Satisfiction - 4 ottobre 2024
Per comprendere cosa Le degenerate possa smuovere dentro la testa e il cuore dei lettori, bisogna sapere cosa si nasconde dietro la pseudoscienza conosciuta come “eugenetica”.
Opera della statunitense J. Albert Mann, da oggi in libreria grazie alla casa editrice Uovonero e con la robusta traduzione di Giuseppe Iacobaci, il romanzo infatti descrive in sintesi il dramma di cosa sia stato mettere in atto la teoria eugenetica negli Stati Uniti del XX secolo.
Pubblicato per la prima volta nel 2020, Le degenerate è sorprendentemente una opera indirizzata a un pubblico YA. Eppure la storia e lo svolgimento hanno al loro centro l’idea di “purezza” veicolata dall’eugenetica, il suo intento di migliorare la specie umana attraverso la riproduzione selettiva, eliminando cioè malattie e tratti sgradevoli o pericolosi. La realtà dei fatti che la Mann sottintende è che la società americana non ci mise molto a radunare «i soliti sospetti di sempre – i poveri, i disabili e gli emarginati (incluse le persone di colore, gli indigeni, gli immigrati e i membri della comunità LGBTQIA+) –» per rinchiuderli in appositi istituti da cui, una volta internati, non si poteva più uscire. E se a qualcuno scappa un parallelismo con le efferatezze della Germania nazista, dico che non è per nulla sbagliato. Aggiungo che gli istituti dove “ricoverare” elementi “non in sintonia” con la società sono rimasti attivi almeno fino agli anni Ottanta del Novecento.
Ambientato nella Boston del 1928, dentro gli spazi della Massachusetts School for the Feeble-Minded, il romanzo della Mann mette in scena, prima ancora che un atto di ribellione nei confronti di una visione del mondo razzista e senza possibilità di contraddittorio, qualcosa che potremmo definire come la rivincita verso di esso.
Innesco ed esplosivo sono dentro London, una ragazzina di quattordici anni approdata in America dall’Italia nel 1918 con i genitori. Una speranza di vita nuova che si dissolve nel giro di nulla: l’epidemia di influenza porta via madre e padre. Da lì in poi London trascorre «notti e notti rinchiusa in dormitori lerci di orfanotrofi o in case affidatarie più lerce ancora, in camerate piene zeppe di gente che non conosceva». Non basta a salvarla dall’Istituto il vivere nel monolocale di Thelma Dumas, una anziana donna ruvida e strampalata. Perché attorno le cose si muovono in fretta: London resta incinta, arrivano i poliziotti che se la portano via e viene sbattuta in istituto. Mann tratteggia la figura di London come fosse uscita dalla costola di un personaggio dickensiano. In realtà è buona parte del romanzo a richiamare elementi dell’autore inglese. Ma London ha qualcosa di diverso rispetto a Twist e soci. Lei è fornita di un carattere indomito, che illumina di una luce tutta sua il romanzo.
Ed è lei indubbiamente lei a portare avanti la storia, a trovare nelle pagine del Conte di Montecristo la possibilità di ribellarsi all’ineluttabile: l’idea della fuga dalle angherie e dal destino che medici e infermieri impongono sulle loro vite. È lei che «tenuta in vita da una forza simile a un mantice» muove, stimola il desidero di libertà e fa crescere la speranza di un mondo da vivere autonomamente nelle altre ragazze dentro la struttura. Ragazze con cui entra in relazione per vari motivi e tutte con problemi comportamentali o handicap fisici: Maxine, Alice, Rose. Per chi le controlla sono tutte delle “ritardate”. Nemmeno ribelli, solo “idiote”, pezzi inutili alla società: che ha deciso di vederle come tali, non come esseri umani.
Ma Le degenerate non narra unicamente “sotto mentite spoglie” l’incoercibile desiderio di libertà, il voler vivere la propria vita da parte delle protagoniste. Non è nemmeno una storia in cui si voglia, via metafora, ammonire sul come idee di eugenetica tornino a far capolino nelle nostre società. È anche e soprattutto un grande affresco interiore, che porta sul proscenio le protagoniste, mostrando come vivono e quanto reprimono di sé per paura delle conseguenze.
Mann racconta questo e molto altro usando una lingua schietta, a volte persino dura. Al suo interno appaiono parole oggi definibili come offensive e che risuonano lungo la partitura del racconto come vere rasoiate. Credo che nella scelta stilistica non vi sia unicamente il bisogno di una contiguità son la Storia, ma che il suo essere attivista per i diritti delle persone disabili negli Stati Uniti abbia permesso una maggiore frontalità nel dire le cose. E Le degenerate non nasconde mai dietro un velo di pietismo cosa realmente significhi perdere la propria libertà e ostinatamente rivolerla indietro. Ribellandosi quando risulta necessario farlo, per tornarne in possesso.
di Sergio Rotino

