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Recensione di Il nostro albero su La Stamberga d'Inchiostro

La Stamberga d'Inchiostro - 19 agosto 2019

C’è questo strato di malinconia nel racconto di Mal Peet, “Il nostro albero”, che pervade chi legge, lo accompagna attraverso la dolorosa storia di un bambino e un rifugio in equilibrio precario tra i rami di un vecchio albero, un ricordo d’infanzia piacevole che da sicurezza e conforto e che spinge un uomo a ritornare dove tutto è cominciato, ma è questo il problema con i ricordi si finisce per smarrirsi e quel tentativo di costruire qualcosa di positivo con suo figlio sfuma via, divorato poco a poco dalla depressione, un cancro che prosciuga la linfa vitale.
Mal Peet da libero sfogo alla sofferenza, non si trattiene, invade ogni riga, pagina, fino ad arrivare all’epilogo di una battaglia persa in partenza quella di un bambino che vede suo padre cadere vittima della malattia al punto da non riconoscerlo. Suo padre fa un tuffo lento nello sconforto, diventando sempre più assente e riflessivo, fermandosi a contemplare anche la cosa più piccola da quella casetta di legno così in alto, un piccolo osservatorio distante dal mondo e dai suoi tristi problemi.
Per Benjamin tutto questo è un po’ strano, a partire dal momento in cui suo padre si allontana per vivere su un albero, qualcosa di assurdo e inconcepibile che però malgrado tutto sembra quasi avere un senso, ciò che separa i suoi genitori una forza invisibile che poco a poco si è fatta sempre più presente fino a minare il rapporto familiare. 
Si sente parlare sempre più spesso di depressione ma è difficile riuscire a capire fin dove affonda le radici, è difficile anche solo capire quanto stupido possa essere un pretesto per far scattare quella scintilla capace di dare fuoco a un’intera vita, basta così poco che una semplice casetta è diventata il simbolo di un nido che cade a pezzi. Ed è qui che Emma Shoard riesce ad essere intensa quanto Mal Peet, illustrando con quel suo tocco magico una situazione difficile, rendendo poetico il racconto di questo autore e accompagnandolo con immagini forti ma dall’indole delicata, illustrazioni malinconiche che riflettono appieno quel senso di vuoto e inadeguatezza che durante tutto il racconto circondano la figura di Sean, il padre del ragazzino.
Dall’altro lato c’è la madre, che invece vive questa lontananza da suo marito come qualcosa che si fa per ripicca con l’intenzione di ferire realmente, nel momento in cui il suo compagno ha iniziato a stare male lei non ha fatto altro che rigirare il coltello nella piaga, prima disprezzando ciò che aveva costruito e subito dopo accantonandolo insieme a quella “catapecchia” per iniziare una nuova vita lontano dalle stranezze di Sean.
Si parla di temi importanti, di famiglia e di un nido nel racconto di Mal Peet, con un tocco di malinconia, una sensazione che nonostante il passare del tempo sembra essere radicata nella vita dei protagonisti, proprio come l’albero che sorregge la casetta, qualcosa di profondo che non è possibile cancellare, uno specchio che riflette solo il vuoto e la tristezza di una vita passata a fare i conti con l’abbandono.

di Sandy Mercado

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