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Recensione di Il nostro albero su milkbook

Milkbook - 4 ottobre 2019

Un doloroso ricordo d’infanzia e un papà che lentamente si perde
Chi cura un blog letterario o una rubrica periodica dedicata a recensioni di libri lo sa: si legge tanto, si legge di tutto, molti sono i testi che piacciono, moltissimi quelli che attendono settimane, se non mesi, prima di essere recensiti e pochi, pochissimi, sono quelli che fanno scattare l’urgenza di essere raccontati subito.

A me è capitato con questo bruciante racconto illustrato, letto in un soffio in un pomeriggio e dopo poche ore salito in cima alla lista delle letture da consigliarvi.

Cosa mi ha sedotto di questa storia a tal punto da ritrovarmi a volerne scrivere di getto, mentre marito e figli dormono e la lancetta sta per scoccare la mezzanotte?

Sicuramente l’indubbia qualità letteraria del racconto, frutto del lavoro di uno scrittore del calibro di Mal Peet, e la rappresentazione affilata e schiettissima dei ricordi malinconici e allo stesso tempo dolorosi del protagonista. Ma c’è anche la struggente vitalità delle illustrazioni che lo accompagnano a trascinare prepotentemente dentro la narrazione. Gli acquerelli fluidi e rapidi di Emma Shoard hanno il medesimo peso delle parole: graffiano, disturbano, amplificano moti interiori e stati d’animo controversi.

Veniamo alla trama: la voce del protagonista è quella di un uomo che custodisce il ricordo di un’infanzia gravosa, vissuta accanto a un padre strano, un uomo che col passare degli anni perde il contatto con la realtà, abbandona il lavoro, smette di prendersi cura di sé e finisce per isolarsi e trascorrere tutto il suo tempo in cima a un albero, nella casa di legno costruita per il figlio.

Il racconto muove i passi dal ritrovamento, dopo molti anni, di quel “nido” arroccato sul grande faggio, divenuto oramai niente altro che un relitto abbandonato e malconcio. La vista della vecchia casa di legno accende i ricordi dell’infanzia, quelli felici – quando il padre gli era sembrato un mago capace di tutto e tra loro riusciva a stabilirsi una sintonia perfetta, affiatati e complici nel loro rifugio segreto – e quelli dolorosi dei silenzi, delle assurde notti passate a dormire nel sacco a pelo in giardino, dei litigi con la mamma, delle bottiglie di vino sempre presenti.

Aveva 10 anni Benjamin quando trascorreva le serate nel Nido insieme al papà, scambiandosi confidenze alla luce delle candele. A leggere, parlare, fantasticare, mangiare, mentre in casa la mamma se ne stava al telefono con qualcun altro. I ricordi sono lampi e bagliori, un po’ sfocati, ma fanno riaffiorare episodi decisivi e sensazioni pungenti: il malcontento della mamma, la sua rabbia nei confronti di quel marito inaffidabile, il progressivo sfaldamento del loro rapporto.

Non ero abbastanza intelligente, o forse semplicemente non ero abbastanza grande, da capire cosa stava succedendo. E in ogni caso, quando si è piccoli si è totalmente assorbiti in sé stessi, no? Tutto quello che vi accade è tremendamente importante, assolutamente unico e illuminato da potenti riflettori.
I genitori sono solo tappezzeria. Lo scenario che fa da sfondo.

Trascorrono le stagioni, non sappiamo quante. Lentamente Benjamin acquisisce la consapevolezza di quello che sta per accadere. Lentamente comprende che suo padre si sta perdendo e trasformando giorno dopo giorno. E il suo volergli bene, nonostante si comporti da folle, diventa un fardello, poiché acuisce il senso di colpa che prova nei confronti della madre.

Il racconto di Mal Peet è asciutto, schietto, struggente. Il racconto coinvolgente, inquietante, splendidamente scritto, come lo ha definito David Almond, di una famiglia che va in frantumi, di una vita che deraglia e di un ineluttabile, doloroso, addio all’infanzia.

di Francesca Tamberlani

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