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I Libri di Camilla cartadocente

Catene di smontaggio


Dal blog hounlibrointesta.style.it di Chicca Gagliardo, lunedì 5 marzo 2012

Comunque sia, la scatole chiuse ci attraggono. Ci attraggono molto se sappiamo cosa c’è dentro e vogliamo aprirle per prendercelo. Ci attraggono molto se non sappiamo cosa c’è dentro e vogliamo aprirle per scoprirlo. Ci attraggono ancora di più se ci mettiamo dentro qualcosa e questo qualcosa poi scompare oppure se al contrario le abbiamo sigillate perfettamente vuote e nel riaprirle ci troviamo una sorpresa.

Questi meccanismi – che fanno stare con il fiato sospeso i più piccoli, che rappresentano una sfida intellettuale o giù di lì per i più grandi – stanno alla base di gran parte dei numeri di magia che ci aspettiamo faccia il mago di turno. Ma stanno alla base anche di molti meccanismi narrativi che con il loro enigma legano il lettore, lettore che così leggerà fino a scioglimento. Prendiamo ad esempio L’avventura della banda maculata (questo è il titolo con cui lo lessi io da ragazzino; oggi per lo più viene tradotto come L’avventura della fascia maculata, ed è un bene, perché il termine “banda” è ambiguo, rimandando primariamente a “raggruppamento di persone”), un racconto del 1892 di Conan Doyle. La trama: Helen Stoner contatta Sherlock Holmes per via della morte sospetta della sorella Julia, che avrebbe dovuto sposarsi a breve e di conseguenza ricevere annualmente una somma di 250 sterline proveniente dal fondo della defunta madre, che nel frattempo viene gestito dal patrigno di Helen e Julia, il dottor Grimesby Roylott. Tuttavia, appunto, prima di potersi sposare Julia muore. Come? Non si sa: era chiusa in camera da sola, non ci sono segni di effrazione, non ci sono segni di violenza, niente di niente. Come va a finire? Non lo dico, naturalmente. Però devo dire che dei tanti racconti letti da ragazzo, questo mi è rimasto impresso più di altri.

È forse per questo che mi è piaciuto leggere un libro da poco pubblicato, vale a dire il romanzo Il mistero del London Eye (uovonero, 2011; l’edizione italiana porta la prefazione di Simonetta Agnello Hornby) di Siobhan Dowd. Si tratta di un romanzo per ragazzi. Questa la trama in quarta di copertina: “Ted, giovane autistico sul cui cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone, conduce un’inchiesta appassionante e ricca d’ironia. Il mistero della scomparsa di Salim diventa lo sfondo su cui si intrecciano temi come l’emarginazione, la società multiculturale, la separazione dei genitori, l’amicizia. E Ted, con le specifiche qualità dovute alla sua condizione, ce ne offre una sua particolare e affascinante sintesi”. Come è scomparso Salim, ce lo dice uno stralcio sempre messo in quarta dell’editore: “Io e mia sorella Kat abbiamo portato nostro cugino Salim al London Eye, la grande ruota panoramica di Londra, perché non c’era mai stato. Lunedì 24 maggio alle 11.32 lo abbiamo visto salire. Lunedì 24 maggio alle 12.02 la sua capsula ha finito il giro, le porte si sono aperte e tutte le persone sono uscite. Tranne Salim, che si è volatilizzato”. Dunque, eccolo qua, un ennesimo mistero della scatola che era piena e al momento della riapertura è vuota. Cosa rende questo romanzo preferibile a tanti altri costruiti sullo stesso meccanismo? Intanto la lingua affabile e cordiale in cui è scritto, una lingua accogliente per tutti. Poi la figura di Ted, un “ragazzino diverso”, la cui diversità cognitiva si fa patrimonio per tutti (e sulla diversità che si integra e diventa patrimonio comune tanto punta l’editore uovonero: si guardi ad esempio allo splendido Kikkerville, splendido gioco da tavolo pressoché unico nel suo genere). Infine, il concretizzarsi della soluzione. Perché tutto il tempo il lettore pensa alla capsula del London Eye, ma in realtà, in qualche modo, c’è un’altra “scatola chiusa” che risolve il mistero…
Non si può dire di più, pena guastare la lettura.

Gabriele Dadati

 

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