio di vacanza a New York con la mamma. In questa città hanno raggiunto il cugino Salim e zia Gloria, divenuta curatrice nel grande Guggenheim Museum. E qui, proprio nella Grande Mela, giusto una quindicina di giorni dopo il loro arrivo, un altro mistero si apre: dal Guggenheim viene rubato un prezioso dipinto, un Kandinskij di grande valore. Del furto viene accusata proprio la zia Gloria, perché è stata l’ultima a uscire dal museo quella mattina, perché la sua carta di credito e il suo pc sono stati usati per noleggiare un furgone sospetto, perché dinnanzi alla polizia piange a dirotto. Ted, Kat e Salim, però, sono certi della sua innocenza e si mobilitano per provarla, ma soprattutto per trovare il vero colpevole…

La storia narrata in questo romanzo nacque come idea di Siobhan Dowd, scrittrice inglese, promotrice dei diritti di scrittori e lettori, attenta ai progetti di diffusione della lettura tra i più giovani. Dopo la sua prematura scomparsa è toccato a Robin Stevens, studiosa di letteratura poliziesca e scrittrice a sua volta, immaginare e scrivere la nuova avventura di Ted, simpatico ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger, fragile per alcuni aspetti, ma dotato di grande acume e capace di osservare e registrare in modo schematico e consequenziale fatti ed immagini. Ogni sua osservazione si rivela infatti essenziale per la risoluzione del giallo e per scagionare zia Gloria dall'ingiusta accusa che le è stata mossa. La trama del racconto è arricchita da una discreta ironia e da qualche ammiccamento umoristico, che si evidenziano soprattutto nella descrizione delle dinamiche relazionali tra i tre principali protagonisti, Ted, Kat e Salim, le cui doti sono complementari ma profondamente diverse: Kat è intraprendente, insistente, quasi spregiudicata; Salim è un bravo fotografo e un fine osservatore. I due appaiono molto legati tra loro e Ted un poco ne soffre. Nel romanzo, così, ci attrae non solo il mistero da risolvere, ma anche la descrizione di alcune dinamiche di atmosfera familiare, tipiche delle relazioni tra fratelli e sorelle nel difficile periodo dell'adolescenza.

Eleonora Bellini

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Recensione di A piede libero su Luuk Magazine

Luuk Magazine - 27 agosto 2017

A piede libero di Mirco Zilio e con le illustrazioni di Giacomo Agnello Modica da Uovonero editore è un albo particolare, una storia atipica di autoaffermazione, di unicità. Un albo illustrato per bambini e bambine con un piede – appunto – sulla soglia di un grande cambiamento, che volerlo solo fisico sarebbe di molto riduttivo e non corrispondente alla realtà. E qui di realtà, in questo racconto dall’ impossibile, ce n’è molta.

Il primo elemento di atipicità risiede nel soggetto, protagonista assoluto della storia: i piedi, e in modo particolare un piede, il sinistro. Certo un bizzarro personaggio a cui dedicare un albo illustrato!Già dalla cover, dove una composizione a dir poco dadaista vuole un piede spaiato, in lattughe cinquecentesche, dominare la scena da una pesante e dorata cornice – l’ unico, solo, eletto a ritratto – la narrazione ha sicuramente del particolare.

Gli altri accanto, in questa galleria d’arte da collezione privata, son piedi appaiati, come solitamente si è abituati a vederli, siano essi di papero, in piscina, di ballerina classica o di orango. L’abito qui non conta, sempre piedi e sempre insieme. Li si vuole assieme, rispondenti alla convenzione di un passo dopo l’altro in perfetta armonia di intenti e di strada, sempre perfettamente coordinati.

Sebbene si sappia che non sempre è così, ci sono piedi che incespicano spesso, piedi che non sanno mai con quale sia meglio partire, piedi ambidestri o decisamente sinistri, piedi dove uno è più irrequieto dell’altro. Ma di vero c’è che anche questi piedi che un’iniziativa l’hanno presa restano per sempre in coppia. Come gemelli siamesi. Questa è la storia di un piede sinistro troppo veloce e di un destro troppo tranquillo e pantofolaio, e di come il sinistro un giorno decise di lasciare il suo destro. Per sempre o quasi.Decidere che si fa da sé, che si prova a cambiare strada, come succede già dai risguardi di questo albo, implica un’autodeterminazione e un’affermazione del sé non sempre spontanea sebbene anelata. Andar da soli e non sorretti, distinguersi per capacità e volontà soprattutto, corrisponde in un determinato punto del cammino a quando si è abbandonata la mano dell’adulto al quale si stava aggrappati, o a quella prima volta in bicicletta senza rotelle. A un distacco. Ed è così che un giorno, Piede Sinistro non aspettò Piede Destro e improvvisamente si sentì libero.

Libero di andare per strade conosciute e non, scoprire tanti piedi differenti, libero di andare lontano, scalare montagne, attraversare deserti, salire, scendere, nuotare o continuare a camminare, scoprire e incontrare, avere nostalgia e tornare contemplando possibilità differenti e scegliere anche la diversità o una strada non sempre semplice ma pur sempre la propria strada.E mentre il testo racconta quasi sottovoce, Giacomo Agnello Modica illustra, fuoco fisso, in primo piano, aggiungendo ciò che il testo racconta sfiorando.

Sottolinea i tanti piedi ponendo gli occhi rasoterra. Piedi vestiti in fogge diverse, impronte, piedi maschili e femminili, zampe piccole o enormi, ungolate o pelose, piedini di bimbo e code di pesce. In coppia e simili, da soli ma anche a otto se di piedi di ragno trattasi. Piedi multietnici. Suole. Sino a che di piede in piede, di tacco in suola, di stringhe slacciate in stringhe slacciate e di tempo da far passare, due piedi sinistri si incontrano e nella prima difficoltà di camminare con lo stesso passo intralciandosi, entrambi sempre a sinistra, ingaggiano una danza in tondo – primo passo verso un nuovo sincronismo, altre possibilità – che li porta, scarpe diverse, a vivere insieme, passando il tempo sul divano, a farsi solletico sotto il piede.

Piedi nudi. Piedi diversi.

Marina Petruzio

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Recensione de Il mistero del London Eye su Galline volanti

Galline volanti - 20 dicembre 2017

Questo libro mi chiamava da tempo. Impossibile che tu non l’abbia letto, mi dicevano, è bellissimo.
E quando l’ho iniziato, dopo le prime pagine, ho subito capito che questo romanzo non mi avrebbe lasciato respirare fino all’ultima riga.
Siobhan Dowd, grandissima scrittrice irlandese troppo prematuramente scomparsa, intesse un racconto che tiene agganciati dall’inizio alla fine.

Un giallo, un’avventura da affrontare, un mistero inspiegabile.
Tante le persone coinvolte nella trama, un solo protagonista indimenticabile: Ted, ragazzino autistico che pensa e ragiona secondo schemi decisamente particolari. Ma, attenzione, nessun pietismo, nessuna enfatizzazione in positivo della diversità. Ted è semplicemente un bambino diverso, che sa di essere diverso, e che a volte viene trattato troppo da diverso.
Per il resto, è colui che cercherà di risolvere il mistero del London Eye, ovvero di che fine ha fatto il cugino Salim salito sulla grande ruota panoramica di Londra e mai più sceso.

Sparito? Evaporato? Ucciso? Scappato? Mai salito?
Non vi diciamo nulla, ovviamente, perché non solo sveleremmo il finale smascherando l’impianto narrativo ma vi priveremmo del gusto di seguire i ragionamenti e le ipotesi elaborate da Ted e da chi gli sta accanto, in particolare la sorella, sua compagna di congetture e avventura.

È un romanzo costruito benissimo, con una regia impeccabile di azioni, pause, pensieri, relazioni, dialoghi, incursioni nei pensieri di Ted.
La scrittura è calibrata e si beve parola dopo parola, nonostante le 256 pagine!
Indubbiamente è il giallo della sparizione a far desiderare di leggere ancora un’altra pagina, prima di spegnere la luce.
Ma non solo.
Ci si affeziona a Ted. Ai suoi pensieri strambi. E a tutto ciò che gli ruota attorno, in un intrigo di relazioni.

Relazioni, sono anche loro al centro della storia. Quelle relazioni, perlopiù familiari, che Ted vive in modo particolare, nella solitudine, nell’incomprensione, ma anche nell’affetto e nel tentativo continuo di “leggere” le altrui espressioni, gesti e comportamenti, così difficili per lui da decifrare.

C’è la complicità tra fratelli ma anche la difficoltà di accettarsi e comprendersi.
C’è l’amore della madre, a volte offuscato dai timori e da una fiducia nel figlio non semplice da concedere.
C’è un divorzio, un trasferimento lontano, ci sono fughe segrete e zone d’ombra di una società multiculturale. C’è la paura e l’angoscia, la tristezza.
Ma c’è anche il desiderio ardente di non arrendersi e di sperare, facendo funzionare il cervello, ipotesi dopo ipotesi, da scartare e rivalutare.
Ci sono le previsioni metereologiche, quelle che tanto calmano il cervello sempre attivo di Ted e che confortano come una storia della buonanotte.
E ci sono i sogni, quelli di un ragazzino che con inconsapevole ironia riesce a costruirsi un immaginario futuro.

Questo è un romanzo che appassiona durante la lettura e al termine fa sospirare, di nostalgia, perché è finito, di gioia, perché ci ha lasciati pienamente soddisfatti.

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Thornhill di Pam smy - Recensione su Liberi di scrivere

Liberi di scrivere - 03 gennaio 2018

La solitudine è il mostro nascosto sotto il letto di ogni essere umano, bambino o adulto che sia, ed è sicuramente il cuore argomentativo di Thornhill. Edito da uovonero nel 2017, questo libro è il primo progetto interamente scritto ed illustrato da Pam Smy, artista il cui talento è riconosciuto in ambito europeo e che compare nel catalogo dell’editrice di Crema in veste di illustratrice.
Thornhill si sviluppa in più di cinquecento pagine attraverso un binario narrativo e parallelo che racconta due storie rispettivamente ambientate nel marzo 2017 e in diversi mesi del 1982, da febbraio ad agosto. Le protagoniste sono due bambine, i cui frammenti di vita sebbene lontani nel tempo sono uniti da uno stesso collante composto da profonda solitudine. Mary è una ragazzina orfana che vive a Thornhill, un edificio adibito ad orfanotrofio, e che non riesce ad essere collocata in una famiglia per via del mutismo selettivo che la rende diversa da tutte le altre residenti della casa e per questo un’emarginata. Mary diventa la vittima prescelta di un’altra bambina orfana che compie atti di bullismo, condotta da un cuore indurito dalla troppa sofferenza. Spinta dall’umano bisogno di sentirsi amata e benvoluta, Mary guarda dalla finestra una mamma con il suo bambino e desidera ardentemente un’amica, di giorno va a scuola, dove spesso è bullizzata sotto gli occhi ignoranti degli insegnanti, e si dedica alla sua attività preferita: costruire con la creta bambole ispirate ai personaggi dei libri che legge e che costituiscono la sua unica compagnia. Altra valvola di sfogo è la stesura giornaliera di un diario, attraverso le cui parole il lettore scopre le dolorose vicende della bambina.
Ella è un ragazzina che si è trasferita da poco nella casa davanti all’ex orfanotrofio di Thornhill e la sua storia è narrata esclusivamente attraverso illustrazioni cupe, con predominazione del nero e del grigio e qualche sprazzo di bianco. Le immagini lasciano trapelare che Ella sia orfana di madre e che viva da sola con suo padre, sempre troppo impegnato a lavorare. Così, la piccola si ritrova schiacciata dalla stessa solitudine che nei decenni precedenti aveva affrontato Mary, proprio nell’edificio che scorge dalla finestra della sua stanza, e le loro esistenze si legano in un finale di grande e sconvolgente intensità.
Gli orfani sono da secoli i protagonisti di romanzi, da Oliver Twist a Tom Sawyer, da Mary Lennox, che l’autrice cita apertamente, al più recente Harry Potter e tutti sono legati dal comune desiderio di essere amati ed avere una famiglia. Mary ed Ella non sono un’eccezione, il loro cuore partecipa di queste stesse fantasie e nostalgie di realtà affettive mai sperimentate, ma il riscatto finale dell’orfano scartato dalla società assume in questa storia colori diversi, sicuramente in scala di grigio.
In una lettura tutt’altro che prevedibile, Pam Smy racconta con sensibilità e giustizia il macigno della solitudine, paradossalmente oggetto di condivisione di numerosissime persone. Leggere Thornhill in questi giorni così vicini al Natale apre gli occhi e muove il pensiero verso chi non ha famiglia o è lontano da essa: perciò, abbracciate, stringete, baciate i vostri cari, ringraziate di non essere soli e siate consapevoli della vostra fortuna!

Maria Anna Cigolo

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Thornhill di Pam Smy, uovonero - recensione su Sos Libro

Sos Libro - 5 gennaio 2018

È un libro da leggere e da guardare, anzi sembra quasi di assistere a un film da Oscar.
Thornhill, scritto e illustrato da Pam Smy, con la traduzione di Sante Bandirali, pubblicato in Italia da Uovonero, è un’opera d’arte: coinvolge tutti i sensi, fa viaggiare in avanti e indietro, avvicina due storie e le fonde, inquieta e consola.
Alle pagine di un diario è affidato il racconto di Mary Baines, tredici anni, vittima di bullismo da parte di un’altra ospite dell’orfanotrofio femminile di Thornhill, Midchester: tetro, lugubre, angosciante.

Siamo agli inizi degli anni Ottanta.
A colpire è la descrizione dei sentimenti della vittima, degli effetti emotivi che provocano le angherie subite: il bisogno di appartenenza, per stare in un gruppo che ascolta le stesse canzoni, che parla lo stesso slang, che condivide piccole intese.
L’autrice lo fa senza girarci troppo attorno, con poche frasi che smorzano il fiato.
La senti, quasi la tocchi proprio, quella solitudine che accomuna lei e l’altra, vittima e carnefice:
Questo mi ha fatto capire che lei vuole sentire di appartenere a qualche posto come lo voglio io.
Ci sono indizi degni della migliore regia, disseminati con misura qua e là, tanto che si è parlato persino di atmosfere alla Poe:
Ricordo com’era prima, quanto fossi terrorizzata. So come lei può essere, o almeno come poteva.
E nell’orrore di solitudine e tensione il lettore precipita, seguendo Mary nella sua progressiva chiusura: è affetta da mutismo selettivo, resta in camera giornate intere a realizzare pupazzi di creta o a leggere, proprio come la sua omonima di carta trova riparo e consolazione in un giardino segreto lì accanto, senza però che mai compaiano Colin e Dickon per giocare assieme.
Sola è anche la protagonista dell’altra storia, che interrompe la narrazione diaristica di Mary, ma in qualche modo la completa anche, in una sorta di montaggio alternato. Ella Clarke è una coetanea di Mary, ma la sua storia si svolge ai giorni nostri, in pochi mesi: comincia a marzo, finisce il 15 settembre 2017.
Il racconto delle sue vicende, della sua solitudine, è affidato alle illustrazioni in bianco e nero, cupissime, a piena pagina, senza una sola parola: un libro nel libro, un silent book in un diario. La macchina da presa la vedi proprio muoversi, in piani americani, primissimi piani, dettagli, riprese dall’alto e dal basso, campi lunghi e piani sequenza.
E così si intrecciano le due storie, perché Ella, lo si capisce subito, dal primo disegno, è andata a vivere con il padre proprio nella casa di fronte all’orfanotrofio, ormai chiuso dal 1982, abbandonato e fatiscente.
Il finale, naturalmente, ve lo lasciamo scoprire, in questo volume di 526 pagine che rende un dichiarato omaggio a Brian Selznick, in particolare a La straordinaria invenzione di Hugo Cabret.

 È un libro che lo inizi e lo lasci soltanto quando lo hai finito, e poi torni a sfogliarlo, perché quelle due storie non riesci ad abbandonarle, perché tutti, ma proprio tutti, vogliamo soltanto un amico, qualcuno con cui fare coppia, giorno per giorno, oppure nel ricordo di una scritta graffiata sulla parete:

Per oltre un secolo, tutte le ragazze di Thornhill hanno inciso il proprio nome nel muro insieme a quello della propria migliore amica, centinaia di coppie di nomi rimaste nei mattoni rossi. Tutte le ragazze che ho conosciuto a Thornhill sono su quel muro. Manca solo il mio nome.

Booktrailer

 

Mara Mundi

 

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Anatroccolo in simboli

Andersen - numero 384, dicembre 2017

Ecco un nuovo volume per la collana"Pesci Parlanti" di Uovonero, la casa editrice cremasca attenta all'alta leggibilità e ai libri inclusivi. questa collana propone alcune fiabe classiche in una veste cartonata, robusta e resistente, che adotta l'esclusivo formato sfogliafacile, le cui pagine sagomate permettono un più facile atto dello sfogliare ai più piccoli, a chi non ha ancora una manualità sviluppata o a chi ha più difficoltà nella motricità fine.Su ogni doppia pagina il lettore incontra a destra un'immagine a tutta pagina e a sinistra il testo in stampatello maiuscolo, affiancato dai simboli PCS (Picture Communication Symbols), in modo da renderne la lettura possibile a tutti, a chi utilizza questo linguaggio come a ch, ad esempio, non padroneggia ancora bene l'italiano. Il nuovo titolo vede la storia del brutto anatroccolo illustrata da Arianna Papini che, col suo tratto caratterizzante, risponde perfettamente alla necessità della collana che anche le illustrazioni siano evocative ma semplici; dove ovviamente la semplicità corrisponde alle qualità positive di chiarezza e pulizia descrittiva, grazie anche agli sfondi netti su cui vengono posizionate le immagini dei protagonisti. Da notare che, per un'ulteriore facilitazione alla lettura, all'interno dei quadrati dei simboli i personaggi principali (l'anatroccolo, le anatre selvatiche, i cacciatori, i cigni, ecc.) sono le medesime figure che il lettore incontra nell'illustrazione a tutta pagina. Particolarmente evocativa, tra le altre, l'illustrazione che vede l'anatroccolo addormentato sul lago ghiacciato sotto una nevicato: non ci sono colori forti né contrastanti in questa pagina, ma solo variazioni sui toni del grigio, del bianco e del blu, eppure il tratto rende il tutto assolutamente chiaro e netto.

Caterina Ramonda

 

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Recensione di Thornhill su Thrillernord

Thrillernord - Dicembre 2017

Mary vive negli anni Ottanta a Thornhill, un orfanotrofio femminile vicino alla chiusura. Ella è una ragazza che nel 2017 si trasferisce col padre accanto al tetro edificio, ormai abbandonato da tempo. In un dichiarato omaggio a Brian Selznick e alle atmosfere di Il giardino segreto, le storie delle due ragazze, narrate l’una col testo del suo diario, l’altra con evocative illustrazioni in bianco e nero, si avvicinano fino a toccarsi nel coinvolgente finale.

Due ragazze. Due epoche differenti. Un solo collegamento: Thornhill, l’orfanotrofio.

Il libro si apre con le spettacolari illustrazioni che ci fanno conoscere Ella: siamo nel 2017, la sua storia viene raccontata tramite sole immagini.

Ella, dopo la morte della madre, si è trasferita in una casa che affaccia proprio sull’orfanotrofio ormai chiuso e abbandonato.
Poi c’è Mary, orfana, creatrice di bambole e affetta dalla sindrome di mutismo selettivo. Ospite dell’orfanotrofio negli anni ’80, comunica attraverso le pagine del suo diario segreto.

La prima cosa che ho notato di questo meraviglioso libro è la maestria sia della scrittura, che rispecchia perfettamente il linguaggio di una ragazzina, sia del disegno e dei minimi dettagli rappresentati.

Le illustrazioni, evocative e particolari, riescono a trasmettere tutte le emozioni della ragazza rappresentata; non si sente assolutamente la mancanza della parola scritta perché le illustrazioni sono perfettamente esplicative.

Ci si immerge in una vera e propria esperienza oltre che visiva e letteraria anche e, soprattutto, umana. Ciò che accomuna le due protagoniste è un’immensa e straziante solitudine.

Un sentimento talmente viscerale e sofferto da torcere le viscere e far annaspare, lo si sente strisciare sulla pelle.

La sofferenza di non poter comunicare, non potersi aprire agli altri, essere diversi, vittima di soprusi e cattiverie. È il desiderio immane e folle di essere semplicemente accettati e voluti bene.

È un libro che non fa dormire la notte per l’inquietudine, però questa sensazione non ci è data solo dalla paura che incute il racconto ma anche dal pensiero che il vero orrore è quello che si cela dentro gli esseri umani.

È un libro che comunica perfettamente ciò che vuole trasmettere ed è un’esperienza che adulti e ragazzi dovrebbero affrontare.

Un finale sconvolgente, un pugno nello stomaco, ma nello stesso tempo perfetto per il messaggio che ci vuole comunicare l’autrice.

Un romanzo che ritorna costantemente tra i sogni e ti interroga di continuo, ti attanaglia e resta dentro.

Pam Smy è docente di illustrazione alla Cambridge School of Art e affianca l’insegnamento alla carriera di illustratrice. Pam vive a Cambridge con il marito, sua figlia e il cane, le piace disegnare, leggere romanzi e guardare vecchi film. Thornhill è il primo romanzo che Pam ha sia scritto che illustrato.

Giusj Sergi

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Recensione di Thornhill su L'indice dei libri del mese

L'indice dei libri del mese - Dicembre 2017

Thornhill si colloca senza indugi nel campo della migliore, rigorosa, innovazione letteraria, con un volume godibilissimo sin dalla veste editoriale, curata da Uovonero, già autore italiano di Pam Smy per il suo lavoro di illustratrice per Il riscatto di Dond di Siobhan Dowd.
Diciamo quindi subito che cos'è: un solido blocco di carta stampata in bianco e nero, con una copertina in rilievo che mostra una finestra accesa in una vecchia casa dominata da una luna piena: in quarta ritroviamo un'altra palazzina dello stesso edificio, completamente buia, su cui si appoggia un corvo. Il cielo è striato dalle stesse nuvole, ma la luna non è più inquadrata.
Questa presentazione dichiara graficamente, plasticamente, molte cose: è una storia di fantasmi, è una storia di case, ed è una storia raccontata in gran parte per immagini. A ben vedere è anche una storia di cose quasi uguali o che si ripetono, di eventi che si ripresentano attraverso gli anni; è una storia in cui il tempo non passa, o passa nei modi ben strani che conoscono i fantasmi. Due sono le vicende raccontate e uno solo il luogo, Thornhill, un istituto o casa protetta per ragazze abbandonate; intorno a questo tetro posto leggiamo il diario e le vicende di Mary, nel 1982, e viviamo solo per immagini la storia di Ella, nel 2017. Le due narrazioni si sovrappongono negli stessi luoghi, oltre la vita e la morte, attirandosi e stringendosi in una sola storia - storia struggente e di solitudini.
La grande novità del libro sta nella giustapposizione di questi due linguaggi, resa rigorosa dalle due vicende raccontate: non un esercizio di stile, ma un modo di rendere artisticamente la rarefazione del linguaggio, la sospensione delle parole, il silenzio che precede decisioni che vengono prese ma non raccontate. E come ogni storia di fantasmi, è fatta per catturare e inquietare, per rimanere nelle pieghe della pagina ad attendere il lettore: i mostri più terribili sono quelli che aspettano.

Beniamino Sidoti

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Recensione di Chi se la fila? su Luuk

Luuk - 10/12/2017

Tutti che corrono e senza dire una parola nell’albo illustrato senza testo di Uovonero editore.

Chi se la fila?, illustrato da Roberta Angeletti è un albo ironico, divertente, sulle corse quotidiane, di chi non si ferma mai e non ha mai tempo, né per ascoltare né per guardare. Né per ricevere un fiore. Una storia buffa di adulti che corrono, sempre!

Un giorno qualsiasi nel salotto di casa. Solo apparentemente qualsiasi però, perché proprio oggi la nonna sembra aver finto di sferruzzare un pesante pullover rosso scuro al quale lavora da tempo. Comodamente sprofondata nella sua poltrona appena ha un attimo di tempo, ancora col grembiule allacciato in vita, tricotta con gusto e anche velocità! Per chi sarà quel capolavoro di morbidezza, caldo e una giusta dose di amorevolezza ancora non è dato di saperlo. Ma, chiuse le spalle, affrancati i bottoni, lo mostra soddisfatta al nipote che gioca intento con le sue macchinine sdraiato sul pavimento poco distante dalla sua poltrona, e…peccato, però, non è per lui.

Il bambino, faccia delusa, resta lì come tradito da questa nonna che subito si gira scattante come per raggiungere qualcun altro che a sua volta sta correndo, salta i gradini a due a due direzione porta. Reca in mano una lettera, andrà in posta?

In breve la situazione dentro casa è questa: la nonna insegue il papà che reca una lettera, forse non voleva andare alla posta ma raggiungere la mamma, forse la lettera è per lei?, ma la mamma è di corsa, non trova la piccola di casa e il gelato appena comperato si sta forse sciogliendo? Sarà per questo che la mamma corre. La piccola di casa dal canto suo corre con la palla in mano dietro al cane, che fugge più veloce, felice di aver rubato al volo il giornale…del nonno! Che però sta uscendo in giardino abbigliato con un grembiule a fiori e la cesoia: sarà l’ora del giardinaggio? No! Il nonno insegue la nonna ancora col pullover in mano, dentro e fuori casa, nel tentativo di donarle un fiore!

Sì, arrivati qui si è un po’…di corsa! Ma attenzione, non è ancora finita! Qualcun altro per casa corre portando in giro qualcosa di estremamente divertente…chi sarà?

Insomma, per dichiarare il proprio amore a una persona ci vuole pazienza, attendere il momento giusto, andare piano, non affrettare le situazioni. Anche solo per darsi un fiore. Regalare un pullover rosso scuro fatto proprio con le proprie mani, recapitare una lettera che confermi sempre, anche dopo tanto tempo, il proprio amore. Così anche giocare a palla col proprio cucciolo diventa difficile se lo decidi proprio quando lui ha deciso di portare il giornale al nonno, ognuno manifesta amore come può…anche i gatti! Però correndo proprio no, non ci si piglia, non ci si ascolta, non ci si accorge l’uno dell’altro e sembra più una storia di fuggiaschi!

Ma in fondo, a pensarci, se nessuno si volta…Che senso ha l’amore per chi non ascolta?

Martina Petruzio

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Vivere con la paura, i libri di Siobhan Dowd

Libri calzelunghe - 7/12/2017

Ogni singola parola scritta da Siobahn Dowd è talmente preziosa che i suoi soggetti anche dopo la sua prematura morte hanno trovato casa e sono diventati libri.

La scrittrice britannica di famiglia irlandese, infatti, ha scritto in vita solo quattro romanzi (premiatissimi, acclamati, amati, letti), e due suoi soggetti hanno generato altri due libri: Sette minuti dopo la mezzanotte e Il mistero del Guggenheim.

Siobhan Dowd

La Dowd nasce a Londra nel 1960 da genitori irlandesi. Dopo aver completato gli studi letterari si dedica alla scrittura di genere ed è una fervente attivista contro la censura nei libri nei Paesi a regime dittatoriale. Solo nel 2006 viene pubblicato il suo primo romanzo per ragazzi, Le rose di Shell, subito finalista per la Carnegie Medal (il più prestigioso premio inglese dedicato alla narrativa per bambini e ragazzi).
La morte nel 2007 della scrittrice per un cancro al seno non ferma la pubblicazione dei suoi romanzi: nel 2007 stesso viene pubblicato Il mistero del London Eye, subito seguito da La bambina dimenticata dal tempo, un libro che riscuote un successo immediato e prorompente, tanto da ricevere la Carnegie Medal (mai assegnata prima post mortem). Nel 2009 esce infine il suo quarto romanzo, Crystal della strada. Ma gli editori di Siobahn Dowd avevano per le mani un soggetto che poteva generare un altro capolavoro. Patrick Ness accetta di portare a termine il lavoro della Dowd: nasce così Sette minuti dopo la mezzanotte, con le illustrazioni (incredibili) di Jim Kay. Infine, ed è una novità del 2017, Robin Stevens, scrittrice già nota per i suoi libri gialli per bambini, scrive Il mistero del Gugghenheim (Uovonero edizioni), il seguito de Il mistero del London Eye.
Per volontà della stessa Dowd, nello stesso 2007, nasce il Siobhan Dowd Trust, fondazione a scopo benefico a cui sono ceduti i diritti dei libri della scrittrice e che si propone di avvicinare alla gioia della lettura i bambini in condizioni svantaggiate.

[I libri della Dowd sono tutti pubblicati in Italia da Uovonero, il cui editore, Sante Bandirali, ne è anche il traduttore. Sette minuti dopo la mezzanotte è pubblicato da Mondadori.]

Colpisce un aspetto, nei libri di questa decisa e convinta scrittrice inglese: leggendoli si ha un’impressione di eternità. Sono convinta che non passeranno di moda, ma che manterranno un loro posto negli scaffali di ogni libreria. Sono libri profondi, onesti, veri, anche crudeli, necessari. Ogni personaggio emerge nella sua complessità, sia esso un ragazzo, sia esso un adulto. Non si ha paura di parlare di morte, omicidi, sesso: la vita esplode, rimbalza, urta contro le nostre ipocrisie e i nostri buonismi.

I ragazzi, i bambini, fanno parte del mondo: inutile proteggerli dalla guerra, dalla sporcizia umana, meglio è dare loro degli antidoti, indicare una strada alternativa, come in Bog Child (La bambina dimenticata dal tempo).
La paura, in questo romanzo, è la grande protagonista sotterranea. La paura appiccicosa di sudore di Fergus, per esempio, che in quella tarda primavera del 1981 studia per la maturità. La madre, pur nella sua angosciosa attesa, lo incita: è bravo a scuola, potrà andare via da quel paese disperato, potrà andare a studiare in Scozia o dove vorrà. Ma il fratello è in galera, è un attivista, perché nell’Irlanda del nord non ci si può arrendere agli invasori britannici. Siamo negli anni bui delle domeniche di sangue e degli scioperi della fame. Gli attivisti dell’IRA non vogliono essere considerati dei semplici criminali e da ormai quattro anni scioperano, lottano, protestano in carcere, senza ottenere dal governo centrale della Thatcher nulla di fatto. Joe è orgogliosamente in galera e negli incontri con i genitori è spavaldo, coraggioso: inizierà anche lui lo sciopero della fame, avanti fino alla morte! La paura solca la fronte di Fergus mentre corre all’alba e pensa. Non si è mai sentito attratto dall’IRA, è un ragazzo premuroso, attento, generoso. Certo, quello che fanno gli inglesi è terribile, ma anche le bombe contro i protestanti sono ingiuste. E poi c’è quella bambina sepolta nella torba, scoperta per caso mentre con lo zio Tally raccoglieva la torba da rivendere. Una bambina piccola o comunque dalle dimensioni piccole assai con quel bracciale di fattura pregiata e risalente all’epoca del ferro. E ci sono i sogni, in cui Fergus rivive la storia della bambina…
Vivere con la paura addosso, soprattutto ora che il migliore amico di Joe lo ha costretto a fare da corriere tra Irlanda del nord e del sud, trasportando misteriosi pacchettini. La paura paralizza, confonde, annebbia. Fergus corre, piange, pensa. La vita va avanti, nonostante tutto, nonostante i giorni senza cibo di Joe, nonostante le bombe che esplodono davanti alle chiese protestanti, va avanti anche l’inchiesta per sapere chi era quella bambina sepolta, che poi bambina forse non lo era…

Cambiamo libro: la paura non può trattenere la vita, la può abbracciare strettamente, le può succhiare energia, metterla a tacere, soffocarne la voce, ma non può uccidere la vita. Nemmeno se a morire è tua madre e tu sei a un passo dalla più nera disperazione.
Sette minuti dopo la mezzanotte è un capolavoro.
Fa male, eccome se fa male.
La Dowd scrive il soggetto quando sta combattendo contro il cancro che poi la ucciderà. E offre una mano a chi le sta intorno.
Conor vive con la madre, il padre è andato in America, la nonna è antipatica. Conor alla mattina si alza, si veste, fa colazione, socchiude piano la porta della camera della madre e, vedendo che lei dorme finalmente, dopo una nottataccia, le invia un saluto solo con la mente, poi va a scuola. Passano i giorni, la madre scende raramente in cucina, Conor cucina, pulisce, fa i compiti, lava i vestiti. Conor non si arrende. Mai. E scompare: a scuola ormai non lo interrogano nemmeno più, potrebbe fare quello che vuole, lo sguardo degli adulti è di addolorato sgomento. A casa è solo. Di notte, però, lo va a trovare il mostro, quell’agglomerato di paura e ricordi, di decisioni mai prese, di rimandi, di speranze a cui fortissimamente aggrapparsi. Ma soprattutto è il silenzio che circonda Conor: le parole farebbero davvero troppo male. Quella parola che solo il mostro lo aiuterà a dire: morte. Perché il bambino sa che la madre sta per morire ed è troppo doloroso anche solo pensarlo. Ma se lui farà il bravo, se farà tutte le faccende di casa, se, soprattutto, tacerà, allora lei non morirà. Il pensiero magico di Conor, alimentato da un terrore che prende forma in incubi spaventosi, si infrange quando finalmente la nonna prende in mano la situazione.

In questi due romanzi, due ragazzi vivono costantemente con la paura, nera e immonda compagna: li costringe al silenzio, li bracca egoista, li ha in pugno con sguardo cinico.

Antagonista della paura è in Dowd la parola, che si nutre di ascolto e di luce. Sono le parole dure della nonna, portatrice di quella dolorosa e salvifica verità che Conor non vorrebbe mai sentirsi dire, sono le parole della mamma di Fergus che convince i dottori a salvare il figlio Joe, in coma, da morte certa.
Uno dei temi importanti tra gli autori di libri per bambini e ragazzi è la speranza, che non deve mai venir meno. In Sette minuti dopo la mezzanotte, la madre di Conor muore. È un finale inevitabile, la morte fa parte della vita, ma il bambino è riuscito a dire alla madre tutto il suo amore, ha un nuovo canale di comunicazione con la nonna, ha ritrovato la luce, pur nel dolore più assurdo che esista.
Fergus riesce, d’altra parte, a dire il suo netto e fermo no agli attivisti dell’Ira, a stare dalla parte della vita, sempre e comunque.

La Dowd è dalla parte dei suoi giovani lettori, la sua voce è forte e chiara, mai ambigua.

La paura è egoista, gelosa, invalidante, cupa e noiosa. La paura priva della speranza.

E se un libro serve a parlare della paura, e a ridurla a un piccolo grumo nero, a una macchia d’inchiostro, ecco: quel libro ha fatto il suo lavoro, ha fatto un buon lavoro. Ha ridato la parola.

Angela Catrani

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Recensione di Serpenti finti e strani maghi su Area Di.To

Area Di.To - Dicembre 2017

Eccoci in un batter d’occhio alla quarta avventura della serie Vi presento Hank e a questo punto lo spumeggiante personaggio creato da Henry Winkler e Lin Oliver può dirsi familiare non solo ai lettori della serie maggiore (Hank Zipzer il superdisastro, giunta ormai all’ottavo episodio) ma anche ai loro fratellini più piccoli che hanno da meno tempo imparato a padroneggiare la lettura. Dopo Un segnalibro in cerca di autore, Breve storia un lungo cane e Fermate quella rana!, anche i sette-ottenni appassionati di avventure divertenti potranno ormai dirsi esperti del travolgente mondo di Hank.
Cacciatosi come al solito in un guaio, il ragazzino più creativo di New York si trova questa volta a dover imparare in pochi giorni un complicatissimo numero di magia. Intenerito dal sogno della sorella Emily di avere dei serpenti alla sua festa di compleanno, Hank le promette infatti la partecipazione del famoso Mago di Manhattan che potrà esaudire con i suoi poteri il suo bizzarro desiderio. Peccato che il Mago di Manhattan non esista e che Hank debba trovare il modo di non farlo scoprire alla sorella.
Meno incentrato dei precedenti episodi sulle difficoltà scolastiche di Hank legate alla sua forte dislessia, Serpenti finti e strani maghi non manca di dare spazio e rilievo alla straordinaria inventiva del protagonista, qui insolitamente colto nel suo lato tenero di fratellone. Stampata come sempre ad alta leggibilità – con carattere che aiuta a confondere meno le lettere, spaziatura maggiore, sbandieratura a destra, carta color crema e grandi disegni – quest’ultima avventura è godibile e leggera: un buon incentivo alla lettura anche per chi fatica un po’ di più a far suo un testo.

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Recensione de Il mistero del Guggenheim su Area Di.To

Area Di.To - Dicembre 2017

De Il mistero del Guggenheim, all’inizio, c’era solo il titolo. Lo aveva indicato Siobhan Dowd firmando il contratto con la casa editrice inglese prima di morire purtroppo prematuramente. E così, dopo il successo de Il mistero del London Eye, la casa editrice inglese ha individuato una scrittrice di talento – Robin Stevens – e le ha chiesto di inventare e stendere il romanzo mai scritto dall’autrice scomparsa. Obiettivo: mettere in piedi una storia avvincente e credibile ma anche coerente con il titolo e con la solidissima cornice narrativa della prima indagine, di cui Il mistero del Guggenheim costituisce un ideale seguito.
Obiettivo tutt’altro che semplice e che ciononostante Robin Stevens ha abbracciato con entusiasmo. Ecco dunque che grazie a lei il formidabile Ted, ragazzo con sindrome di Asperger che vede il mondo a modo suo, sua sorella Kat, adolescente determinata e appassionata di moda e il loro cugino Salim, ormai ambientatosi nella Grande Mela dove si è trasferito con la mamma Gloria, tornano sulla scena per risolvere un nuovo giallo. Durante una vacanza che Ted, Kat e la loro mamma fanno a New York, si verifica infatti il furto di un prezioso quadro di Kandinskij all’interno del Guggenheim museum che Gloria dirige. Il fattaccio accade proprio mentre i protagonisti sono in visita al museo e siccome proprio la zia Gloria viene incriminata, i ragazzi iniziano a indagare per scoprire il vero colpevole. Ma la missione è tutt’altro che semplice: ci sono di mezzo rapporti personali e lavorativi complicati, bugie inerenti al furto e bugie da esso slegate, un piano ingegnoso per incastrare una vittima innocente, e loro tre, in fondo sono solo ragazzini. Ma hanno dalla loro, oltre a una motivazione molto forte dettata da ragioni familiari, anche una somma di abilità molto diverse e complementari tra loro, indispensabili per ricomporre tutti i pezzo del rompicapo. Tra queste spicca senz’altro l’acume fuori dagli schemi di Ted, capace ancora una volta di dare una svolta alle indagini e portare un lieto fine non solo rispetto all’arresto di Gloria.
Per chi come noi ha amato fortemente la prima storia di Ted, quel suo modo brillante e originale di mettere insieme sparuti indizi per ritrovare il cugino Salim e quel suo approccio alla quotidianità che dava voce e risonanza a un modo di essere dignitosamente diverso, le aspettative rivolte a Il mistero del Guggenheim erano altissime. Ma Siobhan Dowd è Siobhan Dowd ed eguagliarla dovendo al contempo rispettare una serie di caratteristiche narrative a lei proprie era cosa davvero ardua. Non si resta quindi sconcertati se il Il mistero del Guggenheim appare un po’ meno forte e incisivo del precedente episodio, per via di una trama forse un po’ meno travolgente e soprattutto di un protagonista meno tratteggiato nella sua neurodiversità che era poi il potente motore narrativo de Il mistero del London Eye. Al di là dell’inevitabile confronto con il libro da cui tutto è partito, il romanzo di Robin Stevens appare godibilissimo sia per il lettore meno legato al mondo di Ted sia per quello ad esso più affezionato, entrambi catapultati in una dinamicissima New York dove tutto può davvero succedere.

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“Chi se la fila?”: un silent book rumoroso che fa riflettere.

libricino.it - 11/11/2017

Ascoltarsi, fermarsi, emozionarsi in uno stile di vita troppo veloce e stressante. Per educare i nostri bambini Un circolo vizioso, cadenzato da orari e da impegni, ma che senso ha se nessuno si ferma a riflettere su cosa sta facendo? Uovonero la tocca piano, anzi pianissimo. Un silent book che alla fine è come un clacson di un tir, che ti sveglia e cerca di portarti fuori da una tromba d’aria. Tutti noi, viviamo una routine quotidiana e si fa soprattutto per dare il meglio alla propria famiglia, è un correre, scappare, rincorrere un ritardo, stress che si accumula fino ad andare a letto distrutti.Roberta Angeletti si mette dalla visione di un bambino, che osserva i suoi conviventi “filare” a destra e a sinistra senza mai incontrarsi, basterebbe che solo un membro della famiglia, avesse un briciolo di lucidità per dire basta, per bloccare questo cerchio chiuso, invece no, tutti si rincorrono cercando di regalare o di donare qualcosa all’altro parente successivo. “che senso ha l’amore, se nessuno ascolta?” Tutto parte dalla prima scena lineare e apparentemente calma, una nonnina presa, a sferruzzare (anche qui torna il filare della lana) per comporre un maglione che guarda il nipotino giocare, questo equilibrio si rompe perché qualcosa lo cambia, ecco che parte anche lei nella giostra impazzita. Il finale è speranzoso, il bambino si trova in una rete di filo di lana che viene alla fine spezzato. Un paio di forbici taglia il filo rosso, un modo per dire basta a questo rincorrersi che non porta a niente, al “filare”. Le illustrazioni sono particolarmente belle, i pastelli dell’autrice danno la sensazione di quotidianità, i visi dei protagonisti sono sereni, nessuno si accorge della spirale che sta attraversando, solo il viso crucciato del bambino segna il malessere vissuto. Uovonero si conferma casa editrice attenta, affronta un problema di tutti, in silenzio. I bambini possono apprezzare il senso, con degli esempi raccontati dai genitori.

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Parole, immagini, simboli - i Libri di Camilla per la lettura facilitata

La Stampa - 03/10/2016

Che rabbia! di Mireille d’Allancé è ormai considerato un piccolo longseller. Albo illustrato che arriva dalla Francia, portato in Italia dalla casa editrice Babalibri, è una presenza obbligata di tante bibliografie per la prima infanzia ed è già presente in libreria con un’edizione rilegata e una tascabile, alle quali si aggiunge ora un’edizione speciale che ne facilita la lettura. Che cosa rende così speciale questo libro? Prima di tutto l’immediatezza con la quale riesce a raccontare ai bambini più piccoli un sentimento travolgente come la rabbia, difficile da gestire, ma con il quale s’impara a convivere già nei primi anni di vita. La rabbia di Roberto, il bambino protagonista del racconto, assume una forma fisica: un mostro rosso che scaraventa dappertutto libri e giocattoli. Il mostro della rabbia non scompare, ma quando Roberto ritrova la calma, la Cosa rossa diventa piccola piccola e può essere messa da parte, chiusa al sicuro dentro una scatola. Questo libro semplice, una storia costruita attorno a una singola emozione, è molto potente e si lascia capire senza fatica. È dunque un titolo perfetto per inaugurare I libri di Camilla, progetto editoriale di Uovonero realizzato in collaborazione con numerose altre case editrici (Babalibri, Bohem Press, Coccole Books, Giralangolo, Kalandraka, Lo Stampatello, Sinnos, Topipittori) per portare in libreria una selezione di albi illustrati tradotti nel sistema simbolico WLS (Widgit Literature Symbols). Ogni parola del testo, che non viene eliminato ma solo integrato e rafforzato, è affiancata da un pittogramma, una piccola immagine simbolica che rende il libro accessibile a chi ha difficoltà di lettura, appianando le differenze e mettendo al centro la storia, affinché possa raggiungere il più ampio numero di bambini possibile. Come i libri in stampatello (dei quali abbiamo parlato qui), anche i Libri di Camilla sono uno strumento utile nei primi anni di scuola primaria, quando i bambini cominciano a leggere da soli. Che rabbia! (ed speciale per I libri di Camilla, trad. Anna Morpurgo affiancata dai simboli WLS, 2016, 32 pp, 11,50 €, da 2 anni), il primo titolo della collana a cui presto seguirà Le parole di Bianca sono farfalle di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus (Giralangolo), è stato presentato a Milano nell’ambito della manifestazione Hai visto un re? e sarà al centro di un incontro del festival A Bi Book a Brescia mercoledì 5 ottobre (Libreria Rinascita, ore 18).
La storia di Roberto si chiude con il desiderio di tornare a tavola accanto ai genitori: la rabbia è passata e, davanti a una fetta di dolce, si riscopre il piacere di stare accanto agli altri. Anche Max, il bambino protagonista del celebre albo illustrato di Sendak ( Nel paese dei mostri selvaggi, trad. di Antonio Porta, Babalibri, 1999, 48 pp, 12,50 €, da 3 anni), decide di tornare “a casa”, rinunciando alle ridde selvagge, perché è attratto dal profumo di cose buone da mangiare e desidera di essere in un posto dove ci sia qualcuno che lo ami più di ogni altra cosa al mondo. Gli splendidi mostri disegnati da Sendak, come la Cosa immaginata da Mireille d’Allancé, raccontano il mondo interiore del bambino con una forza e un’immediatezza che è a volte è davvero difficile trovare nelle parole.

di Mara Pace

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Recensione di Che Rabbia! su Area Di.To

Area Di.To

Dal 2000, quando è stato pubblicato per la prima volta, l’albo Che rabbia! di Babalibri ha subito incontrato il favore del pubblico, riscuotendo un successo che dura ancora oggi: lo dimostrano le numerose ristampe e i frequenti prestiti bibliotecari. Difficile trovare un piccolo lettore che non abbia amato la storia del furibondo Roberto e della mostruosa cosa rossa, personificazione della sua ira, che distrugge tutto ciò che gli capita a tiro. L’albo è infatti costruito in maniera tale da stimolare la più immediata identificazione con il protagonista da parte del bambino e da dare una forma riconoscibile e incisiva a uno dei sentimenti più familiari e difficili da gestire in età infantile.
Per il suo sedicesimo compleanno Che rabbia! indossa un nuovo vestito, arricchendosi di una traduzione in Comunicazione Aumentativa e Alternativa che lo rende accessibile anche in caso di autismo, disturbi della comunicazione, difficoltà di lettura o deficit cognitivi. Pressoché identico all’originale, nella copertina come nell’aspetto interno, il volume amplia le possibilità di lettura senza compromettere la qualità del testo, delle illustrazioni e della loro armonica integrazione. A parte l’aggiunta dei simboli WLS (Widgit Literacy Symbols) al di sopra del testo e alcune minime modifiche alle frasi (finalizzate per esempio a privilegiare l’ordine soggetto-verbo-discorso diretto), questa versione mira proprio a risultare riconoscibile e volendo intercambiabile con quella da cui ha preso le mosse. Perché i bei libri, nel loro complesso e non solo nelle loro componenti singolarmente prese, costituiscono un patrimonio prezioso cui tutti i bambini dovrebbero poter accedere.
Che rabbia!, in questa nuova e importante forma, inaugura la collana di libri in simboli “I libri di Camilla” (Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili), nata dalla collaborazione tra Uovonero (che cura appunto la traduzione in CAA) e altre otto case editrici per bambini (Babalibri, Sinnos, Kalandraka, Giralangolo, Bohem press, Coccole Books, Topipittori e Lo Stampatello) con lo scopo di allargare le possibilità di fruizione di alcuni degli albi più amati anche a lettori con difficoltà di decodifica testuale.

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Recensione di Le parole di Bianca sono farfalle su Eco di fata

Eco di fata - 4 aprile 2017

Che poesia tra le pagine dell’albo Le parole di Bianca sono farfalle!
Che poetica candida nei tratti delle sue illustrazioni!
Ed è così che la collaborazione evocativa di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus si trasforma in un libro bellissimo nel Verbo e nel Segno. E così, il passo è breve e magistrale, anche nel messaggio.

Le parole di Bianca sono farfalle è un’opera straordinaria edita dalla coraggiosa casa editrice EDT-GIRALANGOLO e ripubblicata con i simboli wls (quelli della comunicazione aumentativa, dell linguaggio grafico) da UOVONERO. E noi che amiamo queste due realtà editoriali non potevamo non cogliere al volo l’occasione di dedicare questo breve post a un lavoro potente e magico sostenuto da entrambe!
Le parole di Bianca sono farfalle è un albo illustrato in cui smarrire ogni riserva. Lo si apre e si entra dolcemente accompagnatai da autrice e illustratrice nel mondo incantato e incantevole di Bianca.
Volano i pensieri-parole di Bianca. Volano anche sulla carta e si fanno rotondi come una carezza sul viso. Sono leggeri, anime nude che spirano nel vento. Suggestivi come il battito repentino e delicato delle ali di una farfalla. Si posano sul cuore e quando passano, in fondo senti che qualcosa invece si è fermato. Per sempre.

Bianca non parla, ma osserva, ascolta, prova. Vive. E’ circondata da un amore forte e incondizionato ed è attraverso questo amore che Bianca SENTE il mondo che la circonda e al mondo restituisce un pezzetto della sua sensibile attenzione.
E’ diversa Bianca. Ma diversa da chi?
Non parla ed è in quel breve istante di silenzio che si fa trovare, là dove i suoni si fanno vedere. Toccare.

E poi quando chiudi il libro è la sue eco che intensamente avvolge ogni senso. E, senza volerlo e senza accorgersene, ti ritrovi a sorridere teneramente.

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Recensione di le parole di Bianca sono farfalle su Area Di.To

Area Di.To

Se c’è un libro, tra quelli recentemente pubblicati e rivolti all’infanzia, che celebra il valore delle comunicazione attraverso canali insoliti e la valorizzazione delle abilità di ciascuno, quello è proprio Le parole di Bianca sono farfalle: un albo del 2013 targato Giralangolo che ha avuto un larghissimo successo di pubblico soprattutto per la delicatezza poetica con cui sa dipingere una disabilità (quella uditiva) non molto esplorata dalla letteratura per bambini e ragazzi. Ecco perché l’idea che quello stesso albo possa ora essere tradotto in simboli, grazie al felice progetto de I libri di Camillla, ci pare bellissima e ricca di senso: perché come Bianca intercetta e interpreta con le dita la musica del mondo, così i lettori che beneficiano della CAA hanno un modo a loro volta particolare e del tutto rispettabile di leggere la realtà e le storie.
Il libro di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus sposa insomma perfettamente lo spirito di una collana come I Libri di Camilla, che celebra il principio secondo cui esistono tanti modi di leggere ed esprimersi e che anche i bambini che utilizzano sistemi comunicativi fuori dalla norma hanno diritto di accedere a un immaginario fertile e condiviso, godendo della poesia che nasce dalle parole, dalle immagini e dal loro alchemico incontro. Con la scelta di questo albo come secondo titolo della collana (dopo l’esperienza inaugurale di Che rabbia!), Giralangolo (editore della versione originale del libro) e Uovonero (editore che cura questa versione in simboli) decidono di volare davvero alto e lanciare un bellissima sfida ai lettori che si avvalgono della Comunicazione Aumentativa e Alternativa e una proposta coraggiosa agli operatori che di essi si occupano.
La parole di Bianca sono farfalle è infatti graficamente e concettualmente articolato. Esso si avvale di espressioni metaforiche molto poetiche, propone illustrazioni tutt’altro che didascaliche e opta per una distribuzione testuale piuttosto libera. La versione addattata dal canto suo offre una rielaborazione minuziosa e competente di questi aspetti – rinunciando per esempio alle frasi disposte ad arco o prediligendo strutture sintattiche più lineari laddove quelle di partenza risultino troppo complesse – ma non stravolge mai il senso e la qualità del volume originale. Davvero l’operazione non era banale ma il risultato è in definitiva un prodotto poetico e al contempo accessibile, non semplice certo perché ancora forte di sinestesie ed espressioni figurate (ma chi l’ha detto che proprio un libro così non possa essere usato per aiutare a comprenderne il funzionamento?) ma insieme di grande impatto emotivo ed estremamente comunicativo.

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Recensione di Il piccolo coniglio bianco su Area Di.To

Area Di.To

Andare a raccogliere i cavoli per fare la zuppa, tornare a casa e trovare una capra capraccia che se ne è deliberatamente impossessata. Ohibò, questo sì che è un brutto fatto! Ecco allora che il piccolo coniglio bianco, a cui questa disavventura è effettivamente capitata, si ritrova a vagare per la campagna alla ricerca di qualcuno che possa aiutarlo. E se non può contare sul bue, sul cane e sul gallo, perché troppo fifoni, il protagonista troverà per fortuna un insospettabile alleato nella formichina: non c’è trippa che tenga, i suoi pizzichini fanno scappare persino le capre capracce!
Divertente e capace di capovolgere le attese, Il piccolo coniglio bianco ha dalla sua ha dei personaggi buffissimi, una narrazione che fa un uso spassoso dell’iterazione e un linguaggio teneramente colloquiale che lo rendono efficacissimo per una lettura ad alta voce. Questi aspetti, insieme alla grafica piuttosto ordinata, hanno senz’altro giocato la loro parte nella scelta del volume, tra quelli editi da Kalandraka, per la traduzione in simboli da inserire all’interno della collana I libri di Camilla.
Dalla primavera 2017, infatti, l’albo di Xosé Ballesteros e Óscar Villán figura tra i titoli che, grazie alla simbolizzazione basata sulla collezione WLS (Widgit Literacy Symbols), risultano fruibili anche da parte di bambini con disturbi della comunicazione o con difficoltà di lettura. Non solo: il curriculum, in termini di accessibilità, de Il piccolo coniglio bianco è arricchito da una precedente traduzione in simboli in terra spagnola che ne garantisce la funzionalità e il potenziale successo.

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Video recensione de Il piccolo coniglio bianco su Fabulinis

7 settembre 2017 - Fabulinis

Voglio tornare a casa!

Il piccolo coniglio bianco va a raccogliere il cavolo per la zuppa, ma la Capra Capraccia non lo lascia più tornare a casa. Alla fine, dopo aver chiesto aiuto a molti animali, l’unica ad accettare di aiutarlo sarà la formichina, che risolverà la situazione. Una storia divertente che colpisce soprattutto per l’uso dei simboli Widgit, un codice curato da Enza Crivelli che permette anche a bimbi con difficoltà di apprendimento di leggere i libri. Questo volume fa infatti parte della collana “I libri di Camilla”, una serie che, accanto al testo, riporta tutti questi simboli ed è pensata proprio per rendere la lettura accessibile anche a chi fa un po’ di fatica (su fabulinis puoi trovare anche altri libri che li usano, magari ti interessano “Lindo Porcello” e “Riccioli d’oro”).
Seguiamo allora la vicenda di questo piccolo coniglio che non riceve nessun aiuto da grossi animali ma solo da una furba formica, perché si sa: spesso è proprio il più piccolo a cavarsela meglio.

Di questo libro ci piace:

le rime sul nome della capra: capraccia, caprona, caprella e chi più ne ha più ne metta…

i simboli WLS, è bello pensare che possano rendere i libri accessibili a tutti.

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Recensione de Il mistero del Guggenheim su Youkid

27/11/2017 - Youkid.it

Alla fine de Il mistero del London Eye (Uovonero, 2007) avevamo lasciato Ted Spark, aspirante meteorologo nel cui cervello gira “un sistema operativo diverso”, a godersi il meritato successo per il ritrovamento del cugino Salim, scomparso dopo un giro sulla celebre ruota panoramica londinese.

Accettando di dare un seguito alla storia ideata dall’amatissima scrittrice per ragazzi Siobhan Dowd, venuta precocemente a mancare nel 2007, la giovane e brillante giallista californiana Robin Stevens raccoglie una sfida e un’eredità: accompagnare lo strampalato Ted e i suoi lettori in un’avventura americana partendo dal semplice titolo, Il mistero del Guggenheim, lasciato dall’autrice inglese ai suoi editori.

Eccoci quindi catapultati a New York, dove la mamma e Kat, impazienti di riabbracciare Salim e zia Gloria, hanno trascinato un Ted a dir poco titubante. Abituato a una precisa routine della quale è in grado di calcolare e prevedere quasi tutto, infatti, il ragazzo non è esattamente entusiasta di ritrovarsi in una grande città sconosciuta.
Per fortuna almeno il Guggenheim, il grande edificio bianco e circolare che Ted ha studiato nell’enciclopedia, si rivela all’altezza delle aspettative, affascinandolo con la sua complessa architettura e con le opere contemporanee che contiene; a colpirlo sarà in particolare il quadro di Kandinskij Nel quadrato nero, che rappresenta il tempo meteorologico in modo decisamente insolito.

Tre giovani detective
“Allora ci sei?” ha chiesto Salim. “Ci aiuterai a risolvere il mistero?”
“Probabilmente ci sono” ho detto. “Ci penso sopra”
Kat ha sorriso. “Probabilmente significa sì!” ha detto. “Lo so, Ted”.
“Hrumm” ho detto.
Proprio mentre i ragazzi osservano il quadro di Kandinskij, una nube di fumo fa scattare l’allarme antincendio, costringendo i presenti a evacuare: l’arrivo dei pompieri rivelerà che non c’è nessun incendio, ma si è trattato di un espediente per rubare nientemeno che Nel quadrato nero.
Inutile dire che i tre si mettono immediatamente sulle tracce del ladro, per amore della giustizia ma soprattutto di zia Gloria, ingiustamente accusata del furto. Smascherando false piste e superando senza arrendersi i momenti di frustrazione, Ted, Kat e Salim cercheranno di dipanare il mistero utilizzando intelligenza, furbizia e quel pizzico di disobbedienza che caratterizza ogni giallo per ragazzi che si rispetti. E fra un “hrumm” di perplessità e una mano che sfarfalla, il Ted di Robin Stevens si conferma un personaggio capace di conquistare il lettore, strappandogli più di un sorriso con il suo inconsueto modo di guardare il mondo.

Libro consigliato quindi agli amanti del giallo, che potranno divertirsi a (non) indovinare il colpevole, ma anche a chi apprezza le storie di crescita e amicizia. Questa nuova indagine sarà infatti per Ted un’occasione per mettersi alla prova e imparare che anche le persone che conosciamo da sempre possono sorprenderci.

The last but not the least: la bella copertina dai toni pastello, che ci immerge immediatamente nell’atmosfera della storia, è opera di David Dean… e piace molto anche all’autrice!

di Paola Martina Attuoni

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Libri speciali per tutti i bambini - Recensione del progetto Camilla su Liber

Ottobre/dicembre 2017 - Liber 116

Prima di poter esaminare gli aspetti peculiari della realizzazione della versione in simboli di un albo illustrato, e nello specifico delle modalità utilizzate nel progetto I libri di Camilla, è necessario che riassuma brevemente l’attività di uovonero in questo campo, al fine di contestualizzare i risultati in un più ampio orizzonte editoriale.
Nell’attività editoriale di uovonero, fin dagli esordi i libri in simboli hanno avuto un posto di primaria importanza. L’intento della collana pesci parlanti era quello di mettere a disposizione dei piccoli lettori versioni accessibili delle fiabe tradizionali dove ogni elemento – a partire dalla sintassi del testo, passando per la sua simbolizzazione, per la cura delle illustrazioni, fino allo studio dei materiali e della forma del libro, che ha dato origine al particolare formato sfogliafacile® – contribuisse a rendere l’esperienza di lettura più accessibile e piacevole a bambini che, per ragioni legate all’età, alla nazionalità o ad altre caratteristiche di sviluppo, avrebbero difficoltà a leggere testi senza l’ausilio dei simboli. La parola d’ordine è sempre stata inclusione, e alla base dell’inclusione abbiamo sempre posto l’idea che questa sia realizzabile solo a condizione di poter condividere tra tutti i diversi lettori lo stesso libro, non una sua versione di qualità inferiore destinata a restare unicamente nelle mani di alcuni. La pionieristica collana pesci parlanti, nata insieme alla casa editrice nel 2010, conta a oggi otto titoli, continuamente ristampati e venduti in alcune decine di migliaia di copie. Questo ha permesso all’équipe di lavoro di uovonero, guidata da Enza Crivelli, di avere un ampio osservatorio sulle richieste dei lettori, sulle loro esigenze e preferenze.
Da qui, dalla richiesta di avere a disposizione anche altre storie, già pubblicate, ma sempre rispettandone la qualità sotto tutti gli aspetti, nasce nel 2016 il progetto dei libri di Camilla (Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili: nuovamente la i di inclusivi al centro della parola, vera chiave di volta del progetto). In base a questo progetto, a cui aderiscono dieci editori di albi illustrati di qualità (Babalibri, Bohem Press, Coccole Books, EDT Giralangolo, Kalandraka, Il Leone Verde Piccoli, Lo Stampatello, Sinnos, Topipittori e la stessa uovonero), è in corso di pubblicazione la versione in simboli WLS di alcuni dei migliori albi illustrati di ciascuno.
Il lavoro su un albo già edito richiede necessariamente un approccio diverso da quello che si effettua sulla nuova edizione di una fiaba tradizionale, che può essere riscritta, semplificata, adattata in base alle esigenze comunicative. Per coerenza col progetto, la versione di Camilla deve essere il più possibile fedele all’originale e, al tempo stesso, aumentarne il più possibile la leggibilità. Per soddisfare il primo requisito, innanzitutto è fondamentale individuare libri “camillabili”, libri cioè che possano sopportare una versione in simboli senza un loro completo stravolgimento. Inoltre i libri devono presentarsi come gli originali nel formato, nei materiali, nell’equilibrio fra testo e illustrazioni e, elemento importante, nel prezzo di copertina.
Per realizzare il secondo requisito, adottiamo per ogni albo la modalità di simbolizzazione più adeguata al livello di complessità del testo, alla struttura dell’albo, alla sua impaginazione, a una molteplicità di fattori che tiene conto soprattutto del lettore finale, del bambino a cui quel particolare libro è destinato.
In sintesi, il lavoro sul libro deve sempre prendere in considerazione le leggi della percezione visiva, i precetti della comunicazione aumentativa e alternativa, i criteri estetici e architettonici a cui è improntato, le norme di coerenza editoriale: ogni libro di Camilla è frutto di un complesso processo di elaborazione dell’originale in una nuova veste, che non ne rappresenta una semplice traduzione (non trattandosi di una lingua) ma una vera e propria ricostruzione, a cui partecipano tutti i soggetti implicati, inclusi gli autori e gli editori originari. Solo così si potrà dire di aver ottenuto un libro autentico e rispettoso, la cui dignità e qualità siano del tutto equiparabili alla sua versione originale.
Questo non impedisce al libro di restare semplicemente un oggetto estetico e comunicativo, che può piacere a un lettore e non piacere a un altro, che può essere più o meno efficace, che è una forma espressiva e non una formula scientifica e a cui di conseguenza non ha senso applicare gli aggettivi “giusto” o “sbagliato”.
Pur dopo l’ottima accoglienza dei primi cinque titoli, sarebbe azzardato fare bilanci e trarre conclusioni. Tra i segnali positivi, però, già visibili in alcune librerie e biblioteche, c’è quello importante di cominciare a considerare il libro in simboli come un libro per tutti i bambini, privandolo di un’inutile connotazione medicalizzata e restituendolo alla sua natura di libro, collocato fra gli altri libri e non negli scaffali dedicati, tra i quali l’idea di inclusione rischia di restare intrappolata.

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La casa abbandonata. Recensione di Thornhill su Andersen

Novembre 2017 - Andersen 347

Le narrazioni in assoluto più difficili da dimenticare sono quelle che ci fanno paura. E che lasciano in sospeso qualcosa di inquietante e angosciante, appeso sopra le nostre teste e dentro i nostri incubi. Libri, film, immagini: chiunque potrebbe elencare una triade di ciò che durante l'infanzia ha - piacevolmente, per carità - traumatizzato il suo immaginario. Ecco, Thornhill si candida a conquistare con le sue atmosfere inquietanti i lettori più avvezzi ai racconti di paura, quelli che amano i temporali improvvisi e i rumori nel silenzio di una vecchia casa (stregata?), senza dimenticare il fascino ancestrale delle maledizioni. Pam Smy - memore della lezione di Brian Selznick di Hugo Cabret e La stanza delle meraviglie - racconta due storie parallele: una, ambientata nel 1982, è raccontata attraverso le pagine di diario di un'adolescente, Mary, che vive nell'orfanotrofio di Thornhill, chiusa nel suo mondo e nella sua stanza; l'altra - solo per immagini - ci fa conoscere Ella, che nel 2017 abita proprio di fronte alla vecchia casa, ormai abbandonata. Ad alternarsi è il racconto di due solitudini; intorno a Ella scopriamo progressivamente della scomparsa della madre e dell'assenza costante del padre, mentre l'angoscia di Mary vive nelle sue parole, con cui racconta gli atti di bullismo che è costretta a subire giorno dopo giorno. La uda aguzzina è un'altra ospite d Thornhill, un surrogato di cattiveria e crudeltà che passa inosservato agli occhi degli adulti che dovrebbero vigilare. D'altronde, anche chi provava ad aiutare Mary si trova di fronte a un muro di silenzio, assolutamente impenetrabile, eretto dalla stessa ragazzina, convinta che nessuno possa darle sostegno. Le due storie procedono incalzanti, intrecciandosi e facendoci sospirare a un punto d'incontro finale che non è lecito svelare. Nel dialogo tra i due linguaggi il testo è forse la parte più efficace, ma, al contempo, le illustrazion permeano la storia di atmosfera, regalando macabri ritratti delle bambole costruite nel passato da Mary, ormai ricoperte di polvere e di mistero.
Di certo la suggestione della storia, unita alla compattezza del volume candida Thornhill come un romanzo ideale da proporre anche ad un lettore poco avvezzo alle narrazioni corpose, con conseguente naturale soddisfazione per la quantità di pagine lette senza fatica. Enigmatico e inquietante, apre inoltre al dibatto sul finale.

di Martina Russo

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Di voci e parole. Recensione di Thornhill su Andersen

Novembre 2017 - Andersen 347

Coordinamento delle librerie per ragazzi

Infine il nostro libro del mese, Thornhill (pp.533, euro 18,50), di Pam Smy , edito da Uovonero. Una storia potente, di quelle che catturano dalla prima pagina. parole e immagini ipnotiche, di quelle capaci di agganciare ogni tipo di lettore, ogni persona che senta la necessità di confrontarsi con la vita, i suoi demoni e le sue difficoltà, perché attraversare un bosco o varcare la soglia di una casa sono passaggi essenziali per andare avanti; parole e immagini che costruiscono una trama con la quale non è possibile non fare i conti, non appena ci si rigiri il libro tra le mani: non importa verso quali libri ci portino i nostri gusti o ci aspettiamo da una storia, non importa cosa solitamente ci piaccia o ci convinca, perché Thornhill è una strada nuova.

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Belli. E per tutti. Quattro progetti per la disabilità.

Novembre 2017 - Giovani Genitori

L’amore per la lettura

La casa editrice Uovonero è specializzata in libri dedicati ai bambini che hanno difficoltà a leggere. “Il progetto è nato nel 2010 – racconta Sante Bandirali, direttore editoriale di Uovonero – dalla volontà di Lorenza Pozzi, Enza Crivelli (che è pedagogista clinica nel campo dell’autismo) e mia. Noi tre soci abbiamo pensato a come sarebbe bello se il piacere di leggere potesse essere assaporato da tutti: la nostra missione è che chiunque, nessuno escluso, possa esercitare il proprio diritto alla lettura. Non solo: ci piace l’idea che uno stesso libro possa essere condiviso con i fratelli o gli amici del bimbo che ha difficoltà”. Uovonero pubblica libri arricchiti da comunicazione aumentativa e alternativa al fine di rinforzare visivamente, con l’uso di simboli, la comprensione del testo per bambini che sono ‘pensatori visivi’.

“Si tratta di bambini con disturbi autistici, dislessici, con disturbi dell’apprendimento o bambini con ritardo cognitivo. Una delle nostre collane, Pesci Parlanti, è dedicata ai più piccini e utilizza il testo pittografico per la sua immediatezza. Abbiamo lavorato sul formato del libro e su una particolare sagomatura delle pagine che li rende più facili da sfogliare”.

Come scegliete i titoli da pubblicare? “Si tratta di fiabe classiche, che vengono ridotte, semplificate, simbolizzate e illustrate. I libri di Camilla sono invece albi illustrati di altre case editrici, selezionati per la loro bellezza in contenuto e immagini: li riprendiamo così come sono, aggiungendo solo il testo in simboli WLS. Il progetto si sostiene anche grazie alla collaborazione e all’entusiasmo degli editori coinvolti, che ci hanno dato la possibilità di ripubblicare i loro titoli”.

di Albino Catarozzo

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Video-recensione di Piccolo Uovo su Fabulinis

Fabulinis - 20/11/2017

Se vuoi parlare al tuo bambino di come le famiglie possono essere diverse tra loro, questo albo illustrato da Altan fa per te. Il tema è trattato in modo delicato e visto con gli occhi di un bambino, perciò può aiutarti a rispondere a molte domande.
Curiosaci dentro con il video della nostra recensione!

Come sarà la mia famiglia?

Oggi più che mai ci sono tanti tipi di famiglia, a volte uguale alla nostra a volte molto diversa. Perciò questo libro illustrato da Altan può venirci in aiuto per rispondere alle domande dei bambini, mostrando con semplicità che non importa come è fatta la famiglia in cui il Piccolo Uovo protagonista nascerà, perché ciò che conta è che sarà amato.
E queste riflessioni possono anche essere presentate ai bimbi che hanno qualche difficoltà nella lettura o di apprendimento, visto che sotto il testo è riportata anche la sua versione in simboli WLS (trovi altri esempi di questo tipo di libri nella pagina dedicata ai libri che facilitano la lettura), permettendo a tutti di godersi questo albo illustrato.

Di questo libro ci piace:

i simboli WLS, che permettono a tutti di godersi un libro;
la delicatezza e la semplicità con cui il tema viene affrontato.

Leggi l'articolo su Fabulinis

Custodi di Libri - Recensione di Mio fratello è un custode

Lettura Candita - 25/07/2016

Arriva dalla Francia il primo romanzo di una trilogia fantasy, creata da Marine Carteron: La Lega degli Autodafé.
Mio fratello è un Custode è il romanzo che ci introduce nella lotta millenaria fra la Confraternita, le cui origini risalgono nientemeno alla fondazione della Biblioteca di Alessandria ad opera di Alessandro Magno, e la Lega degli Autodafé.
L'oggetto del contendere è la conoscenza contenuta nei libri, per i primi bene supremo da difendere e diffondere, per i secondi nemico mortale da distruggere, per poter dominare il mondo.
A raccontarci tutta la storia sono due fratelli, lui, il più grande, Gus, quattordicenne molto preso dalla vita di relazione e ignaro del suo futuro di Custode, lei, Césarine, la sorellina autistica molto dotata e intraprendente.
La famiglia, dopo la morte misteriosa del padre, si trasferisce nella tenuta dei nonni in campagna, la Commanderia, piena di libri e di misteri. E' proprio qui che prende corpo la congiura della Lega degli Autodafé, che ha aderenti insospettabili nei posti chiave di questa piccola località di provincia. Tutto per ritrovare il luogo segreto in cui sono custoditi gli antichi documenti della Confraternita, contesi da entrambe le fazioni. Gus, dunque, si ritrova catapultato nel mezzo di una lotta spietata e scopre, suo malgrado, l'utilità del suo lungo allenamento in tutte le arti marziali conosciute. Il suo percorso lo porta a costruirsi nuove amicizie, coinvolgendo un geek di talento, che si fa chiamare Nenè, e un vecchio amico, Bart, fratello transfuga della famiglia nemica mortale dei suoi avi.
La narrazione segue con efficacia, alternando il punto di vista di Gus con il divertente diario di Césarine, un'azione incalzante, con numerosi colpi di scena. Se i canoni del fantasy sono rispettati tutti, con il bene e il male ben contrapposti, il gruppo di eletti depositario delle chiavi per salvare il mondo dai malvagi, e la conoscenza ieratica portatrice di salvezza, lo stile narrativo si arricchisce di un'impronta ironica, divertente, puntando tutto sulla simpatia del personaggio di Césarine, sicuramente il personaggio più riuscito, e sulla commistione fra la vita quotidiana di un adolescente e la sua dimensione eroica. Originale senz'altro riempire il romanzo di personaggi 'marginali', dalla coprotagonista alla sua amica Sara, affetta dalla sindrome di Down, allo stesso Nenè. Questo esercito di presunti 'diversi', pieni di talenti imprevedibili, riesce a rispondere agli attacchi dei cattivi e sono certa che uscirà vincitore al termine del ciclo di romanzi.
Certo, ho trovato sorprendente, nel quadro storico che fa da cornice alla narrazione, vedere trasformati i Templari in bravi ragazzi e la Rivoluzione Francese come un movimento oscurantista, con buona pace di D'Alambert e Diderot e di Voltaire.
Meglio interpretare questa visione come una licenza poetica, piuttosto che come un preciso orientamento storico, che francamente non potrei sottoscrivere.
Ma di tutto questo, dubito che i ragazzi possano cogliere alcunché, presi semmai dalla trama fitta di eventi, dalla scrittura agile e dal sorriso strappato anche nei momenti drammatici.
Lettura per giovani eroi a partire dagli undici anni.

di Eleonora Rizzoni

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Recensione di Mio fratello è un custode su Area Di.To

Area Di.To

È un giorno come un altro quando la vita di Auguste detto Gus, quattordicenne parigino, viene improvvisamente stravolta. Succede infatti una mattina che la polizia suoni alla porta di casa per comunicare la notizia della morte del padre in un incidente stradale. Il dolore è fortissimo e il mondo del ragazzo sembra poter crollare da un momento all’altro, ma la parte più sconvolgente della faccenda deve in realtà per lui ancora venire. Quando, dopo il funerale, si trasferisce dai nonni insieme alla mamma e alla sorella, nella casa di campagna detta “la Commanderia”, Gus scopre infatti che la versione raccontata dalla polizia è menzognera e che il padre è di fatto stato assassinato. Dietro l’omicidio c’è una misteriosa storia millenaria che vede una società segreta chiamata la Lega degli Autodafé impegnata a impedire la diffusione della conoscenza attraverso la distruzione dei libri che la contengono. Il padre di Gus faceva invece parte della cosiddetta Confraternita: un gruppo di persone intente a contrastare l’attività degli Autodafè attraverso la ricerca, la custodia e la trasmissione di libri. Ora che il padre non c’è più, tocca a Gus prendere il suo posto e battersi per preservare il destino dell’umanità. Deve trovare prima degli Autodafé la cappella del tesoro e mettere in salvo il suo contenuto ma chi fa parte della Lega non ha davvero scrupoli ed è disposto a tutto pur di ottenere ciò che cerca. Per questo, per il protagonista, si tratta di una missione ad alto rischio, che vede impegnati alcuni amici nuovi e vecchi, un professore della scuola e tutti, ma proprio tutti, i membri della sua famiglia. Tra questi spicca senza dubbio la sorella più piccola Césarine che non solo assume un ruolo determinante nella vicenda ma si fa anche, a tratti, insolita narratrice. Il suo diario intervalla infatti il racconto di Gus, offrendo al lettore dettagli nuovi e opinioni spiazzanti su quanto accade.
Mio fratello è un custode è il primo volume di una trilogia intitolata La lega degli Autodafè e scritta dall’autrice francese Marine Carteron. La missione che il papà di Gus gli ha lasciato in eredità non si conclude infatti a pagina 302 ma promette di proseguire nei successivi episodi. E non stentiamo a credere che i lettori di questa prima avventura attendano con trepidazione la pubblicazione delle seguenti, affascinati da un mistero che ha attraversato i secoli, da un protagonista molto umano con molti pregi ma anche difetti, e da un personaggio apparentemente secondario ma in realtà travolgente come Césarine. Il libro sa amalgamare un mistero che attraversa i secoli risalendo addirittura ad Alessandro Magno e una contemporaneissima ambientazione in cui pullulano riferimenti al mondo (dagli accessori alla tecnologia, dai programmi tv alle letture) di un adolescente d’oggi. Animato da personaggi interessanti e relazioni avvincenti, il romanzo rimanda senza dilungarsi troppo a episodi storici cruciali (penso ai riferimenti al periodo fascista o alla citazione dell’’Internazionale) ed evoca narrazioni precedenti, prima fra tutte quella di Harry Potter (si pensi alla figura del giovane coraggioso pronto a sfidare la morte per compiere la missione che gli è affidata, alla figura della fenice, al rapporto con il padrino che fa le veci del padre e lo accompagna nella battaglia).
Successo editoriale d’oltralpe, il libro è stato portato in Italia da Uovonero, da sempre attenta a offrire ai giovani lettori storie capaci di raccontare la diversità (e in particolare la neurodiversità) attraverso storie appassionanti. Césarine è infatti autistica – o artistica, come ha capito Gus la prima volta che glielo hanno detto – e il suo racconto insolito e diretto restituisce un particolare modo di vedere il mondo e di vivere le situazioni, sia quotidiane sia eccezionali. Non le piacciono i numeri fino a 22 e se le capita (spesso!) di contare li salta a piè pari, è messa a disagio dalle situazioni che non rispettano uno schema noto, ricorda dettagli con grande facilità, ama la precisione puntigliosa e interpreta alla lettera qualunque espressione mettendo in difficoltà chi non la conosce per bene. È l’”effetto Césarine”, per dirla con le parole di Gus: un effetto che disorienta e talvolta spaventa ma che fa anche sorridere e intenerire. Attiva e determinata, Césarine non è un personaggio posticcio messo lì solo per dare originalità al racconto ma un personaggio a tutto tondo che entra a capofitto nella vicenda, regalandole brividi e humour. La sua amicizia con Sara, bimba affetta da sindrome di Down, delinea un’avventura nell’avventura e mette bene in luce il lato più normale della diversità.

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Recensione di Mio fratello è un custode su Il Mangialibri

Il Mangialibri

Tutto è cambiato in fretta nella vita di Auguste Mars, troppo per un quattordicenne alle prese finora con un’esistenza comune e senza sussulti. Ma come nei migliori racconti in cui il protagonista è costretto a crescere più in fretta e farsi carico di problemi più grandi di lui, a Auguste stanno accadendo eventi imprevedibili. Primo: suo padre è morto in un misterioso incidente, secondo: insieme a sua madre e alla sua sorellina “molto speciale” ha lasciato Parigi per la tenuta di campagna dei nonni, e terzo: ha scoperto che la sua famiglia non è affatto ordinaria come ha sempre creduto. Suo padre era solo uno specialista della conservazione di manoscritti medievali, almeno fino all’altro ieri, quando due poliziotti con l’aria affranta hanno bussato alla porta e annunciato la triste notizia. Césarine non ha pianto, del resto non lo fa mai, non esterna emozioni perché è affetta da autismo, ma per Auguste è semplicemente la sua sorellina “artistica”. Ora che è lui l’uomo di casa deve farsi carico del dolore di mamma e dell’eredità dei Mars, non sa ancora che suo padre era un Custode molto speciale, e che una misteriosa organizzazione dà la caccia a lui e alla sua famiglia…

Prima avventura della trilogia della Lega degli Autodafé, che vede protagonisti un coraggioso adolescente con un gran senso dell’umorismo unito ad abilità nelle arti marziali, e la sua sorellina di sette anni con i talenti da savant e lo spirito razionale e pragmatico di un epicureo. Travestito da racconto mistery/avventuroso Mio fratello è un custode affronta anche temi delicati con tatto e disinvoltura; dietro l’incredibile missione dei Mars - da secoli coinvolti nella difesa dei libri e del libero arbitrio che garantisce il sapere -, vengono toccati argomenti come l’inclusione e la prepotenza da bullo esercitata sui più piccoli dai coetanei e dagli adulti. È nonno Mars a svelare a Auguste la missione segreta che impegna la famiglia:” (…) I Cercatori cercano i documenti perduti, i Custodi conservano gli originali in posti sicuri e i Propagatori sorvegliano e denunciano le falsificazioni.” Se in origine le Autodafé (in portoghese atto della fede) erano cerimonie pubbliche di condanna messe in atto dall’inquisizione spagnola, nella versione Carteron designano un’organizzazione nemica dei libri e della libertà di pensiero. Un felicissimo esordio quello di Marine Carteron, insegnante alle scuole medie e tessitrice di storie per vocazione, capace di dar vita e voce a chi spesso rimane ai margini. La sua Césarine è il cuore pulsante della storia, ma intorno a lei le dinamiche si snodano vive e coinvolgenti, accompagnando per mano il lettore fino all’ultima pagina.

di Sabrina Glorioso

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Recensione di Mio fratello è un custode su Libri e Marmellata

Libri e Marmellata - 24/10/2016

Cosa racconta

Romanzo originale, quello di Marine Carteron, che apre una trilogia dedicata alla Lega degli Autodafé, già successo editoriale in Francia. Più che un fantasy si tratta di un racconto che trae ispirazione dai fortunati romanzi per adulti che narrano di misteri dalle radici storiche, di confraternite e templari, di segreti custoditi nei secoli e di fazioni di uomini contemporanei che devono difenderli o svelarli, per il bene o per la rovina dell’umanità.

Affascinante tematica indubbiamente, ma qui il punto di forza, più che la storia in sé – comunque coinvolgente – è la scelta e la costruzione dei due protagonisti. Si tratta infatti di fratello e sorella. Lui, Augustus detto Gus, il maggiore, quattordicenne, è un ragazzo sveglio e simpatico, un po’ sbruffone e un po’ impacciato, come accade alla maggior parte degli adolescenti. Lei, Cesarine, di soli sette anni, è la “sorellina artistica”, cioè con una scambio di lettere, dovute ad un errore di comprensione al momento della diagnosi, aUtistica, affetta da sindrome di Asperger.

Ma come tanti ragazzi autistici che abbiamo imparato a conoscere sulle pagine dei romanzi – da Il mistero del London Eye a Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – è intelligente e geniale e, seppure abbia poca dimestichezza con la comprensione dei sentimenti e del linguaggio figurato, non sopporti il contatto fisico e per tranquillizzarsi debba avere tutto in ordine intorno a sé, si rivela risolutiva in più circostanze grazie al suo punto di vista diverso e le sue capacità logiche.

Dopo la morte del padre, apparentemente per incidente d’auto ma in realtà per mano di uomini misteriosi che tra loro comunicano in latino, Gus e Cesarine, insieme alla mamma, si trasferiscono da Parigi in campagna, nella tenuta dei nonni, una residenza antica chiamata La Commanderia. Ad Augustus tocca ricominciare tutto daccapo: nuova scuola, nuovi amici e nuovi proff. Tra questi il malvagio preside, detto il Negriero, e Marc De Virgy, carismatico professore di lettere, che si rivelerà più legato alla sua famiglia di quanto il ragazzo inizialmente sospetti.

La vita di Gus e Cesarine cambia velocemente: i misteri in cui il padre era coinvolto – e come scopriranno anche i nonni e la madre – non si lasciano più ignorare. E’ venuto il momento di assumere i propri ruoli, per il ragazzo quello di Custode di un tesoro che affonda le sue origini, e la sua importanza, nei secoli. E che ha a che fare con ciò che di più prezioso l’umanità possiede: la conoscenza, conservata e tramandata nei libri.

Come lo racconta

La forza di questo romanzo risiede sicuramente nello stile di narrazione, in prima persona, portata avanti a capitoli alterni da Gus e da Cesarine. Il primo ha il ruolo narrativo predominante, cui è affidata la maggior parte del filo del racconto. Alle sue parole – scanzonate e divertenti ma capaci anche di profondità e autenticità – si inframezzano le pagine del diario di Cesarine, nelle quali la bambina, in modo arguto, dando seguito alla sua particolare ma infallibile logica, racconta come spesso conduce gli eventi verso la svolta necessaria.

La storia risulta avvincente e vivace, ricca di colpi di scena, di momenti di suspense, d’azione.
I personaggi sono un altro aspetto vincente del libro perché entrano facilmente nel cuore del lettore, con i loro caratteri ben dipinti, coerenti nello svolgersi delle vicende, ma non piatti e banali. Ho apprezzato ad esempio che la figura di Augustus esuli dalla solita “schiappa”, magari insicura, che si scopre forte nello sviluppo della storia (un motivo un po’ abusato nei libri per adolescenti). E’ invece adorabilmente sbruffone, imbattibile nelle arti marziali, attento al suo look, coraggioso e generoso ma, nell’insieme, credibile come quattordicenne. Al di là delle imprese di fantasia, è facile rivedere in lui i nostri ragazzi.
Su Cesarine ho avuto gli stessi dubbi che evidenzia Caterina Ramonda nella sua recensione su Le letture di Biblioragazzi: mi sono chiesta se il suo profilo sia in linea con quello di una bambina con la sindrome di Asperger o non risulti invece un po’ calcato in alcune capacità. Non essendo un’esperta, la mia domanda non ha risposta (ai lettori l’ardua sentenza), fatto sta che il suo personaggio è delizioso e i capitoli in cui racconta i fatti dal suo punto di vista sono a mio parere le chicche dell’intero romanzo.

In contrasto con la leggerezza e la simpatia dei protagonisti c’è la storia, che non fa grandi sconti e non regala lieti fini completi, anche in questo primo capitolo. Capiamo che la lotta in cui i due fratelli sono coinvolti è crudele, qualcosa di grosso che li farà crescere velocemente. Per sapere come e verso quale direzione è necessario aspettare il prossimo capitolo, “Mia sorella è una guerriera artistica”, che sarà pubblicato sempre da Uovonero.

A chi lo consiglio

E’ una storia interessante e avvincente e quindi la consiglio a tutti i giovani lettori. In particolare agli amanti di azione, avventura, misteri. Ma anche a chi apprezza le narrazioni vispe, divertenti, con humor e ironia.
Si legge con piacere e coinvolge, quindi ottimo anche per qualche adolescente un po’ pigro o scettico nei confronti dei libri.

di Federica Pizzi

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Recensione di Mio fratello è un custode su Biblioragazzi

Le Letture di Biblioragazzi - 15/07/2016

Le ammissioni di concorso innanzitutto: ho letto la trilogia aperta da questo pluripremiato romanzo poco più di un anno fa, incuriosita dalle file di ragazzi lettori che la acquistavano al Salone di Montreuil 2014 e convinta dalle loro parole. Mi era bastato chiacchierare un po’ con loro per capire che garantiva un alto tasso di coinvolgimento e fin dalle prime pagine sono “caduta” nella storia e mi sono innamorata della protagonista. Mi chiedevo però se la sua descrizione, le sue trovate esilaranti e profonde, il suo modo semplice e caustico di guardare il mondo fossero del tutto compatibili con il suo essere autistica; non conoscendo a fondo la questione, ho chiesto a due esperti come Enza Crivelli e Sante Bandirali della casa editrice Uovonero. Risultato: Uovonero ha comprato i diritti della trilogia e voi potete cominciare a leggerla in italiano.

La vita del quattordicenne Augustus Mars, detto Gus, cambia irreparabilmente alla morte del padre in un incidente automobilistico; lui, la madre e la sorella minore si trasferiscono alla Commanderia, la casa di campagna dei nonni. Nuova scuola, nuovi amici e nuovi nemici, ma soprattutto l’inizio di una nuova pagina di vita: come infatti il lettore sa fin dall’inizio, il padre è stato ucciso da uomini che parlano tra loro in latino e fanno parte di una società segreta chiamata la Lega degli Autodafé; lui, come i membri della sua famiglia prima di lui, fa parte della Confraternita che si batte per mantenere libera la forma più antica di sapere depositato: i libri. Ora anche Gus ne è coinvolto, insieme alle nuove persone che incontra a scuola: gli è affidato il ruolo di Custode che deve trovare il tesoro, difendendolo dai nemici.

Nella battaglia tra le due fazioni, che dura da secoli, Gus deve cercare di capire i ruoli, scoprire i motivi dell’assassinio del padre, portare avanti il suo compito. Il tutto però avviene nel quotidiano e ha a che fare con la scuola, con la sua famiglia e con quelle che vivono nello stesso paese. La narrazione alterna il racconto del ragazzo, che viene fatto in prima persona, alle pagine di diario di Césarine, che descrive quel che capita a modo suo. Questa sorella adorata fin dall’inizio, geniale, che calcola come un computer ma non sopporta di essere toccata, che prende tutto alla lettera e che non sa sorridere, che viene definita “artistica” perché così ha capito Gus quando le hanno parlato della sua diversità, è il vero motore di tutto il romanzo. Non solo perché possiede una sorta di chiave per avanzare nella ricerca del tesoro, ma perché il suo modo di guardare alle cose e di dirle risulterà esilarante al lettore e insieme terribilmente veritiero; la sua descrizione, parallela a quella del fratello, è fatta apparentemente di piccole cose, ma è fondamentale per capire i meccanismi e gli ingranaggi non tanto della Confraternita e della Lega, ma della vita. Il tutto in un romanzo che, con la suspense dell’avventura, dice anche molto altro: dei rapporti tra le persone, dell’amicizia, del principio dello stampo (con cui Gus illustra il principio su cui si basa generalmente la scuola), di cosa sia veramente un libro.

Peccato però per la copertina che – a prima vista e dalle prime impressioni dei ragazzi a cui l’abbiamo mostrata – non funziona, sa in qualche modo di rouergue_doado_montreuildatato e allora è necessario (come per altri libri del resto) accettare la sfida e farsi promotori davvero di questo testo, raccontarlo così bene da far venire voglia di leggerlo al di là della confezione. Quello delle scelte grafiche di copertina è un tasto spinoso che abbiamo più volte toccato; sicuramente in giro si vedono esempi molto accattivanti, come succede nel caso della collana doado di cui fa parte la versione francese del romanzo di cui vi abbiamo parlato. La scelta dell’editore è stata di fare copertine fotografiche di sicuro impatto: vedere i due grandi tavoli che vengono dedicati alla collezione nello stand Rouergue al Salone di Montreuil è sempre una gioia per gli occhi!

di Caterina Ramonda

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Letture per tutti, nessuno escluso

Uppa.it - 28/06/2017

Potrebbe, e forse dovrebbe, essere il nuovo comandamento del terzo millennio: letture per tutti, nessuno escluso. Gli studi e le ricerche lo hanno scritto e lo hanno ribadito in ogni modo: leggere fa bene, sin da piccoli, e comporta effetti positivi sia dal punto di vista emotivo sia dal punto di vista psicologico. La lettura è necessaria però anche a quelle persone che per qualche ragione faticano a farlo, che presentano difficoltà con la scrittura per vari e diversificati motivi.

Storie raccontate… con simboli

A loro ha pensato la casa editrice uovonero, uscita per prima in Italia con la collana “Pesci parlanti”, che ha trasformato il testo delle fiabe della tradizione europea in storie illustrate con simboli. Dal 2016, poi, si affaccia con un progetto pionieristico, “I libri di Camilla”, dove il nome proprio sta per “Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili”, il cui scopo è quello di usare simboli al posto delle parole, partendo da testi già scritti e semplificandoli per arrivare proprio a tutti.

Molte le case editrici che hanno prestato al capofila del progetto uovonero i loro best seller per trasformarli in albi illustrati con simboli WLS (Widgit Literacy Symbols), linguaggio elaborato in Gran Bretagna per scrivere testi accessibili anche agli stranieri, per apprendere rapidamente il contenuto, o per un bambino molto piccolo che non conosce ancora l’alfabeto.

Perché i simboli al posto delle parole?

Riceviamo il contributo di Enza Crivelli, pedagogista clinica, responsabile per l’autismo del Polo di Neuropsichiatria “Il Tubero” dell’Anffas di Crema, editrice e responsabile scientifica uovonero, che pubblichiamo con piacere.

Qual è il senso di usare simboli insieme alle parole per raccontare storie? In moltissimi casi della vita quotidiana, tutti noi siamo lettori logografici: se mi trovo all’aeroporto di Tokyo e ho l’urgenza di andare in bagno, per esempio, sono ben felice di seguire il noto simbolo con le sagome stilizzate dell’uomo e della donna perché difficilmente riuscirei a orientarmi, in un tempo fisiologicamente utile per andare al bagno, tra una selva di ideogrammi kanji.
Esistono numerose persone che hanno una mente su cui «gira un sistema operativo diverso», per usare l’espressione di Ted, il giovane protagonista de Il mistero del London Eye di Siobhan Dowd, e che si trovano in queste medesime condizioni anche di fronte a un testo scritto nella propria lingua. Per questi lettori il testo verbale significa poco o niente, ma grazie al supporto dei simboli grafici della comunicazione aumentativa e alternativa, la comprensione diventa più agevole e di conseguenza la lettura possibile e, sicuramente, più piacevole.
La collezione di simboli PCS (Picture Communication Symbols), che uovonero utilizza per raccontare le fiabe della tradizione europea, è un insieme di simboli tra i più noti e utilizzati a livello internazionale: è costituita da logogrammi molto intuitivi, il cui significato traspare in modo piuttosto evidente, ed è particolarmente adatta a testi semplici, sui quali si è già effettuata un’operazione redazionale di semplificazione sintattica e lessicale.

letture per tutti, nessuno escluso

Nel caso dei “Libri di Camilla”, invece, dove abbiamo a che fare con testi preesistenti, che non sono nati pensando alla facilità di lettura, si è optato per i simboli WLS (Widgit Literacy Symbols), più flessibili e raffinati, e che si prestano bene per rinforzare testi più elaborati.
Uno dei risultati più interessanti della pubblicazione di questi libri è che si sono realmente dimostrati, come era nelle nostre intenzioni, libri speciali per tutti i bambini, indipendentemente dalla presenza o meno di difficoltà di lettura. Lo stesso libro può essere condiviso da bambini che ancora non sanno leggere, da quelli che ne sono già capaci, da bambini con difficoltà, da bambini di origine straniera, dai loro genitori, dagli insegnanti.
Si tratta di veri e propri strumenti di inclusione, non a caso rappresentata dalla “i” al centro del nome Camilla, vera chiave di volta dell’intero progetto.
A tutt’oggi, le decine di migliaia di copie complessivamente vendute dei nostri libri in simboli, oltre a soddisfare un crescente bisogno, stanno facendo da stimolo ad altri editori, che in misura sempre maggiore si affacciano su questo nuovo mercato.
L’auspicio è quello che l’esperienza pionieristica e innovatrice di uovonero possa permettere di vedere in un futuro prossimo l’approdo in libreria di molteplici varianti di libri con testo in simboli, in grado di soddisfare i diversi stili cognitivi dei piccoli lettori e di portare una ventata di aria nuova in un panorama un po’ stagnante e spesso troppo “medicalizzato”, come quello dei libri in simboli.

di Anna Rita Marchetti

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Recensione di Thornhill su Le Galline Volanti

Le Galline Volanti - 31/10/2017

Siamo abituate a maneggiare leggeri albi illustrati dal formato importante o corposi libri di narrativa, ma raramente invece ci è capitato di sfogliare qualcosa che sta a metà fra l’uno e l’altro; un “tomo” che a primo acchito parrebbe, per peso e dimensioni , un saggio ma che appena aperto si rivela essere un po’ albo illustrato un po’ romanzo.

Thornhill di Pam Smy edito in Italia da Uovonero è un libro “consistente” nella forma e dimensione quasi a voler portare con sè la fatica della storia che racconta, una storia di solitudini, di adulti che perdono opportunità di essere guida e salvezza per i bambini e ragazzi, di abbandono.
L’autrice, nota come illustratrice di libri come il Riscatto di Dond, si cimenta per la prima volta nella costruzione di un testo che accompagni le immagini. Ma, come ci si accorge fin dall’inizio, fa in realtà molto di più, costruendo e raccontando due storie che scorrono parallele, l’una attraverso le immagini e l’altra attraverso le parole del racconto.

Sono immagini in bianco e nero, potenti, a tratti inquietanti e angosciose quelle che raccontano la vita di Ella, ragazzina tredicenne dei giorni nostri appena trasferitasi con il padre in una nuova casa: ci sono ancora scatoloni dappertutto nella stanza di Ella, che abita quel luogo senza sentirlo casa, con una madre che non c’è più e della cui immagine si nutre quotidianamente. Il padre sta sullo sfondo, il primo adulto assente della storia, il primo adulto che fugge il dolore e la fatica della propria figlia. Ella guarda fuori dalla finestra quella casa sinistra, mezza diroccata e circondata da un giardino incolto.

E’ capitato anche a me, da piccola, di sentire forte e potente l’attrazione per un luogo che doveva invece semplicemente allontanare, un luogo dove la vita pare essersi fermata. E’ capitato anche a me di intrufolarmi in un giardino giungla e in una pericolante casa contadina alla ricerca di un mistero nei sotterranei. Io però ero con un piccolo e sparuto gruppo di avventurieri alla ricerca di emozioni forti, Ella era da sola alla ricerca di qualcosa che le illuminasse la vita. E qualcosa di illuminato lo vedeva durante la notte, una figura di ragazza alla finestra dell’ultimo piano della casa di fronte.

Comincia un viaggio nella vita di un’altra ragazza sola, Mary, che questa volta l’autrice ci racconta con le parole, affidandole a quelle del diario della ragazza. Era il 1982. Frasi semplici e parole dirette quelle che usa Mary per raccontare la sua vita a Thornhill, un istituto per ragazze senza famiglia, dove la famiglia diviene il gruppo: per tutte tranne che per Mary. E’ strana lei. Passa la maggior parte del tempo chiusa in camera sua a costruire pupazzi di stoffa e creta. Parla poco. Dicono soffra di mutismo selettivo, ma il suo diario racconta storie diverse. Racconta di persecuzioni da parte di una compagna di istituto, di una vera e propria azione quotidiana di bulismo che diviene ossessione da parte della vittima e della carnefice.

E’ dura essere senza una famiglia. Ma essere anche senza amici? E’ davvero colpa mia? Sembra che non importi nemmeno all’assistente che è pagata per assistere.

Non lascerò che niente di quello che dicono o fanno mi faccia piangere. Mai. Ma mi fa male dentro. Forse è così che ci si sente quando si muore di crepacuore.
Ci porta ad esplorare i meandri più scuri e faticosi dell’animo umano la Smy e, a rimarcare ciò che le parole raccontano, ecco intere pagine del libro che divengono completamente nere, una tenebra e un abisso in cui si rischia di cadere se ci si immedesima troppo in Mary.

Le solitudini di Ella e Mary pian piano si fondono in un unico senso di disperazione e sfiducia, in una incapacità di trovare un appiglio per uscire dal senso di impotenza e dall’infelicità. E il libro con le immagini e il testo si chiude in un finale amaro ma profondamente vero.

La Smy racconta in modo così vero e realistico il senso di straniamento e di abbandono, il senso di incuria e delega degli adulti che stanno intorno alle due ragazze, doppiamente abbandonate a loro stesse. Racconta di come sarebbe bastato poco per poterle riconoscere e avviare ad un futuro. Racconta di opportunità mancate della comunità educante. Racconta di come oggi vivono, lasciati a se stessi, numerosi bambini e ragazzi, non necessariamente e non solo negli istituti ma anche nelle rispettive famiglie.

“Come ti vanno le cose?” oppure “Va tutto bene?”. Ho il sospetto che abbiano paura di ricevere una vera risposta, e allora sarebbero costretti a fare qualcosa, resterebbero coinvolti. O forse semplicemente non riescono a immaginare niente di spiacevole o di grave. Forse non vogliono pensare che alle persone che conoscono possa succedere qualcosa di orribile.
Le atmosfere gotiche del testo accompagnano la trasformazione di Mary e la ricerca di Ella. Piano piano, quasi senza accorgercene, perdiamo l’orientamento e il lume della ragione, viviamo situazioni allucinogene e di sdoppiamento, una vera e propria esperienza di devianza psichiatrica cui Mary arriva pian piano, lasciata completamente sola a gestire un dolore dilaniante.

Un libro potentissimo questo della Smy che intreccia saperi importanti e riferimenti culturali ad altre figure femminili della storia della letteratura, richiamando in più punti del libro sia Il Giardino Segreto, cui accosta quello di Thornhill che Mary e Ella vivono come elemento salvifico e oasi di pace, sia il personaggio di Jane Eyre con la sua casa di Thornfield.

Un libro da proporre con attenzione ai ragazzi perché può scoperchiare fatiche, aprire baratri da cui non sempre è semplice uscire.

 

 

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Recensione di Thornhill su Zebuk

zebuk.it - 3/11/2017

Mary vive nell’orfanotrofio di Thornhill negli anni ottanta.
Non trova una famgilia che la voglia perché le persone sono spaventate da lei.
Mary è affetta da mutismo selettivo ed è molto timida ed impaurita.
Ama starsene da sola e modellare le sue bambole di creta.
Le altre ragazze dell’orfanotrofio, capitanate da una ragazza odiosa, la trattano male.
A Mary non resta altro da fare che riversare le sue angosce e paure sulle pagine del suo diario.

Nel duemiladiciassette, davanti all’ormai abbandonato edificio di Thornhill si trasferisce Ella.
La ragazza è incuriosita dalla storia dell’orfanotrofio e girovagando tra il giardino in rovina e le stanze abbandonate nota una strana ragazza.

Thornhill è un libro geniale.
Che poi definirlo libro è riduttivo.
Bisognerebbe definirlo un ibrido perché composto da parti romanzate e da splendide illustrazioni in bianco e nero che lo trasformano in un Silent Book.
Quindi quando si legge Thornhill bisogna dare grande importanza alle numerosissime illustrazioni perché raccontano una parte importante della storia.
La storia è un thriller/horror la cui tensione cresce ad ogni pagina.
Entrambe le protagoniste sono due ragazze sole senza adulti di riferimento.
Entrambe cercano disperatamente un’amica, qualcuno con cui condividere chiacchiere e passioni.
Uovonero ha pubblicato un’opera che è un gioiello grafico: la rilegatura, il profumo della carta usata, la grana lo rendono un libro meraviglioso da tenere fra le mani.
E Pam Smy, già famosa per le sue illustrazioni, ha creato con il suo primo romanzo di cui è sia autrice che illustratrice, un’opera innovativa da ogni punto di vista.
Buona lettura.

SIBY

 

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Thornhill (uovonero edizioni)

Youkid.it - 06/11/2017

Thornhill è un luogo triste, cupo, isolato: è l’orfanotrofio in cui vive Mary, bambina “difficile” affetta da mutismo selettivo, che si rifugia nella creazione di bellissime bambole di creta per sfuggire ai numerosi atti di bullismo di cui è vittima e alla solitudine. Ma questa non è soltanto una storia di bullismo e non ha come protagonista solo Mary, è anche la storia di Ella, che si è appena trasferita in una villetta davanti all’orfanotrofio. Questa è una storia di solitudine e buio, che prende vita, pagina dopo pagina, grazie alle bellissime illustrazioni e alle parole fresche e pungenti di Pam Smy.

La storia inizia l’8 febbraio del 1982, è questa la data che leggiamo in cima alla prima pagina del diario scritto da Mary, giovane ospite di Thornhill, una villa dall’aspetto gotico dove trovano rifugio alcune orfane. Mary è una di loro, affetta da mutismo selettivo, non fa facilmente amicizia, ragion per cui preferisce restare chiusa nella sua stanza a costruire bambole di creta, la sua unica gioia. Mary non ha amiche, non può averne, perché è “stramba” e agli altri sembra assurda e cattiva, una persona che non si sforza di aprirsi agli altri. Il punto è che Mary non sa proprio come fare: il mondo per lei è un luogo che le fa paura, pieno di pericoli e di cose cattive… cattive come “lei”, la ragazza che la tormenta da sempre. Mary, infatti, è vittima di un bullismo perverso e continuo: “lei” non è violenta fisicamente nei suoi confronti, ma continua a spiarla, a bussare alla sua porta, a isolarla, a ingannarla… Mary non sa perché faccia così e non vuole neanche saperlo: vorrebbe solo essere lasciata in pace. Le cose, via via, diventano sempre più gravi e insopportabili, finché anche la pazienza di Mary viene messa a dura prova.

La storia di Mary è raccontata attraverso il suo diario, giorno dopo giorno, e inframmezzata dalle illustrazioni che invece mostrano la storia di un’altra ragazzina, Ella, che si è appena trasferita nella villetta davanti a Thornhill. Ella è curiosa e molto sola, suo padre lavora continuamente e non ha tempo per lei: così inizia a fissare l’enorme e cupo edificio che ha di fronte e a esserne inesorabilmente attratta.

Le vite delle due ragazze s’intrecciano, in un rapporto contorto e spinoso come rovi: s’intrecciano le rispettive solitudini, gli abbandoni di cui sono state vittime, seppure in maniera molto diversa, fino al cupo e inaspettato finale.

Una storia di violenza psicologica, principalmente, che descrive alla perfezione cosa provano le vittime di bullismo: la vergogna, la solitudine, l’incomunicabilità, lo stato d’abbandono, tutti sentimenti che i pochi adulti di questa storia non capiscono o, se capiscono, non sono in grado di controllare. C’è anche il risvolto della medaglia: chi sono i bulli? I bulli non hanno nome (Mary la chiama solo “lei”) ma piangono, si sentono soli, hanno paura e sono vittime anche loro. E le vittime possono, a loro volta, diventare carnefici: la violenza chiama violenza, l’odio fa nascere altro odio. Il bullismo non è un atto isolato, è un anello della catena, una catena che è molto difficile spezzare.

L’odio nasce e cresce e diventa forte nella solitudine, quando gli altri voltano il viso per non vedere: così Thornhill è diventato il luogo triste, silenzioso e vuoto che è ora. Pam Smy riesce nell’impresa di raccontare una storia attuale con uno stile “antico” e favoleggiante, grazie alle stupende illustrazioni in bianco e nero, che trasmettono lo stesso senso di solitudine e tristezza delle parole del diario di Mary. Un libro intenso che si legge velocemente e che dovrebbe essere letto nelle scuole. Un modo nuovo, duro ma affascinante, di affrontare il tema del bullismo. Lo metto in cima alla lista dei libri da leggere per capire davvero cosa si prova a essere vittime e carnefici.

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uovonero, l'editore che non dimentica nessuno

11/04/2017 - Vita

Libri pensati per bambini ma anche per adulti che fanno i conti con i disturbi dell’autismo o della dislessia. Un’idea coraggiosa e originale premiata dal successo.

Partiamo dall’inizio. «Ma anche prima dell’inizio», ci dice sorridendo Sante Bandirali, per raccontarci com’è nata la casa editrice “uovonero” (proprio così, tutto minuscolo e una parola sola) fondata insieme alla moglie Enza Crivelli e a Lorenza Pozzi.

Anche se ufficialmente la casa editrice parte nel 2010, l’idea che ha portato alla sua nascita si insinua nella mente dei tre molti anni prima; e scaturisce da una mancanza concreta: «Mia moglie Enza lavora da oltre vent’anni nel campo dell’autismo e della dislessia: è una terapista», racconta Sante. «Utilizzava spesso materiali per avvicinare i bimbi alla lettura. Ma quelli che si trovavano in giro erano testi riadatti, quindi non pensati direttamente per loro. Enza mi diceva sempre: “Io vorrei che i miei bambini” — come li chiama lei — “potessero andare in libreria o in biblioteca e trovarsi davanti un libro pensato per loro”».

IL BESTSELLER DI UOVONERO
Si intitola “Il mistero di London Eye”. Lo ha scritto Siobhan Dowd, scrittrice inglese, morta nel 2007. È la storia di Ted, giovane autistico nel cui cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone, conduce un’inchiesta appassionante e ricca d’ironia sulla scomparsa di Salim. Il libro è arrivato alla decima edizione. I diritti vanno alla Fondazione che la scrittrice ha voluto per difendere i diritti alla lettura dei più deboli.

Fotocopie plastificate per diventare più robuste, rilegature a spirale per tenere insieme le pagine: «”Questi non sono libri veri”, mi ha detto Enza, “i libri veri dovremmo farli noi”». Siamo nel 2005 e l’idea rimane in stand by per due anni. «Da soli non saremmo stati in grado di farcela», spiega Sante, «e così entra in gioco Lorenza». È proprio lei che trova un bando della Regione Lombardia per imprese innovative. «Hanno partecipato in circa 800 a quel bando. Noi non abbiamo ottenuto i finanziamenti ma il nostro punteggio è stato buono».

Quel bando non vinto ha rappresentato lo stesso un’opportunità per trasformare l’idea in progetto: «Abbiamo messo in ordine le cose. In quell’idea ci credevamo molto e così abbiamo deciso di investire dei fondi nostri e, il 2 marzo 2010, siamo andati dal notaio. A quel punto uovonero era diventata realtà».

Ad oggi sono 45 i titoli pubblicati e diverse le collane: i Pesci Parlanti, libri con rinforzi comunicativi, che utilizzano strumenti di Caa, Comunicazione aumentativa e alternativa, per bimbi in età prescolare o con difficoltà cognitive. Il testo pittografico fa da rinforzo a quello verbale, sono libri pensati per letture condivise con l’adulto. Il bimbo associa i suoni ai simboli che vede, ricostruisce la storia e diventa un lettore autonomo. Possono essere utilizzati anche per i bimbi stranieri che non conoscono l’italiano. Ci sono poi i Raggi e Abbecedanze, libri che raccontano varie forme di disturbo da parte di chi lo vive in prima persona, sono due collane adatte anche agli adulti; i Geodi, che aiutano gli altri a capire e ad accettare chi è diverso. Infine, una collana di giochi per divertirsi e imparare, nel rispetto delle diversità e della collaborazione non competitiva che hanno deciso di chiamare Altrimenti. A parte ci sono poi i Libri di Camilla, albi illustrati di qualità dei principali editori italiani per l’infanzia tradotti nel sistema simbolico WLS.

In quasi tutti i libri è presente lo “sfoglia facile”, e le immagini, gli spazi, il font, gli a capi sono pensati per agevolare la lettura dei bambini. Anche il nome “uovonero” non è stato scelto a caso: «Poco prima di andare dal notaio», racconta Sante, «mi è tornata in mente una fiaba di Luigi Capuano, letta molti anni prima. Sapevo chi lì dentro c’era qualcosa. Così ho deciso di rileggerla: la fiaba inizia con “l’uovo nero che nessuno vuole”. La contadina non lo riesce a vendere al mercato perché tutti vogliono comprare solo l’uovo bianco. Ecco questa diversità che viene rifiutata sta alla base di quello che facciamo, ed è contenuta già nel nome». Interessante leggere come la fiaba prosegue: «L’uovo si trasforma in un galletto che fa chicchirichì e poi in un principe ed anche il principe fa chicchirichì. Questo significa che la diversità i bambini se la portano dietro: non si guarisce dall’autismo, non si guarisce dalla dislessia: si può diventare principi ma si continua comunque a fare sempre chicchiricì». C’è un altro elemento molto bello all’interno della fiaba, utilizzata un po’ come la metafora di uovonero per spiegare agli altri quello che provano a fare con i loro libri: «Ogni volta che c’è un problema per l’uovo nero, si torna a chiedere alla gallina: “e adesso cosa facciamo?”.

È questo che ci piaceva come allusione al ruolo importante dei genitori come principali esperti dei propri figli.

I terapeuti che ci lavorano sono esperti di disturbi dell’apprendimento; ma l’esperto di Filippo autistico, ad esempio, sono la mamma e il papà di Filippo. Con i nostri libri vogliamo rivolgerci a tutti: ai bambini, ai terapeuti, ai genitori». «Come si è capito amiamo i libri e la lettura», conclude Sante. «Proprio per questo crediamo che leggere sia un diritto di tutti: aiuta a capire il mondo che ci circonda e la comprensione aiuta a essere liberi. E poi è anche e soprattutto un piacere. Molte persone, a causa di difficoltà di vario genere, restano escluse dalla possibilità di godere dei libri. Noi di uovonero vogliamo che chiunque, nessuno escluso, possa esercitare il proprio diritto alla lettura».

di Anna Spena

Vedi articolo sul sito di Vita.

Libri per chiunque: nessuno escluso

04/04/2017 - Almalusplace

Ho conosciuto i libri editi da UOVONERO Edizioni durante il mio percorso di crescita con Martino, mio figlio e bambino autistico.

In particolare mi riferisco alla collana pesci parlanti che riedita favole conosciute come Biancaneve, I tre porcellini, Giacomino e il fagiolo magico e altre ancora… tutte riscritte con pittogrammi pcs (Picture Communication Symbols) per facilitarne lettura e comprensione a soggetti autistici o con altre disabilità neurologiche per i quali la normale lettura di un testo è difficile se non impossibile. Inoltre hanno pagine di cartone tagliate per facilitare l’utilizzo del libro dato che spesso l’autismo si accompagna a difficoltà nella motricità sia fine sia grossolana.

Martino era da sempre attratto dai libri, dalle figure, dalle parole, dal gesto di sfogliare le pagine, ma non gli era possibile comprenderne il contenuto. La stessa cosa valeva per i cartoni animati.
Poi un giorno comprai questo speciale volume di Biancaneve e cominciai a leggerlo indicando passo passo i pittogrammi e piano piano Martino si illuminò. D’un tratto mi era chiaro che stava capendo il senso della storia e soprattutto che dietro alle immagini e alle parole si racchiudeva qualcosa di più che suoni e colori. Questo cambiò l’atteggiamento di mio figlio rispetto a libri e cartoni animati che fino a quel momento aveva vissuto con frustrazione e agitazione. Fu una vera svolta nel suo percorso terapeutico e di crescita.

Ho avuto modo di conoscere uno dei fondatori della casa editrice, l’anno scorso, durante la Children’s Book Fair di Bologna, non ho potuto trattenermi dal raccontargli la mia esperienza e ringraziarlo. Nei suoi occhi ho letto la gioia di chi fa il lavoro che davvero ama quasi come una missione. In quella sede UOVONERO ha presentato la nuova collana “i Libri di Camilla”: uno speciale progetto in collaborazione con altre piccole grandi case editrici che pubblicano libri amatissimi dai ragazzi. L’idea è di rieditare i best seller per bambini utilizzando la comunicazione aumentativa e alternativa (CAA) attraverso l’uso dei simboli WLS (Widgit Literacy Symbols); Camilla è infatti l’acronimo di “Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili”. Attualmente sono disponibili i due titoli “le parole di Bianca sono farfalle” di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus in collaborazione con EDT edizioni e “Che Rabbia” di Mireille D’Allancé in collaborazione con Babalibri. Io non vedo l’ora di regalarli a Martino!

Penso che tutti dovrebbero regalare almeno un testo modificato ai propri figli, al di là di ogni diagnosi e problema, per avvicinarli ai libri già da molto piccoli perché il linguaggio pcs può rendere maggiormente fruibile una fiaba portando alla lettura in autonomia. Con le favole modificate i bambini possono leggere le favole della buonanotte alla mamma incentivando la propria autostima. Per tutti i bambini che non possono leggere è, invece, il primo o unico canale per comprendere quanto fantastico ci sia in una storia.
In conclusione, penso che tutti dovrebbero inserire un libro UOVONERO nella libreria del proprio bimbo per farlo crescere vicino alle parole e dentro i racconti.

Uovonero non si occupa solo di autismo ma si impegna a migliorare il rapporto con la lettura anche a dislessici, soggetti con ritardo cognitivo e ragazzi con difficoltà di apprendimento.

Vedi l'articolo sul blog di Almalusplace

Chi è e cosa fa uovonero

25/07/2017 - Libri di tutti


Uovonero è una casa editrice sinonimo di diversità, difficoltà, svantaggio ma vissuti in una versione di assoluta normalità.

L'articolo, a questo punto, potrebbe sembrare poco interessante per coloro non sanno o non desiderano sapere esiste un mondo fuori dagli schemi; un mondo molto vasto, che oggi ha le medesime opportunità in termini di proposte editoriali, quindi di apprendimento e arricchimento culturale.
E se le ha, lo deve alla cocciutaggine di pochi ma validi editori, autori, illustratori.
Naturalmente, anche se non si hanno problemi nell'approccio alla lettura, vale la pena conoscere l'esperienza - tanto lavoro e tanta ricerca - di case editrici come Uovonero.

Uovonero nasce nel 2010 da tre menti nonché tre esperienze diverse: l'autismo, la musica e la comunicazione ovvero Enza Crivelli, Sante Brandirali e Lorenza Pozzi che sono riusciti in un sogno: sviluppare un progetto per realizzare libri rivolti a bambini neurotipici, stranieri o con una qualsiasi difficoltà di lettura. Libri uguali a quelli già in commercio, in quanto a contenuti, ma con qualche accorgimento e tarati in base al fruitore.
Nel leggere il percorso di Uovonero, lo confesso, mi commuovo perché ci leggo tra le righe un concetto di base: se sei diverso, non rinunciare a priori, non precluderti un'opportunità, usa strategie e modi diversi ma trova il modo di raggiungere comunque l'obiettivo.


Nessuno sembrava disposto a stampare libri personalizzati, così ci sono riusciti in autonomia. I primi testi furono realizzati con l'uso di simboli e nel formato sfogliafacile (ora marchio registrato), robusto con cartone rinforzato e inconfondibili pagine sagomate: la prima uscita è del 2011, un classico di tutti i tempi: "Cappuccetto Rosso".

Ibby l'ha selezionato tra i sessanta migliori libri per la disabilità.
Il sogno avevo motivo di realizzarsi!

Oggi Cappuccetto Rosso è parte della collana pesci parlanti, all'attivo 9 titoli, tutti fiabe tradizionali per l'infanzia, la base della cultura di ogni bambino.

A questa collana, si è aggiunta abbecedanze, eccezionale parola!, chi è dislessico o ha avuto a che fare con questa difficoltà, capisce al volo: A B C che danzano. Sì, perché per un dislessico le lettere ballano, si muovono nel foglio e acchiapparle per farne una frase è un lavoro faticoso. Un lavoro che Henry Winkler descrive nei suoi racconti con ironia e leggerezza e naturalmente con caratteri ad alta leggibilità.

Gli editori hanno dato vita ad altre due collane: geodi e raggi. Poiché l'inclusione parte anche da chi il problema non l'ha, raggi presenta una serie proposta di interessanti saggi sullo spettro dell'autismo mentre geodi è una ricca collana di storie intorno alla diversità, storie avvincenti, thriller, gialli, trame poetiche. C'è di tutto per tutti. Qui una preview di Animali di Versi.

L'ultimo progetto al quale Uovonero ha dato vita, avvalendosi della collaborazione di altre notevoli case editrici (Babalibri, Kalakandra, Bohem press, Giralangolo, Lo Stampatello, Sinnos, Topipittori) è I libri di Camilla. Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili e ha portato in libreria - dal settembre 2016 - accanto alla versione tradizionale di un albo già in commercio, una versione in simboli che agevoli, nell'approccio al libro e alla lettura, tutti quei bambini che per varie ragioni non hanno ancora la capacità di leggere.

Non meno importante è la sezione dedicata al gioco, altrimenti: al momento offre un gioco di società adatto sicuramente a tutti ma pensato in particolare a chi soffre della sindrome di Asperger.

Che altro posso dire, se non che dovremmo tutti fare un plauso ai tre ingegnosi editori.

di Alessandro Bonizzoni

Vedi l'articolo sul blog Libri di tutti

Recensione di Un pesce sull'albero su L'indice dei libri del mese

19/07/2016 - L'indice dei libri del mese

Ally è dislessica, le lettere danzano davanti ai suoi occhi, si muovono e si confondono in una nebbia impalpabile che le dà il capogiro ogni volta che tenta di venirne a capo, come se scappassero da ogni suo sforzo di controllo, non si lasciassero addomesticare dalla sua volontà. La scelta allora è obbligata: evitare di dichiarare apertamente le proprie difficoltà, aggirare l’impossibile e praticare la strada della provocazione, fare il pagliaccio, esercitare la battuta pronta, inventare scuse di ogni tipo, rivestire il ruolo della ribelle che non si applica e frequenta di più l’ufficio della Preside, la signora Silver, che i banchi della classe. Così si finisce per passare per stupida e si negano il proprio talento di artista, la velocità nei calcoli, la prontezza nell’apprendimento, ingabbiando il tutto in un bozzolo di amarezza, solitudine, tristezza e frustrazione.

Come può Ally, con queste premesse, smettere di sentirsi sola anche se sta sempre in mezzo agli altri? Non basta l’affetto di Travis, il fratellone che le vuole bene e la protegge, non basta la comprensione della mamma e l’affetto del papà soldato: ci vogliono amici curiosi, disponibili e intelligenti come Oliver e Keisha per far finta di non sentire le battute acide di Shay e di Jessica, ci vogliono compagni che sappiamo cosa vuol dire avere problemi, come Albert, lo scienziato, che arriva a scuola pieno di lividi perché suo padre gli ha insegnato che la violenza è male e lui non risponde mai ai bulli che lo perseguitano. Ma soprattutto ci vuole il signor Daniels, un insegnante che osserva e non giudica, che capisce ciò che altri non sanno o non vogliono capire, che non esclude, non sbarra porte, non mortifica, ma aiuta con metodo ed esperienza, perché se sono tanti i geni della storia che hanno avuto problemi di dislessia, da Bell a Einstein, da George Washington a Picasso, da Leonardo da Vinci a Kennedy, da Churchill a John Lennon, allora anche Ally può affrontare l’impossibile e imparare a leggere. Anche lei a modo suo è un genio, come lo siamo tutti, ed è giusto che riveda la luce, ritrovi la sicurezza in se stessa ed esprima le sue indubbie capacità. Scritto con interlinea e font ad alta leggibilità, il libro della Hunt scorre piacevolmente con una narrazione piana e puntuale che aiuta i giovani lettori, come gli adulti, a chiarire la problematica della dislessia e a trovare la strada per risolvere il disagio e il senso di manchevolezza che essa genera. Da undici anni

Di Sofia Gallo

Leggi l'articolo sul sito de L'indice dei libri del mese

La sfida di uovonero. Avvicinare alla lettura piccoli lettori con difficoltà

23/03/2016 - ilLibraio.it

“La diversità è fonte di ricchezza, anche se spesso viene presentata strumentalmente come una minaccia...". Dal 2010 la casa editrice Uovonero offre le modalità più varie per avvicinare alla lettura e all’apprendimento piccoli lettori con difficoltà (autismo, problemi cognitivi o d’apprendimento). ilLibraio.it ne ha parlato con il direttore editoriale Sante Bandirali, che svela anche un progetto in preparazione, "I libri di Camilla", che vedrà coinvolti "insieme a noi altri editori nella missione di estendere il diritto della lettura..."

“Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?”. Se lo chiedeva Gianni Rodari, e dal 2010 la casa editrice Uovonero sta offrendo le modalità più varie, per avvicinare alla lettura e all’apprendimento piccoli lettori con difficoltà. La formazione dei tre fondatori, la passione e soprattutto un’inesausta volontà di aggiornamento e di innovazione hanno portato la casa editrice di Crema a creare collane ad hoc, in cui la base comune è: capire e comunicare. ilLibraio.it ne ha parlato con il direttore editoriale Sante Bandirali.

Com’è nata l’idea di dar vita alla casa editrice?
“L’idea nasce da Enza Crivelli che, da una ventennale esperienza professionale nel campo delle sindromi dello spettro autistico: sognava di poter offrire a tutti i lettori, anche a quelli con difficoltà di lettura, libri adatti alle proprie caratteristiche, progettati in funzione di modi diversi di funzionamento del cervello e di conseguenza accessibili al maggior numero possibile di bambini. Libri ‘veri’, di buona qualità, non i materiali fotocopiati che abitualmente vengono utilizzati nei servizi per la riabilitazione e in alcune biblioteche. Nasce così la collana pesci parlanti: si tratta di albi illustrati, con le pagine di cartone nella particolare sagomatura sfogliafacile®, progettati come un organismo dove ogni componente è parte essenziale, studiata per interagire con le altre ai fini di migliorare l’efficacia comunicativa: il testo, verbale e in simboli PCS, le illustrazioni, il formato, i materiali”.

In quanti lavorano al progetto della casa editrice?
“I tre soci fondatori restano a tutt’oggi le uniche persone che lavorano in casa editrice. Oltre a me, ci sono Enza Crivelli, che è la responsabile scientifica e cura le collane pesci parlanti e i raggi, e Lorenza Pozzi, direttrice commerciale e ufficio stampa. Curiamo internamente tutte le fasi di realizzazione del libro”.

Avete iniziato nel 2010 e nel frattempo la vostra proposta editoriale si è allargata con numerose collane che sono sempre più dedicate a chi ha problemi cognitivi o d’apprendimento, ma aiutano anche gli altri a capire chi vive quotidianamente con un disturbo come l’autismo. Se doveste analizzare il vostro percorso, quale ritenete essere il vostro più grande successo?
“La varietà delle nostre collane riflette la complessità della realtà a cui sono destinate. Innanzitutto, le difficoltà di lettura possono avere forme diverse e non esiste un solo tipo di libro che possa agevolarle tutte. Per questa ragione, accanto alla collana pesci parlanti che si rivolge a bambini in età prescolare, bambini stranieri e bambini nello spettro autistico, è nata la collana abbecedanze, pensata per lettori con disturbi dell’apprendimento. Poi ci sono i libri per parlare della neurodiversità agli altri: i compagni di classe, i fratelli e le sorelle, i genitori, gli insegnanti, gli educatori, i professionisti. Per tutti loro abbiamo creato la collana di narrativa e albi illustrati i geodi e la collana di saggistica sull’autismo i raggi. Credo che il nostro più grande successo, più che un titolo o una collana in particolare, sia quello di non perdere mai di vista il fatto che i destinatari principali dei libri sono i bambini, ed è soprattutto a loro che i libri devono piacere; è un approccio non medicalizzato ma puramente estetico e narrativo, che sfrutta le tecniche che riteniamo migliori per dare il piacere della lettura a tutti”.

Pensate che accettare la diversità sia la base migliore per costruire qualcosa? In fondo, anche la vostra casa editrice nasce da tre percorsi formativi diversi (psicologia, musica, comunicazione).
“La diversità è fonte di ricchezza, anche se spesso viene presentata strumentalmente come una minaccia. Le grandi menti pensano in modo diverso dalle altre, come dimostrano i disturbi dell’apprendimento di Albert Einstein, Walt Disney, Pablo Picasso, Henry Winkler (che è anche un nostro autore) e il probabile autismo di Andy Warhol, Erik Satie, Ludwig Wittgenstein, solo per fare qualche esempio. Conoscere la diversità è essenziale per non temerla e per apprezzarla, e i buoni libri possono essere un efficace strumento di conoscenza. Per questo è importante evitare libri con finalità didascaliche, o libri autobiografici troppo intrisi di sentimentalismo. I personaggi dei nostri libri sono sempre elementi necessari di strutture narrative ben costruite, che proprio nella loro diversità trovano una ragione di esistere in quel libro, e non, al contrario, dei casi intorno a cui costruire una storia per ‘spiegare’ la loro diversità. Uovonero nasce dalla confluenza di esperienze e competenze diverse, ma anche ciascuno di noi è frutto di percorsi variegati”.

Comunicare, appunto. Quanta importanza date alle immagini e quanta al testo nelle vostre collane?
“In una collana come quella dei pesci parlanti testo e immagini vanno di pari passo e hanno un’importanza fondamentale nella costruzione del libro. In questo caso chiediamo agli illustratori immagini semplici, descrittive, supporti della comprensione che non costringano il lettore a sforzi inferenziali che allontanino dalla lettura, ma che al tempo stesso non rinuncino al valore estetico. Nelle altre collane, crediamo molto nella bellezza del libro illustrato, che pubblichiamo in varie forme (albi illustrati, romanzi illustrati, graphicnovel), ma anche nell’incredibile forza della narrativa di qualità, come nel caso dei libri della straordinaria SiobhanDowd, di cui abbiamo la fortuna di aver pubblicato tutti i romanzi”.

Secondo voi, attualmente nelle scuole si è formati per accogliere studenti con disturbi d’apprendimento o cognitivi? Si parla sempre di DSA e di BES, ma si è riusciti ad andare oltre le “etichette”?
“Crediamo che molto sia stato fatto ma che molto rimanga da fare. Da un lato la conoscenza è migliorata, e abbiamo anche una legge sul diritto allo studio degli alunni dislessici, ma dall’altro ci sono le persone che devono accogliere questa conoscenza e mettere in atto le norme legislative, che non sempre sono pronte. A causa dei temi di cui trattano i nostri libri, ci capita spesso di ricevere sfoghi da parte degli insegnanti, degli alunni, delle loro famiglie. La nostra opinione è che ancora troppo sia lasciato nelle mani dell’iniziativa e della sensibilità dei singoli individui, in particolare degli insegnanti di sostegno, e non sia ancora stata avviata un’azione formativa adeguata a tutti i livelli, che includa anche il personale non docente”.

Visti i temi che trattate, sarà molto elevato il vostro coinvolgimento emotivo. Quale titolo vi ha coinvolto particolarmente e perché?
“Questa è una bellissima domanda. Amiamo ogni nostro libro e lo pubblichiamo perché siamo convinti del suo valore estetico e culturale, senza troppo guardare al mercato e alle previsioni di vendita, perché se così fosse gran parte del nostro catalogo non sarebbe mai uscita dai nostri computer. Quando si segue un libro in tutte le sue fasi, la traduzione, la redazione, l’impaginazione, la realizzazione della copertina, la scelta della carta, si entra in una relazione molto stretta: diversa, ma non inferiore per profondità, da quella che l’autore stesso ha col suo libro. Quando, dopo aver pubblicato quattro romanzi della stessa scrittrice, ci siamo trovati a lavorare a Le rose di Shell di SiobhanDowd è stato un momento di profonda commozione: perché è un libro molto intenso e coinvolgente, ma anche perché sapevamo che non ce ne sarebbero stati altri”.

Se doveste consigliare un vostro libro per imparare a conoscervi, quale citereste e perché?
“Un’ottima sintesi di quello che facciamo è rappresentata dai libri della serie Hank Zipzer il Superdisastro, scritta dal celebre attore Henry Winkler insieme a Lin Oliver. Vi si trovano un po’ tutte le caratteristiche della nostra linea editoriale: i libri sono impaginati con criteri grafici e tipografici ad alta leggibilità e contengono supporti alla comprensione come la mappa dei personaggi all’inizio del libro e illustrazioni nei punti chiave, della bravissima Giulia Orecchia. Inoltre aiutano a comprendere che cos’è la dislessia, visto il piccolo Hank è dislessico come il suo autore, ma lo fanno in modo lieve e divertente, senza impartire noiose lezioni e sottolineando il fatto che non è sinonimo di stupidità: stupidi, semmai, sono i bulli che prendono di mira Hank e i suoi amici e contro cui spesso la propria stupidità si ritorce”.

Visti i tanti progetti che avete sviluppato in pochi anni, vi immaginiamo sempre all’opera. Avete in mente qualcosa di nuovo, che potete anticipare a ilLibraio.it?
“I nuovi progetti sono sempre più del tempo che abbiamo a disposizione per realizzarli, purtroppo. Fra le novità in uscita nel 2016, il primo volume di una trilogia intitolata La Lega degli Autodafé, l’appassionante storia di un complotto millenario per tenere l’umanità lontana dalla cultura e dalla conoscenza distruggendone il principale veicolo, i libri. La storia si svolge ai giorni nostri e ha personaggi molto interessanti e divertenti, con una vicenda a metà fra Harry Potter e Il pendolo di Foucault.
C’è poi un progetto a cui teniamo molto, I libri di Camilla, che vedrà coinvolti insieme a noi altri editori di qualità per ragazzi nella missione di estendere il diritto della lettura. Per ora non possiamo dire di più, ma chi fosse curioso potrà venire alla presentazione del progetto in anteprima assoluta alla prossima Fiera del libro per ragazzi di Bologna”.

Cosa pensate dei libri per bambini e ragazzi in ebook? Ha senso, secondo voi, la trasposizione in digitale di un libro illustrato? O ritenete che ci siano altri formati elettronici più adatti alla necessaria interazione dei bambini con i libri?
“Il numero di titoli del nostro catalogo disponibili in formato e-book è già una risposta: zero. Non si tratta da parte nostra di semplice attaccamento romantico alla produzione di libri cartacei, ma la convinzione che, almeno in questa fase, l’ebook non offra una valida alternativa. Un libro è un oggetto immateriale, un puro contenuto indipendente dal supporto solamente se considerato in una prospettiva storico-culturale; ma per le persone i libri sono oggetti concreti, che offrono sensazioni tattili, olfattive, visive, oggetti che entrano nella vita quotidiana e nella memoria con una data forma, oggetti che si regalano, su cui si scrive e si disegna e a cui si saldano strettamente i moti emotivi e razionali che il libro suscita. Questo vale sicuramente per gli albi illustrati, dove anche formato e dimensioni giocano un ruolo importante, ma è altrettanto vero per la narrativa, e i recenti dati di vendita sembrano dimostrare che dopo una prima fase di attrazione per il gadget tecnologico i lettori se ne siano accorti”.

Quello dei libri per bambini e ragazzi è il settore dell’editoria che cresce di più. E non solo in Italia. Perché, secondo voi? Questa tendenza è destinata a proseguire?
“Molteplici fattori stanno interagendo fra di loro in questa direzione: l’accresciuta qualità dei libri per ragazzi, il moltiplicarsi di iniziative di promozione della lettura e di festival di libri per ragazzi ben radicati nel tessuto scolastico e culturale delle città dove vengono organizzati, la nascita di numerose librerie indipendenti per ragazzi che organizzano di continuo eventi promozionali e consigliano con competenza i lettori. Inoltre a volte penso che quei genitori che sono così impegnati a lavorare da non avere più tempo per la lettura, quel 39,1% di dirigenti e professionisti che non leggono neanche un libro all’anno, proiettino il desiderio sui figli, comprando libri per loro. Significativo è anche un crescente riconoscimento del valore della letteratura per ragazzi da parte dell’ambiente culturale, che ha visto diversi prestigiosi premi letterari inaugurare una sezione dedicata ai libri per ragazzi: fra questi il Premio Strega, che quest’anno nella sua prima edizione vede un nostro libro nella cinquina finalista per la fascia d’età dai 6 ai 10 anni (Il riscatto di Dond, di Siobhan Dowd)”.

In Italia sono numerose le piccole case editrici per bambini: ci indicate qualche esempio interessante, che merita attenzione?
“È sempre imbarazzante dover consigliare un editore piuttosto che un altro, visto che ormai sono numerosi gli editori di alta qualità presenti attivamente in Italia. Alcuni di questi sono quelli che parteciperanno con noi al progetto I libri di Camilla, quindi invitiamo i lettori a seguirci per scoprire quali sono. Inoltre, per affinità tematica nei confronti della dislessia c’è Biancoenero, che fra l’altro sta pubblicando una collana di classici in versione ad alta leggibilità. Un progetto recente che merita attenzione è anche Settenove, una casa editrice che pubblica libri sugli stereotipi di genere”.

di Gloria Ghioni

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Recensione di Thornhill su Farhenheit - Il libro del mese

Farhenheit - 10/10/2017

Mary vive negli anni Ottanta a Thornhill, un orfanotrofio femminile vicino alla chiusura. Ella è una ragazza che nel 2017 si trasferisce col padre accanto al tetro edificio, ormai abbandonato da tempo. In un dichiarato omaggio a Brian Selznick e alle atmosfere di Il giardino segreto, le storie delle due ragazze, narrate l’una col testo del suo diario, l’altra con evocative illustrazioni in bianco e nero, si avvicinano fino a toccarsi nel coinvolgente finale. Una storia di amicizia che tocca con poetica delicatezza temi importanti quali il bullismo, la solitudine, la diversità, la speculazione edilizia, la mancanza dell’affetto genitoriale.

Ascolta la trasmissione sul podcast di Radio Rai 3

Recensione di Thornhill su Radio 105

Libri a Colacione - 21/10/2017

È un libro che spicca, tutto nero con una inquietante casa in copertina e qualcuno affacciato alla finestra. Ma se vi capiterà di sfogliarlo vi accorgerete che è un libro strano. Ci sono pagine fitte di parole e poi pagine e pagine di soli disegni.

È un romanzo infatti ma anche un fumetto, rigorosamente black & white, che non si legge ma si guarda, perché non ci sono parole ma illustrazioni.

Lentamente vi accorgerete che queste due parti, queste due anime del testo raccontano due storie. Avvenute in epoche diverse. Una negli anni Ottanta e una ambientata al giorno d’oggi, nel 2017. Quest’ultima ha come protagonista Ella che è una ragazza e si è appena trasferita con il padre in una nuova città. Dalla finestra della sua camera può guardare un vecchio edificio abbandonato: l’Istituto Thornhill che un tempo era un orfanotrofio femminile.

L’altra storia si svolge, invece, proprio all’interno dell’orfanotrofio e racconta delle vicissitudini di Mary Baines, che ha 13 anni ed è letteralmente tormentata da un’altra orfana. Una vera bulla che gliene combina di tutti i colori e non la lascia in pace neppure di notte, quando se ne sta fuori dalla sua stanza a terrorizzarla.

E mentre la struttura va in declino – è prossima alla chiusura – i bambini vengono affidati alle famiglie o ad altri istituti e il personale si dilegua, per Mary è sempre più difficile gestire la sua aguzzina. Non basta stare chiusa nella sua stanza, non basta isolarsi, non basta cercare rifugio nel giardino o nella sua passione per le bambole. Non basta. 

Intanto, nel presente, Ella – che è sempre sola perché il padre è al lavoro – inizia a esplorare il giardino di Thornhill e un giorno intravede qualcuno muoversi nel verde…

è una ragazzina? Chi è?

Una storia perfetta per affrontare il tema del bullismo e ricordarci che essere gentili con i bambini non basta, ascoltarli neppure: bisogna saperli difendere. E quando qualcosa va storto, è sempre colpa di un grande che non ha saputo vedere o non è voluto intervenire.

Se avete amato il giardino segreto, se amate le atmosfere gotiche, ve ne innamorerete.

Chiara Berretta Mazzotta

Ascolta la recensione sul podcast di Bookblister - Libri a Colacione

Prequel ad alta leggibilità - Recensione

Liber n. 107 - Luglio-settembre 2015

Si presenta come prequel questa nuova serie di episodi che vedono protagonista Hank Zipzer, qui alle prese con il secondo anno della scuola primaria. La maestra non è ancora l’intrattabile Adolf ma la signorina Flowers, decisamente più comprensiva e amata da tutti i bambini per ilsuo perenne buon umore. Fervono i preparativi per l’allestimento di uno spettacolo teatrale, in occasione della Settimana della Lettura organizzata dalla scuola, e ogni studente si prenota per una parte nella recita. C’è il copione da leggere e da studiare a memoria: niente di più terrorizzante per il povero Hank che ha qualche problemino con quel groviglio di parole che nuotano caoticamente sulle pagine e gli paralizzano il cervello. Dato che la recita è strettamente a tema, i protagonisti che i bambini dovranno interpretare sono proprio i libri, e la geniale trovata della signorina Flower per togliere Hank dall’imbarazzo è assegnargli un ruolo molto speciale, che non ha bisogno di copioni da leggere nè di parole da declamare: la parte del segnalibro. Un costume bello slanciato e un po’ di allenamento fisico daranno a Hank la fiducia necessaria per uscire con una brillantissima improvvisazione, che determinerà il successo dello spettacolo.Con il tocco scherzoso che già conosciamo dalla serie precedente, una variegata carrellata di personaggi ben caratterizzati arricchisce l’episodio di colori e situazioni divertenti: c’è Frankie, l’amico del cuore; la madre impegnata nella conduzione di una paninoteca per salutisti;la sorellina Emily tutta perfettina, con la sua ingombrante iguana domestica al seguito; Ashley Wong, la nuova compagna di classe che diventerà subito amica di Hank e di Frankie (anche se nel loro circolino le femmine non erano previste); l’odioso Nick McKelty, bulletto della classe sempre in cerca di qualcuno da umiliare, che cercherà fino all’ultimo di mettere Hank in difficoltà. Ma il nostro piccolo eroe ha già capito quali sono le tre cose che ti permettono di superare ogni difficoltà e ti fanno sentire da dio: “i tuoi amici! La tua famiglia! Te stesso!”.Testo ad alta leggibilità, naturalmente, con caratteri tipografici particolarmente grandi e ben spaziati.

Fausto Boccati

Recensione di Un segnalibro in cerca d'autore su La Libreria dei Ragazzi

La Libreria dei Ragazzi - I consigli del tuo libraio

Un libro positivo, capace di trasmettere coraggio e determinazione a tutti quei bambini che, proprio come Hank, vivono situazioni di difficoltà e di emarginazione. Grazie allo speciale font ad alta leggibilità la storia risulta essere particolarmente adatta a tutti quei bambini che hanno problemi con la dislessia. Nelle pagine finali del libro sono presenti importanti note informative che spiegano ai grandi come è fatto il libro, quali accorgimenti sono stati utilizzati e, in particolare, che cos’è la dislessia e che cosa fare per aiutare i bambini che hanno questo disturbo specifico dell’apprendimento.

Daria Bertoni

Leggi la recensione sul sito de La Libreria dei Ragazzi.

 

I Libri di Camilla. Per allargare il diritto di leggere libri belli.

Giunti Scuola 2017

Una Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili (CAMILLA), nata grazie alla casa editrice uovonero. Un progetto che ha messo insieme tanti editori diversi per far sì che i migliori albi siano accessibili, con le stesse caratteristiche degli originali: libri belli per tutti. Di Della Passarelli.


È un progetto prezioso quello dei Libri di Camilla. In primo luogo perché testimonia la volontà e la capacità di fare realmente rete tra editori per ragazzi. Ci voleva uovonero, casa editrice che lavora sul diritto di leggere per tutti e che, in qualche modo, sta cambiando la lettura a mettere insieme tante sigle editoriali diverse coinvolgendole in un progetto che vuole portare nelle librerie e nelle biblioteche italiane, accanto alla versione tradizionale già in commercio, una versione in simboli dell’albo illustrato, che agevoli,
nell'approccio al libro e alla lettura tutti quei bambini che per varie ragioni faticano a leggere.
Uovonero ha messo a disposizione di tutti le competenze e l’esperienza che sono alla base della casa editrice, per far sì che non ci siano mai più versioni brutte di libri belli. Fotocopie di albi con “appicciati” dei simboli, o semplicemente libri tristi, adattati a chi ha difficoltà di lettura, diversi da quelli che hanno tutti gli altri bambini.
Non è certo la tristezza che portano i buoni libri per bambini. È pensiero, divertimento, immaginazione che crescono persone diverse. Diverse, sì, perché capaci di pensare e immaginare, di scegliere e di esercitare spirito critico.
Negli ultimi anni si è posta una grande attenzione all'utilizzo di libri con caratteristiche in grado di estenderne la leggibilità a bambini che altrimenti non sarebbero in grado di accedervi: si parla di libri in simboli, cioè libri che utilizzano tecniche di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) e che presentano un testo a codice multiplo, verbale e iconografico, in cui le parole sono accompagnate da una traduzione in simboli pittografici. Questo da un lato permette di accrescere le possibilità di lettura attraverso il reciproco rinforzo dei due codici, dall'altro consente l'uso di uno solo dei due a chi non sia in grado di utilizzare l'altro o non intenda farlo. Questi libri, dapprima confinati a un uso tecnico-specialistico in ambito terapeutico-riabilitativo, si sono rivelati strumenti di sorprendente efficacia educativa anche nell'ambito della scuola dell'infanzia e nelle primissime fasi della scuola primaria, come stimolatori della lettura autonoma nei bambini e come strumenti di inclusione, e sono quindi usciti dai confini della nicchia iniziale per soddisfare bisogni molto più diffusi.
I simboli

I simboli utilizzati nel mondo per facilitare la comunicazione a persone prive di parola o per visualizzare il linguaggio scritto per persone con difficoltà di comprensione e apprendimento sono stati sviluppati e perfezionati nel corso di molti anni. Essi hanno una struttura grafica specifica per gli scopi ai quali assolvono e sono adatti a riprodurre, in misura più o meno estesa, i singoli elementi del linguaggio.
Ecco un elenco di alcuni gruppi di persone che possono trarre beneficio dall'uso di queste particolari simbologie grafiche:
• persone con ritardo mentale o difficoltà cognitive in genere;
• persone con difficoltà di comprensione linguistica;
• persone totalmente o parzialmente incapaci di leggere;
• persone con difficoltà nella organizzazione spazio-temporale;
• persone sorde o gravemente ipoacusiche;
• bambini e adulti con difficoltà di comunicazione;
• persone che sono facilitate da un accesso visuale alle informazioni;
• persone che stanno imparando l'italiano come seconda lingua.
Non si deve necessariamente avere una difficoltà di apprendimento, linguistica o di comunicazione per beneficiare dell'uso di simboli.
Esistono diverse collezioni di simboli, sviluppate da enti diversi con finalità diverse. La scelta riguardo a quale collezione utilizzare dipende da vari fattori, fra cui svolgono un ruolo fondamentale l'abilità linguistica, la competenza comunicativa e la ricchezza del vocabolario dei destinatari.
Le due collezioni attualmente più diffuse nell'ambito della comunicazione aumentativa e alternativa (CAA) sono i Picture Communication Symbols (PCS) e i Widgit Literacy Symbols (WLS).

I PCS sono la collezione che la CAA in Italia usa fin dalla sua nascita negli anni '90. Sono stati sviluppati negli Stati Uniti per finalità comunicative interpersonali, con un utilizzo prevalentemente legato alla creazione di tabelle comunicative, istruzioni su come svolgere un compito, oltre che per l'etichettatura degli spazi abitativi in modo da renderli più accessibili. Sono simboli molto trasparenti poiché il pittogramma impiegato è facilmente riconoscibile senza che sia necessario un apprendimento. Possono venire impiegati anche per narrare storie semplici, con una sintassi poco articolata, in quanto privi di numerosi elementi di modulazione del linguaggio (non hanno articoli, preposizioni, tempi verbali, genere e numero dei sostantivi, ecc. uovonero ad esempio li utilizza nella collana pesci parlanti perché rivolta a primissimi lettori).

I WLS sono una collezione di simboli elaborati in Gran Bretagna per scrivere testi. Sono meno trasparenti dei PCS ma offrono una maggiore ricchezza presentando tutti gli elementi di cui questi sono privi. Anch'essi oggi molto diffusi in Italia, sono quelli che verranno utilizzati prevalentemente per i Libri di Camilla, anche se molto dipenderà dal tipo di albo.
Perché sono necessari i libri di Camilla

Lo sono perché tutte le bambine e tutti i bambini abbiano in mano lo stesso bel libro.
Lo sono perché tutelano il lavoro degli autori, degli illustratori e degli editori, sia dal punto di vista della creazione, dell’impaginazione, del formato che da quello dei diritti di autore.
E poi lo sono per contrastare quella brutta visione “medicalizzata” che rischia di diffondersi in Italia a proposito dei libri in simboli, con l’idea che debba esistere un’unica modalità di simbolizzazione dei libri e che, di conseguenza, esistano versioni in simboli “giuste” (che seguono questa modalità) e “sbagliate” (che ne seguono un’altra).
I libri per bambini sono e devono essere concepiti per i bambini (non per gli adulti che lavorano con loro), devono essere destinati alla lettura (un libro non cura, un libro si legge), devono essere belli (il diritto alla bellezza è importante quanto il diritto alla lettura), e devono poter raggiungere bambini anche molto diversi fra loro. La particolarità della comunicazione in simboli è che, non essendo una scienza ma semplicemente una forma comunicativa, si presta a molteplici interpretazioni e realizzazioni, che nella loro varietà costituiscono una ricchezza in quanto questo permette proprio di raggiungere bambini con caratteristiche anche molto diverse fra di loro.
Con i Libri di CAMILLA si potrà quindi contrastare quella visione “medicalizzata” dei libri in simboli, rendendo così la lettura e il suo piacere uguale per tutti, e si potranno evitare anche tutte le diatribe sull’uso dei simboli, e la conseguente pericolosa idea che possano esistere libri “giusti” e libri “sbagliati”.
È importante infatti sottolineare e sostenere la pluralità delle proposte editoriali ed evitare di cadere nella trappola che i libri in simboli siano una “traduzione” da originali: i simboli non sono una lingua, ma sono immagini che semplicemente rinforzano un testo, rendendolo più chiaro e semplice da comprendere. Con i Libri di CAMILLA impariamo quindi ad usare il concetto di “simbolizzazione del testo” piuttosto che di “traduzione”.
Il progetto dei Libri di Camilla vuole rendere accessibili a tutti i migliori albi prodotti in Italia, grazie alle possibilità offerta dai simboli di rinforzare la comprensione, tenendo viva la molteplicità dei linguaggi. Ed evitare che ci siano “orribili libri”, non “sbagliati”, ma semplicemente orribili: quelli appunto autoprodotti in fotocopie, tristi e fuori dalla legalità.
I Libri di Camilla sono il frutto di una collaborazione tra i diversi editori e uovonero, che li produce e distribuisce. Libri che escono in doppia sigla, quella di CAMILLA e quella dell’editore che li ha in catalogo. I primi tre titoli de I Libri di Camilla, già reperibili in libreria, sono:
Che rabbia, di Mireille d’Allancé, Libri di Camilla – Babalibri
Le parole di Bianca sono farfalle di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus, Libri di Camilla - Giralangolo
Lindo Porcello, Eric Battut, I libri di Camilla- Bohem Press

Gli editori che aderiscono ai libri di CAMILLA:
Babalibri
Bohem Press
Coccole Books
Kalandraka
Lo Stampatello
Sinnos
Topipittori
Uovonero

Partner del progetto Auxilia


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Recensione di Lindo Porcello su Luuk

11/03/2017 - Luuk

Lindo Porcello, di Eric Battut, sarà nelle librerie dal 16 marzo, nella collana I libri di Camilla da Uovonero editore. Proprio grazie al successo ottenuto con la pubblicazione da parte di Bohem Press nel 2010 e il Premio Nazionale Nati per leggere, Uovonero rilancia il piccolo porcellino che non sa star pulito nella Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili in codice multiplo con l’ausilio dei segni WLS per la Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

Sembra difficile ma non lo è, soprattutto per Uovonero, che già nella sua bellissima collana di fiabe classiche i pesci parlanti adotta questi linguaggi.

E la collana I libri di Camilla nasce proprio sulla scia di un crescente bisogno, espresso ormai dalle scuole, dalle famiglie, dalle biblioteche, di albi illustrati con testo non solo scritto, ma anche simbolico, verbale e iconografico. Per dare a tutti i bambini la possibilità di accedere ai libri, ma soprattutto a belle storie.

Mantenuto il formato, le pagine cartonate e gli angoli smussati dell’originale, il piccolo albo si presenta rinvigorito da un nuovo linguaggio, semplice da capire proprio perché simbolico: semplice nella sua definizione grafica, va a aumentare la possibilità di leggere questa storia a due voci e molti versi, non solo riferito alla rima ma anche agli onomatopeici.

Per chi ancora non conoscesse la storia, Lindo è un porcellino rosa. Rosa se non si considerano le macchie di cioccolato che lo pezzano dopo aver mangiato gnam gnam gnam gnam un’ ottima torta al cioccolato. Rosa si se non si considerano le macchie dopo aver splish splosh splash fatto un bel disegno. Rosa se non si considera evoilà di aver fatto una torre tutta d’oro con la sabbia, aver corso in bicicletta dritti dritto nella pozza di fango splaaash!

Ora Lindo non può proprio dirsi lindo e rosa.

Allora forza, a fare subito un bel bagno nel mastello, shshshssss. Un po’ di profumo, poff poff poff .

Ecco Lindo ora non sei solo lindo e rosa, ma anche proprio bello!

Una storia da leggere a due voci, per poter leggere e saper leggere, per imitare i suoni, riconoscere e nominare le abitudini quotidiane dei bambini più piccini.

Un albo di grande attenzione: bianca la pagina di sinistra con i due codici in nero, testo e testo iconografico, e gli onomatopeici fuori campo colorati, mentre la pagina di destra rossa con una punta di arancione per meglio accogliere quel rosa porcello lindo, sì, ma non sempre!

Marina Petruzio

Vedi Articolo su Luuk

Recensione di Lindo Porcello su Fabulinis

17/04/2017 - Fabulinis

Lindo Porcello è un simpatico maialino il cui gioco preferito è, ovviamente, sporcarsi. Meno male che alla fine il bagnetto sistema tutto… Una storia fresca e divertente che nel 2010 si è guadagnata il Premio Nazionale “Nati per Leggere”. Ma cosa ci colpisce di questo libro? Questa nuova edizione è scritta con i simboli Widgit, ovvero un codice grafico che permette anche a bambini con disabilità o difficoltà di apprendimento di decifrare un testo. Un modo quindi per rendere più accessibile e divertente la lettura, a tutti quanti.
Godiamoci allora le avventure di Lindo, che proprio lindo non resta, per cruccio delle mamme ma per la gioia dei bimbi! 🙂

Di questo libro ci piace:

i modi con cui i Lindo trova il modo di sporcarsi, conosciutissimi a noi genitori…;
i simboli WLS, un modo per avvicinare alla lettura anche chi ha qualche difficoltà.

Guarda la recensione video su Fabulinis 

Che Rabbia! - un bestseller controverso

18/11/2016 - Milk Book

Amato e odiato, Che rabbia! è uno dei testi più venduti nelle librerie italiane grazie al tam tam infinito di educatrici, insegnanti e genitori che lo consigliano come strumento di rielaborazione delle emozioni negative dei più piccoli.

Rinchiudere la rabbia in una scatola – azione a volte riprodotta metaforicamente a scuola dagli stessi insegnanti o a casa dalle famiglie – è la grande critica che i pedagogisti e gli psicologi dell’infanzia che non credono nella repressione degli stati d’animo rivolgono a questo testo. Testo di cui però riconoscono altri pregi, primi fra tutti la centralità data alla figura del padre in alternativa all’onnipresenza delle madri e la fiducia riconosciuta ai bambini nel gestire autonomamente, senza l’intervento di un adulto, la paura della propria rabbia.

I detrattori di Che rabbia! restano una minoranza, tanto è vero che la sua popolarità ha fatto sì che proprio lo scorso settembre il titolo fosse inserito, in una versione ad alta leggibilità, nella bellissima collana “I libri di Camilla” proposta dalla casa editrice Uovonero per consentirne la fruizione anche ai bambini con difficoltà di lettura.
La fedele traduzione dal francese di Anna Morpurgo è cioè arricchita dai simboli della comunicazione aumentativa e alternativa WLS pensati proprio per favorire i processi di lettura e scrittura di tutti i bambini. A curare questa lieve, ma importantissima modifica, ci ha pensato Enza Crivelli in collaborazione con Auxilia, una società modenese che fornisce sussidi e software per la comunicazione e l’apprendimento.

 

Il risultato? L’albo illustrato di Camilla è identico a quello originale con l’aggiunta di quei codici che consentono di garantire un equilibrio fra testo e illustrazioni, facilitandone l’assimilazione ed estendendo il pubblico dei lettori: il Che rabbia! ad alta leggibilità è, infatti, reperibile anche nelle biblioteche pubbliche.

Alessandra Testa

Vai all'articolo intero su Milk Book

Ecco i libri di Camilla

19/07/2016 - Ho un libro in testa

Un uovo nero “ben si accorda con la nostra produzione di libri che vogliono diffondere una cultura della diversità per renderla più avvicinabile e meno straordinaria, e di conseguenza meno spaventosa”.
In poche parole Sante Bandirali riassume molto bene il senso di una casa editrice come uovonero (di cui è direttore editoriale), nata nel 2010 come una scommessa e oggi esperienza in attivo. In questa intervista traccia il bilancio dei primi sei anni di attività e anticipa alcune delle novità in arrivo, come “I libri di Camilla”, un progetto speciale che coinvolge anche altre editori.

Stando alla vostra biografia ufficiale, in una piovosa serata di sei anni fa avete deciso – pur proveniendo da ambiti molto diversi – di mettere insieme la vostra comune passione per i libri fondando una casa editrice. Perché proprio una casa editrice “a favore delle persone che hanno uno svantaggio nella lettura”?

I perché di questa scelta derivano in parte dalle nostra biografie, umane e professionali, e in parte dall’osservazione del mondo in cui viviamo e a cui riteniamo importante dare il nostro contributo per renderlo migliore. Da lettore forte, trovo molto limitante per chiunque avere difficoltà di accesso alla lettura: i libri mi hanno arricchito, aiutato, costruito, mi hanno reso quello che sono oggi, e in mancanza di essi so che sarei una persona molto più incompleta. Inoltre, anche lasciando da parte la letteratura, il mondo odierno della Rete è un mondo che passa e si manifesta in gran parte attraverso la scrittura, e restarne esclusi rappresenta un grave limite. Oltre a questo, Enza Crivelli, che è stata l’ideatrice del progetto ed è una psicologa e pedagogista clinica specializzata in autismo, ha una grande conoscenza delle forme alternative di comunicazione progettate per agevolare e stimolare la lettura autonoma in bambini con difficoltà, ma anche molto più semplicemente per bambini che non sanno ancora leggere. Il sogno di portare in libreria anche albi illustrati di qualità con caratteristiche tali da poter essere letti da tutti i bambini, compresi i più svantaggiati, è suo; e io e Lorenza Pozzi abbiamo accolto la proposta con entusiasmo.

Il nome della casa editrice si rifà a Luigi Capuana, perché avete scelto proprio “uovonero”?

Un nome deve poter comunicare qualcosa in modo immediato, associandosi a un’immagine forte e caratteristica. In questo senso, l’uovo nero contiene già in sé l’idea del diverso che ben si accorda sia con la nostra produzione di libri per bambini con difficoltà di lettura, sia con la narrativa, gli albi illustrati e la saggistica che vogliono diffondere una cultura della diversità per renderla più avvicinabile e meno straordinaria, e di conseguenza meno spaventosa, tanto per chi la vive in prima persona quanto per chi la trova negli altri. Poi, magari, un nome dovrebbe avere anche qualche significato più profondo e nascosto; qualcosa che consenta a chi lo desidera un approfondimento. E nella fiaba eponima questo appare molto bene: “l’uovo nero al mercato non lo vuole nessuno”, infatti, ma qualcosa bisogna pur farne. E allora diamolo al re, perché della diversità non ci si deve vergognare, anzi, merita le migliori attenzioni. Ed è nello svolgersi della trama che compaiono altri simboli importanti: innanzitutto, il ruolo della gallina (a cui ci si rivolge sempre per chiedere consiglio su come comportarsi con l’uovo e col galletto impertinente che ne nascerà e che tormenterà giorno e notte la quiete del castello reale), che mostra come un genitore conosca bene i propri figli, ne sia anzi il maggior esperto, e debba essere coinvolto in tutte le fasi della relazione terapeutica ed educativa coi professionisti e gli educatori. E poi, l’accettazione della diversità da cui non si “guarisce”, ma con cui si impara semplicemente a convivere: e così il galletto, pur trasformandosi in un principe bello e saggio, continuerà a fare chicchirichì.

In cosa consiste il nuovo progetto “I libri di Camilla” e perché l’avete lanciato?

“I libri di Camilla” nascono come estensione del progetto che abbiamo iniziato sei anni fa, alla nascita di uovonero, con la collana “pesci parlanti”. In quest’ultima abbiamo voluto pubblicare albi illustrati progettati interamente per rendere la lettura e la manipolazione più accessibili, considerando tutti gli elementi del libro come parti indissolubili di un unico organismo: la sintassi lineare, il testo alfabetico e in simboli pittografici PCS (Picture Communication Symbols), il tipo di illustrazioni, i materiali e il formato sfogliafacile®; anche il contenuto, che attinge al repertorio delle fiabe tradizionali, è stato scelto perché costituisce i fondamenti della cultura infantile. Negli anni ci siamo resi conto della grande richiesta di libri come questi, al punto che diverse biblioteche hanno cominciato a realizzare versioni artigianali in simboli di albi pubblicati; richiesta che la nostra sola collana non può soddisfare. L’idea di realizzare una Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili (è questo lo scioglimento dell’acronimo C.A.M.I.L.L.A.) cerca di rispondere a questo bisogno.

Come mai avete esteso l’invito ad altre case editrici e come si strutturerà la collaborazione di soggetti diversi sulla medesima collana?

La collana nasce proprio con l’intento di rendere disponibili nella versione in simboli albi di successo, già esistenti sul mercato e molto apprezzati dai piccoli lettori: è il caso per esempio di Che rabbia! di Mireille D’Allancé (Babalibri), che sarà il primo libro di Camilla ad arrivare in libreria il prossimo 29 settembre. Tutti gli albi nella versione Camilla saranno identici agli originali per formato, numero di pagine, materiali e persino prezzo di copertina; l’unica differenza sarà la presenza del testo in simboli della comunicazione aumentativa e alternativa, che utilizzerà la collezione di simboli WLS (Widgit Literacy Symbols), attualmente una delle più usate. Uno degli aspetti più belli di questo progetto è rappresentato dall’entusiasmo con cui tutti gli editori hanno aderito e partecipato ai primi incontri di presentazione della collana, a partire dal debutto alla Bologna Children’s Book Fair. Sotto l’aspetto pratico, uovonero si occuperà direttamente della realizzazione delle versioni Camilla, in collaborazione con le case editrici e con Auxilia, che ha adattato e distribuisce i simboli WLS sul territorio italiano. Trattandosi a tutti gli effetti di una collana di uovonero, che ne ha acquisito i diritti per la traduzione in simboli, i libri verranno promossi e distribuiti in libreria dagli stessi soggetti che promuovono e distribuiscono il resto del nostro catalogo, cioè rispettivamente Emmepromozione e Messaggerie Libri.

Prevede che “I libri di Camilla” avranno anche un ritorno economico, vista la nicchia di lettori cui si rivolgono?

Lo spero, anzi, oserei direi che devono averlo. Per un piccolo editore come uovonero questo progetto rappresenta un grosso investimento di risorse e un suo eventuale fallimento potrebbe compromettere la vita stessa della casa editrice. Il ritorno economico ci deve essere soprattutto per permettere al progetto di proseguire e di portare in breve tempo molti altri albi di qualità nella versione in simboli a chi li vuole utilizzare. Vorrei anche approfittare per smontare il cliché della “nicchia” in cui vengono spesso collocati libri come questi: basti pensare che sono rivolti a tutti i bambini che ancora non hanno sviluppato le competenze necessarie per leggere autonomamente un testo verbale, categoria in cui ritroviamo quasi tutti i bambini dai tre ai cinque anni, i bambini anche più grandicelli con difficoltà di lettura e i bambini di madre lingua diversa dall’italiano (che, anche quando sanno già leggere, spesso lo fanno usando un alfabeto o un sistema di scrittura diverso dall’alfabeto latino). Il successo commerciale della collana “pesci parlanti”, d’altra parte, ne è la dimostrazione e mi auguro che si possa estendere a questa nuova collana.

A proposito di denari: che bilancio fate della vostra attività dalla fondazione a oggi?

Il bilancio non può che essere positivo. Nonostante il periodo generalmente sfavorevole e le perplessità di molti a cui ci eravamo rivolti prima di iniziare, dubbiosi sulle capacità di ricezione di libri come i nostri da parte del mercato, abbiamo un percorso in crescita costante. Come molti altri, abbiamo cominciato lavorando gratis da casa, nelle nostre cucine: ora abbiamo una redazione, uno stipendio e un bilancio in attivo: cosa potremmo chiedere di più?

Qual è stata la vostra soddisfazione più grande fin qui?

Difficile dirlo. Ci sono stati i premi, numerosi e prestigiosi, i contratti che non avremmo mai pensato di riuscire a concludere, gli articoli e le recensioni, molti eventi e incontri emozionanti. Però, senza retorica, la cosa che ci riempie di soddisfazione più di ogni altra è quando riceviamo un messaggio, una telefonata, un’e-mail da un lettore entusiasta, che dimostra di aver compreso a fondo e apprezzato il senso di quello che facciamo. Ne abbiamo conservate molte, ma ne riporto una tra le più recenti che in particolare ci ha emozionato:

«Salve, sono un’insegnante di sostegno di scuola dell’infanzia e da quando ho scoperto i vostri meravigliosi libri (dei pesci parlanti) non posso più farne a meno! È da tanto che volevo scrivervi queste righe, e finalmente oggi ci riesco. Le cose importanti non si possono rimandare per sempre. Voglio che sappiate che questi libri sono e sono stati per me e i miei bambini con disabilità (e non) dei preziosi tramiti per ridere, comunicare, condividere e sognare».

Nella vostra produzione, un posto di spicco è occupato dai libri di Siobhan Dowd, che però al tempo stesso si discosta dai titoli più fortemente “connotati” del catalogo di uovonero. Come mai avete deciso di pubblicarla?

Non mi piace l’espressione “editoria di progetto”, che mi fa sempre pensare a un editore che pubblica solo libri sulla pesca della trota, o sulle storie di goblin. Libri senza dubbio preziosi per la nicchia di appassionati del soggetto, ma (tranne rari casi, ovviamente) non precisamente classificabili come “letteratura”. Quando invece ci si addentra nel territorio della narrativa o dell’albo illustrato, i confini tematici sono molto più incerti e spesso lasciano spazio a proficue contaminazioni. Mi piace pensare al nostro piano editoriale come a una teoria scientifica nell’accezione di Imre Lakatos: esiste un “nucleo duro”, fatto di temi che ci sono propri, e senza i quali uovonero non avrebbe senso di esistere, e una “cintura protettiva” nella quale si collocano libri che riteniamo importanti e che, pur non trattando direttamente di neurodiversità o di altri dei nostri argomenti principali, sentiamo particolarmente affini a noi. Nel caso di Siobhan Dowd, l’avvicinamento è avvenuto a causa di un titolo straordinario come Il mistero del London Eye, che si direbbe quasi scritto apposta per noi, tanto si colloca perfettamente nel nucleo duro del nostro catalogo: all’interno di un intreccio narrativo mozzafiato, nel tentativo di risolvere una scomparsa inspiegabile, conosciamo il personaggio di Ted, dodicenne con la sindrome di Asperger, che entra nel cuore fin dalla prima pagina e che ci racconta molto di sé e del suo modo di stare nel mondo. Purtroppo non può essere così, visto che il libro è stato pubblicato quattro anni prima della nascita di uovonero, ma a volte penso che quel libro, che ha vinto il Premio Andersen 2012, fosse in qualche modo destinato a trovare una casa editrice come la nostra. E per un editore incontrare un talento come quello di Siobhan Dowd, purtroppo scomparsa prematuramente e all’epoca ancora quasi sconosciuta in Italia, è sempre una grande emozione, al punto di ritenere quasi un dovere morale quello di pubblicare tutte le sue opere. Non dimentichiamo, peraltro, che anche lei si è battuta fino alla fine per estendere il diritto alla lettura ai ragazzi, nel suo caso in quelli che vivono in aree disagiate, creando la Siobhan Dowd Trust, la fondazione attiva nella promozione della lettura finanziata con i diritti d’autore derivanti dalle vendite dei suoi libri.

A quali novità state lavorando?

Oltre ai libri di Camilla, continueremo con la pubblicazione di albi illustrati e di libri di narrativa, fra cui le avventure di Hank Zipzer il Superdisastro, l’alter ego dislessico di Henry “Fonzie” Winkler, che insieme a Lin Oliver ne è l’autore, di cui in settembre uscirà il decimo titolo. Fra pochissimi giorni invece, il 14 luglio, arriverà in libreria Mio fratello è un Custode, primo libro di una trilogia intitolata “La Lega degli Autodafé” della francese Marine Carteron. La data non è scelta a caso, per un romanzo molto avventuroso e “rivoluzionario” che racconta l’eterna lotta fra chi vuole tenere l’umanità nelle tenebre dell’ignoranza per poterla governare meglio (la Lega, per l’appunto) e i difensori della cultura e del sapere che rendono liberi (la Confraternita). I protagonisti sono Auguste, 14 anni, e la sorellina autistica Césarine, 7 anni, che alla morte del padre bibliotecario scoprono che non si è trattato di un incidente e di essere coinvolti a loro insaputa in una guerra millenaria che risale alla fondazione della Biblioteca di Alessandria e che forse sta per arrivare a una svolta decisiva.

Negli ultimi anni è aumentato l’interesse degli editori (“mainstream” compresi) per il tema della disabilità: maggiore attenzione o “moda” editoriale anche sulla scia del successo di Wonder?

Entrambe le cose, credo. Da un lato, oggi la disabilità rappresenta molto meno un tabù che in passato e sicuramente si è diffusa una maggiore sensibilità nei suoi riguardi; anche se la società nel complesso è ancora poco preparata e attrezzata per ricevere i disabili, cose come la crescente popolarità degli sport paralimpici, la diffusione delle “cene al buio”, tanto per fare alcuni esempi, portano con sempre maggiore frequenza l’esperienza della disabilità nella vita quotidiana di molte persone e contribuiscono a renderla più familiare. Questo fa sì che non solo gli editori, ma anche gli autori si dedichino a questo tema più spesso e con una maggiore qualità, rendendone così più facile la pubblicazione. D’altro canto, però, esibire in catalogo uno o più titoli che parlano di disabilità sembra divenuto quasi un dovere, un atto politicamente corretto che potrebbe anche avere un buon successo di vendite, quindi perché no?

Come vedete il futuro di uovonero?

Tra continuità e innovazione, con progetti sempre nuovi e coerenti con la nostra linea editoriale. In una parola: vivace.

Davide Musso

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Recensione de I Libri di Camilla su Milk Book

31/05/2016 - Milk Book

La casa editrice uovonero, specializzata in libri accessibili a tutti, anche ai bambini che presentano disabilità cognitiva e difficoltà di lettura, ha avuto un’idea bellissima, che prende il nome di Camilla e sta per Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili.

Questa sigla che in prima battuta potrebbe sembrare poco comprensibile, esprime in realtà un concetto semplicissimo: gli albi illustrati che fanno parte della Collana Camilla sono albi illustrati famosi, amati, già pubblicati in passato dai principali editori di libri per l’infanzia, e ora riproposti in una nuova “lingua”, ovvero quella del sistema simbolico WLS, espressamente progettato per favorire i processi di lettura e scrittura.

E dunque Camilla porterà in libreria, accanto alla versione tradizionale già in commercio, una versione in simboli che agevoli nell’approccio al libro e alla lettura tutti quei bambini che, per i motivi più disparati, faticano a leggere.

Trovo che questo progetto sia lodevole e sono felice che diversi editori, insieme a uovonero, abbiano deciso di aderire. Questa è la lista delle case editrici coinvolte, e che è destinata ad allungarsi.

Intervista alla casa editrice uovonero

Ho rivolto alcune domande a Lorenza Pozzi e Sante Bandirali di uovonero per togliermi qualche curiosità sui libri della Collana Camilla.

il logo dei Libri di Camilla

Come e quando è nata l’idea di Camilla? E come si è concretizzata?

L’idea dei libri di Camilla è nata al Salone del Libro di Torino del 2015 quando abbiamo raccolto da parte di alcuni colleghi il desiderio di trovare una soluzione per soddisfare la crescente richiesta di libri in simboli, proveniente in particolare dalle biblioteche. Da alcuni anni, infatti, insegnanti e bibliotecari lavorano per creare versioni nei simboli della comunicazione aumentativa e alternativa (PCS o WLS) di libri molto apprezzati dai bambini e dai ragazzi e metterli a disposizione di chi ne ha bisogno all’interno delle scuole o delle stesse biblioteche, chiedendo una liberatoria alle case editrici.

In questi casi però, nonostante le buone intenzioni e l’impegno, il risultato finale non è un libro di qualità: si tratta di copie realizzate in maniera artigianale con fotocopie, che si allontanano parecchio dalle intenzioni degli autori e degli editori.

Ogni libro è un insieme di elementi (testo, illustrazioni, formato, materiali) in equilibrio e in reciproco rinforzo fra loro; se questo equilibrio viene compromesso, il libro rischia di trasformarsi in un oggetto incompleto e impoverito.
Al ritorno dal Salone abbiamo elaborato il progetto e lo abbiamo proposto, oltre che agli editori che ci avevano segnalato il problema, ad altri editori di qualità, ottenendo da tutti risposte molto entusiaste.

Vi aspettavate la presenza degli altri editori coinvolti o speravate in una maggiore adesione?

Perché avesse senso, il progetto doveva coinvolgere un numero minimo di editori di qualità e all’inizio la sfida è stata proprio quella di ottenere la collaborazione delle altre case editrici.

In realtà abbiamo incontrato molto entusiasmo e molta sensibilità, oltre che coraggio, da parte di tutti gli editori contattati. Siamo molto soddisfatti delle adesioni ricevute e del rapporto che si è creato con queste case editrici, che già conoscevamo e stimavamo. C’è, da parte di tutti, la sensazione di stare facendo qualcosa di bello, di unico e di importante.

È un progetto ancora aperto: quando lo abbiamo presentato per la prima volta alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna eravamo in otto, a Torino siamo diventati nove e ora c’è già un decimo editore che molto probabilmente entrerà presto a far parte del gruppo, e altri due stanno valutando la proposta. Vi invitiamo a seguirci sul sito www.ilibridicamilla.it e sui social network per trovare l’elenco aggiornato.

In base a quali criteri avete scelto i titoli che faranno parte della collana Camilla (perché proprio questi albi?)

Le scelte vengono fatte insieme agli editori d’origine, tenendo conto di una molteplicità di fattori. Fra questi, oltre alla qualità dell’albo, il tipo di immagini e di testo, che devono essere adatti a una versione in simboli. Si tratta in genere di albi noti, molto richiesti dai bambini, o albi che trattano tematiche particolari.

Quanto saranno diversi questi albi illustrati dalle loro versioni originali (verranno rivisti anche il formato, le illustrazioni)?

I libri di Camilla saranno identici agli originali nel formato e nei materiali. In alcuni casi è possibile che si renda necessaria qualche lieve modifica grafica per ristabilire un equilibrio fra testo e illustrazioni qualora l’utilizzo dei simboli la potesse alterare, ma queste saranno sempre decise insieme agli editori e agli autori, in modo che il nuovo libro sia comunque rispettoso delle loro scelte.

Puoi già indicarmi i titoli della collana Camilla? Almeno i primi… Avranno un prezzo diverso?

I libri della collana avranno lo stesso prezzo degli originali. I due primi titoli saranno Che rabbia! di Mireille D’Allancé, pubblicato da Babalibri e Le parole di Bianca sono farfalle di Chiara Lorenzoni e Sophie Fatus, pubblicato da Giralangolo. La prima fase del progetto prevede poi l’uscita di un titolo per ciascuno degli editori aderenti.

Dove sarà possibile reperire i libri della collana Camilla?

I libri della collana Camilla saranno in vendita nelle librerie. Verranno promossi e distribuiti come una collana di uovonero, quindi con il circuito di Emmepromozione e Messaggerie Libri. In alternativa si potranno acquistare dal sito di uovonero, o presso gli altri editori del progetto.

Complimenti! Mi sembra un progetto fantastico: voi che aspettative avete? Quali “obiettivi” vi ponete?

L’obiettivo, che da sempre è anche quello di uovonero, è di fare libri belli per tutti e permettere a tutti, anche a chi ha difficoltà di lettura o comunica in modo diverso, di poter comprare e leggere un libro vero.

Francesca Tamberlani

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Recensione dei Libri di Camilla su Panorama

12/05/2016 - Panorama

Un progetto speciale che coinvolge 9 editori di libri per ragazzi, è I libri di Camilla, una Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili. La richiesta di libri con un testo a codice multiplo, verbale e iconografico (comunicazione aumentativa e alternativa - CAA) è in costante crescita e Uovonero, editore da sempre attento alla diversità, ha colto la sfida, trovando la collaborazione di una rete di editori sensibili: Babalibri, BohemPress, Coccolebooks, Giralangolo, Kalandraka, Sinnos, LoStampatello, Topipittori. Albi illustrati di alta qualità, ripubblicati con il testo tradotto nel sistema simbolico WLS: questi saranno IlibridiCamilla. Libri pensati per includere e permettere anche a chi ha difficoltà di conoscere e apprezzare la bellezza degli albi illustrati. I primi due titoli pubblicati saranno Le parole di Bianca sono farfalle di Sophie Fatus (Giralangolo) e Che rabbia! di Mireille D'Allancé (Babalibri), disponibili a partire dal prossimo autunno. Domenica 15 maggio alle 16.30 presso SpazioBook, BookstockVillage, al Salone Internazionale del libro di Torino verrà presentata la collana ILibridiCamilla, interverranno Enza Crivelli e Sante Bandirali di Uovonero, Paolo Vaccari di Auxilia e alcuni degli editori coinvolti nel progetto.

Ilaria Cairoli

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Recensione di Le rose di Shell su Libri Manent

15/07/2016 - Libri Manent

Shell, o Michelle Talent, vela i suoi sedici anni dietro lunghi capelli rossi, chiare lentiggini e larghi abiti che attirano l'attenzione dei suoi coetanei. Tra questi la sua migliore amica Bridie, con la quale passa i momenti più spensierati, e l'irriverente Declan Ronan che la raggiunge ogni giovedì mattina nel campo dei Duggan. Da quando la mamma non c'è più tocca a lei occuparsi di Jimmy e Trix, i fratelli più piccoli con i quali divide il compito di raccogliere le pietre dal campo di casa. Per loro Shell cucina gli scones e fa arrivare, come può, qualche regalo di nascosto dal padre, ormai preso totalmente dalla parola di Dio e dal bersi le offerte della domenica.

Per Shell, invece, "Gesù è sceso dalla croce e se ne è andato nel bar più vicino di Coolbar"; tornerà solo con l'arrivo di Padre Rose, un giovane prete che saprà entrare nel cuore della ragazza, portando grazia e gentilezza alla piccola comunità irlandese. La stessa reagirà con ragioni tutte sue agli eventi misteriosi che condurranno Shell in un momento difficile e doloroso.

Il giallo negli occhi, il rosa di un abito conservato a lungo, l'azzurro di una borsetta ricamata, il rosso dei capelli di Shell. Sono i colori ideali per dipingere i sentimenti dei personaggi e per farci entrare maggiormente nei loro panni, a partire dai piccoli fratelli ribelli della protagonista, fino alla desolazione di un padre scolorito dal whisky e ci si accorge che l'enigma più grande di queste pagine tinte di mistero non è che l'essere umano.

Il testo appare come le pietre che emergono più volte tra le righe … dure, eppure dolci ad incorniciare un piccolo angolo d'amore al centro del racconto. Un'opera dal linguaggio chiaro e dal contenuto avvincente che strappa riflessioni e sorrisi, che conduce senza svelare troppo. Shell, la cui mente spesso è folta di immagini apocalittiche e religiose, ora limpide per capire, ora intrecciate per confondere, trova coraggio nel portare avanti un compito difficile per la sua giovane età, accudire i fratellini, facendosi sempre più grande tra le pagine, fino a diventare da ragazzina ingenua, una giovane donna capace di intuire, comprendere, liberare e distinguersi dalla piccola comunità irlandese, che si presta a confonde la realtà.

Siobhan Dowd ( Londra 1960-2007 Oxford), figlia di genitori irlandesi ha vissuto diversi anni nella sua città natale, per laurearsi in lettere classiche ad Oxford dove ha approfondito gli studi etnici.Dal 1984 si è unita al PEN International per la difesa diritti civili degli scrittori imprigionati in diversi paesi del mondo, ricevendo diversi riconoscimenti per il suo lavoro internazionale contro la censura.

All'interno del programma Pen, insieme a Rachel Billington si è adoperata nel Regno Unito, per far giungere gli autori nei diversi contesti sociali disagiati, scuole, comunità, prigioni. Una particolare attenzione ha avuto nei confronti dei bambini svantaggiati che sono al centro dell'opera della sua fondazione di beneficenza The Siobhan Dowd Trust, creata prima di morire per consentire loro l'accesso alla lettura.

L'ultimo libro che ha terminato, “La bambina dimenticata dal tempo” (Uovonero), ha vinto la Carnegie Medal 2009 come miglior libro per ragazzi pubblicato in Inghilterra. Di Uovonero (2011) anche il romanzo “Il mistero del London Eye” che ha vinto tra gli altri, il Premio Andersen 2012 come miglior libro per ragazzi oltre i 12 anni

Paola Bellati

 

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Recensione di A piede libero su Libri manent

14/09/2017 - Libri Manent

“Forse non esiste un piede giusto. Esistono tanti piedi”.

Piede sinistro voleva girare il mondo, scalare le montagne, arrampicarsi sugli alberi della giungla e nuotare nel mare dei Caraibi, mentre piede destro preferiva rimanere impigrito a casa, sul divano davanti al camino. Un giorno piede sinistro decide di partire da solo per sentirsi improvvisamente libero, pieno di energia ed entusiasmo, almeno sino al giorno in cui...

Uovonero torna alle stampe con questa interessante opera di Mirco Zilio, surreale narrazione in cui la lettura offre un particolare ventaglio di interpretazioni. Una struttura multilivello che rende questo “A piede libero” un albo ideale non solo per un target scolare ma, per certi versi, anche per chi l'età scolare l'ha superata da molto.

La storia legata in maniera delicata al tema della diversità e indirettamente a quello della libertà è illuminata dall'arte vintage di Giacomo Agnello Modica, che offre un perfetto bilanciamento tra il tratto realistico e il surrealismo espressivo, che inevitabilmente ci riporta alla visionarietà di Nikolaj Vasil'evič Gogol.

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Recensione di Le rose di Shell su Mangialibri

03/07/2016 - Mangialibri

Nella mente di Shell, Gesù era sceso dalla croce e se n’era andato al bar più vicino. La faccia della mamma di Shell si era accartocciata, come quella di un bambino che sta per scoppiare a piangere. Poi era morta. Gesù si era scolato il suo bicchiere di birra ed era uscito definitivamente dalla vita di Shell. Tanto più lei si allontanava alla religione tanto più suo padre vi si avvicinava. Era subentrato alla mamma nel suo vecchio ruolo e ogni sera guidava Shell, Jimmy e Trix in una decina del Rosario, tranne il mercoledì e il sabato, quando andava direttamente allo Steck’s Pub dopo la giornata a raccogliere le offerte. Suo padre aveva lasciato il lavoro alla fattoria per dedicarsi completamente al Signore. Ma in realtà era soltanto un alcolista depresso ormai incapace di occuparsi dei figli. Shell doveva prendersi cura del fratello minore e della sorellina in estrema povertà, cercando di sopperire non solo al grande vuoto lasciato dalla madre, ma sostituendo anche il posto del padre. In passato, molto tempo fa, Shell aveva amato suo padre, quando lui la cullava fra le braccia e lasciava che lei si arrampicasse sul suo corpo come se fosse un albero. Ma ora immaginava solo l’odio riversarsi dal suo cervello e sgocciolare dalle orecchie…

“I protagonisti delle mie storie non sono eroi dei diritti umani in senso convenzionale. Sono persone normali che vivono in Inghilterra e in Irlanda che trovano modi straordinari per superare le difficoltà nella loro vita, e per me questa è l'essenza di ogni buona storia: è dove l'ordinario incontra lo straordinario”. Ispirato da eventi di cronaca accaduti in Irlanda nel 1984, Le rose di Shell è il bellissimo primo romanzo di Siobhan Dowd. Ambientato in un paese che sembra lontano anni luce dalla contemporaneità, Coolbar nella Contea di Cork è intriso di un forte spirito religioso carico di ipocrisia, nel quale miti e leggende si mescolano alla realtà. Una “vecchia Irlanda” che non è poi così distante. Vincitrice del Branford Boase Award nel 2007, la Dowd in questo libro racconta la storia di Shell Talent, una ragazzina di quindici anni il cui mondo va in pezzi dopo la morte della madre. E lo fa attraverso una scrittura essenziale e poetica, sensibile, senza pregiudizi, che non cede mai al sentimentalismo, ma predilige l’ironia. Ed è questo a rendere la sua eroina un personaggio straordinario, capace di dimostrare forza e resilienza in un contesto assolutamente drammatico. Un personaggio commovente che porta un messaggio di speranza e dimostra che nulla è per sempre se siamo capaci di resistere e cambiare.

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Recensione di Le rose di Shell su Radio 105

07/05/2016 - Bookblister, Libri a Colacione

“Il posto faceva pensare a una nave che affonda. Il legno scricchiolava sul pavimento, fra le panche, su nella tribuna. Lungo i muri, un impetuoso vento di marzo inseguiva se stesso”.

Inizia così la nostra storia e inizia in Irlanda nel 1983.

Shelle (cioè Michelle) è una ragazzina di sedici anni, ma a ben guardare la sua vita si direbbe che è una donna piena di responsabilità. La mamma è mancata e da allora si occupa di Jimmy e Trix, i suoi fratelli, e pure del papà che da quando è rimasto solo sta cercando di colmare il vuoto con l’alcol. E in questa storia ci sono anche Bridie, la sua migliore amica, Declan che sì è un amico un po’ scavezzacollo ma è anche parecchio attraente e poi c’è Padre Rose, un giovane sacerdote che sa ascoltare.

Ma tutto presto precipita. Qualcuno se ne va per sempre, qualcuno sta per arrivare… ma i bambini non sono sempre visti come un dono. E il piccolo villaggio di Coolbar diventa teatro di uno scandalo. Una storia memorabile e commuovente che a ben guardare è ordinaria. Straordinaria è chi l’ha vissuta.

Chiara Beretta Mazzotta

Ascolta la trasmissione sul podcast di Radio 105

Recensione di Le rose di Shell su Legger-mente

04/05/2016 - Legger-mente

Se la rabbia e l’amore stanno insieme, come aveva detto Padre Rose, doveva significare che amava suo padre. Sapeva di averlo fatto in passato, molto tempo fa, quando lui la cullava fra le braccia e lasciava che lei si arrampicasse sul suo corpo come se fosse un albero. Shell se ne ricordava a malapena. Immaginò tutto l’odio riversarsi dal suo cervello, sgocciolando dalle orecchie. Forse funzionò, perché rialzandosi si sentì più leggera.

Certo volte capita così, per un puro caso ti ritrovi tra le mani qualcosa che senti esser prezioso ma di cui non sai assolutamente niente. E senti la necessità, il bisogno spasmodico di conoscerlo, saperne di più, perché quel tesoro va ammirato più da vicino. In fondo lo sapevo, inconsciamente, che questo libro l’avrei amato da e nel profondo. Seminascosto nello scaffale young adult della libreria, mi ha chiamato, era lì per me, ne sono sicura. L’ho preso senza nemmeno leggerne la trama, perché mi aveva colpito il titolo semplice eppure così diverso dal solito, perché la copertina aveva già fatto il resto e non avevo bisogno d’altro per fidarmi. E ho fatto bene. Quel che ci si trova davanti non è semplice: non lo è lo stile, evocativo ed elegante, inframezzato di lessico poetico, con un sapore di effimero e fragile eppure al tempo stesso di essenziale, crudo e laustrofobico quasi nel non cedere niente, nell’opprimere tanto con le parole quanto coi fatti; non lo è la storia. Miseria, povertà e mancanza di affetto sono le caratteristiche prevalenti, assieme a una freddezza che dal clima non favorevole dell’Irlanda si propaga ai personaggi, rende tutto statico, congelato, ingabbiato in un circolo vizioso e inestricabile di impotenza e silenzio. E fa venir meno l’azione per dar spazio ai moti dell’animo di Shell, piccola protagonista diventata già grande dal momento della morte della madre e la conseguente incapacità del padre di far altro che diventare un fanatico religioso e spender soldi in alcol e sparire per giorni e giorni di casa, lasciandola sola coi due fratellini più piccoli a cui far da mamma, babbo e sorella contemporaneamente, senza una guida che le indichi la strada migliore, cosa dire o fare per loro due ma anche per sé.
Siamo nell’Irlanda del 1984, ieri eppure sembra di trovarsi più indietro nel tempo, in una terra infarcita, come lo è ancora oggi, di folklore e leggende che si intrecciano alla realtà, le mescolano e rendono quasi inscindibili. Sacro e profano, misticismo e ricerca di attinenza ai fatti, una madre che assume quasi le sembianze di una fata, madrina e un padre assente che non si cura di ciò che ha attorno lacerato dal tormento della perdita dell’amore della sua vita. Non esistono i telefoni, in un posto piccolo come questo, tutti ci si conosce ancora prima della nascita e non ci sono passatempi, persino la biblioteca è qualcosa di strano, che arriva ogni tanto su due ruote e poi se ne va senza attirare troppo l’attenzione di una popolazione che non sa, non conosce il vantaggio di un libro. La scuola poi è il piccolo mondo in cui gravitano attorno i ragazzi, un posto che mollano non appena trovano qualcosa che sa meglio offrire loro sostentamento, prospettiva di guadagno. Via dall’Irlanda, i più, e quelli che restano sono bloccati, proprio come Shell, senza futuro e con un presente aspro e complicato, in cui la durezza si aggiunge ad altra durezza e ci si ritrova a confrontarsi con l’impensabile, qualcosa che nemmeno si capisce appieno perché non se ne hanno gli strumenti.
Figura paterna, sacrale più che altro, in cui riflettersi, di cui seguire il verbo diventa il nuovo sacerdote della contea di Coolbar, giovane e dalle parole vivaci, che colgono nel segno e son capaci di ridare speranza, persino a lei. La sua è una presenza-assenza, sempre sullo sfondo anche se raramente a contatto con Shell o i fratelli Trix e Jimmy, una costante che non compare che sporadicamente ma di cui si sente sempre l’esistenza, specialmente nella fede della ragazza e nel suo agire in un modo piuttosto che nell’altro, nel riprendere a credere in Dio persino nei momenti in cui A swift pure crytutto sembra venir meno, persino quando è più sempre più sola al mondo e si trova a dover fare i conti con un’adolescenza rubata e una maturità richiesta troppo presto, un potere decisionale che non si rende forse nemmeno conto di avere. E che fa scivolare ulteriormente i fatti, dando una svolta alla narrazione che non si poteva intuire e che di nuovo pone in questione il rapporto tra realtà e fantasia, immaginazione e fatti accertati o in via d’accertamento. Due neonati trovati morti e senza genitori, un sospettato che non ammette niente, un reo confesso a cui viene difficile credere, qualcuno che dice la verità ma non viene creduto, altri che ripetono quello in cui credono e si allontanano dal giusto, genitori figli e figli genitori. Niente di certo, niente di niente. Se non la forza di Shell, quel qualcosa che potentemente la ispira e motiva a stringere i denti, andare avanti anche quando sarebbe più facile scappare via come tutti e dimenticare da dove si proviene. Ma non Shell, no, lei è una girandola di colori e sensazioni, di passione e libertà, di sensibilità e gioia, nonostante tutto, a dispetto di tutto quello che accade, le chiacchiere e i bisbigli malevoli della gente, le perdite e il dolore. La gioia di Shell, e dei suoi fratelli, questo è ciò che più rimane di un insieme di personaggi meravigliosamente reali nelle loro tragedie personali

Nella mente di Shell, Gesù era sceso dalla croce e se n’era andato al bar più vicino. La faccia della mamma di Shell si era accartocciata, come quella di un bambino che sta per scoppiare a piangere. Poi era morta. Gesù si era scolato il suo bicchiere di birra ed era uscito definitivamente dalla vita di Shell.

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Recensione di Le rose di Shell su L'indice dei libri del mese

L'indice dei libri del mese, n.4, anno XXXIII - Aprile 2016

L’autrice Siobhan Dowd è morta nel 2007 a 47 anni. Il primo libro che ha pub-blicato, Le rose di Shell, è uscito in Italia alcuni anni fa per Salani ma viene oggi ripubblicato da uovonero (che ha in ca-talogo tutte le sue opere) con una nuova traduzione di Sante Bandirali. Conoscia-mo questa notevolissima scrittrice inglese come esploratrice lucida di temi estremi: la malattia, la morte, il sacrifcio, il mistero. Il suo precedente lavoro uscito in Italia con uovonero era Il riscatto di Dond (2014), la storia di una tredicenne destinata al sacri-fcio da una religione crudele, sull’isola di Inniscaul. La narrazione, lì, iniziava alla vigilia del compleanno, in un’atmosfera crepuscolare, e sposava il punto di vista della giovanissima Darra. Una notte di rivelazione, un breve e intenso lasso di tempo in cui la protagonista esplorava sen-timenti e situazioni che lei non aveva mai avuto modo di sperimentare: l’amore e l’o-dio. Era una storia intessuta di un sapore antico, di strutture arcaiche, di fgure ar-chetipe a elevato valore simbolico; pensata per lettori molto giovani, era anche una lettura soddisfacente e infnitamente stra-tifcata per i più grandi e gli adulti. Le rose di Shell affanca a questi temi il gusto per l’intrigo, sfumandolo in un giallo ovattato dai toni della vita piatta e pettegola della provincia irlandese. La vicenda si svolge appunto in Irlanda, nella contea di Cork, nell’anno 1984, come precisa il testo, an-che se potrebbe essere un qualsiasi altro momento sospeso nel passato inesistente della narrazione. Shell Talent ha perso la madre Moira poco più di un anno prima dei fatti narrati ed è sopraffatta dalle in-combenze domestiche e dalla cura di cui hanno bisogno il fratello minore Jimmy e la sorellina Trix. Il padre, sconvolto dalla vedovanza, ha abbandonato il lavoro e, all’inizio del racconto, si è trasformato in un ardente devoto; tuttavia il suo esagera-to slancio religioso deborderà lentamente nella foschia di un dolore che non trova al-tra soluzione se non l’alcol. Shell si dibat-te tra l’indigenza, l’inadeguatezza sociale (che diventa disagio scolastico e relaziona-le) e i dubbi di fede. A far da debole argine alla sua graduale deriva verso il margine della visibilità è solo l’amica Bridie, ma il barcollante legame tra le due s’infrange in via defnitiva contro lo scoglio di Declan, scanzonato giovanotto dal presente bril-lante e dal futuro ancor più luminoso, che – forse per gioco, forse per sincera curiosi-tà – seduce Shell. Attorno al nodo centrale della gravidanza indesiderata di Shell e alla sua risoluzione si svolge una trama lucida che con estrema abilità cita e annulla tutte le questioni che sfora: dalla violenza do-mestica alla solitudine del lutto, dal ruolo delle fgure genitoriali alle maligne insinua-zioni dei malpensanti che pesano più delle prove certe. Le rose di Shell, come tutti i libri di Dowd, è rimarchevole per qualità della narrazione (abilmente resa nella tra-duzione di Bandirali), per la trama non prevedibile e per la resa d’insieme, che riassume i tratti di un mondo spietato e li riscatta obliquamente in un lavacro di do-lore e delusione che però rende più chiari gli obiettivi di vita. Tutti i proventi dei libri scritti da Siobhan Dowd sono devoluti alla fondazione voluta dall’autrice per favori-re l’avvicinamento alla lettura dei ragazzi svantaggiati. Da 11 anni

Annalisa Strada

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Spine e profumi, Le Rose di Shell e lo stile di Dowd - Recensione de Le Rose di Shell su Il Cittadino

21/04/2017 - Il Cittadino di Lodi

Le rose di Shell hanno spine acuminate, che feriscono l’anima prima del corpo. Ma come tutte le rose sono profumate e la loro fragranza, in qualche modo, lenisce il dolore, anche quello più acuto.

Oscilla fra tragedia e commedia il delicato romanzo con cui esordì nel 2006 Siobhan Dowd, talentuosa scrittrice inglese di origini irlandesi scomparsa 47enne un anno più tardi, e che l’editore Uovonero manda in libreria con l’impeccabile traduzione di Sante Bandirali e un titolo (Le rose di Shell) che gioca su più significati - oltre a quello floreale già accennato - che lasciamo al lettore capire in prima persona. Significati che il pur suggestivo titolo originale inglese (A Swift Pure Cry) non consentiva.

Il romanzo è il solo pubblicato in vita dall’autrice, i cui altri lavori, rimasti a lungo nel cassetto, uscirono postumi fra 2007 e 2009 e, in Italia, fra 2011 e 2015, sempre per i tipi metà lodigiani e metà cremaschi di Uovonero.

Le rose di Shell. presentato dall’editore al Bologna Children Books Fair nei primi giorni di aprile, è un’opera, come tutte quelle della Dowd, solo all’apparenza per ragazzi (è consigliata sopra i 13 anni). Se è vero, infatti, che l’autrice britannica mette al centro delle sue trame sempre dei ragazzi e fa della semplicità e linearità di scrittura la sua cifra stilistica principale - accanto a un lirismo di fondo con punte di notevolissima fattura -, la sua è una narrativa assolutamente “matura” per i temi che tratta e per come li tratta.
Qui, protagonista della vicenda, ambientata in un piccolo villaggio dell’Irlanda meridionale dei secondi anni Ottanta del secolo scorso, è una ragazzina adolescente, Shell Talent, che la morte della madre lascia in una situazione più grande di lei: con un padre che si rifugia nell’alcol e nella religione per combattere il dolore della perdita, e con due fratelli piccoli da accudire.

Ma se Shell deve badare agli altri, padre compreso, assumendo anzitempo un ruolo che per l’anagrafe non le compete, nessuno può badare a lei, al suo disperato bisogno di affetto e compagnia, al suo cuore ferito dalla scomparsa del riferimento materno. E così riempie il suo vuoto con un amore sbagliato quanto acerbo e ne affronta le conseguenze, ancora una volta, da sola, con il solo conforto - inevitabilmente limitato e inefficace- degli amatissimi fratellini. Non aggiungiamo altro per non togliere il gusto della lettura, che riserva non poche sorprese, specialmente nella seconda parte del romanzo, quando il rivolo della vita di Shell, presto diventato tortuoso ruscello, si fa impetuoso fiume fino a riversarsi in un mare di guai e tribolazioni su cui navigare con la sua fragile scialuppa di ragazzina.

Dowd ha un’abilità naturale - peraltro palesata già negli altri romanzi - nel narrare in modo semplice, piano e allo stesso tempo coinvolgente, abbracciando il punto di vista della protagonista senza mai ingombrare il campo con il suo Io narrante, che resta ai margini, discreto, senza mai giudicare.

La figura di Shell esce così in tutte le sue fragilità di adolescente rimasta troppo presto senza madre, ma anche nelle qualità di giovanissima donna impegnata a far da mamma ai fratelli e da balia a un genitore più fragile di lei. Ci si commuove, ci si appassiona e ci si arrabbia, dalla prima all’ultima pagina.

Marco Ostoni

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Quant'è bella giovinezza - Recensione di Le rose di Shell su Chooze

06/03/2016 - Chooze

Riavvolgiamo il nastro perché in questo romanzo c’è l’Irlanda del bianco e nero: il nero del peccato irrimediabile e indicibile, inenarrabile, non condivisibile, e il bianco dei battesimi, delle comunioni e dei matrimoni, dove mito, leggende e fiabe sono indissolubilmente abbracciati alla realtà. Non c’è internet, non c’è un cellulare, nel paese sperduto in cui si svolge l’azione. Non c’è neppure una biblioteca e vi renderete conto di cosa vuol dire vivere in un posto senza libri, tanto che la giovane protagonista dovrà rubarne uno dalla libreria circolante che passa di lì (e Siobhan Dowd era molto sensibile a questo problema, lo potete vedere visitando il sito della fondazione a suo nome). Eppure questa è l’Irlanda dell’altro ieri, del 1984 e se non ci fosse Sade (sì, quella di Smooth Operator), non me ne sarei mai resa conto, tanto sembra persa in un passato remoto.

Il romanzo era già apparso in Italia, ma ora Uovonero lo riedita con una nuova traduzione e un nuovo titolo (in realtà, l’editrice sta pubblicando tutta l’opera di Siobhan Dowd, cosa buona e giusta): difficile rendere quello originale (“A swift pure cry” una citazione dall’Ulisse di Joyce), ma state bene attenti a quelle rose di Shell, perché le ritroverete in tutto il libro nascoste qua e là (e il nascondiglio più importante non possiamo svelarlo nemmeno noi!). Questa è la storia di Michelle detta Shell, una ragazzina di sedici anni costretta a crescere troppo in fretta e troppo sola. Dopo la morte della madre, che non se ne va e si libra sopra Shell come una dea fata, Shell deve occuparsi della sorellina Trix e del fratellino Jimmy, e anche del padre che, con la morte della moglie, da un lato si arrende all’alcol, che lo aiuta a vivere nell’incoscienza di una dimensione in cui la moglie non è mai morta, e dall’altro si aggrappa alla religione in maniera bigotta e fanatica. Sembra un po’ la storia di Cenerentola: un’adolescente che sta sbocciando alla vita, orfana di madre ma con la fatina, subisce le angherie di un patrigno… e c’è pure il principe azzurro, l’affascinante chierichetto Declan Ronan! Solo che la sua ‘esuberanza sessuale’ lo rende poco romantico e molto pratico: nel suo castello c’è posto per Shell come per Bridie, l’amica di Shell, ma alla fine le butta fuori tutte e due e decide di partire per l’America, insomma un orco più che un principe. C’è anche Padre Rose, che le malelingue non stenterebbero a definire come un altro possibile pretendente: effettivamente, Shell trova nell’amicizia con il giovane sacerdote un sostegno che probabilmente la aiuta a sopravvivere, ma è davvero un rapporto pulito? Padre Rose scopre che a volte Dio è muto… Onde evitare, meglio trasferire, e Shell perde anche questo debole appiglio alla serenità. Quello che invece non c’è in Cenerentola, è la vicenda che trasforma la storia di Shell in un giallo dai macabri risvolti. Impossibile raccontare distintamente senza spoiler, quindi dovrete accontentarvi. Un bambino nasce. Un bambino muore. Un bambino è morto ma sembrerebbe non essere mai nato, perché i bambini non sono sempre un dono di Dio e può capitare che il gesto più naturale del mondo diventi una colpa pesante più di tutto il mondo. Infanticidio? Stupro? Incesto? Chi sono i padri e chi le madri? Difficile trovare la verità quando ognuno ha già una sua idea a riguardo. Di nuovo leggende e realtà si mescolano e ne esce una nuova pozione. Shell, Trix e Jimmy imparano che si può anche credere con tantissima forza che le cose siano diverse da quello che sembrano, ma quasi sempre le cose sono quello che sembrano. Il loro padre, invece, crede a ciò che sembra ma sbaglia e deve essere Shell ad aiutarlo, diventando il genitore di suo padre, oltre che dei suoi fratelli. Shell ha una forza che chissà da dove viene, dato che comincia a dubitare persino di Dio, e Gesù, forse un po’ esasperato o solo triste, si stacca i chiodi, scende dalla croce e se ne va dando le spalle alla ragazza. Quello che esce dalla porta, però, a volte rientra dalla finestra, se la lasciamo aperta: così Rose ritrova sua madre in armadio, nel profumo del suo bellissimo abito rosa di quel ballo in cui mamma e papà si innamorarono l’una dell’altro, una rosa di stoffa che fa una magia ma che è anche un incantesimo maligno che strega il padre di Shell. In questa dimensione che oscilla tra oggettività e sogno, non c’è l’ombra di uno stereotipo, non un personaggio scontato. E se l’Irlanda che giudica è in bianco e nero, il romanzo è costruito su un arcobaleno di colori, perché non c’è un solo aspetto che si esaurisca in un aut aut: basti pensare alla fede e alla sua forma ‘storica’, la religione, che compare in così tante declinazioni in questo romanzo da costringerci a sospendere il giudizio. Lo stesso vale per l’amicizia (l’irrequieta Bridie) o l’amore (Declan?). Alla fine, però, la parola che vince su tutti è gioia. Una gioia che è poesia, mille volte meglio del “vissero tutti felici e contenti” di Cenerentola, anche o forse proprio perché qui non tutti vivono felici, perché gli errori esistono ma vi si può rimediare. La gioia è un’altra cosa rispetto alla felicità di cenerentola, e Siobhan Dowd lo sa e lo sa scrivere, fa vibrare questa gioia nata dal dolore in un modo che pochissimi saprebbero fare, figuratevi io. Andatevelo a leggere, è l’unico modo. Con un pacchettino di kleenex, ché qualche lacrima scappa e fa solo bene.

Paola Rinaldi

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Un mare di solitudine - Recensione di Le rose di Shell su Lettura candita

04/03/2016 - Lettura candita

La storia di Michelle Talent, detta Shell, è una storia di dolore, solitudine, delusioni, paura, devozioni. Siobhan Dowd, l'autrice del romanzo ora tradotto da Uovonero Edizioni col titolo Le rose di Shell, costruisce una storia coinvolgente, che racconta la povertà e la religiosità della terra irlandese.
Shell è una ragazza di sedici anni, orfana di madre, con un padre che mescola alcolismo e questue per la chiesa, rosari e prepotenze; la ragazza si occupa dei fratelli più piccoli, marina la scuola, ma frequenta la chiesa in cui è arrivato un giovane prete, Padre Rose. Si fa incantare dalle sue prediche e coltiva le sue ingenue visioni, in cui ancora una volta la fede si mescola al ricordo della madre.
Non sarà tutto questo a metterla nei guai, ma una normale storia di sesso fra adolescenti, mentre l'amore non compare mai, se non quello materno.
Il giovane scapestrato del paese mette nei guai sia Shell sia la sua amica Bridie, che in tempi diversi partoriscono due bimbi, uno abbandonato in una grotta, l'altra, la piccola di Shell, nata morta.
La gravidanza e il parto si svolgono in assoluta solitudine; Shell non riesce a trovare la forza di chiedere aiuto, continua a cullarsi nelle sue fantasie infantili, a confondere ostinatamente i confini fra realtà e immaginazione. Pensa di cavarsela, ma non ce la fa.
Con la morte della piccola Rose, sepolta in un campo, lo scandalo invade il paese; due neonati morti, il sospetto dell'incesto, tutto sembra accanirsi contro la famiglia Talent. Ma l'aiuto di padre Rose e le indagini della polizia chiariranno definitivamente la situazione.
Padre Rose, in crisi vocazionale, parte, il padre di Shell sembra aver ritrovato un senso alla propria esistenza e lei, sola, si ritrova adulta, capace di portarsi il peso del suo passato e di guardare al futuro con un po' di fiducia.
E' un romanzo complesso, in cui la Dowd attinge ad alcune tematiche fondamentali: la religiosità che impregna la vita irlandese, la solitudine dei più fragili, i più poveri; e, sullo sfondo, il mare. Come dicevo all'inizio, l'adolescenza della protagonista ha ben poco a che fare con quella delle ragazze di oggi: da sola costretta a proteggersi dal padre, a vivere il proprio lutto, a subire il diventare grandi essendo ancora bambina.
La storia si sviluppa con un ritmo sorprendente, la lettrice o il lettore sono trascinati dentro la storia, il cui linguaggio ondeggia fra il realismo più crudo e la dimensione onirica, che tutto stempera. Ed è sorprendente l'uso del linguaggio, che segue l'andamento del racconto con immagini inconsuete, accostamenti di parole originali, ben rese dalla traduzione di Sante Bandirali.
Non lo vedo come un romanzo pensato per i più giovani, non solo per la distanza dalla condizione contemporanea, ma anche per il groviglio di tematiche 'difficili': religione, sesso, povertà, ignoranza e, sopra tutto, la morte. L'assenza incolmabile della madre, la morte inconcepibile di due neonati.
Questo non significa che non possa essere proposto ai ragazzi e alle ragazze più mature, così come è sicuramente una lettura coinvolgente anche per chi giovane non lo è più.

Eleonora

 

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Recensione di Le rose di Shell su Book Avenue

Book Avenue - 04/03/2017

Ecco a voi un altro indimenticabile romanzo di Siobhan Dowd, il primo che ha pubblicato.

Una storia toccante, dal percorso inaspettato, a volte difficile da digerire ma che vale la pena di leggere.

Siamo nell’Irlanda, nel 1984 >>

Tutto va storto nella vita della quindicenne Michelle Talent detta Shell. La madre, Shelley, è morta e, il padre che ha lasciato il lavoro, costringe lei e i fratelli a recitare il rosario per, poi, ubriacarsi in una sorta di delirio mistico che sfoga nell’alcol.

In questo lutto che sembra non finire mai, a Shell spetta il compito più gravoso, quello di prendersi cura di suo fratello e di sua sorella, senza nessun sostegno psicologico o economico.

L’unica gioia, nella vita di questa adolescente costretta a diventare grande troppo in fretta, è il poco tempo rubato ai tanti doveri quotidiani che trascorre con la migliore amica Bridie e, di nascosto, in compagnia di un amico d'infanzia, Declan, diventato un ragazzo attraente e molto persuasivo con cui condivide sigarette, battute irriverenti e forse molto di più …

Il forte desiderio di sfuggire al circolo vizioso della povertà e della solitudine, s’incontra in un crescendo, con i contemplativi sogni e le mistiche visioni del nuovo parroco, Padre Rose, un giovane prete da cui si sente affascinata per la gentilezza e da cui cerca conforto.

Quando, Declan, attratto dalle mille luci di New York, lascia, improvvisamente, l'Irlanda per cercare fortuna in America, Shell si ritrova incinta e al centro di uno scandalo che fa tremare la piccola comunità in cui vive, tra dubbi, sospetti e accuse che hanno il potenziale di distruggere l'ordine pacifico del piccolo villaggio di Coolbar dove vive e avranno ripercussioni nella vita di tutti i personaggi che toccano la sua esistenza ...

Da questo momento, attraverso un linguaggio chiaro, conciso e potente, il grido mozzafiato di Shell, un grido profondo di cuore, travolge il lettore con tutta la sua purezza lirica e non lo lascerà più!

Un romanzo indimenticabile, la storia ordinaria di una straordinaria giovane donna ribelle che, nonostante le avversità, trova la forza per superare la morte, dando alla vita un nuovo mondo.

Isabella Paglia

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Recensione di A piede libero su Liber

Liber 115 - Luglio/Settembre 2017

Come bolle di sapone. Can­gianti e aree, minuscole o enormi. Le metafore che si irradiano da A piede libero, un albo narrato da Marco Zilio e istoriato da Giacomo Agnello Modica per Uovo­nero, sono così, simili a il­luminazioni impalpabili: si generano le une dalle altre, si tingono di riflessi. Allora nello srotolarsi inaspettato del racconto di Piede Sini­stro, che ha in sé il fuoco dei grandi viaggiatori, si pos­sono cogliere innumerevoli lampi e suggestioni rinfran­canti. Se partiamo dal corpo, pen­siamo alle meravigliose a­simmetrie che compongono quella materia di cui tutti siamo fatti, al diverso modo di guardare di ciascun occhio, al differente appoggiarsi del peso su ognuna delle gambe, alle specifiche attitudini di una mano e dell’altra, allo splendore complementare dei due emisferi cerebrali, e potremmo continuare con Betty Edwards e le sue opere sull’arte “con la parte destra del cervello”, o con Daniel Day Lewis e la sua identifi­cazione psicofisica in Chri­sty Brown, artista capace di dipingere con la sola parte di sé in grado di muoversi:era il 1989 e il film che torna inevitabilmente in testa è Il mio piede sinistro di Jim Sheridan. Ancora il piede che percorre il mondo, le grandi città, come i deserti, con la sola compagnia di un calzino di spugna bianco e di una snea­ker sbrindellata, rimanda alla voglia di scoperta dell’a­dolescenza e alla lacerazione del lasciarsi dietro una parte di sé quando si va via da casa (allora il passato è chiuso in una scatola di ricordi spuri come calzini), alle contrad­dizioni di gusti e di pensieri che abitano in ogni essere umano, a quello scoprirci “uno, nessuno e centomila”, o a quelle coppie in cui le attitudini non combaciano. Così piuttosto che dilaniarsi, è meglio andare liberamente in cerca di ciò che si è, fino a incontrare chi risuona spon­taneamente con noi e che ci ama per ciò che siamo. E ancora si potrebbe conti­nuare, se non si fosse irretiti dal ritmo filosofico stralu­nato del testo di Zilio e, in un gioco di specchi, dalle tavole bonelliane di Agnello Modica. I due autori raccon­tano di diversità, ricerca di sé e autonomia, e dedicano a Pierdomenico Baccalario e Davide Calì: omaggio alla fertilità della creatività biu­nivoca.

Maria Grosso

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Recensione di A piede libero su Radio 105

29/04/2017 - Libri a Colacione, Bookblister

Ascolta la recensione di A piede libero sul podcast della radio.

La storia surreale di un piede in giro da solo - Recensione di A piede libero su Il Tirreno

06/04/2017 - Il Tirreno

Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo che potrebbe indurre a pensare a un poliziesco, perché “A piede libero” di Mirco Zilio e Giacomo Agnello Modica, pubblicato da Uovonero, non fa certo restare con il fiato sospeso. Niente suspense, niente tensione, niente matasse da sbrogliare, ma la voglia di capire come può andare a finire quella sì c’è, perché non capita tutti i giorni di trovarsi davanti alla vicenda di un piede che decide di andarsene in giro per il mondo lasciando a casa il proprio simmetrico consimile.
Storia surreale, magnificamente orchestrata, declinata ed illustrata, un po’ picture book per bambini che può affascinare anche gli adulti, e un po’— guardando alle illustrazioni — picture book per adulti che ha tutte le carte in regola per affascinare i più piccoli, la storia del piede che intraprende un viaggio alla ricerca di sé stesso è uno di quei libri che si fanno leggere e rileggere alla ricerca di sempre nuovi dettagli. Che possono essere i particolari di Parigi dove Piede Sinistro con relativa gamba maschile pelosa fa una puntatina dopo aver lasciato il pigro Piede Destro pantofolaio sul divano di casa, o le vette dell’Himalaya o le sabbie del Sahara, o ancora le profondità dei Caraibi. E ben vengano gli sguardi incuriositi dei piedi che incontra lungo la strada, sono la conferma della bellezza della sua diversità.

J.P.

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Il buio oltre la siepe - Recensione di Thornhill su Lettura candita

16/10/2017 - Lettura candita

"So che mentre scrivo queste cose al sicuro nella mia stanza, quando tutta la casa dorme in silenzio, lei tornerà quassù e il grattare, il graffiare, lo sbatacchiare, il bussare sulla mia porta ricominceranno. E so che resterò qui distesa facendomi piccola e tremando."

La data di questa pagina di diario di Mary, nell'orfanotrofio di Thornhill, è 30 aprile 1982. Da due mesi o poco meno nell'orfanotrofio è rientrata - in quella famiglia non l'hanno voluta - lei. Mary e lei per ironia della sorte si assomigliano, bionde con gli occhi chiari, ma Mary è silenziosa, mutismo selettivo, e vive le sue giornate isolata nella sua camera all'ultimo piano circondata dai meravigliosi pupazzi che costruisce per riempirsi le giornate piene di vuoto, mentre lei passa il suo tempo a comandare e a spargere carisma su un gruppetto di fedelissime coetanee.
Mary e lei condividono tuttavia un destino all'interno di quel luogo tetro, dal nome tetro. Una al di qua e una al di là della porta: una terrorizza l'altra, la tiene in costante scacco, facendole scherzi atroci, mettendole contro l'intera comunità, atterrendola con agghiaccianti visite notturne...
Talvolta c'è davvero un solo sottile diaframma di legno a tenerle separate. Due mondi di sofferenza che si toccano, che si respingono, che si cercano e si fuggono, due mondi in cui anche i pochi adulti di Thornhill non sanno penetrare.
Intrecciata alla storia piena di terrore della piccola orfana Mary, c'è quella di Ella, piena di inquietudine. Anche lei orfana, da poco si è trasferita con il padre in una nuova casa proprio di fronte al lugubre edificio di Thornhill, ormai vuoto e disabitato da anni.
Tra la storia di Mary e quella di Ella passano circa 35 anni, ma nonostante questo sembra che le loro solitudini si debbano incontrare. Tracce di una vita passata, quella di Mary, frammenti di oggetti che le sono appartenuti, affiorano qui e là e finiscono nelle mani di Ella che decide di andare al di là di quel filo spinato che nasconde il vecchio edificio cadente.
Segue le tracce lasciate da un'ombra.

Bang, che libro! Più di 500 pagine di un libro nero, nerissimo. Due storie distinte dal tempo che le tiene necessariamente lontane e che tuttavia possono intrecciarsi fin dalle prime pagine: la prima, quella di Mary, raccontata a parole, la seconda quella di Ella, raccontata per immagini.
Un paio di punti di contatto: la solitudine data dalla orfanezza di entrambe, e il luogo: Thornhill e le case che lo circondano.
Racchiusi da un filo spinato che sembra avvolgere, fin dai risguardi ma anche in senso metaforico, le due esistenze, i luoghi sono forse uno dei protagonisti chiave di questo romanzo di esordio di Pam Smy, importante figura dell'illustrazione anglosassone. Fin dalla copertina, in un lago di nero, appare una casa in una notte di luna piena che ne rende affilati (complice il leggero rilievo) i profili. Solo una finestra è illuminata e l'ombra di qualcuno guarda fuori.

Per l'appunto. In un loro continuo e ostinato dialogo tra dentro e fuori, i luoghi in Thornhill contribuiscono fortemente a dare spessore all'inquietudine che attraversa la narrazione: nella storia di Mary le porte sono davvero elementi chiave del racconto e in concreto rappresentano diaframmi di protezione o prigionia della sua fragilità nei confronti di lei. Analogamente le esplorazioni che Ella fa nel giardino incolto e che si spingono fin nell'edificio che, grazie a una chiave ritrovata, si apre svelando la camera di Mary, abitata dai suoi fantocci.

I pupazzi. Anch'essi costituiscono un elemento fondamentale intorno a cui Pam Smy costruisce il racconto. E, parimenti, sono anch'essi icona quasi imprescindibile dei buoni racconti del brivido.

Ad evidenza, la Smy sa il fatto suo anche in ambito narrativo. Tocca le corde giuste dell'immaginario collettivo e attraverso elementi concreti costruisce un pathos palpabile e dà spessore a una carrellata (ad eccezione forse delle figure degli adulti, tagliate un po' troppo grossolanamente) di personaggi da manuale. Mai, nemmeno per un momento Mary, lei o Ella (quest'ultima solo disegnata) perdono di credibilità e le loro dinamiche di relazione, che fornirebbero il fianco allo stereotipo e alla didascalia, sono sempre all'altezza di un romanzo di qualità. Sa essere spietata e dura nel raccontare gli scherzi e le trappole costruite per Mary, sa raccontare la fragilità che nasce dal bisogno dell'altro attraverso i toni intimi di un diario. Nel racconto per immagini, è abile nell'inserire indizi che permettano al giovane lettore di contestualizzare e di cogliere legami tra il presente e il passato, dissemina le tavole di dettagli che attraggono lo sguardo e che sono rivelatori di nessi altrimenti difficilmente ricostruibili.
E a parte tutto questo, due meriti ulteriori mi sento di ascriverle. Da un lato, una solida conoscenza della letteratura, anche e soprattutto classica (Il giardino segreto citato più volte), di questo genere. Svariate volte mi è parso di cogliere richiami più o meno espliciti ad altri romanzi, dalla Ruota degli elfi di Janet Taylor Lisle alla Casa delle vacanze di Clive Barker, solo per citarne due.
Dall'altro, il suo coraggio di confrontarsi con un modello narrativo ineguagliabile, quello di Selznick. Se nel tipo di immagine la diversità è immediatamente palpabile, nella tessitura tra testo e immagine il confronto non è così immediato. Anche in questo caso però Palm Smy decide per una via autonoma: laddove Selznick utilizzava i due registri lungo un unico vettore cronologico, la Smy se ne serve creando tra loro uno iato cronologico -quelle due pagine nere che ogni volta separano disegno da testo sono proprio una bella idea - che tuttavia lentamente ma inesorabilmente converge in un punto finale che, neanche sotto tortura, svelerò.

Carla Ghisalberti

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La scuola delle maestre - Recensione di Un pesce sull'albero su Libri calzelunghe

19/04/2017 - Libri Calzelunghe

Mi chiedo sempre più spesso quale sia il ruolo degli insegnanti e dei maestri oggi, e non solo nella scuola, ma mi rendo conto che è difficile fare una sintesi e forse è una presunzione voler generalizzare.
Nella letteratura degli ultimi anni maestri e professori non mi sembrano più quegli adulti conflittuali, ottusi e feroci, figli di un pensiero classista o poco attento all’infanzia: non sarebbero forse più credibili. Oggi l’insegnante sembra essere più empatico, attento, colloquiale e i bambini dei romanzi vivono con minor conflitto il rapporto, quasi che il confronto con questo adulto sia meno problematico, o forse l’insegnante sia diventato nella letteratura più comprensivo e aperto nei confronti dei ragazzi. I problemi scolastici si sono spostati sul bullismo, il rapporto con i pari, sulle proprie difficoltà e i propri inciampi, sulle relazioni problematiche con la famiglia che minano la serenità e il rendimento scolastico.
Agli insegnanti rimane la tentazione di cadere in un ruolo terapeutico senza avere un quadro preciso e puntuale della situazione, fino a minare il loro ruolo primario e a portare in confusione il bambino stesso. Il signor Daniels, insegnante in Un pesce sull’albero, supera egregiamente la sfida.

Riesce ad accorgersi del problema di Ally, giovane protagonista con grandi difficoltà legate alla sua dislessia mai compresa. La terapia che Ally seguirà, servirà ad aiutarla a leggere, ma soprattutto a riconquistare l’interesse per la scuola e ciò che essa rappresenta: la conoscenza, la relazione con gli altri, il far parte di una società. Ally in poco tempo guadagna un ruolo all’interno della sua classe, diventandone rappresentante, nella stessa misura con la quale riconquista fiducia in se stessa e nel suo ambiente. E fiducia verso un mondo che, fino a quel momento, sembrava non fare per lei.

Valeria Bodo

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Recensione di Un pesce sull'albero su Il libro del giorno di Fahrenheit

 

23/02/2016 - Radio Rai 3, Fahrenheit

Ally è così intelligente da riuscire a ingannare tantissime persone intelligenti. Ogni volta che arriva in una nuova scuola, riesce a nascondere la sua incapacità a leggere con stratagemmi ingegnosi e fuorvianti. È stanca di essere definita “lenta” e “sfigata”, ma ha paura di chiedere aiuto. Dopo tutto, pensa, come si fa a curare la stupidità? Però il signor Daniels, il nuovo insegnante di Ally, riesce a vedere la ragazza geniale e creativa che si nasconde in lei. Nel frattempo, Ally conosce la schietta Keisha e il geniale Albert, che insieme contribuiscono a rompere i suoi schemi. Con loro formerà un trio invincibile, in grado di contrastare e battere tutti quelli che con loro sono tutt’altro che gentili. All’ideale di essere accettata dagli altri, Ally comincia a sostituire quello di lottare ostinatamente per raggiungere quello che vuole: perché le grandi menti non pensano mai allo stesso modo.

Ascolta l'audio sul sito di Fahrenheit

 

La felice ostinazione dei desideri - Recensione di Un pesce sull'albero su La Stampa

09/05/2016 - La Stampa

Un pesce sull’albero (trad. Sante Bandirali, Uovonero, 2016, 270 pagine, 16,90 €, da 9 anni) di Lynda Mullaly Hunt, finalista al Premio Andersen 2016 nella categoria oltre i 12 anni, sarà invece al centro di un confronto a più voci sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento giovedì 12 maggio (ore 15) nello Spazio Book del Bookstock Village del Salone del Libro. La protagonista del romanzo, Ally, ha circa dodici anni ma non è mai riuscita a vincere la sua battaglia con la parola scritta: leggere per lei è un vero incubo. Tutto cambia quando incontra l'insegnante giusto, un supplente che conosce bene il problema della dislessia. Il libro, non a caso, è dedicato agli insegnanti “che vedono il bambino prima dello studente” e ai ragazzi che “trovano l'ostinazione necessaria” per superare gli ostacoli della vita. Ciò che rende speciale questa storia è la voce della sua protagonista, sincera e autentica. Il linguaggio, che è il problema di Ally, acquista nel racconto un ruolo centrale. La realtà e le parole non sono mai raccontate in modo banale, perché il punto di vista di Ally è unico e sorprendente. L'autrice, che a sua volta ha avuto difficoltà di lettura quando era bambina, conosce a fondo il mondo interiore del personaggio che sta raccontando e lo esprime attraverso immagini e metafore molto efficaci. Un pesce sull'albero, che rispetta tutti i criteri dell'alta leggibilità, è un romanzo indubbiamente studiato per spiegare un problema, ma riesce a farlo con naturalezza, senza mai distogliere l'attenzione dai personaggi e dai loro sentimenti.   

Mara Pace

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Recensione e nota del traduttore di Un pesce sull'albero su N.d.T.

15/04/2016 - N.d.T.

Un pesce sull’albero è una bella scoperta. L’agile e divertente romanzo di Lynda Mullaly Hunt, nella traduzione di Sante Bandirali, è un libro destinato ai ragazzi e risulta altrettanto coinvolgente e piacevole anche ai lettori adulti.
È scritto in prima persona dal punto di vista di Ally Nickerson, ragazzina di prima media alle prese con due ostacoli per lei insormontabili: leggere e scrivere. Le parole scritte sono un vero incubo, le lettere si muovono e sfuggono alla sua comprensione. Ogni giorno questa difficoltà le causa non solo problemi scolastici, ma anche disagi nelle relazioni coi coetanei. La brillante protagonista è ovviamente dislessica, ma non lo sa e non ne sono consapevoli neppure gli adulti attorno a lei, a scuola e a casa.
L’arrivo di un nuovo insegnante pone le basi del cambiamento. Si rivolge alla classe con modalità meno scontate e in alcuni casi rivoluzionarie, innesca reazioni e evoluzioni tra gli alunni e poi anche in Ally. Alla crescita personale si accompagna la nascita di rapporti di amicizia, i ragazzini si aiutano a vicenda, scoprono il loro valore intellettivo e umano, fino a confermare la massima di un dislessico illustre, Albert Einstein, che ha ispirato il titolo: Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la vita a credersi stupido.
È interessante scoprire che tutti possiamo trarre giovamento dai metodi alternativi di apprendimento messi in opera per aiutare i dislessici. Facilitano la ricerca di percorsi migliori a memorizzare o a comprendere le connessioni logiche. Per esempio, allorché ci accingiamo a comporre un puzzle da due o tremila pezzi e consideriamo indispensabile l’immagine di riferimento che ci mostra il quadro d’insieme, capiamo per analogia l’utilità di una mappa concettuale sotto forma di raffigurazione grafica come ausilio a chi è predisposto a pensare per immagini (visual thinker).
Per fortuna, oggi è sempre più diffusa la consapevolezza di quanto sia possibile e doveroso affrontare i DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) in modo costruttivo. Il vero problema sono le risorse a disposizione degli insegnanti, troppo spesso troppo limitate in termini di tempo e di strumenti.
Nella nota in calce al romanzo il traduttore precisa di avere adottato l’espressione «differenze di apprendimento», vigente nei paesi anglosassoni, in luogo di «disturbo dell’apprendimento», poiché fornisce un quadro troppo medicalizzato della dislessia. Sono d’accordo, e una cosa che cerco di insegnare ai miei piccoli allievi è che tutti quanti devono rendersi capaci di affrontare e superare le fatiche, a prescindere dal modo in cui si arriva al risultato. Alla fine si evita di trincerarsi dietro una certificazione non certo sufficiente a definirli né a farli crescere al meglio delle loro potenzialità.

Giulio Pianese

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Nota del traduttore Sante Bandirali

Sarò sincero: la mia situazione di editore e traduttore è una situazione privilegiata. Essere l'editore di un libro significa già credere nelle già sue qualità e investire sulle sue potenzialità. Nel caso poi di un piccolo editore il cui catalogo non raggiunge ancora i quaranta titoli, ogni libro è una tessera importante di un puzzle che rischia di non completarsi se vengono fatte scelte sbagliate. Per me i due ruoli coesistono fin dal primo approccio all'opera, nel senso che, da un lato, già in fase di valutazione del libro il traduttore fa capolino, domandandosi se e come i problemi di traduzione del testo possono trovare soluzione e quale può essere il significato complessivo dell'opera per il lettore italiano; dall'altro, l'amore per il libro che l'editore deve avere per scegliere di pubblicarlo si trasmette al traduttore senza mediazioni, trascinandolo con passione nel suo lavoro.
Fish on a tree di Lynda Mullaly Hunt mi ha colpito fin dalla prima lettura. Personaggi verosimili e amabili; un contesto (quello scolastico e famigliare delle piccola Ally) ben costruito e funzionale alla narrazione; dinamiche adolescenziali fin troppo realistiche, sia nelle sfumature intimistiche delle riflessioni di Ally, sia nell'atteggiamento strafottente di molti suoi coetanei, sia ancora nell'affettuosa relazione che si consolida sempre più con amici portatori di altri generi di diversità; altri rispetto a quella che segna la protagonista come uno stigma e genera in lei insicurezza, inadeguatezza e frustrazione: la dislessia.
È proprio questo tratto della personalità di Ally ad avermi attratto inizialmente, visto che uovonero nasce come editore che ha fra i suoi principali obiettivi quello di sensibilizzare i lettori nei confronti dei disturbi dell'apprendimento e dello sviluppo, oltre che creare libri adatti a giovani lettori che normalmente non potrebbero godere del piacere della lettura. Un pesce sull'albero si inquadra in modo duplice in questo progetto, sia come romanzo che aiuta a comprendere la dislessia e i disagi che ne conseguono, sia come libro realizzato con criteri grafici e tipografici ad alta leggibilità, che possono quindi contribuire ad avvicinare alla lettura proprio quelle ragazze e quei ragazzi che, come Ally, faticano a farlo ma possono essere ulteriormente stimolati da una vicenda che parla di una persona come loro, con le loro stesse difficoltà, ma al tempo stesso piena di risorse e che, grazie anche all'aiuto degli altri, riesce infine a trovare la strada per realizzare le proprie doti intellettuali e umane.
La lingua del romanzo è quella degli adolescenti americani, e si caratterizza per una colloquialità molto accentuata, che ha richiesto un ampio ricorso a un gergo familiare e adolescenziale dell'odierna realtà italiana. Inoltre, le difficoltà di lettura e scrittura che Ally incontra nel suo percorso scolastico hanno richiesto un adattamento a quelle di uno studente italiano nella stessa condizione. Ma Ally vive in un contesto dove la diversità è di casa, e anche i suoi amici si trovano in varie occasioni a fare un uso della lingua ludico, come nel caso di Oliver, o creativo, come fa Keisha coi messaggi nascosti nei dolci che cucina, o ancora filosofico-scientifico, come succede al malinconico genio di Albert.
Nella storia editoriale di uovonero, questo romanzo si colloca fra Il riscatto di Dond di Siobhan Dowd, incluso nella cinquina finalista del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2016 per la fascia d'età da 6 a 10 anni, e il progetto I libri di Camilla, che rappresenta una particolare esperienza di traduzione. In questa innovativa collana (Camilla è l'acronimo di «Collana di Albi Modificati Inclusivi per Letture Liberamente Accessibili») gli albi illustrati di più grande successo dell'editoria italiana per l'infanzia verranno pubblicati in una nuova versione, con doppio testo verbale e in simboli pittografici del sistema WLS, per consentire a tutti i bambini di accedere allo stesso libro, senza rinunciare alla bellezza e senza discriminazioni di sorta.

Sante Bandirali

Mi sento un pesce sull'albero: ti racconto la mia dislessia

28/03/2016 - Disabili.com

"La gente si comporta come se le parole 'lettrice lenta' dicessero tutto quello che c'è all'interno. Come se io fossi una lattina di zuppa e a loro bastasse leggere la lista degli ingredienti per sapere tutto di me. C'è un sacco di roba da sapere sulla zuppa che non si può mettere sull'etichetta…”

Giudicare le persone per quello che non sanno fare non è carino a nessuna età, tanto meno durante gli anni delle grandi insicurezze: la benedetta adolescenza, dove le parole pesano il doppio, e quello che gli altri pensano di te il triplo, ed estirpare questi giudizi è davvero difficile. "Non è possibile far uscire le parole dalle orecchie delle persone, dopo che ci sono entrate" dice a questo proposito Ally Nickerson, la protagonista che si racconta in prima persona nel romanzo “Un pesce sull'albero” di Mulally Hunt Lynda, edito da UovoNero.

Ally è una ragazzina piena di una creatività che non riesce ad esprimere nel modo giusto: il suoi ostacoli più grandi sono la dislessia e la paura di confessare come si sente a riguardo. Silenziosamente rispetto al suo problema, Ally ha cambiato sette scuole prima di ripetere per l'ennesima volta il suo calvario muto fatto di scarabocchi, punizioni e parole sempre uguali. Ma mai una parola sulle sue difficoltà, che neppure sa si chiamano dislessia. Sa solo che "Non conta quante volte ho pregato e lavorato e sperato, ma per me leggere è ancora come cercare di dare senso a una zuppa di alfabeto in lattina che è stata rovesciata in un piatto. Non so proprio come ci riescano gli altri".

E per Ally non solo è prendersi della maleducata per non voler andare alla lavagna, ma è anche un continuo fare figuracce: come quando, non riuscendo a leggerne la scritta, regala alla maestra un biglietto di condoglianze per il suo neonato.
Con la scuola e con i professori non va d'accordo: appena si trova sul punto di svelare come si sente, fa di tutto per creare equivoci (prendendosi in giro, offendendo gli altri involontariamente, mettendosi in imbarazzo): un masochismo che le costeranno la totale distanza dai professori – tutti tranne uno. “Al signor Daniels sembra che piaccia davvero che siamo tutti diversi” - lui, il poliedrico ed eccentrico professore che senza fare domande, un insolito esperimento alla volta, riesce a far emergere in Ally una sensazione per lei del tutto nuova: sentirsi brava ed adeguata in qualcosa. “…Si avvicina a me e fa una cosa che nessun insegnante ha mai fatto neanche una volta in tutta la mia vita. Mi dà un cinque. (...) è quello che desidero. Sentirmi come chiunque altro e che quando mi dicono che posso fare di meglio voglio che lo pensi veramente!".

Da sempre definita "lenta", grazie ai metodi alternativi del professor Daniels, Ally comincerà a prendere consapevolezza che la sua difficoltà non la definisce: "la lettrice lenta" non è tutta la sua persona. "La gente si comporta come se le parole 'lettrice lenta' dicessero tutto quello che c'è all'interno. Come se io fossi una lattina di zuppa e a loro bastasse leggere la lista degli ingredienti per sapere tutto di me. C'è un sacco di roba da sapere sulla zuppa che non si può mettere sull'etichetta, tipo che profumo ha e che sapore ha e come vi farà sentire caldi quando la mangerete. E io sono molto più di una semplice ragazza che non riesce a leggere bene".

E in un mondo – e un’età – in cui l'essere accettato dagli altri sembra essere la cosa più importante, Ally comincia ad usare tutte le sua capacità (nascoste dagli e agli altri) per ottenere realmente ciò che vuole, ovvero essere finalmente felice. Così, dopo la nuova consapevolezza di valere qualcosa, trova la forza di farsi sentire anche all’esterno, dove trova una insperata solidarietà contro i bulli. Dall'essere confinata ed etichettata come quella strana, Ally riuscirà ad attirare a sé due compagni di classe e insieme a loro combattere i “sicuri di sè” a cui piace tanto “tirare giù le persone” per farle sentire tristi... ma la verità è che “per logica, se una persona vuole tirarne giù un'altra, significa che lui o lei si trova già al di sotto dell'altra persona”.

“Un pesce sull'albero”, che deve il suo titolo proprio al celebre pensiero di Albert Einstein che disse

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”

...è un libro davvero da leggere e far leggere per capire quello che forse pensiamo di sapere, ma non immaginiamo quanto e come.
Se ci chiedessero di darne una descrizione, diremmo che questo romanzo - scritto peraltro in caratteri ad alta leggibilità - è un diario dettagliato sui pensieri e i sentimenti di una ragazzina emarginata per delle capacità che non sa controllare nè esprimere nella giusta maniera. Ma vi ritroviamo anche un elogio e un invito a tutti quei maestri pieni di passione che comprendono e potranno comprendere a pieno il significato di quegli occhi bassi o quei sorrisi sfuggenti dietro un banco di scuola.

Federica Scaramuzzi

Recensione di Un pesce sull'albero su AtlantideKids

14/03/2016 - AtlantideKids

"Quando saliamo in macchina, Travis dice: “Hai visto come quel tizio mi ha preso per un allocco? Cercava di fregarmi. Ricordati, Ally. Quando qualcuno ha scarse aspettative nei tuoi confronti, a volte puoi usarlo a tuo vantaggio”. Poi mi guarda dritto negli occhi e indica il mio naso. “Purché non abbia anche tu scarse aspettative nei confronti di te stessa. Capito?”

Ho scelto questo paragrafo per aprire la mia recensione perché trovo sia specchio di tutto il romanzo. La protagonista, Ally, una ragazzina sveglia, sveglia oltre la media, ascolta le parole del fratello Travis, il quale parla con un tono che è molto consapevole e che lascia intendere più di quanto non dica. Tono e sottintesi che si esplicitano anche nel lessico, anche nel fraseggio. “Allocco”, “fregare”, “scarse aspettative”, “vantaggio”, “te stessa”. C’è il passaggio dal ciò che vedono gli altri, le conseguenze di questa visione distorta e infine l’indagine su se stessi e la consapevolezza. Il “ricordati, Ally” dritto tra due punti, infine, mi ha suggerito una decisione e una premura che difficilmente Lynda Mullay Hunt avrebbe potuto rendere diversamente.

Ally è dislessica. È consapevole della sua difficoltà, che la condiziona pesantemente anche nella vita quotidiana, ma non è consapevole del fatto di esserlo. Non sa definire la propria difficoltà, quindi non sa come affrontarla e, ancora, la subisce. Però, ha una velocità di apprendimento e una rara intelligenza. Il che, sulle prime, sembra complicare le cose, piuttosto che il contrario. E ci si rende conto, man mano che si procede, di quanto contino gli insegnanti, quanto averne di eccellenti o di pessimi possa incidere sulla vita di ciascuno. Per Ally, la vita scolastica è un inferno di disagio e mortificazione, fino a quando, appunto, non subentra al precedente un insegnante illuminato, un insegnante votato al suo mestiere.

Una lettura avvincente, nel mezzo della quale ho incominciato a percepire una nota dissonante. Temevo che l’amicizia nata tra Ally, Albert e Keisha rispondesse allo stereotipo in cui spesso si incappa per contrastare lo stereotipo (il genio, l’anticonvenzionale, la ragazzina stramba contrapposti ai bulli e alle ragazzette frivole, vuote). In realtà, dopo aver rimuginato sulla questione, mi sono vista costretta a fare i conti con la realtà: non è piuttosto vero che in un contesto come quello scolastico, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E considerato che questa storia ha il sapore della realtà, il discorso torna. La dissonanza si attenua e diventa piuttosto armonica.

Le farfalle vengono da me. I loro colori e i motivi decorativi che hanno sulle ali mi fanno domandare perché non ho mai disegnato farfalle. Non volano come gli uccelli, in modo lineare, ma vanno un po’ di qua e un po’ di là. Mi chiedo se sono una farfalla anch’io.

Dopo aver passato tutta la sua esistenza a cercare di ingannare gli altri (spesso riuscendoci) con lo scopo di nascondersi, ritenendosi così come gli altri la definiscono, “lenta”, Ally riesce a cambiare prospettiva, a non voler più arrivare laddove vogliono gli altri, con volo dritto e lineare, ma esattamente laddove vuole lei stessa, con volo parabolico, volteggiante.

Un pesce sull’albero è un libro la cui lettura consiglio a ragazze e ragazzi dai 10 anni. Vi troveranno caparbietà, coraggio e sorrisi, di cui è meglio non fare senza.

Barbara Ferrero

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Biblioburro: Un pesce sull'albero

10/03/2016 - Briciole di pollicino

Te lo chiedi per tutta la durata del libro perché non è possibile che l'autrice possa descrivere in maniera tanto nitida una certa condizione senza averla vissuta in prima persona, ed alla fine della storia lo arrivi a scoprire. L'autrice è stata una bambina e poi una ragazza dislessica, con tutte le implicazioni e le difficoltà che la cosa comporta, soprattutto a scuola, proprio come la protagonista della storia. Per questo è riuscita perfettamente a raccontare la vita di una ragazza intelligente e molto portata per il disegno, che finisce invece regolarmente dal preside e viene etichettata dagli insegnanti come "difficile" e dai compagni come "sfigata". Fino a quando un professore sensibile ed attento scoprirà la verità.
Una storia da diffondere a macchia d'olio tra i ragazzi, perché possano riconoscersi senza imbarazzi inutili in Ally, o nella perfida Shay che si comporta da vera "bulla" con tutti, oppure nel geniale Albert, che subisce quotidianamente episodi di violenza e nessuno pare accorgersene. La dislessia alla fine come alibi per una storia che racconta benissimo la scuola, gli insegnanti stanchi ed annoiati ma anche quelli appassionati e sensibili, ma anche l'amicizia vera e profonda e la famiglia.

PS: Nei paesi anglosassoni la dislessia non viene considerata "un disturbo dell'apprendimento", bensì una "differenza di apprendimento".

Passpartù

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Differenze di apprendimento e differenti percorsi educativi - Recensione di Un pesce sull'albero su Zazie News

03/04/2016 - Zazie News

Ci sono bambini e ragazzi che portano fardelli più pesanti di altri, ci sono bambini e ragazzi che vorrebbero vivere una vita “normale” ed invece l’esistenza regala loro un carico di difficoltà difficile da sopportare.
Ci sono bambini e ragazzi che mettono a punto complesse strategie di sopravvivenza per eludere una realtà per niente inclusiva.
Ally, la protagonista di Un pesce sull’albero, il bel romanzo della scrittrice americana Lynda Mullay Hunt, è una di questi ragazzi.
Ally soffre la vita scolastica, soffre i cambiamenti da una città all’altra e il dover ricominciare da capo tutte le volte.
Ricominciare con insegnanti che sottolineano le sue difficoltà, la sua inadeguatezza, che non riconoscono i suoi sforzi, che interpretano le mancate abilità nella lettura e nella grafia, come svogliatezza e deliberata incuria.
Poi qualcosa cambia, l’aiutante magico delle fiabe può irrompere, all’improvviso, anche nella vita reale. L’aiutante ha il nome di mister Daniels, un insegnante che si pone di fronte alla classe in modo diverso, che ribalta schemi, che, nel cambiare posto ai ragazzi, determina anche un nuovo assetto fatto di relazione inedite e di compagni da scoprire.
Un libro capace di tenere un tono meravigliosamente lieve, usando una lingua (alta la traduzione di Sante Bandirali) che cattura, avvolge, una lingua, che esalta empatia e condivisione, perché
“a volte la cosa più coraggiosa che puoi fare è chiedere aiuto.”

Silvana Sola

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Recensione di Un pesce sull'albero di Area Di.To

17/02/2016 - Area Di.To

Non è facile per Ally: scuola nuova, compagni nuovi, professori nuovi e, come se non bastasse, quell’insopportabile sensazione di essere diversa dagli altri, stupida forse. Gli sforzi che la dodicenne fa per eguagliare i compagni in fatto di lettura e scrittura non trovano infatti un’adeguata soddisfazione (“Se cercare di leggere servisse a qualcosa – dice a un certo punto – sarei un genio”), tanto che Ally arriva più di una volta a un passo dal gettare la spugna. A remarle contro, almeno inizialmente, ci sono un’insegnante e una preside incapaci di leggere realmente il suo disagio e dei compagni di classe che, poco guidati ad accogliere la diversità, scivolano facilmente nella presa in giro. A casa, d’altro canto, il morale non si solleva granché: il fratello di Ally le manifesta un affetto enorme ma manca concretamente degli strumenti per aiutarla, la mamma riconosce i sui pregi e cerca di contenere i suoi insuccessi ma non ha molto tempo da dedicarle e il padre, pur amorevole e gran punto di riferimento, è fisicamente lontano per via di una missione militare. Tutti i venti paiono insomma soffiarle contro, almeno fino a quando la signora Hall non viene sostituita da un nuovo insegnante – il signor Daniel – strenuamente deciso ad aiutare i talenti di ciascun allievo a emergere. Inizia così per Ally un anno scolastico rivoluzionario in cui sperimentare nuove attività, in cui costruire amicizie autentiche e in cui scoprirsi e rivalorizzarsi. Intorno a lei ruotano moltissimi personaggi – compagni e familiari soprattutto – di cui Lynda Mullaly Hunt offre fin dalle prime pagine una rappresentazione eloquente (capiamo fin dall’inizio, insomma, da chi guardarci le spalle e in chi riporre invece fiducia). Quello dell’autrice è un tocco suggestivo che dipinge dapprima pochi tratti essenziali e dettaglia poi col tempo, offrendo un quadro chiaro fin da subito ma invogliando anche a riconoscere che dietro ogni persona – piacevole e antipatica che sia – si nasconde una storia che val la pena scoprire prima di emettere giudizi definitivi.
Dalla sua penna esce un ritratto illuminante non solo dei personaggi che entrano in campo ma anche e soprattutto del problema che affigge fin dalle prime pagine Ally e che segna in qualche modo lo sviluppo del racconto. Mirabile è la maniera chirurgica in cui Lynda Mullaly Hunt disseziona e restituisce i sentimenti della protagonista di fronte alla squilibrata bilancia sforzi-successi della sua vita e al profondo senso di inadeguatezza (parola chiave che forse ben condensa il preciso focus del libro) che la dislessia le provoca, arrivando a minare la stessa capacità di desiderare. Con spunti interessanti sulla vergogna provata (che può portare a preferire l’apparire cattivi piuttosto che stupidi), sul sentirsi soli (cosa che ben si distingue dall’essere solitari) o sull’enorme potere riconosciuto alle parole (che come le uova vanno trattate con prudenza, “perché nessuna delle due cose può essere riparata”) , Un pesce sull’albero appare un prezioso concentrato di riflessioni sui disturbi specifici dell’apprendimento e sui vissuti che ad essi si associano: un piccolo saggio, insomma, nascosto in un bellissimo romanzo, che molti insegnanti e operatori troverebbero utile per la loro professione.
L’autrice riesce a costruire questo effetto, ricorrendo tra le altre cose a un uso efficace e ricorrente di immagini e metafore, come quella della moneta con un’imperfezione che vale più di una perfetta o delle farfalle che non volano in modo lineare cime gli uccelli ma va un po’ di qua e un po’ di là. Questa precisa scelta stilistica, mantenuta per l’intero corso del racconto, contribuisce a rendere incisiva la narrazione, rinvigorendo l’effetto coinvolgente già dovuto ad alcuni personaggi memorabili e ad una rara lucidità esplorativa di argomenti complessi. Si capisce chiaramente, prima ancora che l’autrice lo espliciti in terza di copertina, che le pagine trasudano un vissuto personale, che c’è consapevolezza e competenza tra le righe. Non solo, il libro guadagna credibilità anche dall’inserimento della dislessia in un contesto scolastico variegato, in cui le difficoltà e le diversità sono tante e differenti. La classe di Ally è in qualche modo una classe reale, dove c’è chi mangia in mensa grazie al contributo della scuola, chi fatica a mantenere la concentrazione, chi ha origini straniere, chi ha a che fare con i bulli e chi, appunto, ha difficoltà con la lettura.
In questo contesto, ciò che rende esemplare e straordinario un professore come il signor Daniels – vera figura chiave del romanzo, che tanto felicemente esprime il bisogno di maestri pazienti, caparbi e lungimiranti – è la capacità di riservare un occhio di riguardo a ogni allievo e alle sue specificità, di dedicare la giusta attenzione a ogni situazione e di cercare la strategia più adeguata per supportarla. Così, il professor Daniel insiste perché Ally si cimenti in un corso di scacchi che le renda chiaro il suo modo di pensare fuori dagli schemi, concorda con Oliver un segnale segreto per ricordargli di non farsi travolgere da parole e pensieri, e più in generale riserva una parola di incoraggiamento per ognuno dei “suoi fantastici”. Ecco, forse della parola “fantastico” il signor Daniels fa un uso un tantino eccessivo ma val la pena di perdonarlo. Irresistibile e travolgente è infatti il suo modo di fare, tanto che a stento si può resistere al desiderio di averlo (o averlo avuto) come insegnante. In lui ritroviamo prima di tutto la figura di un educatore – colui che ex-duce, che tira cioè fuori dai suoi alunni la loro personalità, la fiducia in loro stessi, la consapevolezza delle proprie capacità, dei propri limiti e del proprio “funzionamento”, piuttosto che limitarsi a ficcare nozioni dentro le loro zucche.
Ciliegina sulla torta, come gli altri volumi della collana in cui è inserito, Un pesce sull’albero è pubblicato ad alta leggibilità così da risultare più fruibile anche in caso di dislessia. Così come la serie di Hank Zipzer (peraltro ormai divenuta un classico in America e citata dall’autrice nel libro, creando un simpatico e involontario gioco di rimando interni per la casa editrice Uovonero) anche questo volume impiega un Verdana modificato (leggermente più piccolo rispetto ai libri di Lin Oliver e Henry Winkler, come si conviene ai lettori delle medie cui il libri principalmente si rivolge), una carta avoriata, una spaziatura maggiore e un’assenza di giustificazione testuale. Tutto questo contribuisce a fissare la lettura e a renderla meno ballerina agli occhi di chi come Ally si chiede “come faranno gli altri a leggere lettere che si muovono?”. Mai collana fu in qualche modo più azzeccata di questa delle Abbecedanze (il cui sottotitolo è per l’appunto: Quando le lettere non vogliono saperne di restare ferme, possiamo imparare a danzare con loro), per un libro che sulle lettere che “sembrano scarabocchi danzanti”, ha costruito un racconto davvero significativo.

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Recensione di Un pesce sull'albero su Popotus

15/02/2016 - Popotus

Che ci fa un pesce rosso accomodato tra i rami di un albero stilizzato? E’ la quarta di copertina a illuminare l’illustrazione e il titolo, Un pesce sull’albero,
di questo romanzo firmato dall’autrice americana ex insegnante, Lynda Mullaly Hunt: una frase attribuita, chissà se a ragione, ad Albert Einstein: "Ognuno di noi è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido". In questo caso il pesce è una ragazzina geniale ma con grandi difficoltà nella lettura e nella scrittura. Ally Nickerson è la tipica allieva che gli insegnanti non vedono nella sua complessità e non sapendo da che parte prenderla, preferiscono considerarla lavativa, disimpegnata, ribelle e strafottente. E in fin dei conti irrecuperabile. Si limitano a rifilarle note e a incitarla a impegnarsi, a fare di più, pensando che le sue prove negative siano esclusivamente questione di volontà. E poi ci sono i compagni, mai teneri con le sue incapacità, anzi, violenti e arroganti, crudeli e maliziosi salvo pochi. Convinta di essere odiata dal mondo intero, Ally diventa bersaglio di critiche feroci, violenze verbali, prepotenze ed esclusioni che metterebbero fuori gioco chiunque. Del resto chiunque in quelle condizioni si sentirebbe stupido e incurabile. Poi un giorno arriva il signor Daniels, un supplente attento alle personalità e alle capacità dei ragazzi, un giovane pieno di idee nuove su cosa significhi insegnare. Non travasare saperi da una mente all’altra ma suscitare riflessioni, fare domande, chiedere racconti e risposte sul proprio mondo interiore. E’ lui a scoprire le doti di Ally a capire che non è per nulla una ragazza limitata, ma al contrario una persona creativa e con un’intelligenza rara e brillante che procede con schemi diversi dalla media. Sarà lui a capire quale tortura siano le parole da leggere o scrivere per Ally, alle prese però con una dislessia che nessuno ha riconosciuto dietro la sua arte sottile di nascondere le difficoltà. Lui a ridarle fiducia nelle proprie risorse e nella propria capacità di imparare. Oltre che nella possibilità di essere aiutata. Un pesce sull’albero racconta la doppia faccia della scuola di ogni latitudine, quella spiccia e ripetitiva che esige la normalità e premia il conformismo e quella che guarda con attenzione a ogni singolo e cerca strategie adeguate alle differenti capacità di apprendimento.
E’ eloquente la dedica dell’autrice ai ragazzi che cercano “con ostinazione di affrontare le sfide della vita” e
“agli insegnanti che vedono il bambino prima dello studente, che ci ricordano che ciascuno di noi ha talenti particolari da donare al mondo, che incoraggiano a distinguersi anziché ad adattarsi”. Pubblica l’editore Uovonero (14 euro) nel consueto font ad alta leggibilità. Dai 12 anni

Rossana Sisti

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Recensione di Un pesce sull'albero sul Le letture di Biblioragazzi

02/04/2016 - Le letture di Biblioragazzi

Ally Nickerson adora il disegno, la matematica e “Alice nel Paese delle Meraviglie” che il suo nonno sempre le leggeva; odia invece andare a scuola, tanto che la domenica sera si sente pesante, molto più pesante del solito. Tutto dipende dalle difficoltà che incontra nel leggere e nello scrivere e che molti imputano alla sua bassa capacità di applicarsi o ai tanti traslochi che hanno implicato cambiamenti di classi. Siccome è intelligente nelle risposte e brava in alcune materie, gli insegnati credono che faccia apposta a comportarsi in modo sconsiderato e parecchi compagni la prendono in giro. L’arrivo di un supplente sarà la sua fortuna: il signor Daniels ha un approccio diverso alla classe, sfida i suoi studenti sottoponendo loro domande, richieste di definizioni e esperimenti, cambia i posti e consegna ad Ally le carte per giocarsi un cambiamento. A partire dalla possibilità di conoscere meglio alcuni compagni di classe e di diventare amica di Keisha e Albert, abbattendo quella solitudine che la ragazzina sa definire così bene.

Capita una mattina in cui scegli di dedicarti a romanzi appena usciti e ti ritrovi con l’imbarazzo addosso, deludenti letture di autrici che han saputo fare molto meglio; poi suona il campanello, il corriere consegna dei pacchi e uno contiene proprio questo libro, ti siedi e lo leggi tutto per riconciliarti con la buona narrativa. A dispetto del tema principale della dislessia che potrebbe far storcere il naso a qualcuno etichettandolo come l’ennesimo libro “ad argomento dato”, ecco invece un sapiente ritratto sulla scuola, sulle difficoltà, sulla famiglia, sui legami di amicizia e uno splendido ritratto di insegnante che sa vedere, sa coinvolgere, sa prendere parte; un ritratto che non nasconde realtà, aspetti positivi e negativi (ci sono anche insegnanti che non capiscono, che non hanno passione del proprio lavoro). Insomma, un libro divertente e saggio che – come si sarebbe detto nella famiglia di Ally – non è certo un gettone di legno, ma un prezioso dollaro d’argento.

Caterina Ramonda

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Ally, le parole ballano - Recensione di Un pesce sull'albero su Il Manifesto

Il Manifesto 30.01.2016

EverTeen. «Un pesce sull'albero» di Lynda Mullaly Hunt è il libro in uscita il 4 febbraio per Uovonero. Un romanzo che racconta la difficoltà e la bellezza di avere una «mente diversa». Per Ally, le lettere scritte sulle pagine sono una fila scomposta di scarafaggi neri: riuscirebbe a decifrarle ma ci vorrebbe tanto di quel tempo che vale la pena arrendersi prima ancora di cominciare. E il problema non è solo questo: avere un’intelligenza arguta, decisamente sopra la media, e un modo di vedere le cose del tutto originale la porta a infilarsi in guai ogni volta che cambia scuola e a finire molte, troppe volte seduta nella stanza della preside di turno. E doversi spiegare per lei non è semplicissimo, perché spesso non lo sa che sta facendo la cosa sbagliata, almeno sbagliata per le persone «normali». Niente di particolare, ma Ally ha difficoltà nella lettura e nello scrivere: a raccontare è un portento se le va e il signor Daniels, suo nuovo insegnante, ama quel suo modo di essere «fuori dagli schemi». Sarà con il suo aiuto che Ally potrà iniziare un percorso di crescita da «inadeguata felice», anche imparando a giocare a scacchi con lui invece di fare i compiti, come tutti gli altri, sbuffando nei pomeriggi uggiosi a casa. Su questa strada costellata di sorprese educative, verrà dissipata anche la sua solitudine, incontrerà altri due compagni - un ragazzo, Albert, e una ragazza, Keisha - capaci di «distinguersi» in attività stravaganti come lei. Che sa usare le parole scartando dai luoghi comuni,ma non le riconosce al primo impatto visivo sui libri. Tanto da pensare che Noah Webster, inventore del primo dizionario americano, sia un «vero delinquente» perché prima le persone l’ortografia se la inventavano senza problemi. Un pesce sull’albero, il romanzo di Lynda Mullaly Hunt, in uscita per Uovonero il 4 febbraio prossimo, segue da vicino il turbamento provocato dalla dislessia in Ally che cerca di nascondere quella «scomoda» diversità evitando i compiti in classe. Ma l’amore per le parole, il riconoscimento del loro potere terapeutico nelle relazioni umane («mio nonno diceva sempre di essere prudenti con le uova e le parole, perché nessuna delle due cose può essere riparata») aiuterà non poco Ally a dipanare la matassa dei suoi pensieri.Campionessa di scacchi insieme al prof Daniels, in grado di prendere in giro una supplente dai modi offensivi («non ho lasciato il foglio bianco, ho disegnato un fantasma in una bufera di neve»:così la metterà a tacere), di affidarsi a sua madre nei momenti peggiori, Ally scoprirà che anche Einstein, Disney, Picasso, Edison e Lennon erano tutti dislessici. Le più belle menti passate su questa terra.

Arianna Di Genova

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Recensione di Liberi tutti! su Puer Ludens

Puer Ludens - 11/09/2016

Il gioco è un’esperienza vitale e primaria perché consente di sperimentare il rischio, che costituisce una prova fondamentale per collocarsi davanti a un ostacolo, elaborare strategie per superarlo, vivere la soddisfazione del superamento o la frustrazione per non esserci riusciti.

L’errore, il rischio, la prova, l’avventura, suggerisce Arianna Papini attraverso la potenza di immagini poetanti e l’essenzialità di parole che disegnano mondi, permettono al bambino, all’adulto, a chiunque, di incontrare l’inconsueto, di scoprire qualcosa che non ci aspettavamo, di generare un apprendimento autentico.

Domani riaprono le porte, a volte pesanti a volte impenetrabili, delle scuole. Ci piacerebbe suggerirvi, per quest' ultimo giorno di vacanza, la lettura del testo di Arianna Papini per continuare a giocare, immaginare, scoprire, sporcarsi, stupirsi, sognare. Nonostante tutto.

Elisa Rossoni

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Recensione di Liberi tutti! su Milk Book

Milk Book - 26/04/2016

Quali sono i NO che aiutano a crescere e quali quelli che invece inibiscono i nostri bambini? Scopriamolo, insieme agli esempi di Arianna Papini.

C’è la neve, bisogna coprirsi bene, certo. Ma i bambini possono (devono!) uscire fuori e affondare i piedi nel manto bianco, annusare la neve, rotolarsi. Un paesaggio innevato offre anche l’occasione per assaporare il silenzio, per starsene in pace con se stessi.

E la terra? Quanto infastidisce noi adulti… Sì è vero, sporca, si infila fra i capelli e sotto le unghie… ma il divertimento che procura ai piccoli, quando giocano con essa, è impagabile. E allora diciamo sì!, con l’accortezza magari di far loro indossare abiti pratici.

E ancora… la pioggia, la notte, il buio, il sole, il mare. Ogni cosa può nascondere delle insidie, ma allo stesso tempo è capace di sprigionare energia, bellezza, mistero, allegria, gioia. Dire NO equivarrebbe a privarsi di tutto ciò. A intimorire e spegnere l’entusiasmo.

Si può dire SÌ, invece, in modo convinto e sorridente. E osservare i nostri bambini durante le loro scoperte, aiutarli se serve, incoraggiarli, stare al loro fianco senza invadenza. Noi ci saremo sempre per cercare di far fronte ai potenziali pericoli che correranno. Ma loro devono provare, sperimentare, andare, liberi di trovare la propria strada.

Arianna Papini, in questo albo illustrato rarefatto e sorprendente, ci fa comprendere tutto questo senza illustrare alcun bambino, senza spiegare nulla, lasciando ampi margini di bianco e di riflessione.

di Francesca Tamberlani

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Recensione di Liberi tutti! su Libri Manent

Libri Manent - 26/02/2016

Torniamo (sempre molto volentieri) tra le pagine di Uovonero, editore cremonese da sempre in grado di stupire, non solo per la rara attenzione alle disabilità, ma anche e soprattutto per il coraggio di osare, che si concretizza sempre più in una serie di pubblicazioni diversificate pronte a sorprendere e coinvolgere target differenti.

Un nuovo esempio coerente con il modus operandi dell’editore è senza dubbio rappresentato da questo curioso “Liberi tutti”, dedicato alle “educatrici dei nidi di montagna e al loro splendido lavoro sul diritto al rischio, cui questo libro si ispira”.

Una semplice e quasi silente narrazione, basata sulla dicotomia coraggio-paura che alimenta la narrazione, ponendo l'accento proprio sulla necessità di provare e trovare il proprio sentiero per affrontare i timori, le difficoltà e la solitudine, cercando di andare oltre le titubanze per affrontare la vita.

A raccontare la vicenda è Arianna Papini, ancora una volta impeccabile nella sua arte ricca di delicate sfumature, in grado di alimentare una curiosa alternanza tra staticità e dinamismo, qui leggibile mediante tecniche miste, ideali per portarci verso le delicate sfumature dei pastelli.

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L'allegria del popolo

Il Manifesto - 03/06/2017

«E pensai che comunque la mia vita era stata bella, e che ero sempre Mané Garrincha, l’ala destra del Brasile, il passerotto con un’ala sola, quinto figlio di Amaro e Carolina, storpio e calciatore». Così si esprimeva Garrincha, pseudonimo di Manoel Francisco Dos Santos, mito del calcio brasiliano, morto indigente in età ancor giovane all’età di 49 anni nel 1983, distrutto dalla cirrosi epatica e da un edema polmonare. Ora Antonio Ferrara, scrittore e illustratore, per il suo esordio nel graphic novel («Garrincha – L’angelo dalle gambe storte» Edizioni Uovo Nero, euro 15), rinverdisce la memoria di questo personaggio che entusiasmò le folle a cavallo degli anni 50 e 60 del secolo scorso. Considerato da tanti uno dei più grandi calciatori del mondo dopo Pelé (partecipò a tre edizioni dei campionati mondiali vincendone due), Garrincha fu un fenomeno in tutti i sensi a partire dalle sue proibitive (almeno così avevano diagnosticato i medici dichiarandolo invalido e sconsigliandolo di giocare a calcio) condizioni fisiche dovute probabilmente alla poliomielite: spina dorsale deformata, sbilanciamento del bacino, alcuni centimetri di differenza tra la lunghezza di una gamba e l’altra, per non parlare di uno strabismo. Ma tutto ciò non gli impedì di diventare quel che diventò. A Garrincha furono dedicati diverse elogi, sia giornalistici che artistici. Vinicius De Moraes gli dedicò la canzone «L’angelo dalle gambe storte» (da cui prende il titolo il libro di Ferrara) in cui tra l’altro diceva: «A un passo da Didi, Garrincha avanza / Incollato il cuoio ai piedi, lo sguardo attento / …Ha un presentimento; e poi si lancia / Più rapido del suo pensiero». Joaquim Pedro De Andrade, esponente del Cinéma Novo brasiliano gli dedicò nel 1962 il bel documentario «Garrincha, alegria do povo» (Garrincha, gioia del popolo) e in questo graphic novel l’omaggio al film di De Andrade è presente ma l’autore sposta l’attenzione più sul Garrincha privato, sui suoi rapporti umani e sulle sue debolezze, sui suoi dolori psichici e fisici a partire proprio da quello debilitante e decisivo del ginocchio: «E per non sentire il dolore mi facevo fare le infiltrazioni nel ginocchio ché giocare a pallone era tutta la mia vita. E poi ci fu il fallo di Zito, che con la scarpa mi beccò proprio sul ginocchio malato». Fu la fine di una carriera eccezionale. «Steso sul letto dell’ospedale, guardavo il cielo, guardavo le nuvole, e mi passarono negli occhi i miei tiri a effetto, i dribbling, i miei 14 figli».

Michele Fumagallo

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Recensione di Liberi tutti! su Pepe Verde

Pepe Verde n.67 - gennaio/marzo 2016

Se esite un diritto al rischio, bene lo descrive Arianna Papini nel suo Liberi tutti! Ormai molti sono i libri e gli autori che, con correttezza e autorevolezza, hanno parlato dei no da dire ai bambini, delle frustrazioni che fanno crescere, dell'importanza delle regole. Tutto vero. Ma si cresce anche, e soprattutto, facendo, provando, rischiando.
Ogni cosa o evento ha in sé un aspetto potenzialmente negativo ma anche una opportunità di scoperta e bellezza. Gli adulti spesso hanno paura e faticano a lasciar andare, vedendo ovunque minacce e pericoli, e così facendo cadono nella trappola dell'iperprotettività.
Ma ogni bambino ha il diritto di sporcarsi con la terra, di fare "splash splash" nelle pozzanghere, di buttarsi tra le onde per cercae i pesci, di respirare la gioia della vita sognando di volare, di giocare con la neve . E se cadrà? Si rialzerà. Più forte, più saldo e felice di prima.
Cosa ci sarà oltre la gabbia del coniglio? Adesso, sicurammente, la paura di uscire, ma... rischia! Esci! Nel prato sterminato, oltre le piccole sbarre che delimitano il mondo ristretto che è stato il tuo fino a quel momento, c'è libertà. è l'immagine finale di questo delicato albo illustrato a racchiudere l'idea che se a prevalere sono paura, insicurezza e rifiuto, vengono tolte ai bambini importanti opportunità di esperienza, di conoscenza e di crescita. E allore basta un po' di coraggio pr uscire da quella gabbia e con un balzo... Liberi tutti!

Clelia Tollot

Vita di Garrincha, calciatore straordinario - Recensione di Garrincha su SuperAbile

SuperAbile - Luglio 2016

Vita di Garrincha, calciatore straordinarioNon aveva più di quattro anni e già camminava ovunque col suo pallone attaccato ai piedi, in cucina, nei prati, nel fiume. E fu proprio in quel periodo che sua sorella cominciò a chiamarlo Garrincha, passero, perché era piccolo e fragile come un uccellino. Quello strano nome gli rimase attaccato addosso e con esso passò alla storia del calcio come uno dei più forti giocatori di tutti i tempi. Nonostante la spina dorsale storta, il bacino sbilanciato e una gamba di sei centimetri più corta dell’altra per via della poliomielite che lo aveva colpito da bambino. E malgrado i medici lo avessero dichiarato un invalido, che non avrebbe mai potuto giocare a calcio.Alla parabola di Manoel Francisco dos Santos, considerato da molti il secondo miglior calciatore brasiliano dopo Pelè, è dedicato Garrincha. L’angelo dalle gambe storte, il volume appena pubblicato dall'editore Uovonero: un graphic novel tenero e struggente firmato dallo scrittore e illustratore Antonio Ferrara, già premio Andersen nel 2012. Ma soprattutto una ricostruzione biografica che poco ha a che fare con la narrazione, sempre più frequente in questi anni, della persona disabile che con estro e tenacia riesce a superare i propri limiti oggettivi, dimostrando al mondo che se ci credi, ce la fai. Nel volume di Ferrara, infatti, Garrincha è in primo luogo un uomo baciato da uno strano destino: sul campo può dribblare qualsiasi avversario, ma non riesce a vincere la partita della vita. Che gli riserva enormi successi sportivi e difficoltà insormontabili, soprattutto nella gestione dei tanti soldi piovuti all’improvviso e nel rapporto con le donne e con i suoi 14 figli.

Antonella Patete

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Recensione di Garrincha su Radio Onda d'Urto

Radio Onda d'Urto, programma: Flatlandia - 30/05/2016 

Il primo graphic novel pubblicato dalla casa editrice Uovonero è Garrincha. L’angelo dalle gambe storte. Il libro parla dell’incredibile vita di Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha, uno dei più grandi giocatori della storia del calcio nonostante, a causa della poliomelite, avesse le gambe storte. L’autore è Antonio Ferrara che abbiamo sentito al telefono.

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Recensione di Garrincha su Area Onlus

Area Onlus - 30/05/2017

La storia di Garrincha – mitica ala destra del Brasile e stella del Botafogo – ha fatto impazzire migliaia di appassionati di calcio degli anni cinquanta e sessanta. Con tutta probabilità, gli adolescenti del nuovo secolo il nome di Manoeal Franciscos Dos Santos non dice assolutamente nulla ma la sua parabola esistenziale è talmente avvincente che tempo e periodo storico finiscono per contare proprio poco quando ci si addentra tra le pagine che Uovonero dedica a questa figura dalle tinte chiaroscure, instancabilmente altalentante tra povertà e ricchezza, dedizione e sregolatezza, talento e disabilità. Quella dell’uccellino Garrincha, che con le sue gambe storte ha saputo conquistare un’intera generazione di tifosi, diventa così facilmente una figura emblematica di contraddittoria umanità fornendo inoltre una rappresentazione piuttosto inedita dell’handicap e dei suoi inattesi risvolti.

La composizione di questa graphic novel, firmata nei testi e nelle illustrazioni da Antonio Ferrara, è affascinante. I baloons veri e propri, ridotti nel numero in verità, portano alle orecchie del lettore voci autentiche e un parlato stringato che sa di vero. Il racconto che invece sta fuori dalle nuvole riporta puntualmente il punto di vista del protagonista, seguendo un ritmo tormentato che calza a pennello sulla sua vicenda personale. La scelta di immagini dal tratto serigrafico sottolinea il sapore leggendario di quanto narrato, mentre l’uso sapiente di riquadri di diversi dimensioni, di vuoti e pieni, di figure abbozzate che rinunciano ai dettagli per privilegiare l’espressività, regala a questo volume un aspetto originale e intrigante.

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Libreria: Garrincha

Opinione Pubblica - 17/05/2016

Il più grande di tutti, secondo i brasiliani. Anche di Pelé. La vera gioia del popolo, alegria do povo. Al secolo Manoel Francisco dos Santos, nome di battaglia Garrincha. Il soprannome deriva da un piccolo passero, tutto nero, e glielo diede la sorella. Il piccolo Mané infatti era un passerotto con un’ala sola, aveva una gamba più corta dell’altra, oltre ad un’altra serie di difetti congeniti, dallo strabismo alla spina dorsale deforme. Uno storpio, per usare le parole del libro. Uno storpio che però con il pallone poteva letteralmente fare quello che voleva. Saltava gli avversari come birilli, disegnava traiettorie incredibili, sapeva esaltare compagni e tifosi come nessuno prima (e dopo) di lui. 

“Solo una cosa mi riusciva. Giocare a pallone. Era la mia forza”

Quasi totalmente analfabeta, ignorante come una capra, conosceva una sola cultura, quella internazionale del pallone.

La sua vita, anzi la sua fiaba, rivive in queste pagine dell’illustratore Antonio Ferrara, celebre disegnatore di romanzi per ragazzi. Con “Garrincha. L’angelo dalle gambe storte” esordisce nella categoria “graphic novel” o romanzo grafico per usare una dicitura italiana.

Il Garrincha di Ferrara è una fiaba intergenerazionale. Semplice, diretta, è un libro “0-99”. Per sognare il mito di Garrincha, a tutte le età.

Marco Bagozzi

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Recensione di Garrincha su IndiePerCui

Indiepercui - 16/05/2016

Sapeva dribblare, sapeva fare assist, riusciva a ristabilire equilibri portentosi ed era in primis amato dal suo Brasile, avvolgendo di stati emozionali l’intero pubblico che assisteva alle sue partite, un calciatore in grado di confezionare prove strabilianti e soprattutto capace di essere umano, di quell’umanità che si infrange al suolo e crea una comunione d’intenti con chi ha sofferto ed è risorto, ma che ha mantenuto un continuo approccio umile verso chi lo circonda, un’esigenza che diventa comunione tra passato e presente, mantenendo una componente ludica essenziale e vitale, unico riferimento epocale per una classe che non chiede, ma dona.

Questo era Garrincha, ma Garrincha era anche quel giocatore che, a parere dei medici, non sarebbe mai potuto diventare un calciatore in quanto soffriva di strabismo, aveva la spina dorsale deformata, uno sbilanciamento del bacino e sei centimetri di differenza in lunghezza tra le gambe, un uomo che viveva d’istinto e forte della sua passione concedeva il suo tempo ad unico scopo: far si che la partita fosse un’occasione, non solo per dimostrare le sue capacità, ma era essa stessa prova per dare un senso alla propria vita.

In questo essenziale fumetto di Antonio Ferrara, già Premio Andersen nel 2012 come autore di Ero cattivo e nel 2015 come illustratore del libro Io sono così, la vita di Garrincha scorre quasi come una biografia, ma da un certo punto in poi la narrazione diventa secondaria, concentrandosi soprattutto sul senso profondo e sul messaggio da comunicare, l’essere diversi ti permette di creare delle cose fantastiche e la finalità unitaria del nostro essere prende il sopravvento in una soggettività che ci rende unici a dispetto dei pareri altrui; noi sola forza di conquista, noi esseri capaci di meraviglie in una cooperazione, ecco il gioco di squadra, che può segnare il nostro presente e il nostro futuro.

Testi che mirano all’essenza e disegni simbolo tante volte lasciati all’interpretazione, dipingono Garrincha come una squadra, un’insieme di possibilità e larghe vedute, costituite da un unico soggetto, bonario e audace, coronato da una vita piena di peripezie amorose e figli geograficamente lontani, una vita iniziata tra il lavoro e la fame e finita miseramente tra l’alcol e gli stenti, una vita però che ha avuto senso di essere vissuta, quella vita bella e memorabile quasi come un’avventura, fatta per essere assaporata nella sua eterna generosità.

Ora che il passero Garrincha, ha smesso di volare, noi lo ricorderemo come pioniere dell’integrazione nella diversità, frutto di una valorizzazione che deve continuare ad esserci per dare una seconda possibilità alle generazioni che verranno; tra passato e presente questo fumetto crea ponti di opportunità e non smette di farci volare, sognando ancora un mondo diverso, migliore.

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Garrincha, la storia a fumetti dell'angelo dalle gambe storte

Il Fatto Quotidiano - 04/05/2016

Il calcio, al netto di quello che è diventato, – una macchina da soldi e di interessi che poco hanno a che vedere con l’essenza dello sport –è sempre stato in grado di regalarci storie fantastiche. Avventure, tragedie e imprese tanto romantiche quanto assurde per la loro verosimiglianza. Vittorie clamorose con le quali interi popoli si sono presi la rivalsa su altri: La mano de Dios che diede il trionfo all’Argentina sull’Inghilterra nei quarti di finale dei Mondiali di Messico‘86 –vera e propria vendetta per la guerra delle Falkland consumatasi solo quattro anni prima ­, o ancora il gol con il quale Jurgen Sparwasser, bomber della  Ddr, stese i cugini dell’Ovest nella prima fase del Campionato del Mondo del 1974. E ancora storie e drammi personali. La caviglia destra di VanBasten, leg inocchia gracili di Ronaldo e RobertoBaggio. La leggenda di Socrates, “l’intellettuale con i tacchetti”, e il rivoluzionario esperimento della Democracia Corinthiana. Tragedie: quella di Superga che mise fine alla favola del Grande Torino, la follia hooligans dell’Heyselele 96 vittime di Hillsborough. O liete favole: prendiamo quella fresca fresca del povero Leicester di Ranieri diventato campione d’Inghilterra per la prima volta nei suoi oltre 120 anni di storia, in un campionato dominato dai multimiliardari club di sceicchi e magnati del petrolio. Storie che, nel bene o nel male, da sempre hanno fatto da cornice a quanto si andava consumando sui rettangoli da gioco e che hanno permesso, a quello che resta pur sempre lo sport più “popolare” tra tutti, di levarsi di dosso la fin troppo superficiale etichetta di “gioco in cui ventidue uomini in mutande per un’ora e mezza inseguono una palla che rotola”. Storie quindi. Come quella che Antonio Ferrara, autore e illustratore di numerosi libri per ragazzi (vincitore nel 2012 del premio Andersen con Ero Cattivo ), ha voluto raccontare con Garrincha. L’angelo dalle gambe storte, pubblicato dalla piccola casa editrice per bambini Uovonero. Un fumetto per ragazzi (ma non solo ) che ,immerso nella bicromia blu ­ocra, narra la parabola di uno dei più grandi calciatori (troppo spesso dimenticato ) dello scorso secolo: Ma noel Francisco dos Santos, in arte Garrincha. E il ritratto del funambolo brasiliano parte proprio dall’origine di quel nomignolo che sarebbe entrato nel cuore di un intero popolo, al quale l’ala destra carioca avrebbe“ regalato più allegria in tutta la storia del football”. Garrincha, come il nome di quei passerotti marroni col dorso rosso a strisce nere che, da bimbo, Manoel Francisco si divertiva a rincorrere, prima di tornare nella sua povera casa a fumare sigari di paglia e bere cachimbo, alcolico a base di cachaca, unico rimedio a quei dolori alle ossa che affliggevano il suo gracile corpicino. Perché Garrincha non era un bambino come tutti gli altri. A causa di una poliomelite si ritrovava a dover convivere con una spina dorsale storta, il bacino sbilanciato e una gamba di sei centimetri più corta dell’ altra. Non era nemmeno troppo intelligente, a detta di molti. Tanto che all’età di tredicianni decise di abbandonare la scuola per andare a lavorare nell’azienda tessile del suo paese, PauGrande (RioDeJaneiro) . Fuquiche, grazie al suo incredibile talento, riuscì ad entrare a far parte della squadra di calcio della fabbrica e a farsi notare dall’ex calciatore del Botafogo, Araty Viana, il quale, ammaliato dalle sue movenze anarchiche, gli consiglierà di presentarsi al campo di allenamento della sua vecchia squadra, ai tempi alla ricerc a di un’ala destra. In pochi potevano immaginarsi che quel ragazzino “storpio”, o “invalido” come erano soliti definirlo i medici, nel giro di pochissimi anni si sarebbe affermato come uno dei più grandi calciatori della storia del calcio brasiliano, e non solo. Protagonista, insieme altri o Pelé ­Did i­Vavà, ai mondiali di Svezia‘58 e Cile ‘62 dominati dalla nazionale verdeoro, Ma né entrò nella storia grazie a quel suo dribbling ubriacante che, proprio grazie al fisico sghembo e al baricentro sbilenco, gli permetteva di sgusciare via ai tenaci difensori dell’epoca, così come agli ostacoli che la vita mai gli risparmiava. I successi con la maglia carioca e del Botafogo erano infatti accompagnati da un’esistenza sregolata, fatta di donne (mogli e tante amanti), fiumi di alcol e tragedie (la morte di Garrinchinho, figlio avuto dalla cantante Elza Soares, vittima di un incidente d’auto a soli nove anni). Problemi che erano la conseguenza della sua incapacità di gestirsi e di sapere gestire una vita che a volte sembrava pretendere troppo da quel “passerotto” ingenuo e fragile. Una vita che gli diede tanto, ma che con la stessa facilità gli tolse tutto. E in tal senso le tavole conclusive di Garrincha. L’angelo dalle gambe storte, che lo ritraggono abbandonato a se stesso in un letto di ospedale, sono un condensato incredibile di emozioni. Quelle stesse emozioni che Mané Garrincha faceva vivere ai propri tifosi ogni qualvolta, con l’astuzia di un giocoliere, metteva a sedere i suoi avversari e, con quel sorriso da bambinone stampato in volto, spingeva la palla in rete.

Marco Frattaruolo

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Recensione di Garrincha su Le letture di Biblioragazzi

Un fumetto in cui Antonio Ferrara racconta, con un andamento scarno di grafica monocolore e testo che restituisce essenzialità, la vita del grande calciatore brasiliano Garrincha, vincitore di due mondiali di calcio. Racconta la sua determinazione a giocare a calcio, nonostante tutto e nonostante soprattutto i difetti congeniti che gli avrebbero impedito, secondo i medici, l’attività fisica, al punto da dichiararlo invalido.

Nonostante le malformazioni fisiche e la fatica, il calciatore non si nega nulla: il testo in prima persona ne segue la vita privata e le imprese sportive, le vittorie e le cadute, le fortune che possono capitare e la cura che bisogna averne. Una forma biografica che sarà apprezzata dai lettori alla ricerca di “storie vere”.

Approfittiamo del fatto che si parli di calcio e di Brasile per farvi un assist e segnalarvi il film di Andre Jublin, Banana, uscito lo scorso anno in cui si racconta del quattordicenne Giovanni alla ricerca della felicità. Soprannominato Banana per la mania di indossare sempre la maglia della nazionale carioca, Giovanni è convinto che la vita vada vissuta “alla brasiliana”, ovvero con coraggio, determinazione, volontà di rischiare e che meriti comunque provare a dimostrare a chi non ci crede più che non tutti sono uguali, che qualcuno di diverso c’è. Qui potete leggere la recensione su Il Post; se non l’avete ancora visto, cercatevi il film.

Caterina Ramonda

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Recensione di Liberi tutti! su SilviaPunto Ragazzi

Silviapunto Ragazzi - 27/03/2016

Poco tempo fa ho scoperto il bellissimo albo illustrato di Arianna Papini "Liberi tutti!".
L'ho sentito leggere ad una giovane libraia, leggere ed emozionarsi.
Con gli occhi ci guardava e con voce delicata raccontava i No ed i Sì del libro e sembrava che alla fine tutto sarebbe davvero andato bene, a prescindere da quanto ci saremmo preoccupati e di quanti pensieri avremmo caricato piccoli gesti, piccole esperienze.
E con il suo fare materno ed accogliente io stessa mi sono sentita accolta, nel mio bisogno di libertà, di sperimentare, di correre, di giocare ancora a nascondino nel parco, ed allo stesso tempo, inaspettatamente, nel mio bisogno di sentirmi sicura, di controllo, di essere preparata per ogni evenienza.
Fiducia.

Non so spiegare se mi sia innamorata del libro, della sensazione, della melodia della sua voce; certamente tutto era già lì, dentro quelle pagine, dentro le poche parole, dentro i colori e le immagini scelte dall'autrice, perché se è vero che un libro è scritto solo per metà, un bravo lettore riesce a impastare tutto quanto ha tra le mani, amalgamarlo bene con tutte le sue esperienze, condirlo con tutta la passione, valorizzare ogni leggera sfumatura tra le righe e darlo in pasto a chi ascolta che potrà prenderlo e cullarlo nel petto, se in lui risuona.
Ed in me ha risuonato.

Ha risuonato alla me bambina con una mamma tanto affettuosa quanto timorosa, alla me che obbediva smepre ed alla me che si ribellava.
Ha risuonato alla me grande ed alla parte di mia madre che porto in me.
Ha risuonato alla me responsabile di altre persone, di altri bambini ed al rapporto, a volte difficile, con la mia professione, l'insegnante. Al mio occhio ansioso quando li vedo agitarsi, al mio orecchio teso quando li sento alzare la voce, al mio cuore veloce quando qualcoa esce dal normale.
Fiducia.
I bambini sanno cosa fare?
E noi?

di SilviaPunto

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Recensione di Liberi Tutti! su Scaffale Basso, Popotus Avvenire

Scaffale basso

Popotus del 16/1/2016

Ci sono i no che aiutano a crescere, un pezzo importante dell'educazione dei bambini, e quelli che tranquillizzano le ansie e le paure degli adulti. Ci sono i pericoli veri
e quelli che bisogna conoscere da vicino per poterli affrontare e superare; i no esagerati e i sì che allenano a usare le proprie energie. Scritto e illustrato inconfondibilmente
da Arianna Papini per Uovonero (13,50) Liberi tutti! è un divertente catalogo di no e di sì che parlano di divieti esagerati e paure ingiustificate, di momenti coraggiosi e di necessità di rischiare.
per imparare a stare al mondo. Dai 5 anni.

di Rossana Sisti

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Thornhill - Le letture di Biblioragazzi

Thornhill

Le letture di Biblioragazzi

Coinvolgente e nero, non solo nel colore delle illustrazioni e della copertina, ma nell’atmosfera che si crea in questo libro che riprende i meccanismi a cui Brian Selznick ha abituato i lettori con un andamento narrativo che mescola il racconto fatto attraverso le parole e quello attraverso le immagini, complementari e necessarie le une alle altre. Qui Pam Smy sceglie di connotare con ciascun registro narrativo una voce diversa e di aggiungere in più il diario e il muoversi tra due diversi momenti storici.

Il lettore infatti si trova di fronte a una parte illustrata che racconta di Ella: siamo nel 2017, la ragazzina si è appena trasferita in una nuova casa dopo la morte della mamma, il papà è spesso assente per lavoro e lei è presa dalla curiosità per la vecchia casa abbandonata che vede al di là della staccionata. Il testo invece è il diario di Mary, datato 1982, pagine inquietanti dove la ragazzina – che vive a Thornhill, istituto di orfani in attesa di adozione – parla delle sue giornate isolate dal resto del gruppo, vissute nel terrore di un’altra ospite della casa. Il mondo rassicurante di Mary sono i personaggi che costruisce, modellandoli con la creta e vestendoli di stoffa, ispirati anche alle sue letture, come nel caso de “Il Giardino segreto”. Sul suo resoconto lungo il filo dei mesi non incombe solo la chiusura dell’istituto, ma anche l’ombra di qualcosa di terribile, il senso di impotenza di fronte al terrore e agli adulti che fingono di non vedere, la cattiveria che si insinua in ogni gesto quotidiano, il tremendo senso di solitudine. Attraverso i pupazzi, attraverso vecchi ritagli di giornale si ricompone il puzzle degli evnti passati e si crea un legame tra la ragazzina dell ’82 e quella contemporanea che arrivano a far toccare le loro solitudini e a dare in qualche modo una forma di cupa luminosità all’atmosfera di graduale crescendo e svelamento che l’autrice – già conosciuta in Italia per le illustrazione de Il riscatto di Dond – sa costruire. Da 13-14 anni.

Caterina Ramonda

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Incontri ravvicinati - Recensione di Thornhill su Il Manifesto

Il Manifesto - 07/10/2017

Un orfanatrofio su cui aleggiano le atmosfere di Edgar Allan Poe ma anche quelle più scanzonate di Tim Burton e due protagoniste bambine: una ospite (ormai divenuta fantasma?) che combatte la sua solitudine e marginalità rispetto al gruppo dominante cucendo pupazzi, e una ragazzina che vive col padre davanti a quel luogo sinistro, altrettanto sola, e viene presa dalla curiosità di saperne di più. Due modi di raccontarsi diversi: una lo fa attraverso pagine scarne di diario – è il 1982 – attanagliata dal terrore e dallo svuotamento dei suoi affetti mentre la casa comune va in rovina e si desertifica; l’altra – siamo nel 2017 – comunica solo per immagini, in sequenze cinematografiche che hanno il tratto dark dell’illustratrice Pam Smy (la sua mano è quella del Riscatto di Donddi Siobhan Dowd), qui al suo esordio come narratrice.

Thornhill (edito da Uovonero, pp. 538, euro 18,50) è un romanzo a doppio registro che narra di abbandoni, paure agghiaccianti e crescite dolorose attraverso un «giardino segreto» che infrange le regole temporali del passato presente e futuro. Non è una storia a lieto fine, o forse sì, dipende se si vuole credere ai revenant o alle sliding doors – quei tunnel che cambiano la cronologia della nostra percezione quotidiana.

Pam Smy è ospite a Cagliari al festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie, che quest’anno ha scelto come tema da indagare «Legami» (fino all’8 ottobre a Cagliari, poi fino al 13 in giro per altre cittadine, da Carbonia a Decimomannu, fino a Vallermo e Villaspeciosa). Ideato e organizzato dalla Libreria per Ragazzi Tuttestorie, e progettato in collaborazione con lo scrittore Bruno Tognolini, può contare quest’anno sulla presenza della scrittrice Marie-Aude Murail (La figlia del Dottor Baudoin), dell’olandese Sjoerd Kuyper, con il romanzo Hotel Grande A, dell’autore francese Vincent Cuvellier (che pubblica per le edizioni Biancoenero, con i caratteri di alta leggibilità per bambini dislessici). Fra le mostre del festival, ci sarà quella dedicata alle tavole originali di Gioia Marchegiani che ha magnificamente interpretato Maria Lai in Campanellino d’argento, per l’albo pubblicato da Topipittori.

Arianna Di Genova

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Un pesce sull'albero

 

Atlandidekids, lunedì 14 marzo 2016

di Barbara Ferraro

 

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Quant'è bella giovinezza

Choozeit, domenica 6 marzo 2016

di Paola Rinaldi

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Le rose di Shell

 

Bookavenue, venerdì 4 marzo 2016

di Isabella Paglia

 

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Un mare di solitudine

Lettura candita, venerdì 4 marzo 2016

di Eleonora

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Differenze di apprendimento e diversi percorsi educativi

Zazie news, venerdì 4 marzo 2016

di Silvana Sola

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Un pesce sull'albero

Le letture di Biblioragazzi, giovedì 4 febbraio 2016 

Ally Nickerson adora il disegno, la matematica e “Alice nel Paese delle Meraviglie” che il suo nonno sempre le leggeva; odia invece andare a scuola, tanto che la domenica sera si sente pesante, molto più pesante del solito. Tutto dipende dalle difficoltà che incontra nel leggere e nello scrivere e che molti imputano alla sua bassa capacità di applicarsi o ai tanti traslochi che hanno implicato cambiamenti di classi. Siccome è intelligente nelle risposte e brava in alcune materie, gli insegnati credono che faccia apposta a comportarsi in modo sconsiderato e parecchi compagni la prendono in giro. L’arrivo di un supplente sarà la sua fortuna: il signor Daniels ha un approccio diverso alla classe, sfida i suoi studenti sottoponendo loro domande, richieste di definizioni e esperimenti, cambia i posti e consegna ad Ally le carte per giocarsi un cambiamento. A partire dalla possibilità di conoscere meglio alcuni compagni di classe e di diventare amica di Keisha e Albert, abbattendo quella solitudine che la ragazzina sa definire così bene.

Capita una mattina in cui scegli di dedicarti a romanzi appena usciti e ti ritrovi con l’imbarazzo addosso, deludenti letture di autrici che han saputo fare molto meglio; poi suona il campanello, il corriere consegna dei pacchi e uno contiene proprio questo libro, ti siedi e lo leggi tutto per riconciliarti con la buona narrativa. A dispetto del tema principale della dislessia che potrebbe far storcere il naso a qualcuno etichettandolo come l’ennesimo libro “ad argomento dato”, ecco invece un sapiente ritratto sulla scuola, sulle difficoltà, sulla famiglia, sui legami di amicizia e uno splendido ritratto di insegnante che sa vedere, sa coinvolgere, sa prendere parte; un ritratto che non nasconde realtà, aspetti positivi e negativi (ci sono anche insegnanti che non capiscono, che non hanno passione del proprio lavoro). Insomma, un libro divertente e saggio che – come si sarebbe detto nella famiglia di Ally – non è certo un gettone di legno, ma un prezioso dollaro d’argento.

Il sito dell’autrice.

Lynda Mullaly Hunt, Un pesce sull’albero (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2106, 264 p., euro 14

Caterina Ramonda

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Un pesce sull'albero

Letteratura per l'infanzia, domenica 31 gennaio 2016

Il 4 febbraio sarà in libreria questo romanzo che riprende il titolo da una frase attribuita (mai con certezza) ad Albert Einstein: "Ognuno di noi è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido."

Al di là di ogni considerazione tecnica su questo libro - è ad alta leggibilità e ci parla di dislessia - il testo ha una forza incredibile per tutti i bambini e le bambine che si credono inferiori perché non hanno le stesse capacità dei loro compagni.

Tanti si riconosceranno in Ally, la "lenta" e "sfigata" ragazzina che non riesce a scrivere, a leggere, a studiare come gli altri.

Come nelle migliori fiabe che si rispettino, arriva quello che possiamo ritenere "l'aiutante Magico", il professor Daniels che si approccia in maniera insolita ma con ottimi risultati alla nostra protagonista.

Riecheggiano nella nostra memoria gli insegnamenti della scuola di Don Milani, il maestro "capitano, mio capitano" che può fare la differenza e che riesce a tirar fuori da Ally tutte le sue potenzialità.

Un romanzo che narra di scuola, di bullismo e amicizie, di forza e resilienza, di insegnanti intelligenti e preparati: lo dovete leggere e far leggere per tutti questi motivi e perché ogni percorso di crescita è diverso dall'altro e necessita di sensibilità, approfondimenti, strumenti di analisi.

pp. 257
(I geodi).
collana: Abbecedanze.
Età di lettura: da 9 anni.

Angela Articoni

 

 

Ally, le parole ballano

 

Il Manifesto, sabato 30 gennaio 2016

EverTeen. «Un pesce sull'albero» di Lynda Mullaly Hunt è il libro in uscita il 4 febbraio per Uovonero. Un romanzo che racconta la difficoltà e la bellezza di avere una «mente diversa»

Per Ally, le lettere scritte sulle pagine sono una fila scomposta di scarafaggi neri: riuscirebbe a decifrarle ma ci vorrebbe tanto di quel tempo che vale la pena arrendersi prima ancora di cominciare. E il problema non è solo questo: avere un’intelligenza arguta, decisamente sopra la media, e un modo di vedere le cose del tutto originale la porta a infilarsi in guai ogni volta che cambia scuola e a finire molte, troppe volte seduta nella stanza della preside di turno. E doversi spiegare per lei non è semplicissimo, perché spesso non lo sa che sta facendo la cosa sbagliata, almeno sbagliata per le persone «normali». Niente di particolare, ma Ally ha difficoltà nella lettura e nello scrivere: a raccontare è un portento se le va e il signor Daniels, suo nuovo insegnante, ama quel suo modo di essere «fuori dagli schemi».

Sarà con il suo aiuto che Ally potrà iniziare un percorso di crescita da «inadeguata felice», anche imparando a giocare a scacchi con lui invece di fare i compiti, come tutti gli altri, sbuffando nei pomeriggi uggiosi a casa. Su questa strada costellata di sorprese educative, verrà dissipata anche la sua solitudine, incontrerà altri due compagni – un ragazzo Albert e una ragazza Keisha – capaci di «distinguersi» in attività stravaganti come lei. Che sa usare le parole scartando dai luoghi comuni, ma non le riconosce al primo impatto visivo sui libri. Tanto da pensare che Noah Webster, inventore del primo dizionario americano, sia un «vero delinquente» perché prima le persone l’ortografia se la inventavano senza problemi.

Un pesce sull’albero, il romanzo di Lynda Mullaly Hunt, in uscita per Uovonero il 4 febbraio prossimo, segue da vicino il turbamento provocato dalla dislessia in Ally che cerca di nascondere quella «scomoda» diversità evitando i compiti in classe. Ma l’amore per le parole, il riconoscimento del loro potere terapeutico nelle relazioni umane («mio nonno diceva sempre di essere prudenti con le uova e le parole, perché nessuna delle due cose può essere riparata») aiuterà non poco Ally a dipanare la matassa dei suoi pensieri.

Campionessa di scacchi insieme al prof Daniels, in grado di prendere in giro una supplente dai modi offensivi («non ho lasciato il foglio bianco, ho disegnato un fantasma in una bufera di neve»: così la metterà a tacere), di affidarsi a sua madre nei momenti peggiori, Ally scoprirà che anche Einstein, Disney, Picasso, Edison e Lennon erano tutti dislessici. Le più belle menti passate su questa terra.

Arianna Di Genova

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Liberi tutti! Il diritto di rischiare

Linkiesta, lunedì 25 gennaio 2016

di Paola Bisconti

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Hank Zipzer e il peperoncino killer

 

Mangialibri, sabato 23 gennaio 2016

di Elisabetta Della Vigna

 

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Liberi tutti! Intervista radio ad Arianna Papini

Radio Città Fujiko, sabato 23 gennaio 2016

Trasmissione radio Il polverone magico dell'Associazione Youkali

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Liberi tutti!

Atlantidekids, mercoledì 20 gennaio 2016

di Barbara Ferraro

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Ci sono i no e ci sono i sì

Imma(r)gine, sabato 16 gennaio 2016

di Elina Miticocchio

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I sì che aiutano a crescere

Lettura candita, venerdì 15 gennaio 2016

di Carla Ghisalberti

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Tutt'altro che tipico

 

Teste fiorite, giovedì 14 gennaio 2016

di Roberta Favia

 

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Liberi tutti… di rischiare un po’

Il Trentino dei bambini, mercoledì 13 gennaio 2016

di Stefania

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Breve storia di un lungo cane

Le letture di Biblioragazzi, mercoledì 25 novembre 2015 

Non è già buffo il solo titolo con cui si presenta questa nuova avventura di Hank Zipzer? Fa parte della serie “Vi presento Hank”, in cui Uovonero traduce le avventure di Hank a sette anni, sorta di prequel della serie con cui abbiamo cominciato a conoscerlo in Italia, di formato più ampio e sempre con le caratteristiche dell’alta leggibilità.
Nel testo si racconta di come Cheerio, il lungo e basso cane che somiglia ad una salsiccia, sia arrivato in casa Zipzer. Siccome la sorella Emily ha un’iguana di nome Katherine che viene trattata alla stregua di animale molto domestico (può ingurgitare il cibo degli altri commensali e pare partecipare alle conversazioni con i suoi sibili), anche Hank chiede di poter avere un animale, un cane, di cui giura solennemente di occuparsi. Il padre stabilisce che a fare la differenza saranno i voti ottenuti in pagella: allora Hank, con le difficoltà che già conosciamo, si impegna al massimo, arrivando anche a vestirsi da squalo per presentare la ricerca di scienze. E così arriva il momento: andare al canile a farsi scegliere da un cane (perché questo succede), assistere ai primi danni prodotti dall’irruenza della salsiccia con le zampe e battersi perché – come dice Emily – “quel che è giusto è giusto”.
I bambini che tanto spesso desiderano un animale non potranno non identificarsi in Hank. Inoltre è uscito recentemente anche un altro titolo dell’altra serie che racconta degli stessi personaggi intitolato Hank Zipzer e il peperoncino killer, in cui Hank si fa un nuovo amico giapponese grazie agli scambi scolastici e decide di preparare delle enchiladas messicane insieme a Yoshi.

Henry Winkler – Lin Oliver, Breve storia di un lungo cane (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2015, 166 p., euro 12

Caterina Ramonda

 

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Strega junior: Uovonero, un "piccolo" in cinquina

MSN.com, mercoledì 11 novembre 2015

di Redazione

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Uovonero: “Hank Zipzer e il peperoncino killer”, nuovo episodio della serie di Henry Winkler

Chronicalibri, mercoledì 11 novembre 2015

di Giulia Siena

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A tutto Hank

Andersen, numero 326 - marzo 2010

di Martina Russo

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Hank Zipzer. Una gita ingarbugliata.

Le letture di Biblioragazzi, giovedì 13 agosto 2015

di Caterina Ramonda

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Biancaneve

 

Mangialibri, domenica 2 agosto 2015

di Giovanna Fiore

 

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Hank Zipzer, il ragazzino dislessico che e' un po’ tutti noi (e che i vostri figli adoreranno)

Disabili.com, lunedì 29 giugno 2015

di Francesca Martin

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L'effetto Zipzer

Lettura candita, martedì 19 maggio 2015

di Carla Ghisalberti

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Un segnalibro in cerca d'autore

Area Di.To., venerdì 8 maggio 2015

di Elena Corniglia

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Autismo: le regole non scritte delle relazioni sociali - recensione

State of mind, mercoledì 29 aprile 2015

di Ilaria Cosimetti

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Biancaneve

LG Argomenti, lunedì 13 aprile 2015

di Loris Gualdi

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Un segnalibro in cerca d'autore

Le letture di Biblioragazzi, giovedì 2 aprile 2015

di Caterina Ramonda

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Le regole non scritte delle relazioni sociali

Radio Onda d'Urto, Flatlandia, lunedì 30 marzo 2015

di Kikka Negroni

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Recensione di Crystal della strada su Living for books

Living for books, lunedì 2 marzo 2015

Holly Hogan ha tredici anni. Vive da tempo in un istituto per minori, sotto la tutela dei servizi sociali. Quando viene affidata a Fiona e Ray, una coppia senza figli, il suo desiderio di fuggire per andare alla ricerca di sua madre in Irlanda diventa più forte che mai. Un giorno Holly trova casualmente, in casa dei suoi genitori adottivi, una parrucca bionda. Nasce così Crystal l'inarrestabile, la ragazza con tre o quattro anni di più, affascinante, scaltra e sicura di sé, quella capace di trasformare in realtà il sogno di una fuga alla ricerca delle radici, che diventa un fantastico viaggio nel passato e nella propria identità. "Crystal della strada" presenta il ritratto intenso e vivace di un'adolescente alla coraggiosa ricerca di se stessa, fra rabbia e umorismo.

Ho per la prima volta sentito parlare di Siobhan Dowd quando ho letto Sette minuti dopo la mezzanotte, breve romanzo scritto da Patrick Ness che mi è piaciuto da impazzire: il soggetto della storia era infatti stato ideato da Siobhan Dowd, morta prima di poter sviluppare concretamente in un libro la sua idea. Dopo questo primo incontro accidentale mi sono interessata sempre più a quest’autrice e ho letto il suo Il mistero del London Eye, pubblicato in Italia dalla Uovonero: mi è piaciuto molto e così ho finito per cercare di recuperare anche gli altri scritti dell’autrice. Crystal della strada l’ho scoperto per caso in biblioteca, non sapendo che fosse stato tradotto anche da noi, e l’ho subito preso in prestito.
Holly Hogan è una ragazzina di tredici anni dal passato decisamente travagliato: ne facciamo la conoscenza nel primo capitolo, in cui la ritroviamo alle prese con un imbarco clandestino su una nave diretta in Irlanda. Senza farsi notare, si è nascosta nella parte posteriore di una vettura spaziosa, coperta dai cappotti: quando finalmente sente i proprietari dell’auto allontanarsi e il rollio della nave sotto di sé, decide di uscire dalla macchina per spostarsi sul ponte, pronta a gustarsi il viaggio. Peccato che le portiere siano state chiuse a chiave dall’esterno e, a causa del dispositivo di sicurezza per i bambini, siano impossibili da aprire dall’interno. Presa dal panico, Holly urla, scalcia, prende a pugni il finestrino, ma nella stiva non c’è nessuno che può sentirla. Disperata, si accascia sui sedili e comincia a ripensare a come è arrivata lì, su quella nave, e perché. E così veniamo a sapere che Holly vive a Templeton House, una casa per ragazzi in attesa di affidamento, perché una famiglia non ce l’ha. O meglio, lei ce l’ha, sua madre la sta aspettando in Irlanda, solo che i servizi sociali l’hanno segregata lì, senza dire niente a nessuno, e così la sua mamma, non sapendolo, non riesce a trovarla. E le cose si complicano quando una famiglia di babbacucchi decide di prenderla in affidamento. Holly vorrebbe solo scappare e Crystal le darà la forza di farlo.
Crystal della strada, come presumo abbiate capito, è un romanzo di crescita dedicato a un pubblico di giovani lettori. Si legge molto velocemente, con i suoi capitoli brevi e il suo linguaggio scorrevole, ed è molto godibile, ma non mi ha colpito più di tanto. Sicuramente vengono toccate dalla narrazione delle tematiche molto importanti, l’affidamento, gli abusi familiari, il concetto stesso di famiglia, il tutto in modo piuttosto semplice e delicato, senza scene troppo forti. Il problema è che buona parte della storia mi è sembrata poco realistica. Trovo assurdo che Holly riesca da Londra ad arrivare quasi in Irlanda senza grossi problemi: fa l’autostop e ovviamente incontra le persone più buone dell’universo, gira di notte e si ubriaca in discoteca e trova l’unico ragazzo che, ok che non l’aiuta, ma neanche se ne approfitta.
Posso credere al fatto che nessuno la fermi, nessuno si chieda dove va quella ragazzina: lo vediamo ogni giorno, spesso le persone fanno finta di niente, fingono di non vedere. Ma che, tutto sommato, le vada tutto decisamente bene mi sembra a dir poco assurdo. Probabilmente sono io che sono troppo negativa, non so, o forse è così semplicemente perché ci troviamo di fronte a un romanzo per ragazzi. Fatto sta che avrei preferito un maggior realismo: Holly trova delle difficoltà durante il suo viaggio, rischia più volte di non farcela, ma secondo me una ragazzina che intraprendesse la stessa esperienza ne incontrerebbe molte di più e di gran lunga peggiori. C’è da dire poi che la protagonista non è Miss simpatia e più volte avrei voluto scuoterla e farle aprire gli occhi, ma questo temo sia dovuto al fatto che oramai mi avvicino più all’età di sua madre che alla sua. Per lo stesso motivo probabilmente ho faticato a capire il rapporto Holly-Crystal e la sua trasformazione, il suo trovare forza e sfacciataggine in una cosa così piccola e così, secondo me, anonima. Crystal mi è stata indigesta sin dal primo momento, facendomi rimpiangere Holly. Ho trovato emozionante la parte finale e la presa di coscienza di Holly, sulla nave: mi è dispiaciuto per lei, per quello che ha passato da piccola.

In definitiva, un libro carino, non memorabile, consigliato ai lettori più giovani, agli adulti potrebbe risultare, secondo me, un po’ insipido.

About Siobhan Dowd

Siobhan Dowd è stata una scrittrice e attivista inglese. L’ultimo libro che ha completato, La bambina dimenticata dal tempo, uscito postumo, ha vinto la Carnegie Medal 2009 come miglior libro dell’anno per ragazzi o giovani adulti pubblicato nel Regno Unito. In Italia, il suo romanzo Il mistero del London Eye ha vinto nel 2012 il Premio Andersen come miglior libro per ragazzi oltre i 12 anni.
Romanzi: Il mistero del London Eye, La carne di un angelo, La bambina dimenticata dal tempo, Crystal della strada, Sette minuti dopo la mezzanotte (soggetto).

di Yuko

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Siobhan Dowd / editrice uovonero su Radio Onda d'Urto

Radio Onda d'Urto, Flatlandia, lunedì 2 marzo 2015

Intervistiamo Sante Bandirali della casa editrice Uovonero. Con lui parliamo della grande scrittrice Siobhan Dowd, scomparsa nel 2007, di cui Uovonero ha pubblicato quattro titoli, tra cui il Il riscatto di Dond, uscito di recente. Non si parla solo della Dowd, ma anche di altre novità della casa editrice

di Kikka Negroni

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Biancaneve... senza confini

Lenuovemamme.it, venerdì 27 febbraio 2015

di Simona Calissano

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“La chitarra di Django”, Fabrizio Silei e Alfred, Uovonero edizioni

Il Giornale dei giovani lettori, mercoledì 25 febbraio 2015

 

Lo spirito e il ritmo dei ruggenti anni venti palpita lungo le pagine di questo albo illustrato, che rende omaggio a uno dei più grandi chitarristi jazz di sempre, grazie alla lingua sonora di Fabrizio Silei e al pennino danzante di Alfred.

Django Reinhardt è da molti considerato un virtuoso della chitarra e un geniale innovatore, per via della tecnica per suonare gli strumenti a corda che mise a punto in seguito ad un grave incidente che, poco meno che ventenne, gli costò due dita della mano sinistra.
Fabrizio Silei, eclettico narratore, trasporta i giovani lettori per le strade della Parigi del 1928, lungo le quali risuonano gli echi di molteplici vite unite dalla musica: dame dai cappellini stravaganti che non vedono l’ora di danzare, pittori squattrinati che affollano i club, musicisti gitani che infondo ai loro strumenti un ritmo indiavolato. Fra di essi c’è Django, giovanissimo suonatore di banjo destinato a grandi successi. Anzi, no: dove è andato a finire?
Una corsa forsennata fra caffè e camerini prima dell’inizio del concerto, poi notizie che si rincorrono: la sua roulotte è andata a fuoco e Django è vittima di gravi ferite. Sarà ancora in grado di suonare?
Se qualcuno pensa che i libri, medium silenzioso, non siano lo strumento adatto per raccontare la musica, prenda in mano La chitarra di Django e rimarrà stupito. I due autori, Fabrizio Silei ai testi e Alfred alle illustrazioni, orchestrano una partitura narrativa che aspetta solo di risuonare attraverso la carta.
Il racconto, che pagina dopo pagina scopriamo essere narrato dalla chitarra di Django, è sapientemente punteggiato di assonanze, rime, echi e onomatopee, che trasformano le parole in suoni.
Le ampie tavole del fumettista francese che affiancano il testo sono invece percorse da vibrazioni di segno e di senso. I contorni delle figure sono disegnati con tratti fini, ma non precisi: intorno ai personaggi aleggia la traccia sottile di uno schizzo, come se prima di essere fissati sulla pagina volti e corpi si fossero lievemente mossi. Del resto in quasi ogni immagine vediamo personaggi non fissi, che suonano e che ballano, oppure illuminati dalle intermittenze dei cartelloni pubblicitari che brillano sulla grande città, o dalle fiamme dei falò che bruciano al centro delle carovane zingare.
Ritmato e incalzante nella prima parte, il racconto de La chitarra di Django si acquieta nel momento in cui il protagonista si ritrova immerso nel silenzio e nella solitudine dell’ospedale, per poi ripartire con un’accelerazione di tempo che porta la storia verso la sua leggendaria conclusione: il successo di Django Reinhardt sui palcoscenici di New York City.
Un bell’albo da leggere ad alta voce per parlare di musica, di perseveranza e di coraggio con lettori a partire dagli 8 anni. La chitarra di Django in origine è apparso per i tipi di Éditions Sarbacane ed è pubblicato in Italia da Uovonero edizioni, casa editrice che può vantare in catalogo proposte originali e autori di grande qualità.

di Virginia Stefanini

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Il riscatto di Dond, letto dai Bookbrothers

Fuorilegge, lunedì 24 febbraio 2015

di Paola Bertolino

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In libreria la favola di Biancaneve per i bambini con difficolta' di lettura

Disabili.com, lunedì 23 febbraio 2015

di Francesca Martin

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Suoni buffi per ridere forte

La stampa, lunedì 23 febbraio 2015

di Mara Pace

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Uovonero, la letteratura per tutti

RadioLab, Circolo Pickwick, venerdì 20 febbraio 2015

di Alberto Conti e Giuseppe Lorenti

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Recensione di La chitarra di Django su Mangialibri

Mangialibri, venerdì 20 febbraio 2015

 

Parigi, fine anni Venti. Quando arriva il buio, la città si trasforma, si accende. I caffè, i night club e le strade cominciano a popolarsi di “pittori stravaganti, borseggiatori squattrinati, musicisti indemoniati, diavoli rossi affaticati”. Tra loro c'è una stella risplende più di tutte, un musicista gitano chiamato Django Reinhardt che col suo banjo non ha rivali. Una sera però all'astro nascente della scena musicale parigina il destino riserva un brutto scherzo: il suo carro va a fuoco, lui viene salvato in extremis dalle fiamme ma ha metà del corpo ustionato. Riesce a scongiurare l'amputazione del braccio e della gamnba ma la mano destra resta con un paio di dita inutlizzabili: la sua carriera sembra finita lì... Eppure non finisce lì, quel destino non ha fatto i conti con l'ostinazione di Django. Mentre è in convalescenza in ospedale gli regalano una chitarra, più leggera del sua banjo, e lui si sottopone a interminabili sessioni di pratica per riuscire a suonarlo nonostante l'handicap fisico, sviluppando alla fine una nuova, strabiliante tecnica chitarristica. Manouche tornerà sulle scene più in forma che mai: la sua leggenda vive ancora...

Ambientato nella Parigi dei ruggenti anni Trenta, l'albo è un tributo a un musicista leggendario, un po' per la bravura (quasi soprannaturale), un po' per per le vicende biografiche che hanno colorato il personaggio pubblico fino a renderlo inconfondibile. Di Django si è scritto molto e parlato molto, anche al di fuori dell'ambiente jazzistico (Woody Allen ne ha fatto un ispirato ritratto nel suo Accordi e disaccordi), ma questa è la prima volta (almeno che io sappia) che i destinatari sono i bambini. In questo senso la scelta di far raccontare la storia proprio alla chitarra di Django è un espediente che alleggerisce un bel po' il testo dal peso cronachistico della biografia. La chitarra fa  in un certo senso le veci del punto di vista “bambino”, permettendo di sorvolare sugli aspetti meno interessanti della storia. Ma in un libro sulla forza della musica non poteva mancare almeno un cenno alla musicalità delle parole e così  Fabrizio Silei insinua un  ritmo “altro” nella sua scrittura ricorrendo a piccoli  intermezzi onomatopeici (segnalati con un font à la “ville lumiere”), molto efficaci soprattutto nella lettura ad alta voce. Forse, per trovare un difetto, c'è un tasso di lirismo che supera a volte la mia soglia (che è molto bassa a dire il vero), ma la “tonalità” un po' alta si  stempera nella bozzettistica bellezza delle illustrazioni che incorniciano la vicenda di Django con un'eleganza e un nitore che non avrebbero stonato ai tempi del grande Django Reinhardt.

di Alessio Malta

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Recensione di La chitarra di Django su Fuorilegge

Fuorilegge, mercoledì 18 febbraio 2015

 

Era una leggenda Django Reinhardt nella Parigi tra le due guerre. Le sue mani volavano sulle corde della chitarra, la sua musica eccitante, il ritmo travolgente. Una musica nuova per l’Europa di quegli anni che conosceva solo il jazz d’oltreoceano.
E la storia di Django è straordinaria quanto la sua musica.
Eccola, ce la racconta Lei, la sua chitarra in questo nuovo albo edito da uovonero: con le parole di Fabrizio Silei e le tavole a colori di Alfred.
Pagine che scorrono veloci e ci mostrano scorci di una Parigi d’altri tempi, mondana, frenetica, cosmopolita: un cuore in fermento in cui si incontrano artisti di tutto il mondo. Una città che ha voglia di riprendersi la vita dopo il dramma della Grande Guerra e che vive nei café chantant, nei locali dove si fa musica. E che musica! Suona Jean Reinhardt, ma tutti lo conoscono solo come Django. Il banjo è il suo strumento da sempre, la musica in corpo e il successo a un passo, per lui che è un sinti, zingaro analfabeta.
Ma… ma… Django vive nel campo nomadi e una notte la sua roulotte prende fuoco. Tutto perso, ma soprattutto persa la sua mano sinistra. Gli rimangono due dita, poche, troppo poche per un musicista.
E poi ancora un ma… perché da quel dolore buio arriva Lei, quella che diventerà la sua djangochitarra e che Django abbraccia, tiene stretta, accarezza e che, con tenacia e caparbietà, imparerà a suonare inventando una tecnica nuova. E sarà la sua fortuna. Perché non ci vuole solo orecchio ma il coraggio di iniziare nuove sfide.
E ci fu una musica nuova come non s’era mai udita, un altro jazz che vennero a sentire da lontano.

La chitarra di Django, di Fabrizio Silei e Alfred, uovonero 2014

di Paola Bertolino

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Uovonero: la casa editrice che ha cambiato la lettura

Ho un libro in testa, 17 febbraio 2015

di Enza Crivelli

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La chitarra di Django di Fabrizio Silei e Alfred

Thriller magazine, 11 febbraio 2015

 

Con questo meraviglioso albo illustrato siamo di fronte a un intricato caleidoscopio di colori, parole e suoni che danno vita a un opera stupenda che accompagna il lettore alla scoperta di un mondo nuovo e sconosciuto

Come può una chitarra narrare le vicende del suo suonatore? Come può una chitarra fremere affinché quel suonatore poggi le sue dita su di lei e soffrire per le sue disavventure quotidiane? Tutto ciò è possibile, e lo sarà stato realmente, se la chitarra in questione è “La chitarra di Django”, il maggior musicista jazz nato in Europa.

L’albo scritto da Fabrizio Silei, vincitore del Premio Andersen 2014 come miglior scrittore, e illustrato da Alfred, per Uovonero editore (nell’ottima collana I geodi), racconta la storia appassionante di Django Reinhardt “il fenomeno dei fenomeni” della storia del jazz, musicista istrionico e imprevedibile che stregò appassionati jazzisti nelle serate scintillanti nella Parigi degli anni trenta.

Un vero prodigio che iniziò a suonare senza seguire metodi accademici ma dando libero sfogo al suo istinto gypsy. Un selvaggio errante nel mondo della musica che riempiva balere, night club e cafè e che non si arrese alla musica e alla sua chitarra neanche quando, a seguito di un incendio alla sua roulotte, perse due dita della mano.

E soltanto la maestria di una scrittore come Silei poteva rendere la grandezza di un musicista così elevato in un breve albo. Il suo stile fresco e musicale, ricco di onomatopee, dialoghi accattivanti e descrizioni scenografiche accompagna il lettore in un viaggio temporale negli anni ruggenti tra campi nomadi e balere, tra dame con cappelli stravaganti e impresari ubriaconi.

Le calde illustrazioni di Alfred avvolgono la narrazione facendo respirare al lettore l’atmosfera frizzante di una Parigi passionale e malinconica, struggente e poetica, che conquista con il suo imperituro fascino. Alfred crea un tratto di grande impatto, accattivante e raffinato, che ricorda i grandi artisti che imperversavano nella capitale francese in quegli anni.

Con questo meraviglioso albo illustrato siamo di fronte a un intricato caleidoscopio di colori, parole e suoni che danno vita a un opera stupenda che accompagna il lettore alla scoperta di un mondo nuovo e sconosciuto.

E’ una storia da conoscere, e ascoltare perché a raccontarla, alla fine, è proprio “La chitarra di Django”!

Un viaggio fra tempo, luoghi ed emozioni. Da leggere e assaporare con gli occhi mille e mille volte.

La chitarra di Django — di Fabrizio Silei e Alfred — Uovonero editore — ill. — pagg. 34 — euro 16.00

Giudizio ***** eccellente

di Igor De Amicis e Paola Luciani

leggi l'articolo sul sito Thriller Magazine

Recensione di La chitarra di Django su Tracce di jazz

Tracce di jazz, mercoledì 4 febbraio 2015

 

"La chitarra di Django" è un albo illustrato che non parla semplicemente di jazz, lo suona. Con parole e illustrazioni misurate ma colme di ritmo, l’accoppiata Silei e Alfred dà vita a pagine che fanno muovere il capo e tamburellare le dita. Il loro è un racconto al contempo drammatico e incredibile, tutto incentrato sulla storia straordinaria di Django Reinhardt.

Ma dov'è finito Django? Ogni volta la stessa storia: il nuovo genio del banjo, diciott'anni appena compiuti, da quando si fa sera è introvabile. Eppure, l'intera Parigi degli anni ruggenti lo aspetta per fare festa... come ogni sera!
Fabrizio Silei (Premio Andersen 2014 come migliore scrittore) racconta la vicenda di uno dei più leggendari chitarristi della storia, del suo talento e della sua forza d’animo.
"La chitarra di Django" è un albo illustrato che non parla semplicemente di jazz, lo suona. Con parole e illustrazioni misurate ma colme di ritmo, l’accoppiata Silei e Alfred dà vita a pagine che fanno muovere il capo e tamburellare le dita. Il loro è un racconto al contempo drammatico e incredibile, tutto incentrato sulla storia straordinaria di Jean Reinhardt, per gli amici e il pubblico: Django.
Talento del banjo di origine sinti, nella scintillante Parigi degli anni ruggenti, Django resta ferito a causa di un incendio nella roulotte in cui vive. Una gamba ma soprattutto due dita della mano sinistra compromesse: il peggior destino per chi si guadagna da vivere suonando uno strumento. A meno che questo qualcuno non sia in possesso di una tenacia inconsueta e di un dono fuori dal comune.
Guarda un po’, questo è proprio il caso di Django che dopo l’incidente mette a punto una tecnica tutta sua per suonare la chitarra, segnando con forza lo sviluppo della musica jazz. La sua diventa così la storia non solo di un prezioso talento ma anche della capacità di sfruttarlo a dovere, trasformando una situazione di profonda difficoltà in un’occasione per reinventarsi a partire da risorse inattese.
Autore e illustratore raccontano questa rinascita con l’abilità di chi sa cogliere una traccia musicale in un gran trambusto. Di Django, del suo stile inimitabile e della sua vita fenomenale, i due sanno rendere prima di tutto l’irresistibile ritmo manouche, grazie a dialoghi scanditi, suoni e sonorità selezionate, toni e tinte che si accendono all’occorrenza.
Offrendo all’albo di Uovonero non solo il titolo ma anche il punto di vista narrativo, La chitarra di Django mostra il protagonista da distanza ravvicinatissima, quasi intima, tanto da far vibrar corde insolite e profonde del lettore. Lo si percepisce soprattutto se ci si concede una lettura ad alta voce che fa davvero prender corpo alla storia. Perché una storia così merita di risuonare non solo nella testa ma anche nelle orecchie.

"Negli occhi neri del bambino c'erano oceani tunisini, foreste di tamerici, ballerine di Degas, miliardi di promesse, storie d'amore e di felicità. TATTA TARA TA'!"

Fabrizio Silei è nato a Firenze nel 1967. Dopo la laurea in Scienze politiche ha lavorato a lungo come sociologo, prima di passare alla narrativa per l’infanzia. Tiene laboratori e corsi per bambini e adulti sulla scrittura e la didattica della creatività. Le sue illustrazioni di carta gli sono valse il Premio Internazionale Stepàn Zavrel (2007) per la sperimentazione iconica e la ricerca espressiva. Fra gli altri riconoscimenti ha ricevuto, nel 2014, il Premio Andersen Miglior scrittore. Nella sua produzione sono frequenti i temi storici ed ecologisti, ricordiamo alcuni titoli: Dalla Luna alla Terra, Alice e i nibelunghi, Il bambino di vetro, L’autobus di Rosa.
Alfred (pseudonimo di Lionel Papagalli) è un illustratore, artista e autore di fumetti francese. Ha vinto il Fauve d’or al Festival d’Angoulème nel 2014 per il migliore albo.

di Redazione

leggi l'articolo sul sito Tracce di jazz

La chitarra di Django, jazz e riscatto

Ansa.it, martedì 3 febbraio 2015

di Cinzia Conti

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Biancaneve

Area Di.To., martedì 20 gennaio 2015

di Elena Corniglia

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Recensione di La chitarra di Django su Associazione Italiana del Libro

Associazione Italiana del Libro, giovedì 15 gennaio 2015

 

Fabrizio Silei,  Alfred, La chitarra di Django, Uovonero edizioni, 2014

L’autore Fabrizio Silei, insignito del premio Andersen 2014, e l’illustratore Alfred, premiato con il Fauve d’or 2014, si alleano per creare un albo illustrato carico di tensione e di vitalità. Django, al secolo Jean Reinhardt, nasce nel 1910 e nella sua breve vita (muore nel 1953) lascia un segno tangibile nella storia della musica jazz e nella cultura europea. Nato da una famiglia di Sinti conosce la musica fin da piccolissimo, la riproduce a orecchio con un banjo e dimostra di essere un versatile esecutore. Purtroppo all’età di 18 anni rimane gravemente ustionato per l’incendio della sua roulotte e perde l’uso di due dita della mano sinistra. Il ragazzo non si perde d’animo e, consapevole delle difficoltà insormontabili per suonare il banjo, si dedica a imparare una nuova diteggiatura per la chitarra. Il successo è assicurato nelle migliori orchestre francesi per decenni! incarnando l’esempio della volontà e del talento, il suo nome varca l’oceano e viene acclamato anche in America nell’orchestra del famoso Duke Ellington. Nella narrazione, colorita da onomatopee e allitterazioni, si recupera la sonorità e la tenacia, l’estrosità e la personalità; Silei lo tratteggia come un uomo schivo ma risoluto, posseduto da un genio musicale che lo porterà a vette inaspettate, specie per uno zingaro dello scorso secolo. Le illustrazioni a tutta pagina ricordano le xilografie di Toulouse Lautrec e gli interni di bar e teatri a firma di Pierre Auguste Renoir, anche la scelta delle tinte rimanda a quei memorabili pittori fauve dello scorso secolo con rosa, bruni e grigi di grande efficacia. Genere: albo illustrato, biografia. Età: da 9 anni. C. Camicia

Claudia Camicia

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Fahrenheit, libro del giorno: Il riscatto di Dond

Radio 3 RAI, martedì 13 gennaio 2015

Loredana Lipperini intervista Sante Bandirali – Fahrenheit, Libro del giorno

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Motori, ingranaggi e animali meccanici

La stampa, lunedì 12 gennaio 2015

di Mara Pace

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Fuori dal guscio (libri giovani che cresceranno). Malinconica Siobhan.

Lettura candita, lunedì 29 dicembre 2014

di Eleonora Rizzoni

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Recensione de Il riscatto di Dond su Libri manent

Libri manent, lunedì 29 dicembre 2014

 

...tra magia e superstizione, mostra il coraggio dei propri protagonisti, vittime di un meccanismo rurale dal quale fuggire.

Target: dai nove anni

Recensione
Su di un menhir posto sul margine esterno della ripida scogliera di Inniscaul, è inciso il destino di un intero popolo. Gli abitanti dell’isola, in cambio di 13 anni di buona sorte, dovranno sacrificare a Dond, Dio degli inferi, un tredicesimo figlio al compimento del tredicesimo anno di vita. Nel villaggio le donne non partoriscono più di dodici figli ma, in maniera del tutto inattesa l’ultimo parto di Meb è gemellare… e il destino infausto sta per compiersi.
Il libro, scritto da Siobhan Down, già vincitrice del premio Andresen 2012, ci conduce in un viatico narrativo interposto tra leggende norrene e ineluttabilità distopica in Hunger game style, che, ad onor del vero, sembra dover qualche intuizione espressiva (proprio) alla scrittrice angloirlandese. Una storia che, tra magia e superstizione, mostra il coraggio dei propri protagonisti, vittime di un meccanismo rurale dal quale fuggire, impugnando la verità ed il coraggio di andare oltre gli schemi.
A dare risalto alla narrazione sono i veristi movimenti grafici di Pam Smy, le cui illustrazioni, dai tratti veloci e sicuri, donano dinamicità emotiva ed espressività, ricercata per ricadere nel tecnicismo vintage dettato da un genuino bianco e nero, qui stimolato da ricami azzurri, reali metafore accorte del destino che attende i suoi protagonisti.

Scheda:
Autore: Siobhan Dowd
Illustrazioni: Pam Smy
Editore: UovoNero Edizioni
Prezzo: € 14.00

Loris Gualdi

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Recensione di La chitarra di Django su Area Di.To

Area Di.To., lunedì 22 dicembre 2014

La chitarra di Jango è un albo illustrato che non parla semplicemente di jazz, lo suona. Con parole e illustrazioni misurate ma colme di ritmo, l’accoppiata Silei e Alfred dà vita a pagine che fanno muovere il capo e tamburellare le dita. Il loro è un racconto al contempo drammatico e incredibile, tutto incentrato sulla storia straordinaria di Jean Reinhardt , per gli amici e il pubblico: Django.
Talento del banjo di origine sinti, nella scintillante Parigi degli anni ruggenti, Django resta ferito a causa di un incendio nella roulotte in cui vive. Una gamba ma soprattutto due dita della mano sinistra compromesse: il peggior destino per chi si guadagna da vivere suonando uno strumento. A meno che questo qualcuno non sia in possesso di una tenacia inconsueta e di un dono fuori dal comune. Guarda un po’, questo è proprio il caso di Django che dopo l’incidente mette a punto una tecnica tutta sua per suonare la chitarra, segnando con forza lo sviluppo della musica jazz. La sua diventa così la storia non solo di un prezioso talento ma anche della capacità di sfruttarlo a dovere, trasformando una situazione di profonda difficoltà in un’occasione per reinventarsi a partire da risorse inattese.
Autore e illustratore raccontano questa rinascita con l’abilità di chi sa cogliere una traccia musicale in un gran trambusto. Di Django, del suo stile inimitabile e della sua vita fenomenale, i due sanno rendere prima di tutto l’irresistibile ritmo manouche, grazie a dialoghi scanditi, suoni e sonorità selezionate, toni e tinte che si accendono all’occorrenza. Offrendo all’albo di Uovonero non solo il titolo ma anche il punto di vista narrativo, La chitarra di Django mostra il protagonista da distanza ravvicinatissima, quasi intima, tanto da far vibrar corde insolite e profonde del lettore. Lo si percepisce soprattutto se ci si concede una lettura ad alta voce che fa davvero prender corpo alla storia. Perché una storia così merita di risuonare non solo nella testa ma anche nelle orecchie.

Si parla di: Disabilita motoria

Descrizione del supporto
Formato: A4
Forma delle pagine: Regolare
Presenza di dispositivi per aiutare a sfogliare le pagine: NO
Presenza di elementi mobili: NO
Presenza di elementi staccabili: NO
Multimedia: NO

Descrizione del contenuto
Genere: Albo
Temi trattati: Amicizia, Disabilita, Storia
Ambiente prevalente: Urbano
Personaggi: Persone
Complessità della storia: 3
Complessità della storia descrizione: Storia a sviluppo lineare ma in cui alcuni elementi, a meno che non si conosca già la storia del protagonista, si chiariscono solo man mano che la narrazione avanza.

Descrizione del testo scritto
Presenza del testo: SI
Codici utilizzati: Testo a stampa
Dimensione del carattere: Normale
Font: Minuscolo
Complessità del testo: 4
Complessità testo descrizione: Alternanza di frasi brevi e lunghe, semplici e complesse. Lessico ricercato, comprensibile ma non colloquiale, arricchito da termini tecnici di ambito musicale. Ruolo determinante di onomatopee e suoni.

Descrizione delle immagini

Presenza di immagini: SI
Colore: A colori
Tipo di immagini: visuali
Complessità del immagini: 4
Complessità immagini descrizione: Illustrazioni che fanno un uso sapiente delle tinte, dei toni e dello schizzo a matita o carboncino. Variegate nei soggetti, nel movimento, nelle inquadrature e nel tratto completano deliziosamente il testo di Silei.

di Elena Corniglia

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Darra, la ragazza del mare

Il manifesto, sabato 20 dicembre 2014

di Arianna Di Genova

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leggere è un diritto di tutti

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Creare libri speciali per dare a tutti i bambini, compresi quelli che hanno difficoltà di lettura di vario genere, il piacere di leggere e di condividere gli stessi libri.

Diffondere una cultura della diversità intesa come ricchezza, che sappia stimolare curiosità e conoscenza anziché paura e diffidenza, per mezzo di albi illustrati, opere di narrativa e saggi.

contatti

  • Via Marazzi, 12 - 26013 Crema
  • Tel. +39 0373 500 622
  • E-mail: libri@uovonero.com

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